Il riconoscimento della somiglianza dell'"Alieno" con noi penso renda molto più difficile l'accadere di tutto questo.

Uno degli aspetti principali della fantascienza è la sua natura consolatoria. Per me i tuoi racconti, per quanto dolorosi e impegnativi per gli argomenti trattati, sono eminentemente consolatori, nel senso migliore del termine: affrontano tutti un grande dolore e cercano di elaborarlo, di rigenerare le vittime, e il lettore insieme ai personaggi. Cosa ne pensi?

Per fortuna hai precisato, perché se ritenessi davvero consolatorio ciò che scrivo mi taglierei le vene. Scusa l'autocitazione ma una delle frasi che più spiega ciò è in un mio racconto (di cui non dirò il titolo per non "spoilerare" troppo) quando uno dei miei personaggi che si sta prendendo cura di una vittima le annuncia che le cure le restituiranno tutto. "Tutto. Tacque di colpo come se si fosse sorpresa a mentire". Perché ovviamente gli effetti e le conseguenze della tortura non si possono cancellare anche avendo a disposizione tutto il tempo e denaro possibili. E mi permetto di ripetere che la tortura e le sue conseguenze non sono situazioni rare o eccezionali ma data l'estensione nel tempo e nello spazio si possono definire emergenza internazionale. L'unica capacità di consolazione che spero possedere è nella frase che mi disse un mio amico rifugiato che aveva attraversato uno dei tanti inferni di Terra: "Nel tuo sguardo, Enrica, posso raggomitolarmi".

A proposito della tua scrittura, chi ha letto i tuoi racconti è rimasto piacevolmente colpito dal tuo stile essenziale, pulito, levigato. Dietro al tuo stile c'è una ricerca specifica o una necessità? Ti è venuto spontaneo? Hai qualche modello?

E' necessità personale ma non assoluta. E' soprattutto pudore, è rispetto. Il dolore non ha descrizioni adeguate e contemporaneamente non ne ha di sufficienti. La concisione è il risultato di spinte contrapposte: quella a non tacere per non consentire che il silenzio si riempia solo di menzogne e "miti" oscenamente offensivi e quella opposta dell'imbarazzo dell'osare il racconto. Del resto la mia scrittura non riesce ad avvicinarsi (per ora? Non potrà mai?) ad alcuni argomenti, come se fossero incandescenti, quali le vittime bambini/e o a eventi dall'orrore che non ha neppure nome adeguato a definirlo. Quali parole per dire ad esempio dei pescatori della Tanzania che per mesi ogni giorno misero in acqua le barche nelle acque del lago Vittoria per andare a pesca e ogni giorno nel silenzio indifferente del mondo tirarono a riva solo cadaveri che il fiume trasportava a migliaia e i pescatori pietosamente seppellivano?

E' anche necessità stilistica data dal togliere il superfluo. Scrivo ad orecchio e a farmi scegliere una struttura o a farmi scartare una parola è il ritmo interno della frase o il suono di una parola invece di un'altra.

Ed è anche rispetto del tempo e delle capacità del lettore e della lettrice. Non credo sia necessario spiegare e descrivere minutamente perché chi legge ha un proprio patrimonio mentale di cose viste e lette che sostengono la sua immaginazione. E ha molti altri libri che aspettano di essere letti. Per fare un esempio leggero penso sia sentimento simile a quello che a volte frena l'innocente entusiasta dei filmini o delle foto in vacanza dall'infliggere agli amici interminabili serate con visioni di diapositive della propria famiglia al mare. Ad esempio io so con esattezza cosa ha cucinato Lug per Kalis e quando e dove gli ha dato da mangiare e ho udito tutto il dialogo intenso e al contempo inconsistente, ma non ho messo ciò per iscritto neppure nelle prime versioni perché penso che al lettore poco importi e nulla comunque aggiunga al racconto. E' vero che di solito scrivo con una macchina da presa in testa e le immagini nascono e s'aggregano da sole, ma è anche vero che in fase di montaggio alcuni pezzi di "girato" finiscono nel cestino.