C’era una volta il Ghetto della fantascienza, un quartiere sporco e abitato da reietti della grande Metropoli della letteratura. Un posto isolato, in cui era vietato per uno scrittore serio e coscienzioso andarci. Però ogni tanto accadeva.
Nel 1969, ad esempio, un raffinato scrittore come Vladimir Nabokov ci fece una capatina e il fatto è documentato nel suo romanzo Ada o ardore (Ada, or Ardor: A Family Chronicle), in cui si narra la storia di Van Veen e la relazione, durata tutta una vita, con sua cugina Ada, che poi scoprirà essere la sorella. I due s’incontrano quando lei ha undici anni e lui quattordici ed entrambi sono ricchi, istruiti e intelligenti. La particolarità della vicenda è che è ambientata alla fine del diciannovesimo secolo, ma su un pianeta chiamato a volte Demonia e altre Antiterra, una sorta di Terra parallela, perché dal punto di vista geografico i due pianeti sono uguali, ma radicalmente diversi nella composizione delle nazioni. Gli Stati Uniti sono formati da tutte le Americhe, ma sono state colonizzate dai Russi. Quest’ultimi, che non hanno conosciuto la Rivoluzione bolscevica, vivono in Estoty, quello che noi conosciamo come Canada occidentale, mentre quello orientale è di lingua francese ed è chiamata Canady. La Russia e gran parte dell’Asia sono un unico impero chiamato Tartaria. Così come gran parte dell’Europa e dell’Africa sono unificate sotto un unico impero di stampo britannico.
L'elettricità è stata bandita fin quasi dalla sua scoperta, in seguito a un evento noto come “il disastro L”. Esistono aerei e automobili, ma non televisione e telefono; le loro funzioni sono svolte da dispositivi simili alimentati ad acqua. In questa società parallela si è diffusa la credenza, sfociata a tratti in una vera e propria religione, dell’esistenza di un pianeta gemello chiamato Terra.
Van Veen ha lavorato come psicologo, occupandosi di persone che pensano di essere in contatto con Terra, che appare soprattutto nei loro sogni.
A leggere questi particolari della trama di Ada o Ardore sembrerebbe proprio che Nabokov, magari di notte, al buio della Luna, quando la gente non è per strada, abbia frequentato i vicoli del “Ghetto Fantascienza”, ma la cosa è stata smentita dallo stesso scrittore. Il 3 settembre 1968, Nicholas Garnham intervistò lo scrittore di Lolita per il canale televisivo BBC-2 (l’intervista venne poi pubblicata in forma scritta su The Listener, il 10 ottobre dello stesso anno), durante la quale dichiarò: “Detesto la fantascienza con le sue ragazze e i suoi scagnozzi, la suspense e i suoi sospensori”. All'epoca, stava lavorando proprio ad Ada o Ardore e il risultato, evidentemente cercato e raggiunto, è stato che i critici furono molto attenti a differenziare il romanzo dello scrittore russo naturalizzato americano dalla fantascienza nuda e cruda, per intenderci tipo space opera.
L’atteggiamento di Vladimir Nabokov non è stato un caso isolato, ma quasi una costante nell’arco di tutto il Novecento, nonché in questo nuovo millennio. Fior fiore di scrittori hanno palesemente scritto romanzi che erano senza alcun dubbio di fantascienza o, in alcuni casi, ne avevano le fattezze almeno in parte. Insomma, un giro nel Ghetto se lo erano tranquillamente fatto, ma dirlo a gran voce era scomodo, perché loro non volevano essere assimilatati a un genere letterario che è, quasi sempre, stato considerato minore, per nulla meritevole di attenzione, certamente non autorevole, cose da far leggere al massimo dai bambini.
Un altro caso eclatante è stato quello di Kurt Vonnegut, che con queste parole, pubblicate nel suo saggio Divina Idiozia (Wampeters, Foma & Granfalloons (Opinions), 1974) scrive, a proposito del suo prima romanzo Piano meccanico (Player Piano, 1952): “Dai critici ho scoperto che ero un autore di fantascienza. Non lo sapevo. Pensavo di avere scritto un romanzo sulla vita, sulle cose che non potevo evitare di vedere e sentire a Schenectady, una cittadina assolutamente reale, maldestramente ambientato nel nostro raccapricciante presente. E da allora sono stato infilato a forza in un cassetto con l’etichetta “fantascienza”. A me piacerebbe uscirne, in particolare da quando così tanti critici seri scambiano regolarmente il cassetto per un orinatoio”.
Anche qui, c’è la paura di uno scrittore, esordiente, che non vuole essere rinchiuso nel ghetto della fantascienza e pur adottando molti meccanismi narrativi propri della science fiction in altre sue opere successive, si è ben guardato dal dire di far parte del mondo degli scrittori di fantascienza. Anzi della Loggia, come l’ha definita più avanti nel pezzo che è stato pubblicato in Divina Idiozia.
In tempi più recenti, è noto il caso della scrittrice canadese Margaret Atwood che ha più volte dichiarato che molti dei suoi romanzi, che solo in pochi si azzarderebbero a non definirli di fantascienza, a cominciare dal suo più noto Il racconto dell’ancella (The Handmaid's Tale, 1985), non sono affatto fantascienza, ma di speculative fiction.
Il caso, forse, più clamoroso di tutti è quello dello scrittore britannico Ian McEwan, autore di romanzi come Solar (2010) e Macchine come me e persone come voi (Machines Like Me, 2019), decisamente fantascientifici, che sembra vivere in un mondo in cui la fantascienza non esiste e lui è il primo a scrivere di certi temi fantascientifici.
Nel romanzo Macchine come me e persone come voi, ad esempio, lo scrittore britannico descrive un 1982 alternativo in cui l’Inghilterra ha peso la guerra delle Falkland e i Beatles hanno ripreso a suonare insieme e a tenere concerti. Ma non solo. I robot si sono appena affacciati sul mercato: venticinque prototipi di robot umanoidi, molto simili all’essere umano, sono in vendita tredici donne chiamate Eve e dodici uomini di nome Adam. Il protagonista del romanzo Charlie Friend acquista l'androide di nome Adam, un essere artificiale in grado di sviluppare una propria personalità, una coscienza e di esprimere emotività.
In un’intervista a Enrico Franceschini, uscita su “La Repubblica” del 31 Agosto 2019, dal titolo Siamo uomini o digitali?, Ian McEwan alla domanda “Se uno scrittore non incide sulla realtà, può cercare di alterarla: come lei ha fatto in Macchine come me. Lo definirebbe un libro di fantascienza o fantapolitica?” risponde: “Ammetto che il titolo è ispirato da un libro di Asimov. E che, da giovane, i miei primi romanzi flirtavano con la fantascienza. Ma non è un genere che prediligo. Il motivo è che non amo fare previsioni. Mi pare un esercizio futile, perlomeno per la narrativa: nella vita tutto è imprevedibile, figuriamoci il futuro dell'umanità”.
McEwan, pur riconoscendo che la fantascienza esiste e c’è almeno uno scrittore che ha letto, un tale di nome Asimov (un tale che in un universo alternativo ha fatto proprio delle storie di robot uno dei suoi temi prediletti), assegna alla fantascienza ciò che molti studiosi, ma anche semplici lettori, sanno perfettamente non essere vero: che la science fiction sia previsione, un oroscopo verrebbe da dire. Semplicemente raccontando tanti possibili futuri, diventa a volte naturale che qualche autore riesca a prevedere uno scenario sociale o un’invenzione tecnologica, ma come puro fatto casuale.
Alla successiva domanda dell’intervistatore, che gli chiede se è per questo che ha scelto di ambientare il romanzo nel passato, il 1982, seppur alternativo al nostro, McEwan risponde: “Cosa sarebbe accaduto se la Gran Bretagna avesse perso la guerra delle Falkland? Se Margaret Thatcher fosse stata sconfitta dal laburista euroscettico Tony Benn alle elezioni successive? E se ci fosse stato lui, nell'albergo dove l'Ira organizzò un attentato? Ho immaginato tutto questo per dimostrare come il presente che stiamo vivendo non sia l'unico possibile. E che le grandi svolte spesso sono conseguenza di piccole coincidenze, non di una logica ineluttabile. Basta cambiare un tassello e la Storia avrebbe preso un altro corso”.
In una sola risposta, lo scrittore cancella letteralmente tutta la fantascienza, come se una parte di questo genere fantascientifico, non si fosse mai occupato di storie alternative. Subito dopo, rincara la dose rispondendo a una nuova domanda di Franceschini in questo modo: “C'è un'ampia letteratura sulla Storia fatta con i «se». Che possono disegnare anche scenari regressivi: uno tipico è «se Hitler fosse riuscito a invadere il Regno Unito». Gli inglesi ne vanno pazzi”.
Quell’ampia letteratura costruita sui «se», McEwan si guarda bene dal chiamarla science fiction, un genere che per lo scrittore però conosce bene. Tant’è che il suo ultimo romanzo, pubblicato con il titolo Quello che possiamo sapere (What We Can Know, 2025), è stato definito dal suo autore come “science fiction without the science”, quasi come se lui fosse il primo ad aver scritto un nuovo genere di romanzo, quello della “fantascienza senza la scienza”, con buona pace di tanti, tantissimi scrittori che sono ricordati nella storia della science fiction proprio per aver scritto romanzi in cui la scienza non ha un ruolo fondamentale.













Aggiungi un commento
Fai login per commentare
Login DelosID