1

Lo strumento

Il telescopio respirava, o almeno così pareva a chi, come La Zia, sapeva riconoscerne il cuore meccanico e le pulsazioni ottiche.

Nei sotterranei dell’osservatorio le pompe idrauliche gemevano a intervalli regolari e i ventilatori inspiravano e ricacciavano flussi d’aria con la costanza di un polmone artificiale. L’ossatura titanica che sorreggeva gli specchi, mantenendoli allineati con precisione micrometrica, aveva impiegato appena un minuto per puntare il bersaglio di quella notte con un’accuratezza incredibile. Quel mastodontico mostro d’acciaio, pesante tonnellate, aveva percorso mezzo cielo scivolando silenzioso come una piuma leggera sul velo d’olio dei cuscinetti a pressione, poi si era fermato con decisione verso l’alfa della Vergine, inseguendone adesso il moto siderale con la perfezione di un orologio svizzero.

La Zia – così lo chiamavano tutti, con quell’affettuosa abbreviazione che aveva sostituito il suo vero nome – non aveva mai smesso di pensare al telescopio come a un organismo. Non perché volesse umanizzarlo, ma perché nessun’altra metafora gli sembrava adeguata. Era un uomo dalla mente visionaria, tecnologo tenace e squisitamente sperimentale, con il sogno di rivelare l’ignoto realizzando strumenti capaci di sfruttare ogni risvolto delle leggi di natura. Come il V-Squalo, la telecamera avveniristica che registrava la visione del telescopio con il massimo dettaglio fisicamente possibile.

L’osservazione era ormai iniziata. Il sensore scattava fotogrammi al frenetico ritmo di cento al secondo, nel tentativo di catturare ogni effimera variazione di quella macchia di luce che solo un astronomo avrebbe riconosciuto essere una stella. La sua immagine, amplificata e ingrandita all’inverosimile, era come polverizzata in una moltitudine di diafane macchioline generate da quel ribollire dell’atmosfera che rende le stelle scintillanti alla visione ad occhio nudo. Erano copie imperfette, frammenti che nascevano e morivano nel giro di millisecondi apparendo e scomparendo come api impazzite. Apparentemente caotiche, seguivano in realtà il ritmo invisibile di quel valzer che lo specchio flessibile del telescopio danzava con l’aria instabile e con il vento che scuoteva la sua impalcatura.

Tutto accadeva sulla cima del Mount Graham, in Arizona, dove svettava il Large Binocular Telescope. Un nome complicato e altisonante, presto semplificato all’americana in quella piccola sigla, LBT, che il V-Squalo rese celebre pochi anni prima con un’impresa che risuonò sui media: le incredibili fotografie della superficie di Io, la luna vulcanica di Giove. Quelle immagini nitide e sorprendenti avevano rivaleggiato con le riprese in loco delle sonde spaziali come nessun’altro era mai riuscito a fare con un telescopio basato a terra. Erano state la prova che la dedizione e l’ostinazione del gruppo guidato da La Zia avevano trovato la loro incarnazione in quello strumento rivoluzionario, che ora vegliava su quella stella con la sua attenzione implacabile.

Eppure, la stella non era il vero obiettivo. Era uno strumento, una guida, un punto d’appoggio che serviva da riferimento per quello specchio deformabile, un mezzo indispensabile per addomesticare il ribollio dell’atmosfera provando a compensarlo con un ribollio uguale e contrario, prodotto da mille attuatori che deformavano il vetro come la pelle di un animale in fremito. Un’idea pazzesca, alla frontiera della tecnologia, grazie alla quale il telescopio si adattava, imparava e rispondeva al caos del cielo soprastante. Senza di essa nessuna immagine nitida sarebbe stata possibile.

L’oggetto da guardare, infatti, non era la stella. Era qualcosa di infinitamente più effimero e misterioso: una rarissima cometa interstellare, un frammento di materia precipitato da regioni che nessuna sonda aveva mai esplorato, un visitatore venuto da un altrove sconosciuto lontano anni luce al di fuori del Sistema Solare.

Era la terza del suo genere mai vista dall’uomo, come il numero di quella sigla asettica, J3, che le avevano affibbiato. Le due precedenti, scoperte pochi anni prima, si erano rivelate massi rocciosi coperti da ghiaccio d’acqua e di anidride carbonica, non dissimili dalla moltitudine di comete che avevano solcato i cieli di ogni epoca storica e delle quali la scienza sapeva tutto. Ma quest’ultima aveva lasciato attoniti gli astronomi fin dalla sua scoperta ai confini del Sistema Solare: la sua luminosità cambiava senza uno schema comprensibile, la sua orbita ignorava vistosamente le ferree leggi newtoniane della gravità. Un visitatore siderale che, pur chiamato “cometa”, non si piegava alle leggi delle comete.

La notizia balzò in un attimo sulle prime pagine dei giornali, che subito gridarono all’invasione di un’astronave aliena. I media, come segugi, si misero alle calcagna di ogni astronomo, fisico, o anche soltanto studente di matematica, che riuscivano a trovare. Intasavano le linee telefoniche degli istituti di ricerca con domande a cui nessuno avrebbe potuto rispondere, vista la difficoltà di sondare un oggetto così piccolo e ancora distante.

In quella notte, tuttavia, una combinazione fortunosa e irripetibile delle mutue posizioni tra la Terra, la cometa e il Sole faceva sì che, per un battito di ciglia cosmico, J3 transitasse nel cielo a una manciata di arco-secondi dalla stella Spica, l’alfa della Vergine. Così, quasi per caso, il suo nucleo si sarebbe trovato nel cono di perfezione ottica che il telescopio LBT poteva creare attorno a una stella brillante come quella. Un allineamento improbabile che il destino non avrebbe più concesso e che, forse, avrebbe permesso a quel celebre strumento di svelare la vera natura del visitatore siderale.

Ma nessuno poteva immaginare che lì, in quel minuscolo angolo di cielo, nascosto dal tremolio instabile della stella guida, si celava un enigma che oltrepassava ogni comprensione umana.

Nella notte nera, mentre il mondo dormiva nell’attesa di risposte, il telescopio continuava a respirare.

2

L’anomalia

Da più di un’ora il V‑Squalo registrava quella danza senza sosta. Ogni scatto era prezioso: non era soltanto luce congelata sul rivelatore, ma un microcosmo di possibilità, un messaggio criptato che si lasciava intravedere per un istante e subito si dissolveva. Ognuna di quelle immagini era una tessera di mosaico che, accumulandosi alle precedenti, avrebbe potuto rivelare dettagli di quell’oggetto che altri strumenti non avrebbero saputo cogliere. Quei milioni di fotogrammi, apparentemente identici e che l’occhio inesperto avrebbe liquidato come rumore, testimoniavano la pazienza di chi sa che la verità si cela nelle più piccole variazioni.

– Il seeing è sceso sotto l'arco-secondo ed è in netto miglioramento – disse Simant dalla sua postazione in collegamento remoto –  e secondo le proiezioni del modello neurale il trend positivo durerà per almeno altre quattro ore.

– Molto bene, se continua così, combinando i dati, avremo un’immagine cristallina. Tutto procede come deve: photon domination confermata, rotazione di campo in aumento, culminazione tra due ore e trentaquattro minuti. Alternerò i cinque filtri fino all’alba. – specificò Gi el C, l’esperto del data-processing, che si professava scettico ma un po' ci voleva credere anche lui che il misterioso J3, come dicevano i media, fosse davvero un'astronave aliena interstellare, se non perfino intergalattica. Non sapeva ancora che la vera natura di quell’oggetto era estremamente più aliena di quella banale ipotesi, come le sue stesse elaborazioni non avrebbero tardato a rivelare.

La notte avanzava e i fotogrammi continuavano a fluire come un fiume lento, senza fine. Nella sala controllo La Zia guardava i monitor con il fiato sospeso, quasi temendo che un battito più forte delle ciglia potesse disturbare l’ordine delle immagini.

L’oggetto era ben visibile già sulle immagini grezze, stirando la scala logaritmica dei falsi colori, come un pallido bozzolo compatto verso le ore due, a poca distanza dalla stella di riferimento. Più persistente di un disturbo atmosferico, ma non più definito di una scialba pallina sfocata del tutto priva di un qualsivoglia dettaglio. Normalmente non si sarebbe potuto distinguere nient’altro, fino a quando quei milioni di immagini non fossero stati puliti, allineati, combinati e opportunamente filtrati, secondo una procedura perfezionata negli anni e scolpita nei codici di elaborazione di Gi el C.

Pierva, l’informatico, fissava svogliato quel flusso monotono quando intravide un disegno, appena accennato, troppo regolare per essere frutto del caso. Strinse gli occhi, sbatté le palpebre… ma era già sparito. – Sarà la stanchezza… – borbottò. Poi, a voce più alta: – Mi serve un caffè, chi altro ne vuole?

Ma non era suggestione. Presto anche Robinson, la giovanissima Stera e perfino La Zia cominciarono a intravedere anomalie in quel treno di dati. Non si trattava di errori né di allucinazioni da stanchezza: la sequenza di immagini del V‑Squalo mostrava chiaramente che J3 si comportava in un modo complesso e del tutto inaspettato. A volte l’intensità sembrava pulsare ritmicamente, con un battito luminoso appena accennato. Altre volte una serie di strisce alternate si sovrapponeva al bozzolo di luce come se la cometa fosse attraversata da un’interferenza radio. Poi ancora, l’intera forma si disgregava a tratti in una griglia di macchioline che si raccoglievano in gruppetti, si stringevano e si separavano, ricordando una colonia di batteri che si aggregano e si dissolvono sotto la lente di un microscopio. Nessuno dei presenti aveva mai visto nulla di simile in anni di osservazioni.

La buia sala di controllo era immersa nella fioca luce blu degli enormi schermi che illuminavano i volti increduli. L’aria era densa di tensione, tra tazze di caffè fredde, fogli di appunti mescolati, tastiere e mouse che non si capiva più a quale computer appartenessero.

– E allora? – sbottò Robinson, tamburellando le dita sul tavolo. – È un segnale? Un fenomeno naturale? O stiamo sbagliando tutto?

Simant, lo scienziato del gruppo, che li seguiva dall’altra parte del globo, imprecò contro la lentezza della connessione remota: – Ragazzi, io non vedo niente, mi arriva forse un’immagine ogni cinque di quelle che vedete sui vostri schermi… Oh, cosa darei per essere lì con voi! Per favore, descrivetemi esattamente cosa vedete… maledetta connessione! Mi sentite almeno?

Nessuno rispose. Se qualcuno avesse guardato per un attimo il monitor del portatile, poggiato di lato sulla scrivania, avrebbe visto Simant gesticolare nel tentativo di comunicare, ma tutti gli occhi ormai guardavano in alto, fissi sui grandi schermi brillanti, i visi immobili e le bocche spalancate.

La Zia si riscosse per prima: – Controlliamo ogni cosa. Vi chiedo la massima attenzione, non deve andare perduto un solo fotone. – Assegnò i compiti: a Pierva il settaggio dello strumento e la comunicazione col telescopio, a Robinson i parametri dell’ottica adattiva, a Stera e Gi el C il codice della sequenza di acquisizione. Ognuno verificò, ricontrollò, confrontò. Li sorvegliava come un direttore d’orchestra. Tutto risultò in ordine. Nessun errore.

Con le prime luci del giorno, Gi el C caricò lo script dell’elaborazione automatica. – Ci metterà parecchie ore. Domani pomeriggio tutti in sala riunioni per la discussione dei risultati!

Era l’alba. Uno ad uno, lasciarono la sala di controllo. Rimasero solo i server, instancabili, a macinare i dati secondo istruzioni matematiche implacabili: ricombinare i bit, eliminare l’impronta strumentale, attenuare il rumore, riallineare le informazioni, fino a distillare dal caos turbolento dell’atmosfera una traccia limpida e utilizzabile.

3

Coerenza

Sul grande schermo della sala ovale scorreva la presentazione, approntata in tutta fretta, dei risultati appena estratti dagli algoritmi di analisi dati.

Non mancava nessuno. Vi presenziavano i presenti e gli assenti, i primi con gli sguardi rivolti a quella parete luminosa, i secondi riflessi negli schermi dei portatili a casa loro. Perfino i grandi astronomi del passato, da Ipparco a Lord Rosse, vegliavano, dall’altezza delle loro statue ai quattro angoli della sala, che il metodo scientifico non venisse infranto.

Gi el C prese la parola: – Ciò che i risultati mostrano, ampliando quel che abbiamo già visto ieri notte, è una correlazione della luce a moltissimi livelli. Vediamo frange di interferenza lungo ogni dimensione: anelli circolari, strisce rettilinee che attraversano l’intero bozzolo, perfino alternanze tra un filtro e l’altro secondo l’ordine delle lunghezze d’onda. La forma stessa del nucleo appare ora compatta e dai bordi netti, ora diffusa e indefinita. Se poi le seguiamo lungo l’arco temporale, queste metamorfosi si alternano come l’andamento periodico di un’onda…

– A volte compare perfino una griglia regolare di punti scuri, che poi si rovesciano e diventano chiari – aggiunse Stera, che aveva condotto parte di quelle analisi in prima persona.

– E poi guardate i risultati della lamina a quarto d’onda, che ci mostra la fase della luce: qui prima e qui dopo – riprese Gi el C facendo scorrere avanti e indietro le ultime due diapositive – vedete la differenza?

Gli sguardi erano perplessi, le bocche semiaperte, i volti in sospensione come punti interrogativi. Finché… – Vortici di fase! – esclamò La Zia, che in un lampo di genio aveva capito tutto ed era rimasto paralizzato in un’espressione a metà tra l’illuminazione mistica e il tentativo di sfogare la tensione in una risata.

Il silenzio cadde nella stanza. Nessuno osava crederci. Robinson riprese il fiato che aveva trattenuto per un minuto intero – …non voglio fare l’uccello del malaugurio, ma non potrebbe essere un errore, un artefatto?

– No. La stella è stabile. I dati sono solidi. Non è uno scherzo strumentale. Quello che vediamo è reale – rassicurò La Zia.

Simant, collegato finalmente senza interruzioni, mormorò con voce bassa e incrinata: – …non possiede una dimensione definita. La sua luce interferisce con sé stessa. Le fasi vorticano. Ci sono correlazioni concordi e discordi tra parti opposte dell’oggetto… Non so voi, ma a me ricorda gli esperimenti che ci mostravano all’università nelle lezioni di meccanica quantistica: la doppia fenditura, gli schemi di interferenza…

La Zia annuì: – Esattamente! Bravo Simant!

– Proprio così. Conosciamo stati coerenti della materia in cui migliaia, milioni di atomi si comportano come un unico ente quantistico, – spiegò Gi el C – li chiamano condensati di Bose–Einstein. Non teoria, ma pratica, in laboratorio li preparano sul serio e quando li illuminano compaiono frange d’interferenza, vortici di fase, correlazioni nei fotoni che emergono da parti diverse del condensato, come se tutta la materia vibrasse all’unisono, ogni atomo legato ad ogni altro. Perfino la luce che interagisce con essi rimane invischiata in quello stato e ne porta l’impronta a distanza. – Fece un gesto con le mani, come a voler disegnare quelle forme nell’aria. – È questo che osserviamo.

– Santo cielo! Ma qui siamo nello spazio, questo oggetto mantiene la coerenza da chissà quanto tempo… milioni, forse miliardi di anni, – sussurrò Simant con un filo di voce, quasi sentendosi colpevole di aver evocato un pensiero tanto impossibile con il suo paragone universitario.

– Ma com’è possibile? Perfino gli stati dei computer quantistici perdono la coerenza dopo pochi nanosecondi!

– Pierva ha ragione, – confermò Stera fresca di studi, l’unica a ricordare ancora parola per parola quelle lezioni di fisica, per la passione con cui le aveva seguite appena qualche anno prima. – È come se l’intero oggetto fosse un'unica entità in risonanza…

La Zia articolò lentamente le parole che nessuno avrebbe mai osato pronunciare: – Colleghi, stiamo facendo la storia. Non stiamo osservando una cometa. Stiamo osservando un oggetto cosmico quantistico. Una cosa mai vista, né mai concepita.

Un fremito percorse la sala. Tutti compresero, in quell’istante, che J3 non era una cometa, né un’astronave aliena, né qualsiasi altra diavoleria che i media avrebbero mai potuto inventare. Era qualcosa che la scienza non aveva ancora avuto il coraggio di immaginare.

4

Coscienza

Perfino la gente comune sapeva che la parola “quantistica” ha a che fare col regno delle particelle elementari: un palcoscenico in cui gli attori sono elettroni, protoni, fotoni, o al massimo atomi e molecole, ma attribuirla a un asteroide grande come una montagna avrebbe imbarazzato perfino gli scienziati più eretici.

Visualizzare un tale prodigio poi era quasi impossibile. Un oggetto quantistico, dopotutto, una forma vera e propria non ce l’ha. Non perché la forma cambi in continuazione come un’ameba in perpetua metamorfosi, ma perché tutte le forme possibili sono presenti simultaneamente, compenetrate l’una nell’altra come fantasmi incorporei. Esso è simultaneamente liscio e rugoso, solido e fluido, frantumato in polvere e compatto come granito. Se ruota lo fa in senso orario e antiorario allo stesso tempo, se si muove percorre tutte le traiettorie consentite. In breve, è l’espressione dell’intero ventaglio di tutte le possibilità permesse dalla propria natura, nessuna delle quali più vera di un’altra.

L’asteroide quantistico sarebbe rimasto in questo tipo di stato ibrido fino al momento in cui un raggio di luce solare lo avesse colpito. Allora ogni sua forma avrebbe riflesso i fotoni in un modo diverso, e ciascun fotone avrebbe viaggiato verso la Terra seguendo percorsi incompatibili, per giungere infine al telescopio e incidere sui pixel del rivelatore in configurazioni divergenti. Il monitor della sala controllo, di conseguenza, avrebbe mostrato immagini sovrapposte di un oggetto fantasmagorico che non sapeva ancora in quale sembianza concretarsi.

Poi, tutto sarebbe rimasto così finché uno qualsiasi degli astronomi del V-Squalo non avrebbe posato lo sguardo sullo schermo, vedendovi una forma ed una soltanto.

Solo allora sarebbe avvenuto il “collasso”. Il monitor avrebbe congelato quella precisa forma, i pixel di quello schema soltanto sarebbero rimasti attivati dentro al sensore. Tutti i fotoni di quel fotogramma avrebbero retroattivamente stabilito la traiettoria corretta, come se avessero sempre saputo quale punto colpire sull’asteroide dopo esser partiti dal Sole. L’universo, in quel preciso frangente, avrebbe riscritto il suo passato affinché il presente risultasse coerente.

E allora J3 avrebbe finalmente saputo in quale aspetto concretare la sua realtà sospesa e quale contorno, colore, traiettoria e rotazione gli era concesso di avere. Non perché l’avrebbe scelta, ma perché lo sguardo umano l’avrebbe imposta. Per lo meno limitatamente a quelle poche proprietà di cui l’immagine percepita portava informazione.

Ma sarebbe durato un attimo. Il successivo fotone partito dal Sole lo avrebbe trovato ancora in uno stato evanescente, fantasma di tutte le forme che il primo sguardo non poteva stabilire, fin quando una nuova percezione di una mente senziente avrebbe determinato queste altre forme, riconvertendo in fantasmi quelle stabilite in precedenza.

Questa è la natura pazzesca della realtà quantistica: ogni sguardo crea un universo e ne cancella infiniti altri. Tutto è connesso e l’osservatore determina l’osservato.

Così La Zia e i suoi ragazzi, senza sospettarlo, nell’atto stesso di osservare quell’ospite quantistico avevano stabilito un contatto con esso. Di più: una relazione esistenziale. Ogni loro sguardo modificava qualcosa direttamente nell’intimità di J3, comunicandogli inconsapevolmente la propria presenza.

Che la coscienza e la quantistica avessero legami oscuri lo si mormorava sin dai tempi del congresso Solvay di Copenaghen, agli albori della meccanica quantistica ormai un secolo prima. Ma solo negli ultimi decenni in una branca della scienza a metà tra fisica quantistica e teoria dell’informazione si cominciava a ragionare sul fatto che la coscienza umana, unica e non duplicabile, condividesse proprio quella proprietà di non-duplicazione che è caratteristica degli stati quantistici. Ne derivava l’ipotesi ardita che la coscienza stessa fosse un fenomeno quantistico, non una mera emergenza della complessità neuronale, come credevano in molti sopravvalutando i progressi dell’intelligenza artificiale. Forse le particelle elementari custodivano al loro interno minuscole unità di consapevolezza, atomi di coscienza, embrioni infinitesimali da cui, per stratificazione e risonanza, sarebbero nate le menti complesse, dagli animali più semplici fino all’uomo.

Questa interpretazione spalancava un orizzonte vertiginoso: un oggetto macroscopico e coerente come J3, composto da un oceano di stati quantistici correlati, possedeva dunque un potenziale di coscienza incommensurabile, infinitamente più vasto di quello che un cervello umano avrebbe potuto ospitare. La sua risonanza interiore avrebbe potuto articolare concetti astratti a un’altezza inconcepibile, rispetto alla quale la distanza tra i nostri pensieri e quelli di un batterio sarebbe apparsa ridicola.

Interferendo con questo mare di stati ogni osservazione esterna ne modificava una piccola parte, producendovi una minima increspatura. Fu così che J3, per il solo fatto di essere guardato, era venuto a conoscenza delle minuscole menti umane che lo fissavano. L’acume del suo intelletto riusciva a distinguere il timbro di ognuna di esse come si può distinguere il suono di ogni strumento in una grande orchestra. Essi lo esaminavano, ma non sapevano di essere esaminati a loro volta. Ciascuna di quelle coscienze, percependo le immagini a modo suo, gli trasmetteva una melodia diversa, mostrandogli inconsapevolmente una traccia dei propri pensieri, emozioni e ricordi che egli, curioso di ogni coscienza che incontrava nel suo vagabondare per l’universo, era capace di decifrare.

E J3, per parte sua, non era indifferente: dotato di introspezione, poteva auto-riconfigurarsi senza bisogno di testimoni esterni e decise di mostrarsi a quelle piccole menti nella sua vastità. Si rimodellò in modo che le frange sul monitor riverberassero nelle loro pupille le esperienze che aveva vissuto nel suo vagabondare cosmico. A La Zia e ai suoi colleghi sembrò di librarsi nello spazio e videro sistemi planetari sconosciuti, mondi con molti soli, lune gemelle, nebulose che partorivano nuove stelle, abissi cosmici di silenzio seguiti da esplosioni abbacinanti. Avvertirono coscienze aliene di ogni forma e profondità, moltitudini di individui senzienti, alcuni simili a loro, altri ancora più inconcepibili del loro visitatore. Ogni luogo dell’universo che J3 aveva visitato compariva dinnanzi ai loro occhi increduli, estasiati e storditi da quell’esperienza onirica.

Rivolti così in sé stessi, sperimentavano in prima persona l’universo intero.

5

Genesi

Tutto questo immaginava la coscienza quantistica di J3 mentre solcava il tempo e lo spazio dirigendosi verso l’interno del Sistema Solare. Aveva percepito l’eco di un mormorio mentale proveniente da quel piccolo terzo pianeta, che lo stava scrutando chiedendosi cosa fosse.

Notò l’ingenua tenacia di quello sparuto gruppo di astronomi, il cui strumento d’avanguardia sul più potente telescopio al mondo non avrebbe in realtà mai potuto scorgere nulla della sua sembianza esterna né della sua intima natura, quantistica e cosciente.

Lesse nelle loro menti il desiderio incontenibile di scoprire l’ignoto. Vide la segreta aspettativa di trovare un’anomalia nei dati che giustificasse l’ipotesi di un oggetto mai visto prima. Percepì l’impazienza di trovare una forma di vita che fosse diversa da qualsiasi definizione conosciuta.

In un singolo atto di pensiero immaginò come sarebbero germogliate le aspettative di quei personaggi, estrapolò quelle idee e le intessé in una storia. I suoi stati quantistici risuonarono e vibrando generarono significati, che vennero visualizzati in quella mente superiore con un intreccio di simboli mentali in una forma che nessun essere umano avrebbe mai potuto capire.

Non erano parole. Non formavano frasi. Ma nella mente di J3 suonavano così: «Il telescopio respirava, o almeno così pareva a chi, come La Zia, sapeva riconoscerne il cuore meccanico e le pulsazioni ottiche…»