Il 15 dicembre 1964 un piccolo satellite chiamato San Marco 1 cominciò a orbitare intorno alla Terra. Non era americano, non era sovietico: era italiano. Quell’orbita segnava una svolta, perché l’Italia diventava la terza nazione al mondo a mettere un proprio satellite nello spazio. Dietro a questo risultato c’era un uomo dall’aspetto discreto e dal carattere fermo: Luigi Broglio, ingegnere, ufficiale, docente, sognatore capace di tradurre in realtà un progetto che sembrava irraggiungibile.
Gli anni della formazione
Broglio nacque a Mestre, nel 1911, in una famiglia di tradizioni militari: il padre, Ottavio, era ufficiale d’artiglieria. Si laurea in ingegneria civile a Roma nel 1934, città dove era cresciuto. Lo stesso anno partecipò al concorso per l’abilitazione universitaria, valutato da una commissione composta da figure di spicco come Gaetano Arturo Crocco e Rodolfo Verduzio(1). Non ottenne però l’idoneità: una norma allora in vigore escludeva i candidati celibi dall’insegnamento universitario. Dovrà attendere il dopoguerra per poter finalmente salire in cattedra.
Nel frattempo si avvicina al mondo del volo: dopo il servizio di leva, nel 1937 entrò nella Regia Aeronautica e fu assegnato al Centro Sperimentale di Guidonia, allora all’avanguardia nella ricerca aeronautica. Qui si immerse nello studio dei fenomeni più complessi del volo ad alta velocità: il flutter, le risonanze e le instabilità strutturali delle ali(2). Durante la guerra prese parte a progetti innovativi, fra cui lo sviluppo di un aliante da combattimento(3) e il tentativo di trasformare il caccia Reggiane Re.2005 in un jet. Dopo l’armistizio non aderì alla Repubblica Sociale Italiana, ma si avvicinò alla resistenza cattolica romana guidata da Paolo Emilio Taviani, segno di un carattere fedele al senso civico oltre che alla scienza.
Nel dopoguerra, finalmente docente alla Scuola di Ingegneria Aeronautica di Roma, Broglio avviò un’intensa attività di insegnamento e ricerca. Nel 1947 fu invitato a Madrid a tenere corsi di meccanica applicata, e nel 1948 partecipò al Congresso di Londra, dove incontrò numerosi scienziati tra cui Stephen Timoshenko, considerato il padre della moderna scienza delle costruzioni. Nel 1950 ricevette un invito decisivo da Antonio Ferri, aerodinamico di fama mondiale, allievo di Theodore von Kármán e docente alla Columbia University: negli Stati Uniti, Broglio tenne corsi di matematica, fisica e ingegneria aeronautica come visiting professor, costruendo legami stretti con la comunità scientifica internazionale.
Tornato in Italia, guidò la costruzione della prima galleria del vento supersonica nazionale, capace di raggiungere Mach 4(4): un primato che portò la ricerca italiana al livello delle grandi potenze aerospaziali. Avviò studi pionieristici sull’aerodinamica delle ali a freccia e sui problemi del rientro atmosferico. Comprese che l’ostacolo maggiore per portare un veicolo nello spazio non era solo farlo salire, ma soprattutto riportarlo indietro: le temperature raggiunte al rientro richiedevano materiali e soluzioni allora quasi fantascientifiche.
Parallelamente sperimentò particolari razzi-sonda, lanciati dalla Sardegna in collaborazione con gli statunitensi; questi vettori liberavano le famose “nubi di sodio” e di litio, rese visibili a centinaia di chilometri di distanza che permisero di studiare densità e composizione dell’alta atmosfera, aprendo nuove strade per l’ingegneria spaziale. Esperimenti suggestivi, a metà tra scienza e spettacolo, che posizionavano il Belpaese sulla mappa della ricerca spaziale.
Il sogno di San Marco
Nel 1961 Amintore Fanfani, allora Presidente del Consiglio, ricevette da Broglio un piano per dotare l’Italia di un proprio programma spaziale, progetto che sarà approvato l’anno seguente e finanziato con legge nel 1963. Grazie a un accordo con la NASA, l’Italia ottenne l’uso dei razzi delle prime versioni dei lanciatori della famiglia Scout e la collaborazione tecnica necessaria anche per il loro dispiegamento. Broglio volle di più: un poligono equatoriale capace di lanciare direttamente i satelliti in posizione favorevole. Per realizzarlo fece trasformare due vecchi pontoni in piattaforme galleggianti. Il prima, in origine una piattaforma da sbarco militare donata all’Italia per intercessione della Nasa, divenne la base di lancio, battezzata San Marco in onore del patrono di Venezia; l’altra posta a un chilometro e mezzo, in origine era la piattaforma petrolifera Scarabeo ceduta dall’Eni di Enrico Mattei, funge da centro di controllo ravvicinato e fu chiamata Santa Rita, la santa degli impossibili, come a riconoscere la sfida titanica che si stava affrontando. Sulla costa kenyota, a Ungama Bay, sorse poi il campo base per telemetria e controllo (oggi centro di controllo "Luigi Broglio").
Nel 1964, con il lancio del San Marco 1, l’Italia entrò nello spazio. Seguirono altri satelliti e, nel 1970, il poligono ospitò la missione americana Uhuru, che aprì la strada all’astronomia a raggi X e ottenne riconoscimenti internazionali. In venticinque anni, dal San Marco partirono undici satelliti e decine di razzi sonda, senza un solo fallimento: un record di affidabilità che rese celebre l’Italia nell’ambito spaziale ben oltre i confini nazionali.
Broglio non si fermò alle prime conquiste. Propose lo sviluppo di un lanciatore nazionale e sognava di fare del poligono San Marco un centro europeo per i satelliti di telecomunicazione e osservazione. La politica e le istituzioni scelsero però strade diverse, relegando Malindi al solo ruolo di stazione di ricezione dati. Deluso, nel 1993, rassegnò le dimissioni.
Quando Luigi Broglio si spense a Roma, il 14 gennaio 2001, l’Italia perdeva non solo il padre della sua astronautica, ma l’ultimo membro di una generazione irripetibile di pionieri. Accanto a lui, nel panorama scientifico del Novecento, brillavano figure come Giuseppe “Beppo” Occhialini, fisico e pioniere dell’astrofisica delle alte energie, protagonista delle scoperte che aprirono la strada allo studio dei raggi cosmici; Edoardo Amaldi, protagonista della fisica nucleare e cofondatore del CERN e dell’ESRO; Aurelio Robotti, tra i primi in Italia a progettare e lanciare razzi sperimentali nel dopoguerra; Amalia Ercoli Finzi, ingegnera aerospaziale di fama internazionale, mente autorevole nella meccanica orbitale e consulente dell’Agenzia Spaziale Europea per la missione Rosetta. Una costellazione di menti che, ciascuna a suo modo, ha contribuito a portare il Paese nell’età dello spazio cedendo il testimone alle nuove leve.
Oltre l’orizzonte
Gli studi di Broglio sul rientro atmosferico, il suo lavoro di docente e innovatore, la creazione all’equatore di un poligono nazionale unico al mondo e il successo di missioni come Uhuru mostrano quanto profonda sia stata la sua impronta. Non cercò mai la gloria personale: amava dire che il cielo non è proprietà di nessuno, ma appartiene a chi ha il coraggio di attraversarlo.
Il suo progetto, nato fra vecchie piattaforme e strumenti autocostruiti, mostrò che anche un paese che non fosse una superpotenza, in ripresa ma che ancora avente le cicatrici del recente conflitto potesse lanciare grandi idee nello spazio.
Oggi, nella stazione di Malindi che porta il suo nome, le antenne continuano a inseguire satelliti, a ricevere segnali da mondi lontani, come se una parte di quel sogno continuasse a vivere, invisibile ma costante, nelle onde radio che attraversano l’equatore.
Nel solco di pensatori come Konstantin Ciolkovskij(5) credeva che lo spazio non fosse solo una frontiera tecnica, ma un atto di fede nella capacità umana di superare i propri limiti e forse è proprio questo il suo lascito più autentico: l’idea che ogni conquista, prima di essere misurata in chilometri o in orbite, nasce da un gesto di fiducia, nello sguardo che osa alzarsi verso il cielo.
Note
1. Gaetano Arturo Crocco (1877-1968) il cui nome è legato a un teorema noto teorema fluidodinamico, fu un pioniere dell’astronautica italiana, ingegnere aeronautico e progettista di razzi sperimentali. Ha pubblicato circa 170 studi scientifici, registrato 30 brevetti e inventato oltre 50 strumenti per l’aeronautica; tra i primi al mondo a teorizzare l’uso di traiettorie orbitali per viaggi lunari e interplanetari, influenzò generazioni di scienziati italiani. Rodolfo Verduzio (1895-1971) fu ingegnere e docente universitario, esperto di aerodinamica e strutture aeronautiche, che contribuì in modo determinante allo sviluppo della ricerca aerospaziale italiana nel dopoguerra e alla formazione di nuovi ingegneri; durante la Prima Guerra Mondiale insegnò “Teoria e costruzioni di dirigibili” presso il Battaglione Specialisti del Regio Esercito.
2. Fenomeni aeroelastici che derivano dall’interazione tra le forze aerodinamiche e le vibrazioni strutturali di un velivolo: quando una superficie, come un’ala, entra in risonanza con il flusso d’aria, le oscillazioni possono amplificarsi invece di smorzarsi, generando instabilità che in casi estremi portano alla perdita di controllo o al cedimento strutturale.
3. Le fonti non indicano un nome specifico per l’aliante da combattimento citato. Si trattava di un progetto sperimentale sviluppato al Centro Sperimentale di Guidonia negli anni 1942-43, probabilmente derivato da studi su alianti come l’Ambrosini AL.12P. Non risulta che sia mai stato completato o impiegato operativamente.
4. Il numero di Mach indica la velocità di un corpo rispetto alla velocità del suono a una certa quota (che è pari a 1225 Km/h a quota 0 m s.l.m.). Mach 4 vuol dire essere 4 volte supersonico, ossia viaggiare a quattro volte la velocità del suono: in atmosfera terrestre equivale a circa 4.900 km/h, un regime di volo che si avvicina a quello ipersonico (convenzionalmente superiore a Mach 5) dove gli effetti del riscaldamento dovuto all’attrito dell’aria non sono più trascurabili.
5. Konstantin E. Tsiolkovsky (1857-1935) è considerato il padre dell’astronautica moderna. Fu il primo a formulare in modo sistematico l’equazione del razzo, a descrivere il principio della propulsione a stadi e a immaginare ascensori spaziali, habitat orbitanti e viaggi interplanetari, gettando le basi teoriche di tutta la missilistica del XX secolo. La sua più famosa frase









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