Il ritorno al cinema di Conan il ragazzo del futuro è l’occasione per riscoprire una delle opere fondative dell’immaginario di Hayao Miyazaki, un racconto avventuroso e poetico che, a distanza di decenni, conserva una sorprendente forza emotiva e una lucidità rara nel parlare del nostro rapporto con il mondo, la tecnologia e la natura.

Nato nel 1978 come serie animata televisiva e oggi riproposto in una versione cinematografica restaurata, Conan affonda le sue radici nel romanzo The Incredible Tide di Alexander Key, ma se ne allontana presto per diventare qualcosa di profondamente personale. La storia è ambientata in un futuro post-apocalittico: la Terra è stata devastata da una guerra combattuta con armi di distruzione totale, i continenti sono sprofondati e l’umanità sopravvive in piccole comunità isolate. In questo scenario nasce e cresce Conan, un ragazzo straordinariamente forte, puro e curioso, allevato dal nonno su un’isola remota. L’incontro con Lana, una misteriosa ragazza in fuga da forze oscure legate alla città industriale di Indastria, mette in moto un viaggio che è insieme avventura, formazione e presa di coscienza.

Dal punto di vista produttivo, Conan il ragazzo del futuro rappresenta un momento chiave nella carriera di Miyazaki. È la sua prima regia importante per la televisione e già contiene, in forma sorprendentemente matura, molti degli elementi che diventeranno la sua cifra stilistica: l’animazione dinamica e fisica dei corpi, l’amore per i paesaggi naturali, le macchine volanti, le eroine forti e autonome, ma soprattutto lo sguardo etico che rifiuta le divisioni semplicistiche tra bene e male. Miyazaki lavora in un’industria ancora lontana dall’idea di “Studio Ghibli” come marchio globale, ma l’approccio è già quello dell’artigiano visionario, capace di trasformare un prodotto seriale in un’opera profondamente autoriale.

All’epoca della sua prima trasmissione, Conan ebbe un’accoglienza inizialmente tiepida in Giappone, ma trovò nel tempo un pubblico sempre più vasto e appassionato, soprattutto all’estero. In Italia, dove arrivò nei primi anni Ottanta, divenne rapidamente un cult generazionale, ricordato con affetto per la sua intensità emotiva e per la complessità dei temi trattati, insoliti per un “cartone animato” destinato anche ai più giovani. La critica successiva ha riconosciuto nell’opera uno dei vertici dell’animazione televisiva del Novecento, nonché una sorta di manifesto anticipato del cinema di Miyazaki.

Guardando oggi Conan il ragazzo del futuro, è impossibile non cogliere la coerenza con la poetica che Miyazaki svilupperà pienamente negli anni successivi con lo Studio Ghibli, fondato nel 1985 insieme a Isao Takahata. Ghibli diventerà una delle più affascinanti “fabbriche di sogni” del nostro tempo: un luogo creativo in cui l’animazione diventa strumento per interrogare il presente. Nei film dello studio, da Nausicaä della Valle del vento a Il mio vicino Totoro, da Principessa Mononoke a La città incantata, ritroviamo la stessa tensione tra progresso e distruzione, la stessa fiducia nell’empatia, la stessa attenzione ai personaggi giovani come portatori di speranza e cambiamento.

Il paragone tra Disney e Studio Ghibli nasce quasi spontaneo: entrambe sono “fabbriche di sogni”, entrambe affondano le proprie radici nella visione di un narratore carismatico e visionario, Walt Disney da una parte e Hayao Miyazaki dall’altra, capaci di trasformare l’animazione in un linguaggio universale. Eppure, nel tempo, i loro percorsi si sono progressivamente allontanati, riflettendo due mentalità culturali, produttive e filosofiche profondamente diverse.

La Disney delle origini è stata una forza creativa dirompente. Film come Biancaneve e i sette nani, Pinocchio, Fantasia o Bambi non erano semplici intrattenimenti per famiglie, ma opere cariche di poesia, inquietudine e sperimentazione. C’era il coraggio di osare, di raccontare la paura, la perdita, la morte, e di affidarsi a un immaginario che non temeva il silenzio o la malinconia. Walt Disney, come Miyazaki, era prima di tutto un sognatore, un artigiano dell’immaginazione disposto a rischiare tutto pur di dare forma alle proprie visioni.

Con il passare dei decenni, però, la Disney è diventata sempre più una macchina industriale globale. L’espansione, le acquisizioni, l’obiettivo di parlare a un pubblico planetario e trasversale hanno finito per smussare gli spigoli della narrazione. Pur mantenendo una qualità tecnica altissima, molti prodotti recenti sembrano rispondere più a logiche di mercato che a un’urgenza poetica autentica e originale. Il racconto tende a rassicurare, a spiegare tutto, a evitare zone d’ombra; la meraviglia si sacrifica alla formula del successo garantito, la magia diventa brand. Non è un giudizio di valore assoluto, ma la constatazione di una trasformazione: la poesia fragile e talvolta perturbante delle origini sembra spesso sacrificata in nome di una narrazione più controllata e “sicura”.

Lo Studio Ghibli, al contrario, ha seguito una traiettoria quasi opposta. Nato in un contesto culturale orientale in cui il rapporto con la natura, il tempo e il silenzio ha un valore centrale, lo studio giapponese ha sempre resistito all’idea di crescita indiscriminata. Miyazaki e Takahata hanno difeso un modello produttivo artigianale, lento, persino ostinato, in cui ogni film è un evento unico e irripetibile, non l’anello di una catena infinita. Anche quando Ghibli ha raggiunto un successo internazionale enorme, non ha mai rinunciato a raccontare storie ambigue, prive di veri antagonisti, attraversate da nostalgia, dolore e contemplazione.

Questa differenza si riflette profondamente nei temi. Se la Disney tende a costruire archi narrativi chiari, basati sul conflitto e sulla risoluzione, Ghibli preferisce il fluire dell’esperienza, l’educazione dello sguardo, l’accettazione dell’imperfezione. Nei film di Miyazaki non c’è quasi mai una vittoria definitiva, ma una riconciliazione fragile e temporanea con il mondo. È una poetica che non promette felicità eterna, ma invita alla responsabilità, all’ascolto, alla cura.

Dire che Disney “ha perso la rotta” mentre Ghibli l’ha mantenuta non significa negare il valore di molte opere contemporanee della casa americana, né idealizzare senza riserve lo studio giapponese. Significa piuttosto riconoscere come due visioni nate da una simile scintilla creativa abbiano reagito in modo diverso al successo e al potere. La Disney ha abbracciato pienamente la logica dell’espansione capitalistica, diventando un impero dell’immaginario; Ghibli ha scelto di restare un’isola, un luogo quasi fuori dal tempo, fedele a una poesia che non teme la lentezza e la complessità.

In questo senso, il ritorno al cinema di opere come Conan il ragazzo del futuro ci aiuta a capire perché lo Studio Ghibli continui a essere percepito come uno degli ultimi baluardi di un’animazione “pura”, capace di parlare a bambini e adulti senza semplificare il mondo. Non perché rifiuti il sogno, ma perché lo considera ancora una cosa seria. In un’epoca segnata da nuove paure globali e da un rapporto sempre più fragile con il pianeta, l’energia vitale di Conan, la sua ostinata fiducia negli altri e la sua capacità di immaginare un futuro diverso parlano ancora a tutti noi. E ci ricordano perché Miyazaki e lo Studio Ghibli continuano, oggi come ieri, a farci sognare con occhi ben aperti.