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Vicino a un ricovero di tela addossato a un albero, nel punto del monte Parparech dove il bosco si fermava all'im-provviso davanti a un vasto prato, un uomo vestito da soldato galleggiava nell'aria con le gambe incrociate e gli occhi chiusi.
Ciò che inoltre lo differenziava da un soldato veneziano vero e proprio, era l'età avanzata, i pantaloni stracciati e i due grossi orecchini d'oro incastonati nei lobi.
Rädala scese da cavallo, e le rose che teneva fra le mani si chiusero in boccioli rossi. Quindi si ritirarono, strisciando come serpenti sulle sue braccia, svanendo infine nelle mani. Strinse i pugni, poi li riaprì. E camminò verso lo stregone, avanzando sul terreno ghiacciato.
L'uomo aprì un solo occhio per guardare quella figura incappucciata. Aprì anche il destro: completamente bianco, era attraversato da una cicatrice che arrivava fino alla guancia. Alzò il mento e lo riabbassò, a chiedere: cosa vuoi?
Rädala si fermò. — Mi manda Camìlgiar. — disse.
— Chi? — Lo stregone aggrottò la fronte quando vide che i piedi dello sconosciuto finivano con due zoccoli di caprone. Aprì la bocca, mostrando denti marci e storti. — Un tauvöl! — esclamò. Come per la fine di un incantesimo, piombò a terra, e fece una smorfia.
Rädala arretrò di un passo, assottigliando gli occhi. — Sei Zuan Cumerle? Lo stregone? — gli chiese. Accento cimbro.
L'uomo si rialzò, poi si inginocchiò davanti a lui. — Oh. Oh! — gioì, guardandogli i piedi. Tu sei un tauvöl! Un diavolo! Oh oh oh OOH. — gli rivolse un sorriso, mostrando il proprio ricovero fatto di tela e rami — Benvegnùo! Aahm, aspetta. Vilcomen! Anssi, no, 'speta... Sait bou-ken! Giusto? — gli rivolse un altro sorriso, stavolta come per scusarsi di non conoscere bene la sua lingua — Zì, io zono crante strecone, è fero! Cossa podo fare per el siòr dei elfi? — Rimanendo in ginocchio, avanzò, ma il tauvöl arretrò della stessa lunghezza.
— Alzati.
Lo stregone obbedì, ridacchiando e facendo smorfie. — Davvero ti manda el sior dei elfi?
— Preferivi un cane franzoso?
L'uomo spalancò per un momento gli occhi, poi tornò a sorridere. Indicò i piedi del tauvöl. — Uh! Ohè, ma com'è che sei sensa scarpe, diaolo? Acqua alta in piassa San Marco?
— Vengo da Lòkatzan, dove è re Camìlgiar. — Rädala si toccò il cuore con due dita. — Sia gloria a lui.
Zuan lo imitò. — Certo, certo, dialo, gloria a lui.
Rädala inclinò la testa da un lato. — Perché tu dici: diaolo?
Zuan mostrò le mani. — Oh. Scusami. Siòr soldato dei elfi. Sensa ofésa. L'è solo un modo de dìre. Assomijate a dei diaoli.
Rädala, dopo un po', emise uno sbuffo stizzito. Fu sul punto di dire qualcosa, ma poi sembrò ripensarci. — Tu sai chi ha preso l'occhio. — tagliò corto.
— Eh? Qual occhio? Questo? — Zuan si indicò la pupilla bianca. — No, non lo so chi me lo ha rubato, dico davvero!
— Non sto parlando del tuo occhio.
— Eheheh! Senti una magia, diaolo, senti: pióve, pióve, la gata no se móve, se inpìnzha 'na candela, se dize buonasera!
Rädala era rimasto a guardarlo.
Non capiva le parole di quello stupido strìon, ma sapeva che non erano formule magiche, e che non c'entravano nulla nemmeno con l'occhio del corvo, con le montagne veronesi o con i francesi. Si abbassò il cappuccio, scoprendo denti appuntiti. — Tu sai chi ha preso l'occhio. — ripeté, calmo.
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