Città di luce e d’ombra

Posted on July 3rd, 2008 in Generico | No Comments »

 

Da anni assistiamo a un fenomeno in crescita: lo sviluppo ipogeo delle città. Così Toronto nasconde una rete underground di tunnel pedonali lunga 27 chilometri, Tokyo sta diventando un paesaggio fantascientifico…

 

Da vari anni assistiamo a un fenomeno in progressiva crescita: lo sviluppo ipogeo, sotterraneo delle città, riguardante soprattutto i centri urbani più grandi. Il sottosuolo di Tokyo sta diventando un paesaggio assolutamente fantascientifico, perché utilizzare “spazi” sotto i nostri piedi significa anzitutto servirsi di materiali particolari e tecnologie aggiornatissime, spesso spettacolari. Come la Tbm, Tunnel boring machine (”macchina perforatrice per i tunnel”), gigantesco apparato che scava, raccoglie materiali di risulta, ricopre le gallerie, costruisce pareti e contrafforti, il tutto in automatico.

Il punto di partenza non è una novità e risale a secoli addietro: sotterrare reti di servizi, ma non solo. C’è anche la necessità di utilizzare al meglio gli spazi di superficie. E costruire ipogeo diventa un modo per ridurre l’impatto ambientale, o di coniugare la necessità di innovazioni urbane con zone di valore storico. Sebbene il sottosuolo non sia “abitato” stabilmente, esso si presta inoltre a offrire servizi d’ogni genere, con il vantaggio di non dover estendere la città di superficie: ciò che invece accrescerebbe le distanze, il traffico e l’inquinamento. Quanto all’uso “cittadino” del sottosuolo, già i Romani (per esempio) usavano vaste gallerie sotterranee per deporvi i cari estinti: le catacombe, che divennero anche i luoghi dove i primi cristiani celebravano in segreto il loro culto (punto importante, perché il sito diveniva anche “abitativo”). Nel lontano passato troviamo casi di città interamente sotterranee: la più famosa è forse Derinquyu, in Cappadocia (Turchia). Derinquyu fu scoperta nei primi anni Sessanta e si ritiene sia stata abitata da Ittiti, Romani e Bizantini. E’ visitabile per ben 8 livelli che giungono a 66 metri di profondità, scavati nel tufo con case, strade, chiese, scuole; una realizzazione che lascia ammirati e stupiti. Si presume che al totale interramento avessero portato motivazioni di sicurezza, a difesa contro saccheggi e scorrerie frequenti nell’epoca.

Sotto il livello stradale, benché solitamente a cielo aperto, sono state per millenni le fogne e gli scarti liquidi di numerose lavorazioni. Ma col progredire delle tecnologie sono divenuti “invisibili” intere reti di servizi: acque di scarico, linee elettriche e telefoniche, fibre ottiche, gas, acquedotti e così via. L’avvento della metropolitana estese anche alle comunicazioni la discesa sotto il livello stradale. E’ cresciuto così il novero del “servizi” che è utile (talora indispensabile) trasferire nel sottosuolo e si è continuato a scavare sempre più in profondità. Ovviamente il costruire ipogeo deve risolvere problemi vitali: protezione da infiltrazioni d’acqua, assoluta affidabilità degli impianti (elettricità, aerazione, clima, uscite di sicurezza), “tenuta” in caso di terremoti. Da questo punto di vista Tokyo è una città-pilota. La megalopoli conta 13 milioni di abitanti - 35 considerando l’intero agglomerato urbano - e il suo sottosuolo, sviluppatosi su più strati, è affollato quasi quanto la superficie. In queste “sottocittà” ubicate a venti, trenta, perfino 50 metri di profondità (limite al momento ritenuto non valicabile) si trova tutto quanto può interessare coloro che, per vari motivi, sono costretti a spostamenti o a soste non lunghe. E pian piano i servizi sono cresciuti: bar, rivendite di giornali, ristoranti, parcheggi, centri commerciali. Il tutto incentivato anche da motivi di sicurezza, per evitare il crearsi di luoghi solitari più esposti alla delinquenza. Una volta avviato il processo, esso sta man mano crescendo da sé: ovunque si stanno trasferendo giù grandi palestre, musei, centri di bellezza, librerie. Molti edifici di superficie hanno ascensori che non si fermano al piano terra ma proseguono giù, fino alla fermata della metropolitana. Oppure troviamo bretelle stradali che evitano il centro cittadino, s’interrano decine di metri e sbucano in pochi minuti d’auto in superficie, all’altro capo del centro urbano. Un tunnel del genere a Tokyo, a 30 metri di profondità e lungo 7 km. (lo Yamate Tunnel), riesce a ridurre del 20% il traffico e il progetto prevede un ulteriore ampliamento di 4 km. Il Giappone è terra sismicamente ad alto rischio: ricordiamo il terremoto del 1995, con 6000 morti e l’interruzione di servizi essenziali per centinaia di migliaia di abitanti. Ebbene, nel sottosuolo della capitale (peraltro minacciata dalla previsione di un Big One che dovrebbe verificarsi in una trentina d’anni) passano anche “reti salvavita”, utili a evitare - quanto meno ridurre - disastrose interruzioni dei servizi. Toronto, oltre 5 milioni e mezzo di abitanti, è un’altra metropoli decisamente all’avanguardia: nel tempo, si è creata una Toronto “underground” alternativa denominata PATH (”sentiero”), a perpendicolo sotto il cuore della città: una rete di tunnel pedonali lunga complessivamente 27 km. su un’estensione di ben 372 mila metri quadri. Pochi lo sanno, ma il complesso commerciale più grande del mondo è ubicato nel sottosuolo. PATH è l’odierno sviluppo di un breve, vecchio tunnel pedonale interrato, con alcuni servizi, creato nell’anno 1900. Oggi il complesso conta 1200 esercizi commerciali, 20 grandi parcheggi e perfino banche e alberghi (Sheraton, Hilton. Intercontinental, Fairmont Royal York Hotel, Rogers Centre…). Grandi centri del mondo hanno città gemelle sottostanti: tra le maggiori quelle di Montreal, Sydney, Vancouver, Santiago, Helsinki, Parigi, Francoforte, Hong Kong, Nuova Delhi.

Anche nelle maggiori città italiane si manifesta la tendenza, sia pure su dimensioni più limitate. Da notare la riqualificazione in corso del sottosuolo di Napoli: le stazioni del metrò sono oggetto di un intervento di natura artistica con dipinti murali, installazioni luminose, mosaici e altro, opera di noti architetti e artisti di fama internazionale. Se la crescente espansione in verticale, che portò alla costruzione dei grattacieli, oggi pare si rivolga al basso, non è forse campato in aria immaginare il giorno in cui sotto i nostri piedi sorgeranno anche vere e proprie abitazioni. Alberghi - come visto per Toronto - ce ne sono già. Magari prima o poi commercianti, addetti ai lavori o dipendenti decideranno - specie se le attività si consolideranno ulteriormente - di crearsi in loco un punto d’appoggio che all’occasione abbia funzioni domestiche. L’avvio di un nuovo fenomeno, o di una moda: trasferirsi nel sottosuolo. Un ”esodo” che potrebbe divenire una necessità: ormai la maggior parte delle popolazione terrestre ha abbandonato le campagne e si è spostata nelle città, che diventano sempre più vecchie, crescono disordinatamente, sono intasate dal traffico e mostrano problemi d’ogni genere. L’uso del sottosuolo lascerebbe invece l’esterno disponibile per le produzioni agricole, lo sviluppo del verde e il tempo libero; il traffico verrebbe decongestionato, l’isolamento termico naturale del sottosuolo incrementerebbe i risparmi energetici. Nel sottosuolo c’è, in teoria, uno “spazio” indefinito.

Ma la città ipogea non è solo una modifica spaziale dell’abitare: influenza anche il nostro modo di vivere. Anzitutto si “perde” il cielo, vivendo in una perenne “notte” con luci artificiali. Ne risentono i bioritmi. Si verifica anche una crescita dei cosiddetti non-luoghi, zone urbane in cui si sosta solo per tempi brevi. Si accrescono gli spostamenti “in verticale” (ascensori, scale mobili). Inoltre viene meno quella “prospettiva”, il panorama insomma, che ha sempre costituito elemento visivo essenziale della città. Ci sembrerà sempre più di vivere in un “altrove”: le sottocittà assomiglieranno molto a una ipotetica Luna City.

 

Negli abissi d’acciaio di romanzi e film… 

La città è certamente uno dei temi che attraversano l’intera narrativa di fantascienza. Si sono immaginate motivazioni le più diverse anche per l’esistenza di megalopoli sotterranee, o comunque di comunità viventi nel sottosuolo. Scendere giù può essere, per esempio, una necessità dettata dallo scoppio d’una guerra nucleare globale. Questa era anzi una concreta paura negli anni della Guerra fredda e - si ricorderà - soprattutto negli Usa gente con adeguate disponibilità economiche fece costruire non poche case-bunker interrate, veri rifugi corazzati e attrezzati, nel timore d’una guerra atomica scatenata dall’Urss. Una storia che muove da uno spunto simile (riparo da una guerra globale) è narrata nel racconto I difensori di Philip K. Dick, come pure - in differenti forme - dal francese Daniel Drode nel romanzo Superficie del pianeta. Uno dei romanzi più noti di Isaac Asimov, Abissi d’acciaio, ha per teatro una megalopoli sotterranea ultratecnologica; qui il motivo della discesa nel cuore del pianeta è la “sicurezza”, che maschera tuttavia uno slittamento paranoico dell’umanità. In numerose altre storie la città sotterranea è anche simbolo di un’umanità oppressa da governi totalitari, con personaggi che combattono per un riscatto riuscendo poi, simbolicamente, a “risalire in superficie” (come nel romanzo …E su di noi le stelle di Louis Charbonneau, o nel film di George Lucas L’uomo che fuggì dal futuro). In altri casi c’è stato un cataclisma naturale, i pochi sopravvissuti si sono rifugiati per secoli nel cuore del pianeta, in caverne buie, per cui sono divenuti praticamente ciechi, eppure sono incredibilmente riusciti a sopravvivere (Percezione infinita, di Daniel F. Galouye). Gli uomini nei muri è un romanzo di William Tenn che a sua volta narra di un’umanità rinchiusa in cunicoli e gallerie infestate da topi e insetti, per sfuggire all’invasione di giganteschi alieni. Nel celebre romanzo La macchina del tempo Herbert George Wells immaginava il futuro di un’umanità scissa in due razze diverse: gli Eloi, pacifici e imbelli, vivono in superficie; i Morlock, creature degenerate anche fisicamente, sono rifugiati nel sottosuolo e si cibano degli Eloi. La storia era una satira sul divario fra le due classi dei “proletari” e dei “capitalisti”. Con l’avvento del cyberpunk la “discesa” si fa allegorica: le megalopoli elettroniche teatro di eventi e avventure sono luoghi virtualmente illimitati eppure chiusi, spesso claustrofobici quanto le più invivibili comunità sotterranee.

Questo articolo è apparso su “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 17 febbraio 2008.

 

Immaginatevi…

Posted on June 24th, 2008 in Generico | 5 Comments »

                                                                                                                                      

Luoghi immaginari. Creature, lingue, scienze fantasticate. L’ineliminabile desiderio di stupirsi, di sperare in una “alterità” rispetto alla vita d’ogni giorno…

Da sempre l’umanità ha fantasticato su luoghi affascinanti e misteriosi del passato (forse mai esistiti), i cui nomi ci sono tramandati da documentazioni (spesso incerte, se non chiaramente false). L’antichità prolifera di “relazioni” redatte da sedicenti esploratori che narravano d’aver superato i confini del mondo conosciuto, per terra e per mare, addentrandosi in lande meravigliose o terrificanti, sedi di comunità paradisiache o abitate da creature non umane, mostruose e bizzarre. Spesso questi “rapporti” da terre o isole ignote non erano di prima mano, ma trascrizioni di racconti di terze persone, se non semplici “sentito dire”, la cui origine - non verificabile - si perdeva nella notte dei tempi. E’ giunta ai nostri giorni una cospicua letteratura di luoghi creati (si ritiene) in buona parte dall’immaginazione, divenuti tuttavia famosi quasi fossero reali. Si potrebbe pensare che con l’avvento dell’Illuminismo, la scienza, le esplorazioni geografiche e lo sviluppo della razionalità, il fenomeno si sia estinto. Tutt’altro: proprio l’exploit dei mezzi di comunicazione – dalla stampa a Internet – ha paradossalmente amplificato la tendenza, accrescendo di numero i “luoghi” ormai notoriamente frutto dell’immaginario. Essi sembrerebbero assolvere a un’esigenza: l’ineliminabile desiderio di stupore, meraviglia, mistero; di credere o sperare in un’“alterità” che, nella vita d’ogni giorno, appare sempre più omologata se non avversata. Si è giunti alla pubblicazione di elaborati dizionari dei posti creati dall’immaginazione umana: per esempio quello recentemente edito da Utet, di Anna Ferrari, studiosa di antichità greche e romane. E ci sono anche cataloghi di animali fantasticati, “enciclopedie” di scienze immaginarie, elenchi di oggetti mai creati e così via. Naturalmente tutto ciò viene solitamente proposto quale sottile gioco intellettuale, scherzo, autoironia: ma non è raro il caso di chi seriamente satireggi, con queste “invenzioni”, una mentalità ufficiale ingessata. Il gioco, se di questo si tratta, può dunque assumere connotazioni ambigue, spiazzanti, magari inquietanti. Di località inesistenti (o perdute, scomparse) è ricca la Storia e traboccano libri e cinema: boschi, castelli, abbazie, città, mari, isole, montagne descritti in migliaia di opere di vario tono.

Luogo immaginario per eccellenza crediamo sia anzitutto il “labirinto”, controparte oscura della nostra anima; e labirinto per antonomasia era quello di Cnosso dove l’eroe Teseo con Arianna, armato d’un gomitolo di filo astutamente dipanato per ritrovare la via del ritorno, uccise il mostruoso Minotauro. Labirinti sono esistiti fin dai tempi degli Egizi: ne scrissero illustri nomi, per esempio Erodoto (484 avanti Cristo). Come quasi ogni altro luogo dell’immaginario, il labirinto è anche un percorso solitamente segreto e iniziatico, nel senso che la sua conquista richiede fermezza di spirito e disponibilità a superare prove e disagi. Altro “luogo dell’anima” - ma moderno - è la felice vallata di Shangri-La, con la cittadina omonima. Località ignota e quasi irraggiungibile, perché situata nel cuore dell’Himalaya e circondata da inaccessibili montagne. Gli abitanti di Shangri-La godono d’una quasi ultraterrena oasi di pace che ricorda le comunità dei lama e da cui sono banditi per comune volontà odio, sopraffazione, invidia e via discorrendo. Una sorta di Eden materiale e spirituale in cui gli abitanti producono il necessario al sostentamento e trascorrono i giorni nella contemplazione, nello studio e la produzione di opere d’arte. Chi vive a Shangri-La diviene immortale, ma attenzione: andarsene significherebbe perdere l’eterna giovinezza e riacquistare di colpo l’età anagrafica, con catastrofiche conseguenze. Shangri-La è invenzione dello scrittore inglese James Hilton; l’autore ce ne narra nel celebre romanzo “Orizzonte perduto” (1933), dal quale Frank Capra trasse un film rimasto famoso. Della leggendaria isola di Thule si racconta invece nei diari di viaggio dell’esploratore greco Pitea (330 a.C.), che avrebbe navigato l’Atlantico del nord. Il relatore ne scriveva come di “una terra di fuoco e ghiaccio, dove non tramonta mai il sole”. Nel II secolo d.C. il romanzo di Antonio Diogene “Le incredibili meraviglie al di là di Thule” diedero alla fantomatica isola (forse, in realtà, un tratto di costa norvegese) un ulteriore alone di luogo paradisiaco. La persistente memoria di Thule generò, nel Medioevo, il mito di un’Ultima Thule (cui forse si ispirò Hilton per la sua Shangri-La). Un fascino proseguito fino alla nostra epoca: nel 1920 in Germania fu creata la segreta Società Thule (Thule Gesellschaft), che rapportava la Thule del mito ad abitanti d’una razza umana superiore, quindi “ariana”. Ancora oggi rimane il detto “tendere all’Ultima Thule” nel senso di “ambire alla perfezione”, a un ideale trascendente.

Altre isole presentano segreti. Celebre il romanzo “L’isola misteriosa” di Jules Verne, nascondiglio del Capitano Nemo e del suo sommergibile “Nautilus”. Verne scriveva di una terra emersa situata nell’Oceano Pacifico, 2500 km. a est della Nuova Zelanda, e alcuni studiosi ritennero di  poterla identificare con l’isola Lincoln. Famosa anche l’Isola-che-non-c’è, luogo magico al quale possono accedere solo i bambini attraverso la loro fantasia, seguendo “la seconda stella a destra e poi dritto fino al mattino”. Ci riferiamo ovviamente all’intramontabile “Peter Pan”, il romanzo di James M. Barrie (1904). Come tutti i luoghi immaginari, anche l’Isola-che-non-c’è ha valenze allegoriche: spesso la si cita per riferirsi a un ideale da raggiungere. Ma è indubbio che l’isola più famosa e misteriosa fra tutte sia Atlantide.

Qui la letteratura diviene sconfinata: è davvero esistita? Dove? Alcuni sostengono nell’Atlantico. Perché è scomparsa: un maremoto, il Diluvio Universale, un cataclisma cosmico? Di Atlantide si parla fin dai tempi di Platone (Atene, 421 a.C.) e la si situa oltre le Colonne d’Ercole (Stretto di Gibilterra). Non se ne sono mai trovate tracce. Alcuni studiosi l’hanno ipotizzata altrove: nel Mediterraneo (per cui la civiltà atlantidea sarebbe una idealizzazione di quella minoica, nell’isola di Creta), altri additano i resti di Cipro, o addirittura la Sardegna; o ancora un mitico continente scomparso, Lemuria; poi una terra prossima all’Antartide; e perfino il deserto del Sahara, che in un periodo trascorso sarebbe stato fertile ospitando una civiltà scomparsa. Questa interpretazione sceglie il noto romanzo “L’Atlantide” (1919) del francese Pierre Benoît, dove nel sottosuolo del Sahara si scoprono i resti d’una immensa monumentale città, tuttora abitata da Atlantidei e dall’affascinante regina Antinea, immortale sacerdotessa che colleziona amanti trasformandoli in statue d’oro. Numerose le versioni cinematografiche, una delle quali il farsesco “Totò sceicco” (1950). Macondo è, per contro, l’immaginario e fantasioso paese ubicato in una foresta della Colombia, teatro delle vicende che il romanziere premio Nobel Gabriel Garzía Márquez narra in “Cent’anni di solitudine” (1967): un paese in cui il tempo appare girare intorno a se stesso, i morti tornano a vivere, nulla mai cambia e la caratteristica essenziale è appunto la solitudine (opera ricchissima d’inventiva e godibilissima, al contempo trasparente allegoria d’una degradata situazione economica e sociale). Leggendario è anche l’Eldorado (o El Dorado, abbreviazione di “el Indio Dorado”): luogo fin dal Medioevo ritenuto esistente e che si diceva contenesse grandi quantità d’oro e preziosi. Circa la sua ubicazione, anche stavolta c’era discordanza finché, con la scoperta del Nuovo Mondo, si ritenne di identificarlo con gli imperi Azteco e Inca, poi con la Bolivia, la Colombia, e così via…

L’avvento della narrativa fantasy e della fantascienza segna una svolta, “creando” ulteriori notissimi luoghi di meraviglia: un esempio è la tolkieniana Terra di Mezzo (la leggendaria regione di Arda), popolata da creature insolite e dove vige la Magia. Il ciclo dei romanzi dedicati al pianeta Dune, detto anche Arrakis, è la descrizione d’un mondo desertico ma abitato ed estremamente complesso, creato dallo scrittore statunitense Frank Herbert. Trantor è un mostruoso pianeta-megalopoli, capitale dell’Impero Galattico nel ciclo della “Fondazione”, di Isaac Asimov. E anche chi non conosca le storie di Star Trek sa del dottor Spock o del pianeta Romulus e dei suoi abitanti, i Romulani. Va anche detto che, secondo un’interpretazione… fantascientifica, Atlantide si sarebbe autodistrutta per l’ottusità della propria civiltà, provocando un olocausto atomico. Infine anche Internet ha creato i suoi luoghi celebri, a mezzo tra sogno e realtà (dovremmo dire “tra reale e virtuale”): per  esempio Second Life.  E’ un “territorio” ideato nel 2003 dalla Linden Lab di San Francisco, che si è posta il problema di “usare i computer per creare una simulazione digitale del mondo”. Attualmente Second Life è un’isola vasta circa 130 km quadrati. Vi si accede semplicemente per… viverci e svolgervi attività, per esempio creare oggetti virtuali che – è questo l’interessante - vengono venduti in denaro non virtuale. Second Life è divenuto in pochi anni un “mondo di fantasia” frequentatissimo che coniuga l’irrealtà con il reale producendo un flusso di denaro concreto, notevole e crescente. Segno d’un tramonto dei vecchi “luoghi immaginari”? O forse della crescente confusione tra realtà e fantasia…

Da notare che…

Il Dizionario dei luoghi letterari immaginari (Utet) di Anna Ferrari, sopra citato, è la più recente punta di un insospettato iceberg. Dicevamo anche di libri su animali di fantasia: per esempio il celebre Manuale di zoologia fantastica di Jorge L. Borges, il Bestiario di Julio Cortázar, analoghe opere di Apollinaire, Henri Michaux e, recentemente, il volume Animali della quinta notte di Bruno Pompili, docente presso l’Università di Bari. Nel 1999 Zanichelli editò un’opera singolare: Forse Queneau. Enciclopedia delle Scienze Anomale di Paolo Albani e Paolo della Bella: libro sospeso tra linguaggio parascientifico e surrealismo, nel quale 1100 voci illustrano “scienze” fallite, immaginate, futuribili, paradossali o chiaramente impossibili, ma che in qualche modo condividono le pretese di verità e universalità spettanti alla “vera” scienza.

Esistono anche un Dizionario delle lingue immaginarie di Berlinghiero Buonarroti (che include ovviamente anche linguaggi “alieni”); e Mirabiblia. Catalogo ragionato di libri introvabili, dello stesso Buonarroti con Paolo Della Bella. Mirabiblia si colloca nel genere letterario che ha come oggetto le biblioteche immaginarie o gli pseudobiblia, cioè libri inesistenti (un celebre libro inesistente è il Necronomicon, “inventato” dallo scrittore statunitense Howard Phillips Lovecraft). Micromondi, dello scrittore di fantascienza polacco Stanislaw Lem, è invece una arguta raccolta di recensioni di libri mai scritti.   

Questo articolo è apparso su “La Gazzetta del Mezzogiorno” di domenica 3 febbraio 2008.   

 

Diritto di voto

Posted on June 22nd, 2008 in Generico | 6 Comments »

 

Come potrebbe mutare la democrazia nell’era digitale.

 Forse non ce ne accorgiamo, ma il concetto di “democrazia” cui siamo abituati - e che ritenevamo immutabile - sta cambiando per più d’un motivo. Si parla infatti di crisi delle democrazie. Questa forma di governo si basa anzitutto sul presupposto della condivisione - non negoziabile - d’una serie di valori (libertà, uguaglianza, giustizia, proprietà, privacy). Ma col trascorrere del tempo, da un lato vanno (o si pretende di relegare) in soffitta alcuni di questi valori, al contempo ne nascono di nuovi, spesso così nuovi da lasciare spiazzati. Per altro verso ci accorgiamo che talora la democrazia risulta debole, a causa di alcune sue contraddizioni o imperfezioni. Pensiamo (per esempio) a governi democratici con maggioranze assolute che varano leggi opportunistiche, nell’impotenza dell’opposizione. O a falle nel bilanciamento dei tre poteri legislativo, esecutivo, giudiziario. Vero anche che essa è “il peggior governo eccettuati tutti gli altri”; ma è anche (come disse George Bernanos) “la forma politica del Capitalismo”. E il capitalismo sta evolvendo, molto spesso in peggio. Come pure, gli Stati - che dovrebbero applicare la democrazia - stanno lentamente perdendo in autorità e autonomia, sovente soggetti ai diktat di enormi agglomerati societari (quindi di capitale) transnazionali. E’ sempre più corrente che nei governi vi siano alti esponenti di quelle grandi imprese. Come non è raro che nei governi allignino collusioni mafiose sempre più difficili da identificare e sceverare, perché anche la mafia è cambiata e spesso opera a sua volta tramite società primarie, dalla legalità formalmente (e apparentemente) adamantina. E così via. Qui intendiamo illustrare, in breve, alcuni motivi per cui la democrazia si sta trasformando anche con l’avvento delle nuove tecnologie di comunicazione.

Pensieri e parole transitano come mai prima attraverso uno schermo, alla velocità della luce. Ciò sta influenzando (amplificando) il potere del nostro linguaggio, con ricadute sulle forme di governo. Basti ricordare che Stato e Leggi nascono e si rafforzano con l’invenzione della scrittura. Con il torchio da stampa, Gutenberg non poteva immaginare che la sua invenzione avrebbe portato anche alla nascita d’una “opinione pubblica”. Fino a pochi anni fa la formazione di tale opinione era demandata a giornali, radio, televisioni. Oggi i canali televisivi sono migliaia, c’è la tv satellitare, la telefonia è una rete che avvolge l’intero pianeta e soprattutto esiste il Web, somma di tutti i “media” con in più l’arma dell’interattività. Ciò sta sviluppando un nuovo spazio pubblico, senz’altro più autonomo, talora confuso, sperimentale, ridondante se non superfluo. Ma e’ la controprova d’una vitalità che sta cercando una sua via. Già oggi solo in rete si legge di eventi che non ascolteremo mai dalle televisioni. Solo in rete esistono forme di giornalismo alternativo, o “partecipativo” (i lettori possono votare sulla utilità o condivisione di notizie e pareri). Esiste la possibilità di ricercare e confrontare subito le fonti. Internet è il modo più efficace di scambiare notizie per chi viva sotto regimi autoritari: la rete, crescendo, vedrà il progressivo crollo di dittature; essa scavalca barriere nazionali, di lingua, istituzionali, disciplinari. Tende a divenire un ipertesto del Mondo. Ricordiamo anche che a Manila (Filippine) nel 2001 avvenne la “sms revolution”: il presidente Joseph Estrada fu accusato di corruzione e si avviò una procedura giudiziaria dai dubbi esiti. Ma migliaia di dimostranti giunti dall’intero Paese si riunirono pacificamente per vari giorni nelle strade della capitale, diffondendo migliaia di sms contro il governo, provocandone infine la caduta.

Esistono altri aspetti della cosiddetta “democrazia digitale” o “cyberdemocrazia”: aumenta il numero delle città e delle regioni con propri siti che offrono notizie d’ogni genere, servizi: da casa, il cittadino può stampare il documento che gli occorre senza recarsi negli uffici; effettua pagamenti di tasse, vota esprimendo il proprio parere su progetti pubblici in corso d’esame. Si crea così una “democrazia locale” online la cui essenza è una partecipazione diretta del cittadino impossibile in passato e ciò accresce, sia pure localmente, il tasso di democrazia. E’ noto che in alcune città italiane vi sono stati esperimenti di “scrutinio elettronico” fin dal 2004. Su quest’ultimo i pareri sono discordi. Studiosi di fama come Pierre Lévy ritengono che il voto elettronico “completerà il quadro d’una democrazia al passo con la società dell’informazione”. Secondo altri, i vari passaggi del voto (dalle schede al destinatario finale) si prestano a manomissioni. Vi sono altri elementi per i quali la rete (come in genere la tecnologia digitale), può definirsi “democratica”. Anzitutto l’uso di Internet non richiede particolari abilità o competenze. Inoltre il Web, pur condividendo alcune caratteristiche con la stampa, a differenza di questa conferisce agli internauti un potere di controllo sul linguaggio. Internet è una stampa accelerata, istantanea, presente ovunque, spesso interattiva, dotata di memoria globale. Inserire il digitale nel politico (”e-government”) può significare quindi consentire ai cittadini on line buona parte dei servizi delle amministrazioni. Un uso razionale della rete consentirebbe di eliminare burocrazie statali corrotte, inefficienti; renderebbe trasparente ogni operazione; garantirebbe l’accesso dell’utente a processi decisionali su temi che lo interessano in modo diretto. Da un “medium” elastico, diffuso, non rigido, non gerarchico, non autoritario - la Rete - non può discendere che un più elevato grado di democrazia. Estendendo idealmente il processo all’intero Stato (e ad altri Stati), vedremmo nascere una sorta di utopia telematica. Tutto oro che brilla, dunque, per la democrazia elettronica?

Naturalmente no, per varie ragioni. Si immagini una Internet accaparrata da un potere politico quasi invisibile ma dagli effetti totalizzanti: sotto finzioni democratiche avremmo la più pervasiva, invasiva e impietosa delle dittature. O si ipotizzi un e-government soggetto ad hackeraggi dei ladri di informazioni, cancellatori di memorie preziose, falsificatori di banche dati: un devastante terrorismo telematico distruggerebbe un’intera nazione. Ma secondo alcuni studiosi la rete mondiale sarebbe già stata colonizzata, in altro modo. Si pensi quanto è cresciuto, nell’ultimo quindicennio, il controllo sul Web da parte di pochi grandi gruppi economici e mediatici. Una invasione non limitata all’universo del virtuale, anzi estesa alle nostre menti. Infatti - per portare un esempio - i programmi che ci semplificano numerosi utilizzi del computer sono “modelli di facilitazione dei processi di pensiero che sostituiscono, alla faticosa elaborazione personale, l’adozione di modelli precostituiti” (Franco Berardi Bifo, in: AA.VV., Dopo la democrazia?, ed. Apogeo, 2008). Tali programmi finiscono col subordinare la creatività dell’individuo agli standard imposti dal “gigantesco conglomerato tecno-finanziario”. Alla omologazione delle attività cognitive degli utenti si aggiungeranno presto (già abbiamo avvisaglie) sistemi di “trust computing”. Ovvero sistemi che consentono un sempre più capillare controllo, da parte delle grandi case produttrici, sui computer (quindi sulla sfera privata, sul pensiero) dei singoli utenti: “Si stanno determinando le condizioni tecniche per una definitiva cancellazione dell’autonomia di pensiero”. E in effetti - sostiene ancora Berardi - il nostro immaginario è influenzato e controllato dagli standard delle corporation televisive, editoriali, pubblicitarie. “Cosa resta della democrazia quando vien meno l’indipendenza dei processi di formazione del pensiero?”

In verità questo rischio non è recente - anche se solo oggi alcuni effetti stanno raggiungendo estese, raffinate e perfino allettanti tecniche di penetrazione - né riguarda solo le nuove telecomunicazioni. Ma soltanto negli ultimi tempi queste tecnologie di dominio e controllo stanno amplificando a dismisura il loro raggio d’azione. Perchè chi controllerà il software controllerà il cervello umano. E oggi più che mai, solo l’informazione consapevole salverà noi (e la democrazia) dalla “nuova informazione”.

(Questo articolo è apparso su “La Gazzetta del Mezzogiono” di domenica 22 giugno 2008)