Il suo debutto è avvenuto nella prestigiosa collana Cosmo Argento dell’Editrice Nord nel 1987, con il romanzo Oberon. L’Avamposto tra i ghiacci, ma ha al suo attivo una lunga carriera come scrittore, giornalista e insegnante di scrittura creativa. Stiamo parlando di Paolo Aresi, di cui è appena uscito per Delos Digital il romanzo Nella neve, nella polvere, nel vento. Nato a Bergamo nel 1958, Aresi si è laureato in Lettere e poi ha lavorato come giornalista a L’Eco di Bergamo. Nel 1995 ha pubblicato Toshi si sveglia nel cuore della notte, un romanzo realistico, dai toni noir, ma tre anni più tardi è ritornato alla fantascienza sempre per la Nord con il romanzo Il giorno della sfida. Nel 2004 ha vinto il Premio Urania con Oltre il pianeta del vento. Torna al romanzo realistico con Ho pedalato fino alle stelle (Mursia, 2008, due edizioni), un romanzo di sentimenti e passione per la bicicletta. Nel 2010, ancora per l’editore Mursia nella collana di letteratura ha pubblicato il romanzo post-apocalittico L’amore al tempo dei treni perduti. Nel 2011 è apparso in Urania Korolev, appassionato omaggio al “progettista capo” del progetto spaziale sovietico che diventa una sorprendente epopea fantascientifica. Ripubblicato da Delos Digital con il titolo Il caso Korolev (2019), Aresi ha scritto anche due seguiti: Korolev, la luce di Eris (2019) e La stella rossa di Korolev (2021). Con lo scrittore bergamasco abbiamo chiacchierato del suo ultimo romanzo, che ha echi della fantascienza dell’Ottocento.
Il romanzo è definito nella quarta di copertina come un’odissea steampunk. Cosa ti affascina di questo filone della speculative fiction?
Mi affascinano le atmosfere che rimandano alle storie di Verne, Wells, Conan Doyle, ma anche Burroughs… C’è un senso di calore, di speranza, di possibilità in quelle storie. Il mondo contemporaneo sta nascendo, la scienza apre prospettive incredibili, concrete, le scippa al mondo della magia e le trasferisce in una quotidianità mirabolante. In quegli anni di fine Ottocento le meraviglie irrompono: il cinema, la fotografia, gli aerei, il telefono, la bicicletta… Tutto sembra diventare possibile anche per il singolo inventore, o avventuriero…. Esaltante. Nello steampunk ritrovo queste atmosfere che mi affascinano. È qui che nasce il senso del meraviglioso.
La Londra che descrivi nel romanzo è flagellata da una malattia, per cui per le strade non si vede molta gente, così come nei locali pubblici. Non può non venire in mente al lettore la “stagione” del Covid. Ti sei ispirato a quel doloroso momento storico che tutti abbiamo vissuto?
No. Il romanzo è stato scritto nel 2010 e tutti gli elementi principali della storia erano presenti, compresa l’epidemia, compresi i venti di guerra. Poi ho riscritto il romanzo per cinque volte, ma senza toccare gli aspetti fondamentali della trama. No, il covid non c’entra. Forse ne ho parlato, come ho parlato dei venti di guerra che ci troviamo a respirare oggi, ma senza prevedere nulla. Forse ho respirato il pensiero dell’Inconscio Cosmico.
Oltre a questa epidemia che flagella l’Europa, ci sono altri elementi che rendono il periodo storico che descrivi alquanto “oscuro”, come a esempio il fatto che sta per scoppiare una guerra. In tal senso, il tuo romanzo sembra essere molto attuale. Le nazioni europee sembrano essere sull’orlo di un precipizio, così come oggi nel nostro continente c’è una guerra in corso e che vede, in un modo o nell’altro, coinvolte molte nazioni…
Appunto. Credo che uno scrittore sia un’antenna, più o meno sensibile, che capta quello che si muove negli aspetti remoti della realtà. Nel romanzo teorizzo l’idea dell’Inconscio Cosmico, è l’aspetto più apertamente fantascientifico del romanzo. Nell’Inconscio Cosmico risiedono tutte le coscienze, le identità e forse una comunicazione fra noi viventi e limitati e quella sfera dell’esistenza è possibile. Mi sono ispirato alle idee di Carl Jung, amico e poi rivale di Freud.
Pietro, il protagonista del romanzo, è un giovane cuoco italiano, immigrato a Londra, città che alla fine dell’Ottocento era il centro del mondo. Puoi raccontarci qualche dettaglio che hai immaginato per questa Londra alternativa?
La vicenda nasce dalla storia di mio nonno e mio prozio che nel 1899, avevano dodici e undici anni, vennero mandati da soli da Martinengo a Londra in treno. Con il solo biglietto di andata. “Il ritorno ve lo pagate voi” disse mamma Selenite. Che li spedì a fare i garzoni al Carlton Hotel di Londra. Direttore era un tal Ritz, lo chef era un tal Escoffier. A casa abbiamo quaderni e libri firmati… Era l’hotel della regina Vittoria. Ed erano gli anni in cui Bram Stoker scriveva Dracula, in cui l’illuminazione elettrica sostituiva quella a gas e il tram elettrico quello a cavalli. Ho preso quella Londra capitale del mondo e ho inserito questa particolare scienza psicanalitica che confina con lo spiritismo, queste funivie che collegano gli alti palazzi della città in un sistema di trasporto urbano, ho inserito quest’atmosfera cupa, il contrario della Belle Époque, come se già si respirassero le tragedie del Novecento.
All’inizio della storia, Pietro riceve una tremenda notizia: la sua fidanzata in Italia è morta, ma pian piano lui si convince che non è così e crede di poter entrare in contatto con lei attraverso la conoscenza della teoria dell’inconscio cosmico. Nella storia del romanzo convivono, infatti, elementi squisitamente scientifici con altri che sono riferibili allo spiritismo e al misterioso. Mi vengono in mente due autori: Jules Verne per la sua fede nella scienza e nella tecnologia e Arthur Conan Doyle, il padre di Sherlock Holmes, che era un fervente assertore dello spiritismo e della possibilità di comunicare con l’aldilà. Avevi presente questi due autori quando scrivevi il romanzo?
Certo che li avevo presenti, e il romanzo è un omaggio a loro e agli altri scrittori di quel periodo, penso ad Arthur Machen, a Edgar Rice Burroughs, a Wells… Vedi, è merito anche loro se in quel periodo uno Tsiolkovski per primo studia la teoria del razzo, se Einstein mette in discussione la fisica di Newton… è in quei giorni che davvero si spalanca il sogno.
C’è sicuramente un elemento biografico nel romanzo, la tua passione per la bicicletta. Pietro, infatti, è un corridore che gareggia con altri immigrati di altre nazioni europee. Come s’inserisce questa tua passione nella storia del romanzo?
Non sveliamo troppo, ma la bicicletta, invenzione della seconda metà dell’Ottocento, davvero è necessaria nella trama perché consente un viaggio pericoloso e mirabolante. È anche vero che nella Londra di quegli anni si organizzavano sfide di fuoco in bicicletta fra emigranti di diverse nazioni.
A proposito di bicicletta, mi viene in mente un romanzo di Emilio Salgari, dal titolo “Al Polo Australe in velocipede”, che vede tre uomini affrontare i ghiacciai a bordo di una speciale bicicletta. La stessa avventura che decide di affrontare Pietro, quando sceglie di tornare in Italia. Anche qui, conoscevi il romanzo e ti ha fornito qualche elemento d’ispirazione per la tua storia?
No, confesso che, pur ammirando Salgari, questo romanzo non lo conoscevo. Lo leggerò!
Oltre all’avventura di Pietro, motivata da un’ossessione personale, c’è anche un fremito che interessa tutta l’umanità, perché è da Marte sembrerebbero arrivare degli strani segnali di luce. Qui sembra esserci un’eco di Herbert George Wells e del suo La guerra dei mondi. È così?
Certamente. Ma soprattutto c’è l’eco delle osservazioni di Giovanni Schiaparelli, il grande astronomo italiano che dall’osservatorio di Brera, osservando con un telescopio rifrattore da 22 centimetri (focale di 320 centimetri), credette di avere scoperto la rete dei Canali Marziani; in quegli anni si sparse l’idea che davvero esistesse una civiltà marziana e che i canali servissero per portare l’acqua dai poli all’equatore. Pure nacque il timore dell’invasione dei Marziani, in fuga dal loro arido pianeta… Da lì a “La Guerra dei Mondi” il passo è breve. Anche se il romanzo di Wells che preferisco è “La macchina del tempo”: abissale.
Oltre a essere scrittore e giornalista, sei anche un insegnante di scrittura creativa da tanti anni. Se il Paolo Aresi insegnante dovesse giudicare il Paolo Aresi scrittore, cosa diresti su come si è evoluta la tua scrittura dagli esordi a oggi?
Cerco di trasmettere la magia della parola scritta attraverso corsi e chiacchierate dal 1992. Guarda, io direi – lo spero – che si è articolata, forse approfondita, mi auguro che oggi si sia ancora più allontanata dai luoghi comuni e dalla banalità, che sia più capace di presentare gli aspetti umani e della realtà che ci circonda con maggiore senso della complessità e al tempo stesso nel dettaglio. Dalla vita ho imparato tante cose in tutti questi anni… ho visto crescere tre figli, invecchiare i miei genitori, morire persone care. Credo di capire perché un uomo abbassi gli occhi, perché una donna sposti i capelli dalla fronte, perché un giovane pieno di qualità possa sentirsi un fallito… la fragilità del presuntuoso… Il valore dei dettagli: credo di riuscire a notare cose che da giovane non avvertivo. E tento di trasferire questi elementi nella scrittura, che poi narra la mia visione del mondo, sogni compresi, in una maniera consapevole.


















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