In un articolo dal titolo The Squandered Promise of Science Fiction, pubblicato su The Village Voice nel 1998, lo scrittore Jonathan Lethem manifestò tutta la sua marezza perché il romanzo L’arcobaleno della gravità di Thomas Pynchon non aveva vinto il premio Nebula nel 1973. Quell’anno, infatti, si aggiudicò il prestigioso premio Incontro con Rama di Arthur C. Clarke. Per lo scrittore americano quella mancata vittoria fu, come recita il titolo del suo articolo, “La promessa sprecata della fantascienza”. Sprecata perché poteva essere l’occasione in cui la science fiction si fondeva con il mainstream, in cu la letteratura “bassa” si mescolava con la letteratura “alta”. Ma ciò non accadde, nonostante nel 1976 sempre al Nebula ci fosse tra i candidati La stella di Ratner di Don DeLillo, anch’esso poi risultato non vincitore.

Scrive Lethem nel suo articolo: “Quella speranza era nata nei cuori di scrittori che, senza alcun incoraggiamento particolare da parte del più vasto ambiente letterario, per un breve periodo trascinarono il genere sull’orlo della rispettabilità. La fantascienza di avanguardia degli anni Sessanta e Settanta spesso si ubriacava di parole, applicava per amore o per forza tecniche moderniste ai vecchi temi del genere, aggiungeva per compensazione manciate di alienazione e sessualità a personaggi che avevano appena messo da parte il loro regolo calcolatore. Ma l’avanguardia rese anche possibili libri come Dhalgren di Samuel Delany, Un oscuro scrutare di Philip K. Dick, I reietti dell’altro pianeta di Ursula LeGuin, e 334 di Thomas Disch – opere paragonabili alla migliore narrativa americana degli anni Settanta, a prescindere da etichette, categorie e generi. In un accesso di ambizione, la fantascienza vagheggiò perfino l’idea di ribattezzarsi “affabulazione speculativa”, un termine da critica letteraria che era al tempo stesso pretenziosamente stupido e perfettamente azzeccato.

Perché quello che rende la fantascienza stupenda e complicata è quel misto di speculazione e di favoloso: la fantascienza è al tempo stesso narrativa di pensiero e narrativa di sogno. Per i primi sessanta e passa anni del secolo la narrativa americana era stata carente proprio di quegli attributi che la fantascienza offriva in abbondanza, per quanto in modo rozzo”.

Eppure c’è stato un momento storico in cui la fantascienza sembrava poter emergere lei stessa come narrativa mainstream, quando cioè alla metà degli anni Sessanta lo scrittore britannico Michael Moorcock assunse la direzione della rivista New Worlds. Era il 1964, in un decennio che sarebbe passato alla Storia come tra i più rivoluzionari.

Due anni prima, nel maggio del 1962, lo scrittore James G. Ballard pubblicava un editoriale su New Worlds (n. 118, volume 40), dal titolo Which Way To Inner Space? (Da che parte per lo spazio interiore?), in cui polemicamente sosteneva che la fantascienza doveva abbandonare i suoi stereotipi più comuni, come il viaggio spaziale, e sperimentare, tanto nella forma quanto nel contenuto. Lo scrittore britannico, in particolare, accusava Herbert George Wells di aver avuto una negativa influenza sulla science fiction, per aver fornito un repertorio di base: dal viaggio nel tempo all’invasione dei marziani (alieni), dai mutanti al viaggio sulla Luna. Ma non solo. Per Ballard, Wells aveva anche stabilito un certo modo di scrivere fantascienza,, con trame semplici e una prosa dallo stampo giornalistico, ma anche stereotipi nelle storie e nei personaggi. La fantascienza non sperimenta abbastanza, non quanto negli anni Sessanta facevano la pittura, la musica e il cinema. E, concludeva Ballard, i possibili grandi sviluppi della fantascienza non erano nello spazio, sulla Luna o Marte, ma sulla cara vecchia Terra, l’unico pianeta alieno.

La New Wave tentò la strada della sperimentazione linguistica, innovando i temi, scrivendo storie più letterarie, dando respiro psicologico ai personaggi.

Un’antologia per molti versi rivoluzionaria è stata Dangerous Vision (1967), curata da Harlan Ellison, in cui figuravano scrittori quali Lester del Rey, Robert Silverberg, Frederik Pohl, Philip José Farmer, Brian W. Aldiss, lo stesso Ellison, Howard Rodman, Philip K. Dick, Larry Niven, Fritz Leiber, Joe L. Hensley, Poul Anderson, David R. Bunch, James Cross, Carol Emshwiller, Damon Knight, Theodore Sturgeon, Larry Eisenberg, Henry Slesar, Sonya Dorman, John T. Sladek, Jonathan Brand, Kris Neville, R. A. Lafferty, James G. Ballard, Keith Laumer, John Brunner, Norman Spinrad, Roger Zelazny e Samuel R. Delany.

Come scrive acutamente Antonio Caronia nell’Introduzione a Nei labirinti della fantascienza. Guida critica a cura del Collettivo “Un'Ambigua Utopia” (Feltrinelli, 1979): “Proprio perché la distanza fra immaginario e reale è abolita, proprio perché siamo immersi in un universo iperreale, la nuova fantascienza può fornirci strumenti così fini di rappresentazione e di critica della realtà. Non è più la vecchia dialettica fra utopia e antiutopia, fra letteratura apologetica (impegnata a descriverci i paradisi della tecnologia, della produzione, della libera iniziativa, della frontiera, della bontà o del socialismo) e letteratura di denuncia dei «nuovi inferni». La scrittura della nuova fantascienza, piuttosto, è impegnata in operazioni di destrutturazione del reale, di esplorazione di nuovi codici comunicativi, in un universo che la crisi e la scomposizione del linguaggio tiene costantemente aperto. Tanto la vecchia fantascienza si teneva ancorata ai moduli stilistici e alle convenzioni di intreccio dei «sottogeneri» (fantascienza spaziale, viaggi nel tempo, horror, heroic fantasy e così via) anche come strumento di immediata riconoscibilità per il lettore – come elemento, in ultima analisi, di stabilizzazione del reale – quanto la nuova fantascienza gioca con quelle convenzioni stilistiche e narrative, fino a stravolgerle, a farne degli elementi autentici di critica e di conoscenza: e abbiamo, per esempio, nei racconti di Disch, lo straordinario riciclaggio dei più vari stili e convenzioni di tutti i generi della letteratura popolare”.

La New Wave rifiutava le storie classiche di fantascienza, quelle avventurose, spesso retaggio del genere western, a favore di storie più vicine al mainstream, introducendo anche tematiche fino ad allora quasi sempre escluse, come il sesso, l’uso di droghe, la religione, il riconoscimento dell’ambiguità della realtà. Veniva posta maggiore attenzione al linguaggio piuttosto che alla trama, all’introspezione dei personaggi piuttosto che a un’esotica ambientazione. Anche se spesso, molti degli scrittori di fantascienza, sia in Gran Bretagna sia negli Stati Uniti, facevano uso degli stereotipi della fantascienza, ma usandoli in modi del tutto nuovi e paradossali.

In definitiva, la New Wave fu un tentativo di avvicinare la fantascienza alla letteratura mainstream, diventando così non solo un punto di riferimento per il successivo movimento del Cyberpunk, ma anche nel senso più pieno letteratura postmoderna.