La Nuova Repubblica può contare su Mando, l'efficiente cacciatore di taglie, eroe delle tre stagioni che portano il suo nome (The Mandalorian, 2019-2023).

Mando ha sacrificato la sua reputazione in nome del credo per il futuro del trovatello Grogu, un esserino di 40 centimetri dalle orecchie lunghe, morbide e gommose come quelle del Maestro Yoda (è della sua stessa specie), prima suo “nemico” ora suo figlio adottivo.

Sull’avamposto del pianeta Adelphi, il colonnello Ward (Sigourney Weaver, che accogliamo per la prima volta nell’universo di Star Wars) dopo l’ennesimo “macello” combinato dal duo per smantellare una base di ex-Imp(eriali), propone a Mando una nuova quest: trovare il comandante Coyne, liberare Rotta the Hutt  e riportarlo ai suoi zii gemelli putrescenti e verminosi, il tutto al prezzo di una nuova Razor Crest fiammante (un astronave identica alla sua disintegrata in passato).

Ovviamente Mando e Grogu accettano: “It’s a trap”? forse. L’idea di Dave Filoni (ora presidente di Lucasfilm ed erede spirituale di George Lucas) alla base di tutto il progetto era quella di trasformare in show ad alto budget un gioco intavolato da bambini con le action figures di Star Wars: “Prendi un ‘Boba Fett’ lo dipingi di argento e lo metti al centro dell’azione” (lo dice, parafrasando, nello speciale Disney Gallery/Star Wars: The Mandalorian).

Questo film segue lo stesso principio. Il vero problema è che sono stati scelti i comprimari sbagliati e non ci sono sorprese (avendo avuto modo di parlare con Dave Filoni in passato mi piacerebbe poterne discutere con lui direttamente ma temo sia inavvicinabile ora).

Jon Favreau se ne prende la responsabilità e ci mette la faccia come regista: di suo troviamo uno stampo di direzione Marvel e la sua voglia di sperimentare, tuttavia ogni minuto carico di aspettativa scoppia come una bolla di sapone. Mancano i grandi cameo (ingolfati nella terza stagione) mancano i comprimari della serie a eccezione di quelli visti nei trailers (Zeb Orellios ha poco spazio nonostante sia un protagonista di Star Wars Rebels) e manca l’essenza di quello di cui sono fatti gli episodi epici che ci hanno tenuto compagnia in un periodo buio, quando per esempio  abbiamo sentito che ad aiutare i nostri eroi sarebbe giunta in soccorso solo “un Ala-X” (The Mandalorian S2, E8, Capitolo 16: Il Salvataggio).

Jeremy Allen White, che in lingua originale doppia Rotta the Hutt (figlio di Jabba che fu, detto “Puzzolo” nell’episodio pilota di The Clone Wars, 2008) guida la linea comica, rischia di diventare il nuovo Jar Jar Binks e la sua presenza di Hutt palestrato è letteralmente ingombrante.

Rispetto ad altri esperimenti fallimentari questo film vanta: pupazzi, alieni, mostri, pianeti e astronavi di Star Wars e paradossalmente non si può dare per scontato neppure questo in un prodotto recente del franchising.

The Mandalorian si conferma un'eccezione che conferma la regola, un diamante in mezzo ai sassi. Se l’uso della CGI appesantisce, le tecniche tradizionali hanno la meglio, così che i meccanici in miniatura Anzellani prendono vita, come protagonisti e comprimari di Grogu. Lo spietato cacciatore di taglie Embo vive in liveaction per la prima volta la ILM (alla guida Hal Hiken) e si avvale della collaborazione sapiente dei Tippet Studio, le scenografie sono di  Doug Chiang (non escludo che l’ispirazione di certe atmosfere e astronavi sia stata suggestionata dall’aver sfogliato la saga a fumetti di Dark Empire del 1993) e si respira la fetida aria appiccicosa di lattice e legno nonostante il tutto sia amalgamato nel set immersivo “The Volume”.

La comicità non è eccessiva e non c’è buonismo spicciolo. In definitiva si ha la sensazione di vedere una intera stagione con tre archi narrativi, in binge-watching, senza il respiro che avrebbe meritato, soffocata in due ore e dodici minuti e quando si percepisce che il formato “cinema” non sia adatto ad una storia per esprimere il suo potenziale, forse, la scelta di proporlo nelle sale non “è la via”.