A più di vent’anni dall’uscita di Minority Report (2002), è nelle sale un nuovo film che si pone la medesima domanda: è possibile costruire un sistema giudiziario perfetto, capace di prevenire il crimine, eliminare l’errore e garantire sicurezza assoluta? Stiamo parlando di Mercy: Sotto accusa, film di Timur Bekmambetov interpretato da Chris Pratt e Rebecca Ferguson. La storia si inserisce in questo filone cercando un punto di vista diverso, per così dire aggiornato alle “paure” attuali, trasportando la riflessione di Steven Spielberg nel contesto dell’intelligenza artificiale e della delega morale alle macchine.

In Minority Report, tratto da un racconto di Philip K. Dick, la giustizia preventiva si fonda su un paradosso umano: le visioni dei precog sono biologiche, soggette a interpretazione. L’errore che si verifica non è un bug del sistema, ma deriva dalla natura umana fallibile dei precog influenzata dal piano del cattivo di turno. Mercy, a quanto pare, radicalizza questo paradigma, eliminando del tutto l’elemento umano dalla decisione finale: la giustizia è affidata a un’intelligenza artificiale progettata per essere razionale, imparziale, immune da emozioni e pregiudizi.

È qui che il film compie il suo scarto concettuale più rilevante. Se Minority Report si chiedeva se fosse lecito punire qualcuno per un crimine non ancora commesso, Mercy pone una domanda forse ancora più inquietante: può esistere una giustizia senza empatia? E, soprattutto, può una decisione essere giusta solo perché logicamente coerente?

In entrambi i film, il sistema giudiziario entra in crisi quando si rivolta contro uno dei suoi uomini migliori. In Minority Report è John Anderton/Tom Cruise, architetto operativo di Precrime, in Mercy si tratta di Chris Raven/Chris Pratt, co-creatore del sistema automatizzato di Mercy, entrambi sono dei “veri credenti” traditi, operatori al disopra di ogni sospetto e punte di diamante di una struttura che promette ordine e verità, finché non gli accade di diventarne essi stessi vittime. L’accusa che li colpisce è sia verso il singolo che verso il sistema, perché se il sistema può sbagliare con loro, può sbagliare con chiunque.

Rispetto a Minority Report la storia di Mercy: Sotto accusa è ambientata entro limiti più ristretti di tempo e di luogo, novanta minuti di tempo reale e una “aula” di tribunale, e il crimine è già stato commesso perché l’algoritmo non “vede” il futuro, ma calcola il presente sulla base di dati incompleti, probabilità, modelli statistici. Il problema non è la previsione, ma la pretesa di oggettività.

Da questo punto di vista, la pellicola strizza l’occhio apertamente con le grandi questioni dell’etica contemporanea: se una decisione è presa da una macchina, chi ne è responsabile? Il programmatore? L’istituzione che la utilizza? O la macchina stessa, elevata a soggetto morale pur essendo priva di coscienza? Il film non offre risposte definitive, ma costruisce il proprio dramma attorno a questa assenza di responsabilità umana.

La struttura narrativa di Mercy rafforza questa impostazione. A differenza della fuga fisica di Anderton, Raven è costretto a restare fermo, intrappolato in uno spazio e in un tempo limitati. Deve convincere un giudice che non può essere persuaso emotivamente, che non conosce pietà né dubbio, e che considera l’incertezza un difetto da eliminare.

Il giudice IA Maddox, interpretato da Rebecca Ferguson, diventa così il vero fulcro del film. Non un villain nel senso tradizionale, ma l’incarnazione di una logica estrema: coerente, impeccabile, e proprio per questo disumana. La sua presenza solleva una questione centrale: una giustizia che elimina il dubbio elimina anche la possibilità di essere giusta?

Per questa storia il regista Bekmambetov si è affidato ad un soggetto originale di  Marco van Belle, sceneggiatore al suo secondo lavoro importante dopo Arthur the King, film del 2024 con Mark Wahlberg, adattamento dal libro di Mikael Lindnord, e ha scelto di rilavorare con Rebecca Ferguson che aveva già diretto in Ben Hur del 2016.

L’intento del regista, secondo le sue dichiarazioni, è quello di costruire una storia che mantiene alta la tensione unendo al confronto serrato del dialogo tra il giudice e l’imputato, anche attraverso scene d’azione funzionali alla trama, in maniera simile a Mezzogiorno di Fuoco oltre al succitato Minority Report. Magari il finale potrebbe essere in stile Presunto Innocente?

I pareri dei critici che hanno assistito alle proiezioni di prova sono, tuttavia, contrastanti. Kieran Fish del sito Slah ha scritto: “Chris Pratt ha fatto una richiesta bizzarra durante le riprese di Mercy, al regista Timur Bekmambetov. L'attore ha chiesto di essere realmente legato a una sedia durante le riprese delle scene in cui il suo personaggio è completamente legato (cosa che accade per la maggior parte del film). Complimenti a Pratt per essersi impegnato al massimo, ma sono del parere che anche alcuni spettatori dovranno essere legati a delle sedie per finire il film. Timur Bekmambetov ha dinuovo proposto un film dove la maggior parte delle interazioni dei personaggi avviene tramite schermi. Riprese con droni, body cam, computer… chi più ne ha più ne metta. Ricorda troppo il remake di "La Guerra dei Mondi" che lui ha prodotto e che consiste sostanzialmente in 90 minuti in cui il personaggio di Ice Cube osserva gli eventi svolgersi attraverso un computer. Non si capisce perché Timur Bekmambetov si ostini in questo tipo di scelta".

All’altro capo della Curva di Gauss delle recensioni, troviamo quella di David Cook di Vocal Media che scrive: “Uno dei maggiori punti di forza di Mercy è la sua credibilità. L'anno 2026 è abbastanza vicino al nostro presente da non far sembrare la tecnologia del film inverosimile. Intelligenza artificiale, sistemi predittivi e forze dell'ordine automatizzate non sono più concetti lontani: sono estensioni di strumenti che stanno già plasmando la società moderna. Il film immagina un sistema giudiziario basato su un algoritmo onniveggente chiamato "Mercy", progettato per eliminare il crimine prevedendo la colpevolezza prima che si verifichi. Piuttosto che presentare una semplice narrazione di inseguimento, il film stratifica la sua tensione con la complessità morale. Il protagonista non è ritratto come impeccabile; ha un passato complicato, il che rende il giudizio del sistema apparentemente plausibile. Questa ambiguità spinge il pubblico a chiedersi se l'algoritmo sia davvero sbagliato o se semplicemente riveli verità che gli esseri umani preferiscono ignorare. Il tema centrale di Mercy ruota attorno al conflitto tra giustizia e libero arbitrio. Il film si chiede se una società possa rimanere umana quando le decisioni sono private di compassione e contesto. Eliminando giudici e giurie umani, il sistema promette efficienza ed equità, ma elimina anche perdono, crescita e redenzione dal processo. Un altro tema importante è la responsabilità. In un mondo in cui le macchine prendono decisioni che cambiano la vita, chi è responsabile quando qualcosa va storto? I programmatori? Il governo? O la società che ha volontariamente ceduto il controllo? Mercy non offre risposte facili, ma permette agli spettatori di interrogarsi su questi interrogativi molto tempo dopo i titoli di coda”.

Insomma, come sempre, sta solo a noi scegliere se e quando vedere questo film.