Un certo tipo di fantascienza è stata chiamata “narrativa di anticipazione”, perché introduce elementi che nel mondo attuale non ci sono, e il fatto di spostare le vicende narrate nel futuro è un modo per spiegare la loro esistenza. Ma, oltre a questo, c’è un altro motivo che giustifica la definizione.
La mente dell’homo sapiens possiede una naturale propensione a immaginare il futuro. Diverse specie animali mostrano una certa capacità di anticipazione, basata su meccanismi, innati o appresi, che producono spinte innescate da stimoli ambientali o interni. Il comportamento animale (e, in parte, anche il nostro) è retto da schemi del genere, che funzionano in modo pressoché automatico.
Il behaviorismo ha cercato di spiegare il comportamento di tutti gli animali, noi compresi, come dovuto a schemi innati, o appresi attraverso processi di condizionamento, cioè di associazione tra stimoli e risposte. Secondo questa teoria, qualunque azione deriva da schemi che sono innati, o da associazioni tra questi schemi innati e un qualsiasi stimolo, o da meccanismi di rinforzo di azioni occasionali che diventano abitudini (condizionamento operante).
Per quanto riguarda gli umani, questa teoria è stata smentita da studiosi come Noam Chomsky, che ne ha mostrato i limiti in relazione all’apprendimento del linguaggio, o come Albert Bandura, che con la sua teoria dell’apprendimento sociale ha spostato il concetto di apprendimento per rinforzo in ambito cognitivista. La teoria del rinforzo, pur ingegnosa, non spiega i comportamenti più complessi.
Una teoria più completa comprende schemi di comportamento di vario tipo: i semplici riflessi, i riflessi condizionati, il condizionamento operante, l’apprendimento sociale, e l’auto-apprendimento. I riflessi condizionati derivano dalla semplice associazione di uno stimolo artificiale presentato insieme allo stimolo che produce il riflesso incondizionato. Questo, ad esempio, è il metodo usato nel film Arancia Meccanica (A Clockwork Orange, Stanley Kubrick, 1971, dal romanzo di Anthony Burgess, 1962) per indurre nel protagonista Alex un rigetto delle sue pulsioni aggressive, grazie all’associazione tra stimoli negativi e violenza (coinvolgendo anche la musica di Beethoven).
Il condizionamento operante si ottiene tramite il rinforzo di comportamenti complessi, mentre i comportamenti socialmente appresi vengono assimilati per imitazione. Qui il concetto di rinforzo viene meno, almeno nella sua forma più semplicistica, e per “rinforzo” si intende il fatto che non si imita un comportamento se non appare desiderabile. Arriviamo così all’auto-apprendimento, che consiste nella costruzione di uno schema operata dal soggetto stesso. Anche in questo caso il soggetto deve avere una motivazione valida, e quindi un “rinforzo” in un qualche senso del termine, ma se lo somministra da sé.
Ci allontaniamo così dal meccanismo classico del rinforzo, che opera nel senso di rendere più probabile un comportamento che ha prodotto un risultato positivo (e meno probabile quello che ha prodotto un risultato negativo). Ciò si traduce nel fare qualcosa “come se si avesse una certa aspettativa”, perciò l’ipotesi behaviorista è che il comportamento in questione non sia di per sé finalizzato, benché sembri tale, ma sia prodotto da schemi che funzionano in modo automatico.
Supponiamo invece che, almeno negli umani, ci sia una classe di comportamenti finalizzati, nel senso che seguono uno schema che non è prodotto dal rinforzo, ma è stato auto-costruito allo scopo di produrre uno specifico risultato. Questa auto-programmazione del comportamento richiede che il soggetto sia in grado di prevedere quale ne potrà essere l’esito. Per programmare occorre guardare nel futuro, fare delle previsioni. L’arte della previsione, praticata a suo tempo dagli indovini, in epoca moderna è stata affidata agli scienziati.
Il metodo scientifico consiste nel rilevare delle regolarità, e trarne previsioni da sottoporre alla verifica sperimentale. La scienza sistematizza ciò che noi già facciamo in modo empirico. Capire come funzionano le cose serve a prevedere cosa può accadere, a partire da determinate premesse. Questo compito, oltre che dalla scienza moderna, è da sempre stato assunto dalla filosofia. Infine, anche la narrativa (letteraria o di altro tipo) descrive punti di vista sul mondo che spesso sembrano cogliere in anticipo certe intuizioni successive, sia della scienza che della filosofia.
Ecco allora che la fantascienza, sorta agli inizi del Novecento, sembra aver messo insieme tutte e tre le modalità euristiche: razionalità scientifica, speculazione filosofica, e immaginazione narrativa, in una miscela che cerca di descrivere il mondo non per com’è, ma per come potrebbe essere a partire da dove ci troviamo. Si tratta di esperimenti mentali “finzionali” che cercano di prevedere non il futuro in senso stretto, ma il risultato che può venir fuori da un certo stato di cose.
In questo senso la fantascienza è narrativa “di anticipazione” perché cerca di cogliere in anticipo non ciò che verrà, ma ciò che potrebbe venire, così da assecondare certe tendenze e contrastarne delle altre, ammesso che ciò possa essere fatto (il che non dipende dalla fantascienza).
La mente umana e la fantascienza vivono nel futuro, pur abitando il passato. Poiché nessun segnale è istantaneo, l’esperienza è percezione del passato. Al tempo stesso ci muoviamo in modo da raggiungere una certa situazione futura, anziché una diversa, nella misura in cui ci è possibile agire. Ogni atto volontario è dunque un tentativo di creare il futuro. La fantascienza allarga questa possibilità, descrivendo il futuro come se fosse già davanti a noi.













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