All’inizio della sua carriera Philip K. Dick tentò di diventare uno scrittore di romanzi mainstream, ma non ci riuscì. Per tutti gli anni Cinquanta ci provò, scrisse anche più di due romanzi all’anno, ma nessun editore era disposto a pubblicarli, mentre i suoi romanzi di science fiction, seppur malpagati, continuarono a essere pubblicati. Abbandonò del tutto l’ambizione di scrivere mainstream nel 1961, quando il suo romanzo The Man in the High Castle (in italiano pubblicato sia con il titolo La svastica sul sole che con L’uomo nell’alto castello) vinse il premio Hugo, quello per il miglior romanzo di fantascienza, ma lo scrittore californiano sperava che anche questo romanzo potesse traghettarlo da scrittore di fantascienza a scrittore mainstream. Nel gennaio del 1963, la Scott Meredith Literary Agency, l’agenzia letteraria che si occupava di vendere i romanzi e i racconti dell’autore di Ubik, restituì a Dick tutti i suoi romanzi mainstream invenduti. In seguito, queste opere furono conservate presso la biblioteca dell'Università della California, a Fullerton, e diventarono oggetto di studio da parte di critici e studiosi. Tra questi, c’era lo scrittore Kim Stanley Robinson che per la sua tesi di dottorato in Letteratura inglese lesse anche queste opere mai pubblicate e, nel suo saggio The Novels Of Philip K. Dick (1982), le trovò prolisse, scritte con un tono uniforme e serioso e in definitiva noiose.
Philip K. Dick morì il 2 marzo del 1982 e da quel momento nacque la leggenda dello scrittore americano, la cui “vendetta” è stata quella di diventare esattamente ciò che non era riuscito a essere da vivo: uno scrittore mainstream. E lo fece partendo dalla non comoda posizione di scrittore di science fiction.
Ma che cos’è un romanzo mainstream? Il sociologo francese Frédéric Martel, nel suo saggio Mainstream. Come si costruisce un successo planetario e si vince la guerra mondiale dei media (2010), così definisce il mainstream: «Il termine, difficile da tradurre, significa letteralmente “dominante” o “grande pubblico”, viene utilizzato generalmente per un media, un programma televisivo o un prodotto culturale che ha come obiettivo un vasto pubblico. Mainstream è il contrario di controcultura, sottocultura, nicchia; a torto o a ragione è il contrario di arte. Per estensione, il termine riguarda anche un’idea, un movimento o un partito politico (la corrente dominante), che intende conquistare tutti. A partire da questa inchiesta sulle industrie creative e i media attraverso il mondo, Mainstream può dunque permettere di analizzare anche la politica e il business che, di sicuro, “vogliono parlare a tutti”. L’espressione “cultura mainstream” può peraltro avere anche una connotazione positiva e non elitaria, nel senso di “cultura per tutti”, o più negativa nel senso di “cultura dominante”, o di cultura formattata e uniformata».
Mainstream, dunque, è il romanzo che diventa bestseller, quello che tutti comprano (leggere è un’altra storia), con un tipo di storia che non può essere inquadrata in un genere specifico. Un romanzo mainstream ha in comune con la narrativa di genere il fatto di avere il suo focus sulla storia e uno dei suoi obiettivi principali, che è l’intrattenimento del lettore. Le storie sono narrate in modo abbastanza lineare, il lettore non deve sforzarsi per “capire la storia”.
C’è un’altra categoria che va tenuta conto quando si parla di letteratura mainstream e letteratura di genere ed è il romanzo letterario. In questo caso, parliamo di un tipo di opera che non è focalizzato tanto sulla trama quanto sul modo in cui è scritto, ovvero spesso si tratta di romanzi sperimentali dal punto di vista della scrittura, dello stile e della tecnica. Sono i personaggi a essere centrali, con un’introspezione psicologica molto spesso assente nella narrativa di genere e anche in quella mainstream. Lo scrittore stesso è un attore chiave in questo tipo di romanzo.
Ora, è evidente che tutte queste caratterizzazioni che definiscono il romanzo mainstream, quello letterario e di genere sono in realtà, spesso, sovrapponibili.
Anzi, si va sempre più spesso verso una vera e propria ibridazione fra queste forme letterarie. Alcuni fenomeni sembrano confermare tale tendenza. Abbiamo già detto di Philip K. Dick e dei suoi romanzi che, pur usando tutto l’armamentario tipico della fantascienza, è ormai diventato un autore mainstream. Ma lo stesso si può dire di una scrittrice come Ursula K. Le Guin.
Altro caso interessante è quello di James G. Ballard, che è certamente l’autore di molti romanzi che potremmo definire letterari, ma che affondano le loro radici anche nell’immaginario fantascientifico.
Alcuni filoni della fantascienza, come la distopia e la climate fiction, sono o stanno transitando dalla narrativa di genere alla narrativa mainstream. E ci sono scrittori sicuramente considerati letterari che fanno uso di icone e storie che definiremmo senza troppi fronzoli fantascientifiche. Pensiamo a, per fare qualche esempio, a romanzi quali L'incanto del lotto 49 (The Crying of Lot 49, 1965) di Thomas Pynchon, Il complotto contro l'America (The Plot Against America, 2004) di Philip Roth, Shikasta (1979) di Doris Lessing, La strada (The Road, 2006) di Cormac McCarthy, Zero K (2016) di Don DeLillo.
Mainstream, quindi, è oggi una categoria per designare romanzi che hanno ricevuto un certo successo presso i lettori e che non è, tuttavia, qualificabile come un romanzo di genere, anche se spesso accade che un romanzo di genere (mettiamo di fantascienza), scritto da uno scrittore che non è considerato di genere, diventi mainstream perché il mercato lo esige e allora categorie come mainstream, romanzo letterario o di genere possono significare tutto e niente.













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