Come lavoriamo gli ebook: il formato Ebook Markdown

postato Ottobre 25th, 2016 in Delos Books, Whatever, ebook | 2 commenti »

Delos Digital pubblica decine di ebook al mese, centinaia all’anno. Con questi ritmi, la lavorazione dei testi deve essere ottimizzata senza perdersi in banalità tecniche che facciano perdere tempo. Ecco che allora uno può chiedersi: ma qual è il formato finale sul quale si lavora per gli ultimi ritocchi alla formattazione e all’impaginazione?

Nei primi tempi lavoravamo su un file xhtml. Il file del testo originale, in formato .doc, .docx, .rtf o altri, veniva convertito in xhtml e quindi lavorato. Ma era macchinoso, ogni modifica richiedeva la scrittura più o meno manuale di tag html, sempre col rischio di fare errori.

Il formato che utilizziamo oggi è un’estensione del Markdown. Markdown è un linguaggio di formattazione molto semplice, elastico e intuitivo, fatto per lavorare testi formattati direttamente a mano, con un qualsiasi editor di testo.

Lo si impara rapidamente perché le regole sono semplici. Per esempio, per indicare che una parola è in corsivo la si mette tra trattini bassi: _sono in corsivo_. Per il grassetto la soluzione è simile: **sono in grassetto**.

I titoli, che in html sono indicati con tag come <h1>, <h2>, <h3>, in markdown vengono rappresentati da una riga preceduta da uno o più cancelletti:

# Sono un titolo di capitolo

## Sono un titoletto di secondo livello

### Sono un titoletto di terzo livello

Una lista puntata viene inserita molto semplicemente usando degli asterischi, es.

* uno

* due

* tre

che in html diventa

<ul>

<li>uno</li>

<li>due</li>

<li>tre</li>

</ul>

e sulla pagina

  • uno
  • due
  • tre

Nel markdown standard questo è possibile anche usando il trattino al posto dell’asterisco; ma poiché noi facciamo ebook di narrariva, e di solito tante righe precedute dal trattino non sono una lista ma un dialogo serrato tra personaggi di un racconto, abbiamo rimosso questa opzione.

Altre semplici formulette sono disponibili per fare le tabelle, o addirittura le note.

Quindi, d’accordo per i titoli. Ma in un testo non ci sono solo titoli. Potremmo aver bisogno per esempio di mettere una riga in carattere monospaziato, come quello dei computer, perché l’autore vuole rappresentare proprio il codice di un computer. Allora abbiamo introdotto, adottando una soluzione simile ad altre versioni estese del markdown, la sintassi

.nomeclasse

Per restare col nostro esempio, avremo la riga

Please enter password .code

che verrà convertita nell’html

<p class=”code”>Please enter password</p>

E sulla pagina

Please enter password

Con lo stesso metodo anche ai titoli possono essere assegnate classi. Per esempio, se con “#” indichiamo i normali capitoli, le “parti”, che dovrebbero avere un’evidenza particolare, saranno rese così:

# Parte prima .parte

La classe è indicata con un punto seguito dal nome della classe (la stessa sintassi usata nei file css). Ovviamente deve esistere: ne abbiamo una discreta collezione per ogni genere di necessità che abbiamo incontrato fino a oggi, anche se ogni tanto ne aggiungiamo una nuova.

Cerchiamo, nei limiti del possibile, di usare classi che non definiscano l’aspetto ma la funzione. Quindi per esempio una poesia la rappresentiamo con la classe “.poesia”, non “.corsivo”; un cartello con scritto “vietato l’accesso” lo renderemo con

Vietato l’accesso .cartello

e non

Vietato l’accesso .maiuscolocentrato

In questo modo, a seconda del design della collana, le stesse cose potranno essere rappresentate in modo diverso.

Certo un minimo di attenzione bisogna farla; per esempio, abbiamo uno stile .lettera che di solito rappresenta il testo in caratteri simili a quelli di una macchina per scrivere. Se il racconto è ambientato nel passato, è preferibile usare lo stile .calligrafia, no?

Ma se il testo a cui assegnare una classe è composto di più righe? Se quindi la classe va assegnata a un intero blocco?

Per esempio, la classica citazione all’inizio del racconto:

Ciò che noi chiamiamo con il nome di rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome, serberebbe pur sempre lo stesso dolce profumo

William Shakespeare

In html, che è il formato interno usato dall’ebook, questo brano dovrà diventare qualcosa come:

<div class=”citazione”>

<p>Ciò che noi chiamiamo con il nome di rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome, serberebbe pur sempre lo stesso dolce profumo</p>

<p class=”fonte”>William Shakespeare</p>

</div>

Per ottenere questo tipo di formattazione abbiamo introdotto nella nostra versione di markdown il concetto di “blocchi”, ai quali viene assegnata la classe indicandola nello stesso modo descritto prima, così:

{

Ciò che noi chiamiamo con il nome di rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome, serberebbe pur sempre lo stesso dolce profumo

William Shakespeare .fonte

} .citazione

Il nostro interprete riconosce le righe contenenti { e } come inizio e fine di un blocco. Al quale viene assegnata la classe che viene trovata dopo { o dopo }.

Lavorando quasi sempre con racconti, abbiamo creato anche qualche piccola scorciatoia per facilitarci le cose. Per esempio,

@ Milano, 23 ottobre

è una scorciatoia per scrivere

## Milano, 23 ottobre .dovequando

dove “dovequando” è la classe che usiamo per queste righe che, nei racconti, danno un’indicazione del tempo e/o del luogo dell’azione.

Alla fine dei racconti inseriamo un

###

che sta per

## Fine

mentre un semplice

***

viene convertito in

* * * .stelle

che è uno stile che formatta nel modo più adeguato i tre asterischi separatori.

Lavorare su un testo markdown è facile, chiaro, veloce. Arrivo a dire che probabilmente sarebbe un formato adatto anche per gli scrittori, perché dà una visione della semantica del documento a colpo d’occhio, esplicita e non mediata dai formati grafici; inoltre il testo è puro e questo facilità ricerche e sostituzioni.

Una volta che il testo markdown è a posto, i nostri script provvedono a convertirlo in html, creare tutte le pagine e i file di supporto ricevendo i dati da un database, e a produrre l’ebook pronto per la distribuzione.

Prima o poi metterò il codice che converte il nostro markdown in html su GitHub, con licenza open source. Per il momento ci sono ancora cosette da sistemare e preferisco evitare; se qualcuno è interessato però mi può scrivere. Lo girerò volentieri, con l’avvertenza che si tratta solo di una classe che va montata in un programmino che faccia il resto del lavoro.

Interfacce e sistemi operativi

postato Gennaio 19th, 2014 in Exposé | 3 commenti »

Ogni tanto tra informatici salta fuori la polemica se l’interfaccia grafica faccia o non faccia parte del sistema operativo.

Ho cercato sul web definizioni del termine “Sistema operativo”, trovandone diverse molto scheletriche, come quella che dà Google stesso:

Il software che condivide le risorse di un computer (processore, memoria, spazio del disco, network bandwidth, e così via) tra gli utenti e i programmi applicativi che vengono eseguiti. Controlla l’accesso al sistema per garantire la sicurezza.

Altre più dettagliate, molto buona in particolare la voce della versione inglese di Wikipedia, che dice:

An operating system (OS) is a collection of software that manages computer hardware resources and provides common services for computer programs. The operating system is an essential component of the system software in a computer system. Application programs usually require an operating system to function.

Secondo alcuni, il sistema operativo è lo strato più basso del software che fa funzionare il computer. È il nucleo che gestisce l’hardware di base, la gestione della memoria, i task. Per i puristi più assoluti anche i driver delle varie periferiche, dal disco rigido in su, cominciano a essere componenti dubbi, perché sono librerie che possono essere installate, sostituite eccetera. Qui stiamo, a mio avviso, semplicemente confondendo kernel e sistema operativo. Come dice il nome (kernel=nocciolo), il kerner è una parte, non il tutto.

Più che si un problema tecnico si tratta in effetti di una questione semantica, di definizioni. La definizione più scheletrica in sostanza dice:

Software che gestisce le risorse di un computer e permette l’esecuzione di programmi.

Si stabilisce insomma uno schema di questo tipo:

Hardware del computer

Sistema operativo

Programmi applicativi

Utente

I problami di definizione nascono dal fatto che nel tempo i sistemi operativi evolvono e si stratificano ulteriormente.

Per esempio, nel più classico degli ambienti, UNIX, abbiamo un sistema operativo che si interfaccia con l’utente tramite shell, ovvero programmini che accettano una serie di comandi. I programmi non hanno bisogno della shell per funzionare, ovviamente, ma solo per essere eseguiti dall’utente. Se io mi collego a un terminale UNIX sto usando una shell, per esempio bash; se digito “ps” eseguo il programma ps, che però non ha bisogno di bash per funzionare; potrebbe essere richiamato in altri modi.

Poi le cose si complicano: su UNIX installiamo un sistema a finestre, X Window o come si chiama oggi Open X. Lo abbiamo installato, è chiaramente una cosa aggiunta. Fa parte del sistema operativo? Diremmo di no. Il sistema funziona comunque anche senza.

Di qui, penso, nasce la teoria secondo cui l’interfaccia grafica non fa parte del sistema operativo. È un qualcosa di più, di aggiunto.

Ma passa il tempo e si arriva a sistemi operativi come Windows (è una cosa aggiunta su MS-DOS?), poi a MacOS (le versioni prima di OSX), e già cominciano i guai. Perché no, MacOS non puoi usarlo senza interfaccia grafica. L’interfaccia non è separabile dal sistema operativo.

MS-DOS cessa di esistere a un certo punto; la CLI di Windows diventa non un sottostrato ma un sostrato, un applicativo di Windows. MacOS al contrario con OSX torna a basarsi su UNIX e a riaprire il dibattito. Diversi tra i sistemi operativi moderni sono basati su Unix (iOS, Android, Chrome OS, Firefox OS). Allora non esistono? Non sono sistemi operativi ma solo interfacce grafiche e l’unico sistema è Unix?

Siamo al ridicolo: sarebbe come sostenere che l’uso normale di un telefonino Android è attraverso l’interfaccia testuale, e l’interfaccia grafica è una aggiunta non essenziale.

Nella definizione di sistema operativo, dicevamo, c’è quella di permettere alle applicazioni di funzionare. I programmi per MacOS, Windowa, Android, iOS eccetera non potrebbero funzionare senza quel grande patrimonio di funzioni del sistema oprativo, interfacciate dalle applicazioni attraverso le API di sistema, che permettono loro di usare disco, tastiera e mouse, ma anche finestre, menu, barre di scorrimento, e quant’altro. Sono a tutti gli effetti periferiche del sistema, anche se virtuali.

Quindi sì, l’interfaccia grafica fa assolutamente parte del sistema operativo, è una componente integrante e oggi è anche la componente più sofisticata e distintiva del sistema operativo. Sui dispositivi moderni in sostanza girano due sistemi operativi uno dentro l’altro, ma la presenza e la teorica autonomia di Unix non è un motivo sufficiente, credo sia evidente, a sostenere che il sistema più grande che lo comprende, MacOS X o Android o altro, non sia a sua volta un sistema operativo.

Mac lento ad aprire la finestra “Salva col nome”?

postato Gennaio 17th, 2014 in Exposé, Tips & Tricks | 1 commento »

Ogni volta che volete salvare qualcosa vi mettete le mani nei capelli perché il vostro normalmente velocissimo Mac ci mette un’ora ad aprire la finestra “Salva col nome”? Evitate di aprire documenti da dentro le applicazioni perché se date il comando “Apri” passa un’eternità prima che la finestra si apra?

O magari vi capita a volte, dal Finder, di aprire una cartella e di dover aspettare un sacco di tempo per vederne il contenuto?

Sono tutti problemi collegati. Seguite queste istruzioni e, se non avete altri problemi, dovrebbe risolversi.

Aprite il terminale e digitate:

sudo vi /etc/auto_master

se avete BBEdit potete anche fare

sudo bbedit /etc/auto_master

Il comando “sudo” vi permette di operare come superutente, ma vi chiede la password, che è la vostra password di utente del Mac, la stessa che date ogni volta che fate qualche operazione un po’ delicata.

Una volta aperto il file /etc/auto_master, con vi o con BBedit, vi troverete delle righe che iniziano con /net, ad esempio

/net -hosts -nobrowse,hidefromfinder,nosuid

Mettete il carattere # davanti a queste righe:

#/net -hosts -nobrowse,hidefromfinder,nosuid

Poi salvate (BBEdit vi chiederà di nuovo la vostra password) e chiudete.

Tornati al terminale, digitate

sudo automount -vc

Complimenti! Problema risolto.

Esempi di burocrazia che uccide il paese

postato Maggio 11th, 2012 in Commenti | 6 commenti »

Oggi mi sono imbattuto in un caso secondo me esemplificativo di come la burocrazia sia una macchina infernale dalla quale non riusciremo mai a fuggire.

Arriva al Delos Store una richiesta di abbonamento da parte di una biblioteca. “Vorremmo sapere i costi e le modalità per abbonarsi a questa rivista”. Ok, rispondo che i costi sono tot (circa 20 euro) e come si può pagare.

Mi rispondono ringraziandomi cortesemente e invitandomi a compilare una dichiarazione in cui devo dare tutte le indicazioni sul conto bancario, le persone che hanno accesso al conto, e la dichiarazione deve essere firmata e accompagnata dal documento di identità della persona che ha accesso al conto.

Un momento: non ho chiesto di partecipare a una gara d’appalto per costruire una scuola. Siete voi che siete venuti da me per comprare una cosa da venti miseri euro.

Mi informo, e viene fuori che il concetto è questo: c’è una legge che predispone alcune misure per combattere la mafia, la legge 136 del 2010. Tra le altre cose nell’articolo 3 stabilisce una norma della “tracciabilità dei flussi di denaro”, per cui ogni flusso di denaro deve andare su conti che siano tracciabili.

Ora, lo spirito della legge è chiaro: che non sia possibile per un ente pubblico mandare capitali su conti esteri cifrati o cose del genere. Ma poi entrano in gioco i modi di gestire queste cose nella pratica. E allora, per “conto tracciabile” non è più sufficiente che sia semplicemente un conto italiano (del quale se necessario le forze dell’ordine potrebbero facilmente sapere tutto) ma deve essere accompagnato da una dichiarazione che attesti chi ha accesso a quel conto. La firma, non essendo apposta in presenza di un pubblico ufficiale, va accompagnata da un documento di identità.

La legge dice esplicitamente che per somme inferiori a 1500 euro non è obbligatorio che il pagamento sia tracciabile. Ma ahimè, chi ha fatto il regolamento non ha capito il senso della cosa, per cui non è scattata analoga deroga sulla documentazione richiesta se il pagamento è fatto effettivamente con un bonifico e non in contanti.

Così si arriva a questa assurdità per cui per venti euro bisogna firmare dichiarazioni e mandare la propria carta di identità; con un evidente problema di privacy. Per dire, se qualcuno intercetta la mail, o se qualcuno la legge nell’ufficio che per me è solo un indirizzo email apparentemente di un comune, ora sa a casa di chi andare dove gli basterà puntare una pistola per avere accesso a un conto corrente. Nel caso del Delos Store non farebbe un grande affare, ma se fosse stata una ditta più grossa? Ecco come una norma antimafia diventa potenzialmente un pericolo per il cittadino.

Seconda cosa: ma che senso ha tutto questo? È così che si combatte la mafia? Ci sarà qualcuno che verificherà chiamando la banca e chiedendo se quello che ho scritto è vero (e se così fosse non potevano chiedere direttamente a loro?) E il tempo perso per fare queste cose quanto costerà? E se anche fosse, cosa mi costerebbe dieci minuti dopo che l’ente pubblico mi ha fatto il bonifico far ammettere tra le persone che hanno accesso al conto anche il signor Vito Corleone? E la mia carta di identità sulla mail, che valore dovrebbe avere? Non credo che ci metterei molto con Photoshop a fare carte di identità intestate Garibaldi, Giuseppe o Vader, Darth.

Quindi complicazioni, perdite di tempo, infrazioni della privacy per ottenere un risultato che è puramente simbolico, come quando sull’aereo vi chiedono se siete terroristi. Un certo signor Bin Laden è andato in USA varie volte, e sospetto che quella crocetta non l’abbia mai messa.

Il senso del nuovo iPad

postato Marzo 8th, 2012 in Exposé | 8 commenti »

Ho letto vari commenti sull’iPad presentato ieri sera che - come spesso accade - rappresentavano un qualche tipo di delusione. Ogni volta che viene presentato un prodotto Apple alcuni si aspettano certe novità che non arrivano, e, invece di cercare di capire il senso di quello che hanno visto, si affrettano a comunicare che il nuovo prodotto è una delusione.

Probabilmente questo genere di commentatori avrebbe salutato come una rivoluzione un nuovo iPad capace di eseguire animazioni Flash, software ormai quasi in via di abbandono da parte della stessa Adobe, o di leggere le schede delle macchine fotografiche, sì, le macchine fotografiche, ricordate? Quegli scatolotti che servivano a scattare fotografie prima che iPhone e iPad diventassero gli apparecchi fotografici più utilizzati nel mondo.

Do un paio di suggerimenti a chi vuole capire il senso del nuovo iPad. Innanzitutto, evitate di guardare solo l’hardware. La superiorità del prodotti Apple non è mai stata definita dall’hardware, che più o meno è a disposizione di tutti i produttori. Per esempio, ieri sono stati introdotti iPhoto per iPad, nuove versioni di iMovie e GarageBand e altri programmi. “Da quello che abbiamo visto usando iPhoto e iMovie, il multimedia editing è potenzialmente più veloce sul nuovo iPad che su un normale computer” scrive la rivista SlashGear.

Nuovo software più sofisticato. E adesso guardiamo l’hardware, ma in funzione del software. Processore veloce; schermo ultradefinito. Uno schermo, tra l’altro, migliori degli schermi usati dagli stessi PC. Ecco, il punto è questo, con il nuovo iPad: che non solo per navigare o consultare la posta, ma per diverse nuove attività iPad sta diventando non solo un supplente ma addirittura migliore del PC.

Cosa fanno gli utenti con il computer? Qualcuno impagina, qualcuno compila database e fogli elettronici, qualcun altro scrive software. Ma la maggior parte lo usa per attività molto più semplici. Navigare, scrivere posta. Archiviare e catalogare le proprie foto. Gestire la propria musica. Magari fare filmati.

Ecco, ogni volta che iPad fa un passo avanti, che aggiunge un nuovo tipo di attività alla lista delle cose che fa come o meglio di un PC, c’è una fetta enorme di utenti che non ha più bisogno di un PC e che può diventare un utente iPad. iPad sta tagliando fette della grande piramide degli utenti del personal computer, e le taglia dal basso, dove sono più larghe.

Il nuovo iPad ha tagliato qualche altra fetta. No, non legge Flash e non legge chiavette e schede SSD. Molto più banalmente, sta scardinando il mondo dell’informatica. Che delusione.

Caro Jonathan Frenzen

postato Febbraio 1st, 2012 in Whatever | 3 commenti »

“eBook e dispositivi come il Kindle di Amazon non avranno mai il fascino della carta stampata. La tecnologia che preferisco è quella usata per realizzare l’edizione tascabile americana di Libertà. Posso spruzzare dell’acqua sul libro e quello, una volta asciugato, continuerà a funzionare, anche tra 10 anni.”

Caro Jonathan, quando la tua casa sarà bruciata e tutti i tuoi libri di carta saranno cenere, spero che qualcuno venga a sventolarti sotto il naso un bel Kindle, che anche se gli spruzzi l’acqua, gli sali sopra con i piedi o lo bruci, prendi un kindle nuovo e ti riscarichi tutti i tuoi libri dal cloud senza perdere nemmeno una virgola.

S*

Firefox, disabilitare il “touch back”

postato Gennaio 31st, 2012 in Exposé | 2 commenti »

Se vi è capitato, come è capitato a me, di stare compilando una lunga form con una versione 9> di Firefox su Mac, e togliendo la mano dal mouse per scrivere di esservi ritrovati su una pagina precedente, senza la possibilità di recuperare quanto scritto, apprezzerete questo consiglio.

Questo capita perché in Firefox 8 hanno inserito - ma chi glielo ha chiesto - questo “fichissimo” sfruttamento del multi touch di MacOS X Lion, per cui finalmente è possibile fare “back” semplicemente facendo scorrere verso sinistra il dito sul mouse (se si ha un Magic Mouse) o due dita sulla trackpad.

Se fossero stati un po’ meno ansiosi di farsi belli con le nuove tecnologie e avessero speso qualche minuto a pensare come andavano usate avrebbero certamente fatto un lavoro migliore. Perché è evidente che il “back” deve essere frutto di un’azione certamente volontaria, senza correre il rischio che accada per caso, semplicemente perché il dito passa troppo vicino alla superficie del mouse quando la mano si solleva. In Safari per esempio il gesto è accompagnato da un’animazione che mostra subito cosa si sta facendo, e il gesto deve essere abbastanza prolungato, altrimenti il “back” rimbalza indietro.

Comunque, visto che il danno l’hanno fatto e che non hanno messo preferenze per disabilitarlo, bisogna mettere le mani nel motore. Ecco come:

nella url digitare: about:config

cliccare sul punsalte accettando di fare attenzione

nella casella “filtro” che si vede sopra la lista scrivere “swipe”

appariranno quattro voci; nella casella “valore” delle voci browser.gesture.swipe.left e browser.gesture.swipe.right scrivere “false”

A posto. Non c’è bisogno di preoccuparsi del valore di default: se si cambiasse idea basta cliccare di destro sulla riga e dare il comando “ripristina” per riportare il valore iniziale.

Alba del futuro

postato Maggio 20th, 2011 in Delos Books, Fantascienza | 4 commenti »

Vi propongo la mia introduzione al volumetto Alba del futuro che verrà dato in omaggio a tutti gli iscritti alla convention DelosDays 2011. Va notato che è stata scritta prima delle elezioni del 15 maggio…

Alba. Semplicemente “città”, in un’antica lingua celtica. Secondo una leggenda fu questo il primo nome di Milano, quando la fondò il condottiero Brenno, che poi proseguì a sud fino ad andare a conquistare Roma. Più interessato ai soldi che alla gloria, da buon milanese, Brenno poi liberò Roma in cambio di un congruo riscatto e se ne tornò in Gallia.
È anche ricollegandoci a questa leggenda che abbiamo scelto il titolo per questa antologia commemorativa di DelosDays 2011, anche se nessuno dei racconti riguarda o è ambientato in questa città.
Sarebbe interessante, a dire il vero, leggere dei racconti sul futuro di Milano. Al momento l’immagine che ci viene in mente è qualcosa in stile cyberpunk, o simile alla Milano descritta da Dario Tonani in Infect@: una città dove convivono tecnologia e degradazione, altissimi grattacieli dalle forme più audaci che svettano su una città in rovina, abitata da ricchissimi e poverissimi, piena di immigrati che nessuno fa nulla per integrare. Un’idea di progresso mal concepita, come quando durante il fascismo ci si inventò di modernizzare Milano seppellendo la splendida rete di canali che ne facevano una città da fiaba simile ad Amsterdam per coprire tutto di asfalto. Nella Milano morattiana l’idea di progresso porta a chiudere i consultori pediatrici, a istituire coprifuoco, a distruggere i parchi un pezzo per volta, mettendo al posto del verde palazzoni spesso orrendi. E d’altra parte se il futurofosse roseo e pieno di speranza, a chi verrebbe voglia di scriverne?

Ispirazione letteraria a parte, il contributo di Milano alla fantascienza è ineguagliabile. Milano è la capitale dell’editoria: a Milano nasce Urania nel 1952, a Milano viene fondata e pubblicata Robot, di Milano sono state alcune tra le case editrici che hanno fatto la storia del genere, come Nord, De Carlo, Armenia, la stessa
Mondadori, e mettiamoci anche Delos Books. A Milano nascono e prosperano alcuni delle maggiori organizzazioni del fandom italiano, come il CMNA negli anni Settanta e il club City negli anni Ottanta.

Eppure con tutto ciò, sebbene non si contino le manifestazioni dedicate al fantastico e Milano (ultima in ordine di tempo una bella rassegna dedicata a Ballard curata da Antonio Caronia e altri), è la prima volta che la convention ufficiale della fantascienza e del fantastico, l’Italcon, fa sosta qui. Ma è vero che sono rarissimi i casi di Italcon tenute in grandi città: a Trieste la primissima, e un’edizione non del tutto riuscita a Torino nel 2001.

Quasi un esperimento quindi, anche se basato sull’esperienza di eventi precedenti, anche di grande successo, come il DelosDay del 2005 con ospite Alan Lee.
Nell’attesa di conoscerne l’esito godiamoci i racconti di questo souvenir book che ospita alcuni tra i più grandi autori del fantastico, italiani e internazionali. Buona lettura.

Abbonamento a Wired? Non farlo se ci tieni alla tranquillità

postato Marzo 21st, 2011 in Commenti | 11 commenti »

Circa due anni fa usciva l’edizione italiana di Wired. A suo tempo fui un fan dell’edizione originale americana, per cui entusiasticamente non solo acquistai il primo numero, ma mi abbonai subito per due anni, 24 numeri.

Il mio entusiasmo dopo qualche tempo cominciò a scendere, come scrissi in un articolo anche su questo blog. Ma, credete, il senso di questo articolo è del tutto avulso dalla qualità o meno della rivista, che poi è del tutto soggettiva.

Oggi mi ha telefonato un call center dicendomi che avevano notato che non ho rinnovato l’abbonamento alla rivista. Ho subito confermato che era così e che non avevo intenzione di rinnovarlo. Come pensavo, mi hanno chiesto come mai, così mi sono preso la piccola soddisfazione di spiegarglielo. Non rinnovo l’abbonamento, cari signori, solo perché sono più di due anni che mi rompete le scatole in tutti i modi possibili per chiedermi di rinnovarlo.

Più di due anni, sì. Ero abbonato da soli tre mesi - ricordo, un abbonamento da 24 mesi, quindi appunto ventun mesi prima della scadenza – quando con un certo stupore ricevetti per posta il primo invito a rinnovare l’abbonamento a Wired. Da allora, a intervalli regolari, sono arrivate altre lettere, plichi, email, telefonate. Quasi sempre la mia risposta è stata di rimuovere il mio indirizzo, telefono e email dal loro database e di non scocciarmi ulteriormente, richieste ovviamente inascoltate. Non mi è chiaro come abbiano fatto ad avere il telefono: dubito proprio di averglielo dato io, e sull’elenco non c’è. Ma chissà, magari è stato un mio errore: all’epoca in cui mi sono abbonato non sapevo a cosa andavo incontro.

Quella di oggi è stata la prima comunicazione post-cessazione dell’abbonamento; sono certo che non sarà l’ultima. Il mio timore è che dopo aver capito che Wired non la voglio più comincino a propormi GQ e le varie altre riviste patinate che produce Condé Nast, che personalmente aborro dalla prima all’ultima.

Le mie richieste le ho fatte. Tutto ciò che posso fare a questo punto è mettere in guardia gli altro: non abbonatevi a Wired, o verrete fagocitati come me dal servizio clienti della Condé Nast. Tanto guardate, in edicola arriva una settimana prima che a casa. Costa un po’ di più, ma mica siete obbligati a comprare tutti i numeri, no? Non fatelo. Salvaguardate la vostra privacy. Vale molto di più di quei pochi euro risparmiati.

Ho sprotetto il mio primo ebook

postato Ottobre 18th, 2010 in ebook | 13 commenti »

Lo confesso. Venite pure ad arrestarmi. Oggi ho sprotetto il mio primo ebook protetto da DRM.

No, non venite a chiedermi di copiarvelo perché non lo farò; e neanche mi passa per la testa di condividerlo su eMule, Torrent o simili.Tra l’altro è un libro di un amico - Tortuga di Valerio Evangelisti - e non gli farei mai questo dispetto, neanche se non fosse contrario ai miei principi.

La cosa importante però è che un’altra persona avrebbe potuto farlo; anzi, è certo che lo farà. La procedura è piuttosto semplice, e sfrutta un piccolo baco di Adobe Digital Editions versione 1.7.1 che permette di estrarre la chiave per la decrittazione. ADE poi è stato corretto e con la versione 1.7.2 che si scarica ora da Adobe non è più possibile farlo, ma non è difficile, cercando su Google, trovare degli installer da scaricare con la versione precedente. Io l’ho trovato in pochi minuti.

Poi ci sono due script scritti in Python. Qui la cosa si colora di tecnico e può apparire difficile, ma in effetti non lo è: si trovano tutti i link da cui scaricare il linguaggio Python (versioni Mac, Windows o Linux), le librerie necessarie. Non ci sono compilazioni o cose strane: Python e librerie si installano con un doppio clic in un attimo.

I due script, che si eseguono con un doppio clic anch’essi, fanno due cose: il primo - che si userà una volta sola - estrae la chiave da ADE; il secondo verrà usato ogni volta per togliere il DRM al libro. Una volta fatta l’installazione di tutto quanto (non più di un quarto d’ora) le volte successive si tratterà solo di lanciare il programmino e selezionare il file da sproteggere.

Una volta sprotetto chi vuole lo condivide in rete e in poco tempo sarà disponibile ovunque, per chiunque, spendere una lira ma soprattutto senza noie, senza installazioni, senza dover dire ad Adobe che libri si leggono e senza limitazioni: un libro che potrà essere letto su iPad, su iPhone, su Android, su Kindle o su quello ci pare.

Qual è il punto di tutto ciò?

Il punto è una questione di pesi. La grande editoria sta accettando un peso non indifferente di rotture di balle e di limitazioni per gli utenti che acquistano regolarmente gli ebook sugli store online causati dal sistema anticopia che dovrebbe essere bilanciato dalla maggiore sicurezza dei libri venduti. Sicurezza che difatto non esiste. La protezione si toglie in un attimo, e ancora meno tempo ci impiegheranno i libri Mondadori a finire sui canali del peer to peer. Il contrappeso è evaporato, è leggero, non bilancia più.

Quanto ci metteranno gli utenti a rendersi conto che avranno convenienza a cercarli prima lì, per avere delle copie pulite, leggibili dove vogliono e senza rotture di scatole, che non sul negozio Telecom o altrove? Non molto credo.

Signori grandi editori, ora avete due scelte, potete cominciare ad assumere avvocati e imbarcarvi in centinaia di azioni legali contro i lettori, oppure potete capire di aver fatto una sciocchezza colossale e cominciare a ripensare il vostro modello di business. Buon divertimento.