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  • L'epopea dell'Euphrates

L'epopea dell'Euphrates

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Nella mente sovreccitata del ragazzo si affollavano pensieri sovreccitati. Non era sicuro neppure lui di cosa gli passasse per la testa, quando una brusca scossa fece tremare sonoramente tutta la nave. Per un breve attimo Cip Zelyatta temette fosse la fine, poi la voce raggiante del suo superiore annunciò: — Ci siamo, piccolo! Tutto liscio come le tue guanciotte. Vai e non tornare a mani vuote!

Dopo aver tentato di alzarsi due volte senza successo, Cip Zelyatta sbloccò il sedile e si tirò su con movenze degne di un arcaico automa. Salì due pioli di scala verso il portellone e cominciò a programmarne meccanicamente l'apertura.

— Ah, piccolo, — mormorò una voce nota dalla trasmittente — in culo al buconero!

 

Non c'era ossigeno, e tutto era buio. Il giovane si issò lavorando di gomiti dopo aver litigato per quel che gli era parso poco meno di un secolo con i boccaporti manuali. Si sedette sul pavimento — il che significava che la gravità artificiale era ancora operativa — e si abbandonò, terribilmente affaticato per i movimenti goffi e innaturali ai quali lo costringeva l'esoscheletro. Il soffitto, illuminato dalla tremula torcia posta sopra il casco, si mise lentamente a fuoco. Era il soffitto della Kira Techunja. Tastò il pavimento con una mano. Era il solido pavimento della Kira Techunja. Ascoltò il rumore intorno a lui. Era...

— Dannazione, brutto lazzarone d'un poppante, ti vuoi dare da fare? Hai soltanto quattro ore di autonomia, o così almeno c'era scritto nel libretto delle istruzioni del tuo esoscheletro. O forse mi confondo? — aggiunse tra sé il comandante Onk Beluga — Insomma, hai poco tempo! Vedi di darti una svegliata: accendi la camera, tanto per cominciare.

— Che cosa devo accendere?

— Un sigaro! — biascicò Onk Beluga con evidente ironia.

— Sigaro? — rispose Cip Zelyatta un po' confuso — Ah, eccolo: l'ho trovato capo... Ma... Non ho da accendere, comandante! Tu hai da accendere?

— Dimmi un po' ragazzo: ti senti bene? — replicò paziente il comandante.

— Sì, credo di...

— Tira un bel respiro profondo... E ora conta con calma fino a dieci.

— ... Nove e dieci. Ci sono.

— Ci sei? Bene. Ora dimmi: che cos'hai in mano?

— Un sigaro, capo!

— Per mamabele! Ce l'hai una camera da qualche parte?

— Vuoi dire questo coso attaccato alla spalla?

— Sì, potrebbe essere.

— No, capo! Quello è il mio braccio! Ha-ha-ha!

— Dannazione, poppante, mi sto incazzando sul serio adesso!

— Ma capo, si scherzava...

— Guarda che se mi metto a scherzare io potresti trascorrere i prossimi anni della tua vita su un relitto nel mezzo del nulla cosmico...

— Non c'è nessuna camera su questo esoscheletro! L'avevamo smontata per piazzarla in quel magazzino di Marutikunexa, non ricordi?

— Ah, già! Per mamabele! Beh, va un po' avanti e raccontami quello che vedi.

Cip Zelyatta si era levato in piedi, e camminava senza difficoltà sull'impiantito della Kira Techunja: evidentemente il campo gravitazionale artificiale era ancora operativo.

— OK, capo.

— E non voglio più sentir parlare di sigari...

— Ma capo... Come facevi a sapere dei sigari?

— Che sigari?

— Dei sigari che ci sono qui!

— Ma di cosa stai parlando?

— Qui: ce ne sono dappertutto. Le scatole sono rovesciate e alcune si sono aperte. Sono confezionate in piccole scatole di uno strano materiale marrone con delle venature che sembrerebbero...

— E' legno, non toccarlo!

— ... molto fragili. Ops, capo, ne ho rotta una!

— Idiota innervato! E' un materiale preziosissimo! Cosa c'è scritto sulle scatole?

Apparso su Delos Science Fiction n. 64, marzo 2001.

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Autore: Leo Gambsberg - Delos Science Fiction 95 - Data: 20 novembre 2004

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