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L’immaginario (tecnologico) al potere: Sessantotto & fantascienza

Dalla rivoluzione della New Wave ai riflessi sulla fantascienza italiana: Vittorio Catani ci introduce nei turbolenti anni Sessanta.

In tema di “Sessantotto e fantascienza” penso si debba parlare, più che di un rapporto diretto dell’uno sull’altra, di rapporto riflesso. Il Sessantotto non nasce dal nulla, all’improvviso. Da anni ne stavano maturando i presupposti, già reperibili — per l’occhio attento — nella letteratura, nell’arte, nel pensiero di filosofi, storici, sociologi.

 

Per esempio, in Europa almeno dagli anni ’50 la cosiddetta Scuola di Francoforte (Adorno, Horkheimer, Marcuse, Fromm e altri) aveva condotto una rigorosa critica della società borghese, su basi hegeliane più che marxiste, tenendo d’occhio anche Freud; negli Usa (anni ’60) erano nati la “nuova sinistra” del sociologo Charles Wright Mills, il movimento americano per i diritti civili, il Free Speech Movement studentesco di Berkeley (1963), che aveva contagiato tutto il Paese. Kurt Vonnegut scrive romanzi come Ghiaccio nove (Cat’s Cradle, 1963) e Mattatoio n. 5 (Slaughterhouse Five, 1969). Potremmo anche risalire al movimento nero per l’eguaglianza (anni ’50). Sta di fatto che la science fiction a cavallo tra i Sessanta e i Settanta registra l’irruzione improvvisa d’una nuova leva di autori che rivoluzionano il genere nei temi e nella scrittura, e fanno maggiormente risaltare l’opera di autori preesistenti. Ma soprattutto, il nuovo decennio vede l’esplosione creativa d’un folto stuolo di scrittrici di alto livello (fino a quel momento la fantascienza “femminile” era sempre stata una percentuale modesta), a loro volta portatrici di innovazioni fondamentali legate anche al movimento femminista. Fu così, credo, che la fantascienza — una buona parte d’essa, la più consapevole e agguerrita — mutò in modo radicale (mentre continuavano ovviamente a editarsi opere di successo “vecchia maniera”). La fantascienza dunque si trasformò, perché i semi del Sessantotto avevano trasformato la società e quindi il modo di narrare, ergo anche la fantascienza. D’altronde non è una novità: i periodi di maggiore sperimentazione spesso si manifestano congiuntamente a sommovimenti sociali e politici (si pensi alle avanguardie storiche rispetto alla Prima guerra mondiale). Eppure ancora oggi (2008) qualche voce, peraltro isolata, continua a gettare fango sul quegli anni. Per esempio Marcello Veneziani, che nel suo recentissimo libello Rovesciare il ’68 ci propina una summa dei più logori e disinformati luoghi comuni, descrivendo quel periodo come la sentina più puzzolente della storia giovanile del '900, la svolta che da allora in poi ha destabilizzato patria-famiglia-religione-cultura, nonché ottenebrato e omologato le nostre menti. Veneziani ha evidentemente rimosso il potenziale di creatività e di liberazione, mai più eguagliato, che quei momenti seppero esprimere: se il movimento (com’è stato per tutti i movimenti d’avanguardia) ebbe anche aspetti controversi o non raggiunse le sue mete provocatoriamente utopistiche, operò tuttavia un rinnovamento dell’intera società civile, dalla musica alla letteratura, alla politica, all’idea di famiglia, quella del sesso, fino al modo di vestire e soprattutto al modo di concepire i rapporti gerarchici nelle “istituzioni totali”.

 


Michael Moorcock
Dicevo: presupposti già in maturazione. Sia pure molto sporadici, se guardiamo al settore specifico della fantascienza. Per esempio, nei ’60 c’era stata l’irruzione d’un filone “eretico” nato in Inghilterra e definito New Wave, “nuova ondata”. Un giovane autore inglese, Michael Moorcock, agli inizi del decennio aveva fondato la rivista New Worlds imponendole una spiccata tendenza allo sperimentalismo, e scriveva opere (si pensi alle storie di Jerry Cornelius) decisamente fuori dai canoni. New Worlds e la New Wave si sarebbero in seguito ritrovate al centro di accese polemiche, ma intanto il drappello di autori della nuova science fiction varcava l’oceano sbarcando negli Usa e gettando i suoi semi.

 

Al 1962 risale il celebre “manifesto” di James G. Ballard pubblicato appunto su New Worlds, intitolato Come si arriva allo spazio interiore? (Which Way to Inner Space). Ballard, autore di derivazione surrealista, nel suo scritto sosteneva che la fantascienza dovesse occuparsi soprattutto dello “spazio interno” (le realtà psichiche dell’uomo) piuttosto che continuare a rimestare nello “spazio esterno” (avventure galattiche, etc); presa di posizione, questa, che creò notevole scalpore nell’ambiente fantascientifico internazionale e venne dai più ritenuta riduttiva della fantascienza. Nel 1969 Ballard avrebbe pubblicato The Atrocity Exhibition, romanzo — si fa per dire — sperimentale, innovativo come pochi.

 

Nel 1967 Harlan Ellison, scrittore estroso e “arrabbiato”, curò negli Usa un’antologia rimasta un punto fermo: Dangerous Visions (“Visioni pericolose”), in cui 32 autori americani notissimi e meno noti affrontavano di petto, in 33 racconti, tematiche fino a quel momento tenute ai margini se non evitate: sesso, incesto, ateismo, antimperialismo, antimilitarismo, pacifismo e altri (Dangerous Visions giunse in Italia solo nel 1991, edita da Mondadori, conservando il titolo originale. Fra i partecipanti erano Lester Del Rey, Robert Silverberg, Frederik Pohl, Robert Bloch, Harlan Ellison, Brian W. Aldiss, Philip K. Dick, Larry Niven, Fritz Leiber, Poul Anderson, Damon Knight, John T. Sladek, Kris Neville, Raphael A. Lafferty, James G. Ballard, Theodore Sturgeon, John Brunner, Norman Spinrad, Keith Laumer, Roger Zelazny, Samuel R. Delany). Va notato che in realtà il progetto Dangerous Visions era nato fin dai primi anni Sessanta per iniziativa dell’americana Judith Merril, una firma delle più importanti in campo fantascientifico, curatrice di numerose antologie di successo nonché una iniziatrice del movimento New Wave. 

 

 

È interessante, a questo punto, riflettere su quale fosse la situazione della fantascienza negli Usa a fine anni ’60 e per buona parte dei ’70. Ne scrivevano Vittorio Curtoni e Giuseppe Lippi nel loro volume Guida alla fantascienza (Gammalibri, 1978). Dopo aver passato in breve rassegna alcuni “nomi nuovi”, ovvero un ristretto numero di autori emergenti i quali mostravano particolari abilità innovative sia tematiche sia formali (Delany, Zelazny, Ellison, Moorcock, Malzberg, Disch, Lafferty, Brunner, Martin, Wolfe, Bryant, Bishop, Tiptree jr. e qualcun altro), i due commentavano:

Il dato indiscutibile è che dalla fine degli anni Sessanta non si è più in grado di tracciare un sentiero omogeneo per gli sviluppi della fantascienza americana. Se prima, di decade in decade, erano esistite direttive generali cui la maggioranza degli scrittori si atteneva, […] gli anni Settanta hanno portato alle estreme conseguenze germi di disfacimento che erano da sempre impliciti […] E’ difficilissimo stabilire paralleli, appunto per l’eccentricità e l’esasperato soggettivismo di molti fra gli ultimi nuovi autori.

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Autore: Vittorio Catani - Delos Science Fiction 106 - Data: 17 giugno 2008

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Commenti

1 Stamane, 15 luglio, sul Secolo d'Italia ho trovato citato questo articolo con stralci puttosto ampi ed un commento abbastanza critico di Errico Passaro. Visto che mi era sfuggito (di solito non leggo Delos e se ci capito sopra è perché se ne discute in altri luoghi. E a questo articolo non è capitato) me lo sono letto. Come tutti gli articoli dell'autore anche questo è un poco strabico, ma riunire fatti estremamente differenti nell'arco di 10 anni per etichettarli come influenzati dal cosidetto 1968, mi sembra poco corretto. Fantascientificamente parlando dopo la crisi del 1969 (sbarco sulla Luna) la ripresa della fantascienza è stato merito della Nord (Viviani, Prinzhofer e Valla, 1970) e di Fanucci (De Turris e Fusco, 1972). Nel fervore del periodo si è poi nemmeno accennato alle tre antologie italiane curate da De Turris, Curtoni e Montanari apparse in quegli anni su Galassia e si è data una importanza eccessiva al fenomeno di "Un'Ambigua Utopia", fenomeno rapidamente sgonfiatosi (del famoso collettivo solo Bulgarelli, stranamente non citato, e Caronìa hanno resistito qualche tempo nel campo). Penso abbiano inciso molto poco. E all'amarcord del 30º anniversario del 1968 (20º anniversario della fanzine su A - Rivista Anarchica nessuno di loro c'era. L'articolo è lacunoso, ma nonostante questo ha ricevuto apprezzamenti entusiasti. Qualcosa non quadra.

» postato da Ernesto VEGETTI alle 18:19 del 15-07-2008

2 L'articolo è pieno di citazioni, ma senza riferimenti bibliografici di alcun tipo. Citare un titolo italiano indicando poi l'anno dell'edizione originale è decisamente fuorviante. Inoltre non viene fatta alcuna differenza fra i romanzi che di solito si citano in corsivo (anche perché di solito il contenitore corrisponde al romanzo) ed i racconti (di solito contenuti) che si citano in "tondo fra virgolette". Il lettore attento che volesse approfondire o controllare se il testo citato è cogruo e conforme a quanto sostenuto, dovrebbe sobbarcarsi una notevole fatica. In lavori di questo tipo il lettore dovrebbe essere rispettato fornendogli tutti gli estremi. Molte citazioni nascondono un collegamento (link) che però porta al nulla. Mi chiedo che senso abbia. Se uno non ha voglia di fare un lavoro serio e la redazione non si accolla l'onere di rimediare alle carenze dell'autore, l'autore dovrebbe prendere in considerazione la possibilità di fare propaganda con altri generi di articoli. Comunque, la rete non è di carta ed a tutto c'è rimedio. Suggerirei di adeguare le citazioni agli usi bibliografici, di eliminare i collegamenti a vuoto e di completare correttamente le citazioni.

» postato da Ernesto VEGETTI alle 18:52 del 15-07-2008

3 «Inoltre non viene fatta alcuna differenza fra i romanzi che di solito si citano in corsivo (anche perché di solito il contenitore corrisponde al romanzo) ed i racconti (di solito contenuti) che si citano in "tondo fra virgolette".» Sempre stata nostra consuetudine. Andiamo contro l'uso comune. Nell'uso comune si dà importanza al contenitore (libro, volume) e non al contenuto. Secondo noi, nell'era di internet, il contenitore non ha importanza. Quello che conta è se un'opera è un'opera o meno. Quindi tutti i titoli li mettiamo sempre in corsivo: romanzi, antologie, saggi, ma anche racconti, articoli, riviste. È una nostra scelta, non un errore. S*

» postato da S* alle 08:33 del 16-07-2008

4 «Inoltre non viene fatta alcuna differenza fra i romanzi che di solito si citano in corsivo (anche perché di solito il contenitore corrisponde al romanzo) ed i racconti (di solito contenuti) che si citano in "tondo fra virgolette". » ...dipende...se sentissi un bibliotecario al riguardo ti darebbe otto versioni su come citare correttamente romanzi e racconti...nelle bibliografie corrette si cita in corsivo sia il racconto che il romanzo...e da almeno 15 anni si tenta (a volte con scarsi risultati) di estirpare le consuetudini sostituendole con norme che lascino il "di solito" al palo. Visto che stanno uscendo le nuove RICA (Regole Italiane di Catalogazione per Autore) e soprattutto la versione riveduta e corretta di SBN (come catalogare sul Sistema Bibliotecario Nazionale) magari poi ti aggiorno sulla sintassi da utilizzare nel Web... :wink:

» postato da Zakalwe alle 09:17 del 16-07-2008

5 « ...dipende...se sentissi un bibliotecario al riguardo ti darebbe otto versioni su come citare correttamente romanzi e racconti...nelle bibliografie corrette si cita in corsivo sia il racconto che il romanzo...<taglio> Visto che stanno uscendo le nuove RICA (Regole Italiane di Catalogazione per Autore) e soprattutto la versione riveduta e corretta di SBN (come catalogare sul Sistema Bibliotecario Nazionale) magari poi ti aggiorno sulla sintassi da utilizzare nel Web... :wink:» Io seguo le norme ISO, che non mi risultano cambiate. È ben vero che le norme ISO non prevedono che i contenuti siano messi fra virgolette; basterebbe il tondo. Ma nelle citazioni le virgolette aiutano. In una catalogazione ovviamente le virgolette si omettono. Per le bibliografie su carta debbo seguire le regole dei committenti che pretendono che i testi brevi siano fra virgolette. Le RICA sono ferme dal 1981. Auspicabile un aggiornamento. Sempre lieto di imparare. Il mio idpe è pubblico. Puoi scrivermi tranquillamente. Il difficile è trovare degli esperti. Quando un esperto si mette a disposizione bisogna approfittarne.

» postato da Ernesto VEGETTI alle 10:12 del 16-07-2008

6 Caro Ernesto, non è mia intenzione qui fare l’avvocato difensore di Catani (non ne ha bisogno, sappiamo tutti che è un gran combattente) e non è che su Delos non possano apparire articoli lontani dal mio pensiero. Anzi. Ma nel caso dell’articolo di Catani, mi sento di condividerlo al 100% e proverò a spiegare brevemente perché. Quantomeno, questa è la mia “lettura” dell’articolo ed è molto probabile che lo stesso Catani possa non essere d’accordo con me. L’articolo prende in esame il 68 e la fantascienza e cita quegli autori, quelle antologie e quei romanzi americani ed inglesi che furono influenzati da quel fenomeno sociale-politico ed ideologico che è passato alla storia come Sessantotto. Tu sostieni che: “riunire fatti estremamente differenti nell'arco di 10 anni per etichettarli come influenzati dal cosidetto 1968, mi sembra poco corretto”. Permettimi di dire che non sono d’accordo. Primo perché Catani all’inizio dell’articolo è abbastanza chiaro nei suoi intenti. Cito testualmente: “In tema di «Sessantotto e fantascienza» penso si debba parlare, più che di un rapporto diretto dell’uno sull’altra, di rapporto riflesso. Il Sessantotto non nasce dal nulla, all’improvviso. Da anni ne stavano maturando sotterraneamente i presupposti, già reperibili — per l’occhio attento — nella letteratura, nell’arte, nel pensiero di filosofi, storici, sociologi”. Catani lo premette: non c’è un rapporto diretto, ma riflesso e il Sessantotto non nasce dal nulla, ma – aggiungo io – è solo il culmine di un movimento che se vogliamo essere stretti comincia già nel 1964, se vogliamo essere larghi di maniche, inizia già nel 1959-60. Ma comunque, credo che ciò che Catani afferma sugli autori americani e inglesi sia condivisibile, o almeno lo dice anche Errico Passaro nel suo interveto sul Secolo d’Italia. Il problema nasce quando si parla degli italiani. L’accusa di Passaro e tua è la mancata citazione del lavoro di Gianfranco De Turris e Sebastiano Fusco alla Fanucci Editore e di quello di Renato Prinzhofer e Riccardo Valla per l’Editrice Nord che proprio agli inizi degli anni Settanta davano vita a collane di fantascienza che sono diventate punti di riferimento per i lettori italiani. A beneficio di quanti non sono lettori del Secolo d’Italia, cito testualmente Passaro su questo punto: “Non vogliamo davvero pensare che si sia voluto deliberatamente sottacere il ruolo culturale svolto negli anni della contestazione dalla coppia Gianfranco de Turris-Sebastiano Fusco, con la creazione nel ’71 delle collane dell’editrice Fanucci e l’introduzione di un nuovo approccio alla curatela letteraria (traduzioni integrali, note, biografie e bibliografie, introduzioni, postfazioni e appendici critiche varie). Neppure possiamo pensare che sia stato frutto di una dolosa e dolorosa rimozione, un inspiegabile strascico della faziosità di quei tempi, l’assenza di ogni riferimento al lavoro iniziato in quegli stessi “formidabili” anni da Renato Prinzhofer e Riccardo Valla per l’editrice Nord.” L’accusa – secondo la mia opinione – non sta in piedi per un semplice motivo: l’obiettivo dell’articolo era quello di dare conto di quegli autori e quelle opere che fossero legate al Sessantotto come movimento ideologico, politico e sociale. In tale contesto credo che i primi a non voler essere citati siano proprio De Turris e Fusco. Anche le tre antologie a cui tu ti riferisci curate da Vittorio Curtoni, Gianni Montanari e Gianfranco De Turris - che per la cronaca uscirono su Galassia ed erano intitolate: Amore a quattro dimensioni. Fantamore all'italiana, Destinazione uomo e Fanta-Italia. Sedici mappe del nostro futuro – fossero poco accostabili al Sessantotto, fermo restando che i singoli autori nei loro racconti possano aver adottato qualche fermento del periodo. I curatori, però, erano tre e se c’è un difetto in quelle antologie – meritorie, perché presentavano organicamente i migliori autori italiani di fantascienza di quegli anni – è proprio il loro essere in un precario equilibrio ideologico. In quegli anni nacquero anche le collane della Libra di Ugo Malaguti, in particolare Slan e Classici, ma anche queste non vengono citate perché non accostabili nella loro linea editoriale ai fermenti culturali del Sessantotto, mentre la gestione di Galassia di Curtoni e Montanari ha presentato il meglio della fantascienza di quel periodo. Ovviamente, ci tengo a sottolineare che anche nelle collane della Nord, della Fanucci (gestione De Turris-Fusco) può essere rintracciata qualche opera che è stata poi accostata al movimento. Penso ad esempio a Jack Barron e l'Eternità di Norman Spinrad, romanzo etichettato in tutte le salse (di destra, di sinistra, di centro, perfino mastelliano). Ma una rondine non fa primavera. Citare invece Un’Ambigua Utopia è – a mio avviso – fare cronaca. Se non si cita quell’esperienza quando si parla di Sessantotto e fantascienza, non so proprio di cosa si debba parlare. In conclusione e scusa la lungaggine: se io dovessi scrivere un articolo su Fantascienza italiana e cultura conservatrice (uso il termine conservatrice nel senso positivo, se me lo concedi in senso “prezzoliniano”) mi guarderei bene dal citare Catani, Curtoni, Caronia e – tanto per essere chiari – eviterei anche le autocitazioni.

» postato da Carmine Treanni alle 17:11 del 16-07-2008

7 «<taglio> L’articolo prende in esame il 68 e la fantascienza e cita quegli autori, quelle antologie e quei romanzi americani ed inglesi che furono influenzati da quel fenomeno sociale-politico ed ideologico che è passato alla storia come Sessantotto. <taglio>Citare invece Un’Ambigua Utopia è – a mio avviso – fare cronaca. Se non si cita quell’esperienza quando si parla di Sessantotto e fantascienza, non so proprio di cosa si debba parlare. <taglio>» Chiedo venia a Malaguti per non averlo ricordato. Ma di rondini che non avevano bisogno di fare primavera ce ne sono state un sacco. Certo, evitando le citazioni bibliografiche corrette, si evita di dire che la La mano sinistra delle tenebre l'ha pubblicata Malaguti (allora in odore di bolscevismo; questo avrebbe dovuto garantirgli almeno una citazione. Fu insignito del Premio Breznev congiuntamente a Cozzi). Così come Dahlgren Chissà chi ha portato in Italia Cordwainer Smith (certo, apparso sull'edizione italiana di Galaxy, quindi oggetto non di una scelta, ma di una impostazione generale): De Turris & Fusco e Malaguti. Non parliamo di 334, di Bug Jack Barron hai già detto, per non parlare di Le maschere del tempo, Il tempo delle metamorfosi. Basta sfogliare i cataloghi della Fanucci di allora. E questi son solo esempi. Vogliamo poi mettere quel reazionario di Buffarini-Guidi che si dimezzava il cognome per poter lavorare che ti pubblicava Le Guin e Silverberg? Ed Una Ambigua Utopia chissà da chi ha preso il nome. Da un libro pubblicato dal trio nordico: Viviani, Prinzhofer e Valla. Che di rondini ne han pubblicato a iosa: Il gregge alza la testa, Tutti a Zanzibar per citarne alcune non citate da Catani (ma molti dei titoli buttati lì li ha pubblicati la Nord). Le antologie pubblicate da Galassia citate, non erano citate a caso: contenevano la narrativa italiana più innovativa ed in alcuni casi trasgressiva dell'epoca. Il 1968 fortunatamente non ha influito sulla fantascienza italiana. Eravamo e siamo succubi di di movimenti altrui. Purtroppo del 1968 subiamo tutti le conseguenze con insegnanti, medici e giudici ai limiti dell'analfabetismo. Gli ambigui utopici, che abbiamo conosciuto e con i quali abbiamo discusso, erano più cugini delle Brigate Rosse che nipoti del 1968. Della fantascienza non gliene fregava un tubo. Avevano un obbiettivo politico. Mancato l'obbiettivo sono spariti dalla circolazione. Amen. E sono stati un fenomeno decisamente marginale. Scrivere la storia senza mai citare l'avversario è opera affascinante, siamo abituati a ben peggio in Italia. Quel che sostengo è che l'articolo è incosistente e lacunoso; diciamo un vero e proprio articolo fantascientifico. Catani scrive di solito articoli, con i quali magari io non concordo, ma documentati in modo adeguato. Non sarà certo questo articolo che mi farà cambiare idea. S* mi ha risposto in merito alle convenzioni del sito. Nel mondo ci sono degli standard, ma ci sentiamo menomati se li seguiamo. Vuoi mettere la creatività? Le citazioni sommarie che possono andar bene in una scheda, in un articolo dimostrano solo pressapochismo. Se è troppo faticoso fare le cose bene suggerirei di non farle. Se le fate male, non stupitevi di ricevere critiche. Era da un po' che non seguivo Delos; se tutti gli articoli sono ora concepiti così, dubito che avrò occasione di tornarci sopra. Un vero peccato. D'altra parte noto uno scarso interesse per gli articoli. Li commentano e li leggono in pochi (e mi rincresce, sotto certi aspetti). Il top, sulla prima pagina, l'ha raggiunto l'articolo sui cerchi del grano. In effetti il 1968 di danni ne ha fatti.

» postato da Ernesto VEGETTI alle 18:50 del 16-07-2008

8 Ho letto i due articoli. Molto apprezzabile quello di Proietti. Una panoramica onesta. Tenuto conto del taglio le citazioni bibliografiche assenti pesano di meno. Buono anche quello di Treanni. Un poco didascalico, ma quasi completo. Aveva un compito facile. Unico neo l'annotazione che i racconti di maggior rilevanza non erano ignoti in Italia (13 erano già stati pubblicati). Un piccolo neo, tutto sommato. Le antologie non tirano in Italia. Pubblicare Dangerous Visions è stato un atto di fede. Alcuni dei racconti nei seguiti sono apparsi anche in Italia. Ma decisamente i seguiti non hanno avuto grande successo. A voler stupire ad ogni costo alla lunga, si annoia. A questo punto debbo dire che Catani ha avuto il compito più difficile. Inventarsi un'influenza sulla fantascienza italiana del 1968. Non ci è riuscito bene e le regole del sito non l'hanno aiutato.

» postato da Ernesto VEGETTI alle 20:39 del 16-07-2008

9 «Nel mondo ci sono degli standard, ma ci sentiamo menomati se li seguiamo. Vuoi mettere la creatività?» Io ti ho esposto il mio concetto; puoi condividerlo o non condividerlo. Siccome però non è campato in aria, puoi criticarlo con degli argomenti, se vuoi, ma prendere in giro o fare dello spirito mi pare davvero poco interessante. Nel mondo ci sono degli standard, e come sappiamo benissimo tutti, gli standard vengono continuamente superati, aggiornati e sostituiti da altri standard. Nessuno si è mai lamentato della cosa, quindi evidentemente non crea problemi. Se l'unico problema lo crea a te non perché ti confonde, o ti dà meno informazioni, ma perché "non rispetta uno standard", mi pare un danno collaterale accettabile. «Le citazioni sommarie che possono andar bene in una scheda, in un articolo dimostrano solo pressapochismo.» Credo che mi sfugga il punto della tua critica. Ti dà fastidio che in fondo a ogni citazione non ci sia scritto anno, città, editore e numero di pagina? Guarda che questa è una rivista di stampo divulgativo, non una rivista scientifica, e non è neppure una tesi di laurea. Se vuoi sapere chi ha pubblicato un libro apri il Catalogo e te lo cerchi. Se non ti fidi dell'autore e vuoi cercare la pagina e confrontare se ha usate le identiche parole, forse hai preso la cosa dal verso sbagliato. S*

» postato da S* alle 23:43 del 16-07-2008

10 « Io ti ho esposto il mio concetto; puoi condividerlo o non condividerlo. <taglio> Nessuno si è mai lamentato della cosa, quindi evidentemente non crea problemi. <taglio>» Più che concetto, l'ho preso per una battuta :oops: Di una distinzione fisica ne hai fatto una questione filosofica. In quanto alla gente che non si lamenta, raramente la gente si lamenta. I casi per cui non lo fa sono conosciuti e codificati. -non sa che esiste un problema -non è in grado o si ritiene non in grado di dire cosa non va -teme di essere aggredita (cosa usuale da queste parti) -si tiene i propri giudizi e cambia fornitore Io ricevo molte segnalazioni di miei errori o presunti tali. Gli errori li correggo ringraziando. Per i presunti tali, spiego dettagliatamente le ragioni di una scelta o il fatto che errore non sia. E ringrazio. Poi ci sono quelli che non sono in grado di definire cosa vogliono e quando gli si fa notare l'incongruenza di norma reagiscono insultando. Ringrazio e chiudo. « Credo che mi sfugga il punto della tua critica. Ti dà fastidio che in fondo a ogni citazione non ci sia scritto anno, città, editore e numero di pagina? » Come dico in privato: Per i titoli citati in originale: anno della prima edizione o di quella più significativa. Ogni altra informazione è gradita, ma non indispensabile. Per i titoli citati in italiano, se romanzi, editore ed anno dell'edizione citata, per i racconti, il contenitore nel quale è apparso (se il contenitore è una collana, l'editore non è necessario), l'editore e l'anno di edizione. Il titolo originale e l'anno di prima edizione è gradito ma non indispensabile. Se si fornisce la traduzione letterale di un titolo originale sarebbe opportuno specificarlo: Visioni pericolose ad esempio, non è mai stato pubblicato in Italia. L'edizione italiana ha mantenuto il titolo originale. Quindi: (let. Visioni pericolose). «Guarda che questa è una rivista di stampo divulgativo, non una rivista scientifica, e non è neppure una tesi di laurea. » Ovviamente le miei obiezioni se si fosse trattato di una rivista scientifica sarebbero state ben altre. Se fosse stata una tesi di laurea la mia reazione poi sarebbe stata forse eccessiva. Ma di norma, le tesi di laurea rispettano gli standard e le eccezioni vengo di solito motivate. Comunque le regole che dici vengano adottate dal sito, non sono seguite in quell'articolo. Personalmente, quando ricevo una segnalazione, approfitto di ricontrollare tutto. L'errore è sempre in agguato. « Se vuoi sapere chi ha pubblicato un libro apri il Catalogo e te lo cerchi. » Certo mi piacerebbe che il Catalogo fosse di uso universale, ma così non è. È più conosciuto all'estero che non in Italia. Il lettore normale (ma anche quello professionale) di fronte ad una curiosità bibliografica clicca sul collegamento dell'articolo e o non trova nulla o trova troppo (il risultato è lo stesso ai fini pratici); cerca quindi con Google dove i risultati son dati per rilevanza. Non penso vada oltre il primo passo. Figurarsi consultare il Catalogo. « Se non ti fidi dell'autore e vuoi cercare la pagina e confrontare se ha usate le identiche parole, forse hai preso la cosa dal verso sbagliato. » La buonafede delle persone (salvo che uno) è sempre presunta, salvo prova contraria. Non ho minimamente parlato di citazioni (nel senso di ripresa di pezzi). Di Catani mi fido. Certo che uno rimane deluso veder citate fra le autrici famose tale F. Gwynplaine, che in Catalogo non c'è e nemmeno la rete sa chi sia. Esiste un giornalsta scozzese, tal F Gwynplaine McIntyre. Un'altra famosa autrice è Joanne Mitchell, attiva (5 racconti racconti in tutto; 1 tradotto in Italia) all'inizio degli anni '80 con opere più che tradizionali. Visto che tali nomi non vengono certo in mente a caso (vabbe' per Gwynplaine ci sono reminescenze gramsciane), vuol dire che un minimo di ricerca è stato fatto. Ovviamente nel posto sbagliato. Ho criticato l'articolo sia per la forma (in parte non imputabile all'autore), sia nella sostanza. Ed ho precisato le mie obiezioni. Non mi sono lamentato in modo generico. Ho dato a Salvatore quel che è di Salvatore ed a Vittorio quel che è di Vittorio. Gli errori formali, come mio costume, li ho segnalati in privato. Quel che è assente qui è il parere del pubblico (a parte l'intervento del bibliotecario professionista). Evidentemente è conscio che qui vige il noto motto di Ford, con magari qualche variante cromatica.

» postato da Ernesto VEGETTI alle 09:56 del 17-07-2008

11 «Quel che è assente qui è il parere del pubblico (a parte l'intervento del bibliotecario professionista). » Purtroppo non rappresento un pubblico diciamo neutro visto che qualche articoletto lo scribacchio anche io. Aspettiamo e speriamo in qualche intervento diverso... Per quanto riguarda la disquisizione sul corsivo, pensando di non uccidere di noia proprio il pubblico in questione, ti ho mandato due righe in pvt. Sempre a tua disposizione per eventuali chiarimenti... :wink:

» postato da Zakalwe alle 12:15 del 17-07-2008

12 Salve, sono in viaggio per mare e rispondo MOLTO velocemente, perche` torno a casa martedi` e quindi potro` ribattere con documentazioni alla mano e miglior cognizione di causa. Nella sostanza, comunque dico che il 90% di cio` che vorrei risposndere l`ha gia` detto Carmine, che ringrazio. Le questioni Fanucci etc. mi sembrano del tutto fuori discorso: lo spirito del `68 e` sempre stato estraneo a una certa cultura, anche se ultimamente Fini ha voluto, per tv, `sdoganarlo` a suo modo dicendo che andrebbe recuperato e valorizzato lo spirito innovatore del `68. Mah. Con 40 anni di ritardo? Lui solo? E Veneziani? E gli altri? Piuttosto mi pento di essere stato davvero drastico nel definire Veneziani, ma vi riportero` il risvolto di copertina del suo libro `Rovesciare il 68` per farvi leggere cosa dice lui del Sessantotto e sessantottini. Ma il mio articolo non vuole essere assolutamente polemico su questo punto, non m`interessa cosa pensano dx o sx, m`interessava l`influenza in buona parte riflessa, in altra porzione diretta, tra `68 e sf. Certamente sono stato incompleto, manca qualche collegamento tra le idee esposte, mancano del tutto (volutamente) i riferimenti bibliografici. Semplicemente - lo so, non e` molto professionale - non li ho inseriti perche` non ne ho avuto il tempo: eppoi ormai non e` difficile fare un click sul Catalogo. Comunque grazie a tutti, a Ernesto per primo che ha gettato la pietra nello stagno. Leggero` l`articolo di Passaro, ma non credo - per quanto apprendo da voi - che possa influenzare piu` di tanto quanto gia` mi dite. Saluti a tutti e a presto. Vittorio

» postato da Vittorio Catani alle 12:09 del 19-07-2008

13 Salve, torno un po` alla carica, ma sempre in tutta fretta e senza documentazioni sotto mano. Il discorso di Ernesto sulla Libra e sulla Nord non mi convince. Come ha gia` illustrato Carmine, e come ho precisato io nella mia nota (ho certo omesso tanti titoli), il mio scopo era sintetizzare le vie per le quali si e` maggiormente espresso in Italia, nella sf, per quanto in modo riflesso, il Sessantotto. Che Malaguti abbia pubblicato La mano sinistra delle tenebre e` meritorio, ma non mi bastava a sottolineare una importanza della Libra sull`argomento. E difatti, Malaguti si preoccupava di continuare nella sua linea che proponeva titoli tradizionali, seppure importanti; che ci sia capitato dentro anche La mano sinistra e` proprio la rondine che non facveva primavera: d`altronde nell`articolo io non nego che altre case ed. abbiano inteso l`aria che tirava: tanto vero che proprio di Malaguti (e della sf italiana) cito Il Palazzo nel cielo (cacchio, se non e` figlio del `68 quel romanzo di ugo, ditemi cos`e`). Per quanto riguarda la Nord: certo, anche questa casa ha pubblicato roba sulla linea in questione, ci mancherebbe altro: per di piu` erano anche romanzi di successo, per es. Tutti a Zanzibar e tanti altri. Ma non ditemi che nella Nord (casa ed. di FONDAMENTALE IMPORTANZA) abbia portato una ventata di Sessantotto: ha continuato nella sua ben solida linea, offrendo a volte qualcosa di nuovo. Tanto vero che, ricordo, una volta che chiesi un po` scherzando a Gianfranco di pubblicare un libro di Ellison, non ricordo quale, lui mi rispose, a sua volta scherzosamente: poi le copie pero` ti impegni ad acquistarle tutte tu. Credo che invece Galassia abbia fatto piu` di tutte le altre case editrici (non parliamo di Urania, ferma ai primordi...) per prensentare autori nuovi e un odore di `68. Sfido chiunque a negarlo, dati alla mano. Quanto a Fanucci, si potrebbe fare un discorso piu` o meno analogo. Si`, molto meritoria l`apparizione di 334 di Disch, ma il resto era nella linea di una sf sia pur validissima, ma tutt`altro che sessantottina. Anzi, si arrivo` a un paradosso: pubblicare Jack Barron e l`eternita` presentandolo come una feroce critica ai luoghi comuni del Sessantotto!!! Questa in verita` mi sembra ancora molto grossa... Caronia, Bulgarelli, Ambigua Utopia. Si`, per svista ho saltato Bulgarelli, come ho saltato Fiorili e altri che ora a mente non ricordo. Fa parte di omissioni involontarie. Ma, mi spiace, UAU ebbe una parte fondamentale, soprattutto nello snellire e cercare di rinnovare l`apparato critico fantascientifico italiano, ancora legato a vecchie idee classiche, ma soprattutto UAU rappresento` un valido contrappunto alla critica di destra della sf. Mentre la dx continuava a rimestare in simbolismi, inconscio collettivo, Jung, Evola e Guenon (che per carita`, hanno anche loro detto cose interessanti), UAU si e` sforzata di rinnovare i canoni, AGGIORNARLI PESCANDO NEL REALE E NEL CONTEMPORANEO, attingere altrove. Soprattutto Caronia, solitamente dimenticato, ha dato vita a iniziative molto interessanti, sia in campo critico sia nel campo dei seminari o di rappresentazioni (ce lo confermano interessantissimi Cataloghi di quelle manifestazioni, vere e proprie raccolte di saggi critici); negli anni `90 ha scritto poi opere primarie, per esempio sia un volume sul cyborg, poi ampliato, sia un volume sul rapporto tra uomo, rete, moltiplicazione delle personalita` etc., il tutto sempre in stretto collegamento con la sf: lavori di una notevole originalita` e che prescindevano da abusati archetipi junghiani etc., portando avanti coerentemente e con originalita` un discorso critico approfondito che partiva proprio da UAU. Parlare poi di UAU e Brigate Rosse... per carita`. Non scadiamo nel grottesco. Altrimenti dovrei ricordare l`importanza fondamentale di Evola nella eversione di destra degli anni Settanta. E qui non sono solo parole. Infine, credo di leggere - se non sbaglio - una critica alla mia mancanza di titoli sf sessantotteschi italiani. La colpa, se si puo` dire cosi`, non e` mia se in Italia la stragrande maggioranza dei lettori - come d`altronde preciso nel mio articolo - ha sempre preferito una sf tradizionale. Quindi i racconti assimilabili a quanto detto sono una quota minima, ma ci sono, e ne citavo qualcuno. Proprio sulla ex Delos ripubblicai, per esempio, lo splendido Tutto l`acido dell`Impero di Livio Horrakh, e questo e` uno dei titoli che cito nell`articolo, con alcuni altri che certamente risentirono del vento nuovo che soffiava: i romanzi Dove stiamo volando di Curtoni, Nel nome dell`uomo di Montanari, Come ladro di notte di Miglieruolo... E certo esistono molti altri titoli che ora mi sfuggono, anche se in Italia non abbiamo mai avuto la profusione di storie e il rinnovamento tematico e linguistico della sf anglosassone. Ciao a tutti, Vittorio

» postato da Vittorio Catani alle 01:08 del 20-07-2008

14 Aspettiamo il martedì.

» postato da Ernesto VEGETTI alle 16:55 del 20-07-2008

15 Nelle 140 schede (non le ho ricontate) vengono citati 160 titoli. Con l'eccezione di un paio di titoli di Heinlein pesantemente stroncati (l'ovvio Fanteria dello Spazio ed il meno ovvio Straniero in terra straniera, per la bibliografia completa si rinvia a www.fantascienza.com/catalogo/ :twisted: ) le schede riguardano classici indiscussi o romanzi innovativi (diciamo così). L'80% delle citazioni di libri apparsi presso Mondadori appartengono alla categoria dei classici. Tutti gli altri o quasi fanno riferimento a scrittori di sicura fede (togliendo Lovecraft e Tolkien). Le citazioni per case editrici sono: 56 Mondadori (40 classici) 30 La Tribuna (16 del periodo Curtoni/Montanari, ma alcuni titoli risalgono alla gestione Malaguti) 20 Nord (3 antologie classiche) 12 Fanucci 42 Altre case editrici (Longanesi, Armenia, Libra, Feltrinelli, Einaudi, ecc...) Fiorili è citato, Marco Abate, no.

» postato da Ernesto VEGETTI alle 18:04 del 20-07-2008

16 Caro Ernesto, le 140 schede NON sono erano ne' volevano essere una summa della sf sessantottina (per chi non comprenda il linguaggio cifrato di Ernesto, mi permetto di chiarire: il riferimento e' al volumetto, curato dal Collettivo Un'Ambigua Utopia, intitolato "Nei labririnti della sf", Garzanti 1978, contenente 140 schede di romanzi - prevalentemente anglosassoni - "da salvare": in sostanza una cernita, dichiaratamente di parte, effettuata dai principali esponenti del Collettivo, includente i "migliori" o comunque "piu' significativi" romanzi - e raccolte di racconti - di sf moderna usciti fino a quel momento). Mi permetto di ricordare che - oltre al fatto che questo volume come dicevo non è una raccolta di sf "sessantottina" bensi' di titoli che varie "teste" del Collettivo misero insieme - il lavoro di Caronia & colleghi (o, se preferisci, & compagni) fu ben piu' vasto, più variegato, e a volte anche in contraddizione interna, visto che perfino un Collettivo può avere teste che pensano in modo differente. Comunque per valutare il lavoro svolto dal gruppo occorrerebbe conoscere o almeno sfogliare i numeri della rivista "Un'ambigua Utopia", inquandrandola nell'epoca in cui fu fondata (guarda caso, primi anni '70). La rivista ebbe anche una filiazione, la fzine "Pianeta Rosso", di cui pero' uscì solo un numero, stampato a Napoli. Di questa sezione napoletana facevano parte personaggi alcuni dei quali poi hanno continuato a scrivere critica sf, pubblicare volumi, promuovere iniziative: per esempio Antonio Fabozzi, Gianni Mammoliti, Sergio Brancato. Questi nomi mi fanno tornare alla memoria altri collaboratori fissi o occasionali di UAU da me dimenticati nell'articolo, oltre a Bulgarelli e Fiorili: Gabutti, Brolli, Del Piano, Dedi Baroncelli, Asciuti, Barbesti, Patrizia Brambilla, Gerardo Frizzati, Enrico Miotto, Danilo Marzorati, Remo Guerrini, Vittorio Curtoni, Mauro A. Miglieruolo, nonche il bravissimo disegnatore Michelangelo Miani. La fzine (ma era più una prozine) pubblicò anche articoli di Baudrillard, Adrian Rogoz, Jean Pierre Fontana e altri. C'era il desiderio di creare una critica di sf "si dinistra" ma che - sempre considerando la sf "narrativa" e non un genere inferiore - non si richiamasse ne' alla critica letteraria italiana di stampo crociano ne' a quella tradizionalista della dx e nemmeno a quella del socialismo reale. Insomma e' con UAU e con personaggi di rilievo anche se isolati come Pagetti o (un po' meno) Formenti, e con alcuni prefatori/critici di vaglia tipo Valla, Gallo etc. che nasce la critica di sf in Italia. Non mi sembra poi tanto poco. A testimonianza (mnemonica) delle attività collaterali svolte da esponenti del Collettivo e poi proseguite da Caronia cito, a memoria, alcuni eventi che a volte videro anche la partecipazione o il sostegno di case editrici. Anzitutto una Mostra mercato del libro sf "I Libri del Possibile" (Milano, 1980 mi pare), per la quale si stampo' anche un fascicolo illustrato che riassumeva titoli, trame e autori; poi la notevolissima manifestazione "Variazioni Cosmiche. La sf tra letteratura e immagine", Milano, fine anni '80 (qui il pregevole opuscolo, ricco di articoli e immagini, fu stampato dalla Nord) e infine "L'Einstein perduto. Intepretazioni a confronto sulla sf" stampato dalla Copp. Charlie Chaplin di Ferrara (primi anni '80). Sono solo alcuni dei titoli, tirati fuori a caso e a memoria, di un'attività molto intensa, effettuata anche tramite altre manifestazioni (ricordo solo "L'invasione dei marx/ziani", credo 1978, a Milano); un'attività che poi, dissoltosi il Collettivo, alcuni - Caronia in primis - hanno continuativamente proseguito e proseguono in proprio. Mica molta altra gente ha fatto altrettanto per la critica di fantascienza... E quanto al '68, credo proprio - alla luce di tutto cio' che si faceva e per le modalita' in cui tutto veniva proposto - che esso c'entrasse in modo anche massiccio... Ciao, Vittorio

» postato da Vittorio Catani alle 16:02 del 21-07-2008

17 «<taglio> il riferimento e' al volumetto, curato dal Collettivo Un'Ambigua Utopia, intitolato "Nei labirinti della sf"<taglio>contenente 140 schede di romanzi - prevalentemente anglosassoni - "da salvare": in sostanza una cernita, dichiaratamente di parte, effettuata dai principali esponenti del Collettivo, includente i "migliori" o comunque "piu' significativi" romanzi - e raccolte di racconti - di sf moderna usciti fino a quel momento). » Sarà. Ma a parte i classici, tutte le citazioni post 1972 sono relativi a romanzi diciamo così, "innovativi"; la maggioranza dei quali pubblicati dalla Nord. E Ballard e Disch, ce li hanno fatto conoscere prima Fruttero & Lucentini e poi De Turris & Fusco. E su questi autori non c'erano esclusive. « <taglio> Comunque per valutare il lavoro svolto dal gruppo occorrerebbe conoscere o almeno sfogliare i numeri della rivista "Un'ambigua Utopia", inquandrandola nell'epoca in cui fu fondata (guarda caso, primi anni '70). » A me risulta 1978. E se la memoria non falla, ai tempi di Stresa, 1980 non c'era già più. Il collettivo ci sarà stato pure, ma la fanzine è nata decisamente più tardi. « <taglio> Di questa sezione napoletana facevano parte personaggi alcuni dei quali poi hanno continuato a scrivere critica sf, pubblicare volumi, promuovere iniziative: per esempio Antonio Fabozzi, Gianni Mammoliti, Sergio Brancato. Questi nomi mi fanno tornare alla memoria altri collaboratori fissi o occasionali di UAU da me dimenticati nell'articolo, oltre a Bulgarelli e Fiorili: Gabutti, Brolli, Del Piano, Dedi Baroncelli, Asciuti, Barbesti, Patrizia Brambilla, Gerardo Frizzati, Enrico Miotto, Danilo Marzorati, Remo Guerrini, Vittorio Curtoni, Mauro A. Miglieruolo, nonche il bravissimo disegnatore Michelangelo Miani. La fzine (ma era più una prozine) pubblicò anche articoli di Baudrillard, Adrian Rogoz, Jean Pierre Fontana e altri. C'era il desiderio di creare una critica di sf "si dinistra" ma che - sempre considerando la sf "narrativa" e non un genere inferiore - non si richiamasse ne' alla critica letteraria italiana di stampo crociano ne' a quella tradizionalista della dx e nemmeno a quella del socialismo reale. Insomma e' con UAU e con personaggi di rilievo anche se isolati come Pagetti o (un po' meno) Formenti, e con alcuni prefatori/critici di vaglia tipo Valla, Gallo etc. che nasce la critica di sf in Italia. <taglio>E quanto al '68, credo proprio - alla luce di tutto cio' che si faceva e per le modalita' in cui tutto veniva proposto - che esso c'entrasse in modo anche massiccio... » Pagetti, Valla e Gallo, non ambigui utopici, facevano critica già da un pezzo. Uno può credere quel che ritiene. In un articolo che richiama il '68, troviamo un elenco di autori ed autrici americane e inglesi, alcune messe lì solo perché di sesso femminile, alcune assolutamente sconosciute od inesistenti, si cita solamente Galassia come apportatrice dello spirito del 1968; ma ammesso per comodità che gli scrittori spiritosi siano quelli citati nell'articolo, la grande maggioranza sono stati pubblicati dalla Nord e da Mondadori. Inoltre si fa intendere, che una Ambigua Utopia (attiva dai primi anni '70; dovremmo intenderci sulle scale temporali) sia a ridosso del 1968. Arriva 10 anni dopo. Ed il libro da cui prende il nome è stato pubblicato in Italia dalla Nord nel 1976. Probabilmente Pagetti, sapendo del collettivo abbia deciso di sottotilare I reietti dell'altro pianeta appunto Un'Ambigua Utopia. È noto che Bulgarelli, avendo in mente questa ambiguità, abbia scritto alla Le Guin (che conosce abbastanza bene l'italiano), che affascinata dal nome scrisse questo libro uscito nel 1974 in America. Siccome ci sarà voluto un certo tempo, diciamo un anno, scendiamo al 1973. Questo riconduce ai primi anni '70 UAU. Libero di usare questa notizia. Quel che contesto, a parte le citazioni approssimative, è che si dia scontata una colleganza (ed una influenza) fra il '68 e UAU, senza portarne delle prove. Gli anni '70 sono stati anni intensi, sia per l'approfondimento critico sia per le scoperte letterarie. Alcune delle precisazioni fatte qui (da Catani ovviamente), meriterebbero di entrare nell'articolo. La rete non è la carta ed agli errori formali c'è rimedio e se si vuole si può perfino riscrivere un articolo da capo. Io personalmente preferisco mantenere la forma orginale anche in rete. I miei errori li segnalo in nota (con la data). Ma in questo caso una riscrittura più accurata si imporrebbe. Catani di solito è estremamente preciso nelle citazioni. Che poi qualcuno non concordi con quanto dice può essere condiderato normale. Non tutte le uova contengono un tuorlo. Capita. Ma in questo caso si potrebbe rimediare, non per dare ragione a me, ma per rispetto per quei cinque che han dato un cinque ad un articolo decisamente debole. (odio gli unisti per partito preso, così come i cinquisti; per Camilla un po' di misura) PS. Io preferisco sempre usare un tono impersonale. In fin dei conti si è in pubblico. PPS. Il titolo al quale mi riferivo era presente nell'oggetto. Sarà sfuggito ai più, probabilmente.

» postato da Ernesto VEGETTI alle 17:50 del 21-07-2008

18 «La rete non è la carta ed agli errori formali c'è rimedio e se si vuole si può perfino riscrivere un articolo da capo. Io personalmente preferisco mantenere la forma orginale anche in rete. I miei errori li segnalo in nota (con la data). Ma in questo caso una riscrittura più accurata si imporrebbe. Catani di solito è estremamente preciso nelle citazioni. Che poi qualcuno non concordi con quanto dice può essere condiderato normale.» Salva a tutti, volevo solo precisare che - in quanto curatore di Delos - ho approvato al 100%, nella forma e nella sostanza, l'articolo di Vittorio Catani che rispondeva pienamente agli obiettivi che ci eravamo dati per la realizzazione dello speciale su 68 e fantascienza. Sulle citazioni dei testi ha già detto tutto S* e non ho nulla da aggiungere, se non che Catani si è attenuto alle regole della rivista. Che poi a qualcuno possa non piacere un articolo o uno speciale o come citiamo i testi, questo è normale e ci può stare per una rivista. Come ci può stare che qualcuno non ci segua assiduamente. Il nostro obiettivo è comunque sempre quello di migliorarci e il lavoro costante e professionale dei collaboratori della rivista va proprio in tale direzione. O almeno, io come curatore sono convinto di questo e ne sono profondamente soddisfatto. Ad esempio, nell'ultimo anno e mezzo, abbiamo varato nuove ed interesanti rubriche, la cui mancanza era una critica avanzata proprio da Vegetti. :) Ciao a tutti Carmine

» postato da Carmine Treanni alle 13:16 del 22-07-2008

19 «<taglio>volevo solo precisare che - in quanto curatore di Delos - ho approvato al 100%, nella forma e nella sostanza, l'articolo di Vittorio Catani <taglio> » Può succedere di dare spazio, per vari motivi, a qualcuno di cui non si condividono le idee. In questo caso lo si dice. Catani è collaboratore usuale di Delos e si deve supporre che in linea di massima condivida gli indirizzi della rivista. Non capisco il ribadire un concetto che parrebbe pacifico. Precisando poi la forma. :) « Sulle citazioni dei testi ha già detto tutto S* e non ho nulla da aggiungere, se non che Catani si è attenuto alle regole della rivista. » Salvo che non siate già intervenuti, tutti possono vedere come non sia vero che il redattore si sia attenuto alle regole che dichiarate di applicare. Anche se sembra che un redattore non ci sia e che la forma sia lasciata alla buona volontà dell'autore. Come già dicevo, posso capire che recensioni e notizie fornite da collaboratori volontari e saltuari non siano conformi ai vostri standard. Capisco meno che questo avvenga negli articoli di una una rivista come Delos. Il discorso sul vostro standard è stato chiuso. D'altra parte non siete gli unici a seguire questo stile. Che le citazioni bibliografiche di questo articolo siano fuorvianti è un fatto. Che la collocazione dei fenomeni sia ad arte vaga per sostenere una tesi che non trova prova nei fatti l'ho documentato in abbondanza. « <taglio> Ad esempio, nell'ultimo anno e mezzo, abbiamo varato nuove ed interesanti rubriche, la cui mancanza era una critica avanzata proprio da Vegetti. :) » Quando mai? Sareste così cortesi da rammentarmi? Vabbe' non pretendo di essere l'unico Vegetti che si occupa di SF :?

» postato da Ernesto VEGETTI alle 14:46 del 22-07-2008

20 L'articolo era intitolato Dieci righe su Delos e lo si può leggere qui: http://www.fantascienza.com/magazine/speciali/8871. Chiedevamo a vari collaboratori, amici, lettori, esperti SF, scrittori etc. un commento su Delos per festeggiare i 100 numeri della rivista. Ecco cosa scrivevi all'epoca: "L'attuale impostazione ha fatto perdere individualità ad ogni numero (anche se un numero fisico esiste), ma le rubriche, vera anima di una rivista non ci sono più." Le rubriche c'erano eccome e ne abbiamo varate anche altre, come Trappassato Futuro dove recensiamo romanzi scomparsi dalla circolazione e non ristampati da moltissimo tempo, ma di indubbio valore; Ciak si legge! mette a confronto un romanzo e la sua trasposizione cinematografica; in Futuro di Ieri Riccardo Valla parla di romanzi dell'800, italiani e stranieri; parliamo di anime in Zona Anime; in Lo spazio delle donne Luisa Iori parla di figure femminili nel mondo dell'intrattenimento cine-televisivo e non solo; in Postumanismo di Sandro Battisti parliamo di nuove tendenze tecnologiche che hanno attinenza con la SF. Non cito le altre storiche rubriche, ma posso annunciare che qualche altra rubrica partirà tra settembre ed ottobre. Credo che di carne a cuocere ne abbiamo messa ed è stata anche la tua punzecchiatura :) a stimolarmi nel creare, insieme ai collaboratori nuove, e spero interessanti, rubriche. E per questo, sia ben chiaro, ti ringrazio Ernesto. Carmine :)

» postato da Carmine Treanni alle 16:37 del 22-07-2008

21 «<taglio>Credo che di carne a cuocere ne abbiamo messa ed è stata anche la tua punzecchiatura :) a stimolarmi nel creare, insieme ai collaboratori nuove, e spero interessanti, rubriche. <taglio>» Bene, Delos a rate continua a disturbarmi, ma non è questo il punto ovviamente. Se poi prendeste in considerazione anche il contenitore oltre al "contenuto", ne sarei felice. Ultimamente, essendomi incautamente fatto attirare dal forum, ho qualche occasione in più di vedere annunciati degli articoli (e qualche recensione e notizia); i pezzi degli amici li leggo sempre con piacere, di solito. Siccome le stranezze mi capitano sott'occhio in automatico, le segnalo o all'interessato od alla persona che può intervenire. La persona che può intervenire di solito interviene con prontezza. L'articolo di Catani, oltre alle questioni formali (le stranezze) che comunque in questo caso tendevano ad annebbiare il quadro (SLMMO, naturalmente) e che sono sistemabili quando vorrete, l'ho contestato nella sostanza. E non è questione di piacere e non piacere... Ci mancherebbe che mi limitassi a leggere solo le cose delle quali condivido l'impostazione. Sai che noia...

» postato da Ernesto VEGETTI alle 17:17 del 22-07-2008

22 «Aspettiamo il martedì.» Bene. Anche se siamo di lunedì, il martedì è arrivato (e il testo dell'articolo revisionato è in linea). Come è giusto che sia, non concordo con alcune delle interpretazioni di Vittorio, ma debbo dire che, eliminati gli errori e le imprecisioni, completata la bibliografia in modo soddisfacente per lo scopo (non sono sempre citate le prime edizioni italiane, ma questo è giusto: si citano i testi consultati, con le doverose indicazioni di titoli originali ed anno di edizione, nell'ipotesi che qualcuno voglia approfondire). Il ruolo della Merril è stato opportunamente evidenziato... Adesso si può discutere.

» postato da Ernesto VEGETTI alle 15:23 del 29-09-2008

23 Sì, questa volta l'articolo, che ho appena riscritto sull'onda di alcune critiche alla prima versione, me lo commento da solo:-) Ora credo sia alquanto più vario e completo nonche' privo di alcune inesattezze della prima stesura. Buona lettura e un grazie a chi avra' il coraggio di leggerlo (ma sara' solo in parte un "rileggerlo").

» postato da Vittorio Catani alle 19:19 del 29-09-2008

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