Katagramma
Sono sempre stati in due.
Forse per bilanciarsi in qualche modo.
Nell’Era Atomica, l’essere umano avrebbe subito per la prima volta innumerevoli mutazioni a sua insaputa.
Scritti che andavano sotto il nome di Fantascienza documentarono quell’epoca, terminata solo in apparenza.
Le persone che scrissero e si occuparono di Fantascienza furono attori inconsapevoli di un mondo che stava cambiando inesorabilmente.
E che avrebbe cambiato anche loro.
Sono sempre stati in due.
Quando ci si può definire figli di qualcuno?
Inizio seduta Henosica
Non ricordo quando nacqui.
Dissero che c’era un sole ardente come una fucina nucleare, quando emisi i miei primi vagiti su questa Terra ormai irrimediabilmente contaminata dalle radiazioni atomiche.
Sento in me la memoria della mia creazione, però.
Sono stata la prima bambina Henosica.
Quello che posso fare è raccontare – prima che sia cancellato definitivamente con una detonazione nucleare – quello che avvenne tra due uomini che provarono a salvare il mondo, come del resto fanno molti uomini: a loro modo e non riuscendo, magari persino peggiorando le cose.
Questi particolari due uomini: l’occultista e il redattore.
Non furono brave persone come si intende comunemente, almeno al giorno d’oggi.
Uno di loro era mio padre.
Quello che disse lo scrittore Isaac Asimov può calzare perfettamente a ciò che sto per raccontare.
“Non possono esistere due messia in una religione monoteista”.
La vulgata scientifica e popolare comune al Ventesimo secolo ha maturato una sua parziale consapevolezza atomica, partendo dall’osservazione, diffusa da innumerevoli immagini fotografiche, della nube a fungo: un particolare caso di pirocumulo (ossia un cumulo che si origina da un processo convettivo associato a un’intensa fonte di calore) formato da detriti, fumo e vapore acqueo condensato, causato da una grande esplosione. Fenomeno associato solitamente a alla detonazione nucleare, da cui il nome fungo atomico. Il decadimento radioattivo giunge dopo. Per rimanere, in un lasso di tempo lungo secoli e secoli.
Lo scrittore di fantascienza William S. Burroughs nei suoi romanzi della saga “Nova Conspiracy” descrisse le radiazioni, in particolare quelle legate alle armi nucleari, come uno strumento di sottomissione: un mezzo attraverso il quale potenti entità agivano per esercitare il controllo sulle popolazioni. Descriveva spesso le armi atomiche come armi di distruzione di massa non solo fisica, ma soprattutto mentale e spirituale. Tali entità malevole, che cercavano di prosciugare ogni energia e memoria umana, avrebbero spinto schiavitù, dominio delle menti e potenziale distruttivo del potere incontrollato fino al culmine estremo di una massiccia esplosione nucleare.
Entriamo ora nella viva mente del racconto.
Nel suo fulcro pulsante.
Nel suo nucleo.
Anni ‘40
Un’estate qualunque degli anni Quaranta del secolo scorso.
Torrida.
“Quando ci si può definire figli di qualcuno?” pensò John.
Intravide la figura aggraziata e sinuosa di sua madre. Era al fianco di un dottore di bianco vestito che lo teneva in braccio appena in fasce; e gli poggiava delicatamente sul piccolo e fragile collo un laccio lungo oltre ogni dire, lungo come un serpente.
Quel laccio John lo sentì stringersi attorno al collo. Il soffio vitale gli si fece sempre più fievole. Non riusciva più a respirare. Ed erano le delicate, affascinanti e curate mani della sua mamma a tendere il laccio sempre più stretto.
Urlò, John. Urlò e quasi spezzò le mani giunte di Lafayette Ronald che gli tenevano i polsi.
Urlò e pianse per sei ore, di un terrore puro, infettivo.
I quattro specchi roteanti sistemati su una forma piramidale cava stavano perdendo ormai di velocità, dentro l’ufficio sistemato alla bell’e meglio per l’occasione.
Le cicale fuori dalla finestra frinivano, se mai qualcuno avesse potuto udirle.
Il lume dentro la piramide si estinse.
Non così la paura.
John non aveva mai ricordato veramente. La sua infanzia era un velo oscuro.
Lafayette voleva aiutarlo e aveva pensato a quel sistema, già descritto a fine Ottocento dal neurologo Jean Martin Charcot, che ipnotizzò lo stesso Sigmund Freud.
Lafayette lavorava per John, i due non si potevano considerare amici, ma sapevano di non averne altri. Lafayette voleva anche diventare famoso, certo: ma in quel pomeriggio assolato di quell’estate dimenticata quello che era davvero tangibile era la determinazione di entrambi a far luce sul passato oscuro di John.
Lafayette, nei giorni e nelle settimane successive, cercò di convincere John a riprovare la seduta, con l’uso di Fenobarbital, sedativi e Scopolamina, e non più solo degli specchi.
Lafayette era e rimaneva Lafayette.
“Quando ci si può definire figli di qualcuno?”
La seduta si tenne in gran segreto, neppure i collaboratori più stretti di John dovevano sapere.
C’erano soltanto due individui nella stanza, oltre a Lafayette e John stesso. Due “coadiuvanti”: due attori che, avesse potuto Lafayette confessarlo a cuore aperto, erano stati prelevati dal centro di collocamento più vicino, abbastanza frettolosamente, e senza badare troppo al curriculum.
Una donna e un uomo: il loro compito era interpretare la madre e il padre di John.
Cercò di concentrarsi, lasciarsi andare, chiudere gli occhi.
Ricercare e comprendere, come aveva sempre tentato di fare nel suo lavoro.
Si ritrovò, John, in una stanza angusta e zeppa di riviste pulp in ogni angolo, straripante di librerie babeliche e malferme che sembravano poter crollare da un momento all’altro sulla moquette color kaki – erano riviste di Hugo Gernsback, Amazing Stories su tutte.
Al centro della stanzetta, una culla ricurva verso il pavimento.
Dentro la culla, un batuffolo di carne lattea semovente.
La mamma si avvicinò alla culla, e John cominciò a faticare a respirare. Le pulsazioni del suo cuore impazzirono.
Il piccolo che era dentro la culla non piangeva, si affidava completamente.
A cosa, poi?
Il padre si mise seduto alla scrivania ingombra di pulp e cominciò a sfogliarli, disinteressato.
Dall’altro lato della stanza Lafayette, dondolandosi su una sedia mezza rotta, appuntava affannosamente su un foglio: “Non prendere un ‘Junior’ se puoi evitarlo. Se il padre è chiamato George e il paziente è chiamato George, ci saranno problemi, non prenderlo mai! Mai!”
La mamma si avvicinava implacabile al bambino.
Si allungava un laccio tra le mani.
Il Laccio.
Poteva ricordarne l’odore, John, oltre che il colore e la forma inquietante e guizzante come quella di una biscia malevola.
Tentò di saltare in piedi e percepì il suo viso cadere per terra come un sacco vuoto, afflosciato, disperato, il naso rovinosamente spiaccicato sulla copertina del numero di Astounding Science Fiction uscita nel marzo 1949, solo pochi mesi prima.
Aveva scelto la copertina personalmente, se la ricordava bene: il malinconico robot che guardava alle stelle con un cuore di carta puntato sul petto d’acciaio. Era disegnata da “Alejandro”, scritto in piccolo in basso. Il titolo stampato sulla copertina oscura era “Missing Ingredient”.
L’aveva considerata sin da subito una bellissima copertina, si intonava al discorso e alla cronologia dei robot che stavano sviluppando con il giovane Asimov.
La mamma, intanto, incurante di ogni altra cosa, circondava il collo del bambino con il laccio.
Di scatto, e con tutte le sue forze, John afferrò la rivista sotto la sua faccia e la scagliò oltre il Cosmo conosciuto. Nello specifico, verso il volto della mamma, che, presa in pieno in un occhio dalla costina della rivista, si ritrasse come un orco degli abissi alle prime luci dell’alba.
La rivista cadde dentro la culla e rimase aperta sopra il corpo del fanciullo.
Chissà se e cosa poteva vedere mai in quella rivista, cosa intravide lì dentro, lui così piccino.
Il suo futuro mondo.
Il suo futuro lavoro.
Il suo futuro destino.
Quella rivista gli aveva dato modo di sfuggire alla fatale morsa e forse lo aveva salvato.
O forse… lo aveva esposto a un nuovo e imperscrutabile pericolo.
Ora poteva sentire i propri stessi pianti disperati, provenienti dagli infiniti buchi neri del Cosmo – che esistevano, e di questo lui era ben cosciente, da quando era nato.
Non seppe mai quanto fu davvero finzione.
Ma d’altra parte chi è che lo sa?
John W. Campbell jr aveva preso le redini editoriali di Astounding Science Fiction nel 1937, dando origine alla cosiddetta “Epoca d’oro della Fantascienza”. Dal Gennaio 1960, con un cambio ai vertici della proprietà editoriale, la rivista cambiò il suo nome in Analog, Science Fact and Fiction.
John fu sin dall’inizio ipnotizzato, influenzato e manipolato da Lafayette Hubbard, legandosi a lui proprio a partire da quella seduta Henosica sperimentale, in quel torrido mese di luglio degli anni Quaranta.
L’influenza di Hubbard su di lui sarebbe stata enorme.
Lafayette Hubbard fu autore del libro “Henosis: The Evolution of a Science”, pubblicato e curato dallo stesso John W. Campbell jr, che lo aiutò nella formulazione e pubblicazione nel 1950.
Quel libro divenne poi la base per il culto della chiesa di Henosiology.
A partire da quel lontano giorno di trattamento, comunque, entrambi si immisero inconsapevolmente nel grande flusso dell’esistente tutto: il flusso insondabile, profondo, senza fine delle radiazioni atomiche, che si erano liberate solo qualche anno prima e circolavano ormai incontrollate per l’etere.
Entrambi diventarono qualcos’altro.
Due esseri in vita per proteggere e difendere il mondo?
Forse.
Due agenti di forze altre?
A loro modo, entrambi le hanno combattute.
E tutti noi – compreso te, mio improvvido lettore – fummo agganciati in quel vortice mutageno, senza scuse e senza eccezione alcuna.
Tu dov’eri?







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