Un altro milione

postato Marzo 20th, 2010 in Commenti | 4 commenti »

Riprendendo il discorso iniziato nel mio post di qualche tempo fa, aggiungo che se quelli di oggi erano un milione, quelli del No B Day allora erano tre o quattro milioni.

La foto qui accanto, scattata da un appartamento proprio sopra la piazza alle 17:30, mostra chiaramente la “folla oceanica” radunata dal capo del Partito dell’Amore. Il suo discorso, a tratti francamente imbarazzante per le continue ripetizioni, per la continua riproposizione non solo di concetti ma di intere frasi già sentite decine di volte formulate sempre nello stesso modo (es. “la magistratura ha dettato i temi e i tempi della campagna elettorale”), per l’accanirsi sulla storiella dei responsabili della presentazione delle liste che non avrebbero sbagliato nulla (secondo me un sondaggio solo tra i berlusconiani puri dimostrerebbe che non ci credono neanche loro). E poi il dialogo col pubblico stile rock star (”siete pronti? siete già caldi…?”), il karaoke, il giuramento dei candidati… mamma mia, che buffonata. Che buffonata.

Tra le altre cose Berlusconi ha annunciato che l’immigrazione clandestina non esiste più. “Si è fermata” ha detto. Un concetto che rende bene l’idea del modo di fare politica di Berlusconi, che ha agito con determinazione per fermare gli sbarchi sulle coste siciliane, che erano il fenomeno più visibile dell’immigrazione, rappresentandone però solo circa il 15% del totale. La maggior parte degli immigrati clandestini, circa il 60%, sono immigrati ex regolari che hanno perso il lavoro e quindi la possibilità di rinnovare il visto; sono quelli che, condotti alla disperazione, finiscono in qualche misura per alimentare la malavita, e questi numeri non sono certo diminuiti solo dichiarandoli illegali. La crisi ha falciato l’occupazione degli immigrati, moltiplicando questo tipo di clandestinità. Che però nei telegiornali è meno visibile di quella dei profughi somali che sbarcano a Lampedusa.

Lo stesso tipo di matematica viene usata per stabilire che è finita la crisi. Dall’inizio dell’anno a oggi tre miei cari amici hanno perso il lavoro. Forse non si sono accorti che tutto andava bene. E comunque adesso ci sono gli incentivi per i motori nautici: anche le famiglie che non ce la facevano ad arrivare alla fine del mese si sentono davvero più sollevate. Grazie mister B.

Aggiornamento. Allora, non essendo molto pratico di Roma non ero sicurissimo di quale fosse esattamente “Piazza San Giovanni”. Adesso ho appurato, guardando le foto e confrontandole con Google Maps, che si tratta di “Piazza di Porta San Giovanni” e non di “Piazza San Giovanni in Laterano”. Quindi siamo in quella che nell’altro articolo indicavo come “la piazza adiacente”. 35.000 metri quadri, ampiamente ridotti da cordoni e palco gigantesco; in 35.000 ci starebbero al massimo 140.000 persone. Probabilmente la stima della questura è basata su questo. Tuttavia, la piazza non era affatto piena e la densità era molto inferiore alle quattro persone a metro quadro.
Cicchitto ha affermato che è evidente che la piazza contiene oltre un milione di persone e che la questura è stata scorretta. Per starci un milione di persone in 35000 metri quadri bisogna metterne 30 per metro quadro. Neanche col metro Brunetta, come diceva Spinoza.

Nella foto: quattro per metro quadro? a essere generosi stavolta sono sì e no un paio. La mia stima finale è da cinquanta a settantamila persone.

Vi spiego l’iPad

postato Gennaio 29th, 2010 in Commenti, Exposé | 56 commenti »

iPad“Cos’è che non ha webcam, non ha multitasking, non ha hdmi, non ha Flash e costa 500 dollari? Indizio: non è un netbook”. Questa una delle molte battute che circolano in rete, insieme a commenti di geek che si lamentano della mancanza di usb, della mancanza di flash, della mancanza di multitasking, della mancanza di uscita video, della mancanza di slot per leggere cd/dvd/sd/floppy disk/sim/carte di credito o biglietti da visita, della mancanza di ruote e persino della forma leggermente convessa.

Scusatemi se sono franco: questo modo di vedere le cose è veramente miope.

Invece di cercare di capire di cosa si tratta, questi commentatori decidono a priori che cosa dovrebbe essere secondo loro e poi ne elencano le differenze. “Non telefona neppure”. Caspita che intuizione. Nemmeno il mio forno a microonde telefona; d’altra parte non essendo un telefono è abbastanza prevedibile. Gran parte dei commenti elencati sopra sono fatti da persone che si aspettano un computer. Forse se Apple invece di creare una cosa nuova avesse fatto un banale computer tablet, con un normale sistema operativo da PC, sarebbero stati più contenti. Ah no, si sarebbero lamentati che non c’è la tastiera. Ok ragazzi, andate alla voce “MacBook” e divertitevi.

Mettiamo da parte queste contestazioni inutili e vediamo di capire il senso dell’oggetto. Secondo me, ovviamente.

Un prodotto viene posizionato sul mercato indicandone un utilizzo principale, una ragione d’acquisto. Allo stesso modo in cui iPhone è stato indicato come “communicator” personale, con le tre funzioni di telefono, posta elettronica e browsing in rete, allo stesso modo iPad viene indicato come strumento mobile per l’intrattenimento. Quindi in sostanza un apparecchio per la lettura di libri, giornali e riviste, per la visione di film e per i giochi.

Sebbene tutte queste funzioni fossero già svolte a suo modo - come funzione secondaria - dall’iPhone e dal suo cugino senza connessione, l’iPod Touch, è evidente come lo schermo grande e la maggiore velocità permettano sull’iPad un’esperienza del tutto diversa. L’iPad è in sostanza l’equivalente moderno della tv o della radiolina portatile: l’utente moderno non si collega più al mondo subendo un segnale via radio, lo fa in molti modi diversi con autonomia e interattività diverse. Ma il concetto è quello.

Questo è il concetto dell’iPad dal punto di vista del marketing; è il motivo per cui verrà comprato ora, quest’anno. Ma in realtà è molto di più.

L’iPad è in effetti, a mio avviso, il primo serio tentativo di rivoluzionare il concetto di PC da un quarto di secolo a questa parte. La terza rivoluzione in assoluto.

Prima rivoluzione nel 1977. Non più cassoni enormi e costosissimi chiusi nei centri di calcolo: “un computer su ogni scrivania”. Chi lo dice? Una piccola aziendina californiana, la Apple. Il mondo dell’informatica si spancia dalle risate: e cosa se ne dovrebbe fare la gente comune di un computer?

Seconda rivoluzione nel 1984. Mouse, icone, finestre: il Macintosh introduce l’interfaccia grafica. Ancora una volta la rivoluzione arriva dalla Apple. Il mondo dell’informatica si spancia dalle risate: “dai, smettila di giocare con i disegnini e torna alla riga di comando che bisogna lavorare”.

Sono passati ventisei anni da allora. Ora il computer è davvero in tutte le case. Ma qual è il risultato? Come si trova davvero la gente “comune”, ovvero le persone che non si occupano di informatica per lavoro, con il loro pc, Mac o Windows che sia? La risposta è abbastanza evidente. Si trovano piuttosto male. Sarebbe interessante fare un sondaggio; provo a dare io le risposte in base all’esperienza personale.

Domanda: quali programmi usi sul tuo pc di casa?

60%: Office, la posta e la navigazione in internet. E qualche gioco.

30%: Cosa sono i programmi?

Domanda: sei soddisfatto del funzionamento del tuo pc?

95%: Macché, metà del tempo devo ripulirlo dai virus e l’altra metà del tempo vivo nella paura di prendere virus

5%: Abbastanza grazie, uso un Mac.

Domanda: è importante per te il multitasking?

90%: Puoi ripetere la domanda in italiano?

10%: Importantissimo, ho sempre un sacco di roba da portarmi dietro, portafoglio, telefono, biglietto del tram.

Domanda: riproviamo: è importante per te poter usare diversi programmi contemporaneamente, per esempio scrivere mentre senti la musica mentre scarichi la posta mentre chatti con Skype mentre…

100%: Eh, e chi sono, Mandrake?

Ok, forse ho un pochino drammatizzato. Il punto è che il PC per come è fatto oggi non è pensato per l’utente qualsiasi; è pensato per l’utente che sappia usare il PC, e che lo usi professionalmente. Anche così, ancora oggi non sono rari gli utenti che si perdono perché hanno una finestra aperta sopra un’altra, che non sanno dove andare a cercare un programma se non ce l’hanno subito visibile nel menu Start, che non hanno la minima idea di come funzioni il file system e salvano tutto sulla scrivania. Le ultime versioni dei vari sistemi operativi hanno cercato molti modi per semplificare questi concetti, confondendoli ancora di più. L’arrivo di internet e di una serie di nuove metafore ha peggiorato la situazione.

iPad è un tentativo di rivedere tutto il problema da un punto di vista del tutto nuovo.

Basta finestre. Niente multitasking significa “una cosa per volta”. È così che opera normalmente la gente. Il che non significa che non possa fare una cosa da una parte, copiarla e portarla dall’altra; ma quando lavora su un programma deve avere sott’occhio solo quel programma.

Basta menu. Internet ci ha abituato al concetto di comando contestuale: c’è un oggetto, ci clicco sopra e faccio quello che devo fare. Questo è il modello al quale siamo ormai abituati.

Basta filesystem. Se non stai usando il pc per lavoro non crei centinaia di documenti. E il concetto di cartella è sorpassato; i documenti si possono cercare per tag, per data, per contenuto, che senso ha avere un unico sistema basato sul posizionamento in un albero di contenitori arbitrario?

Ma oltre a questo, iPad rappresenta l’intuizione che il concetto di “un pc su ogni scrivania” ormai è sorpassato. Il computer non può più restare sulla scrivania. Ci deve seguire sempre.

Ci stiamo abituando sempre di più a usare il computer per tutto. Così come il telefono non è più un coso sul mobile in corridoio ma è diventato un oggetto da avere sempre con sé, la stessa sorte è riservata al computer. La gente non si sta solo abituando a usare il computer per tutto, ma sta cominciando a diventarne dipendente. Tra una decina d’anni i computer saranno probabilmente collegati direttamente al cervello e “vedremo” i loro contenuti proiettati direttamente sul nervo ottico. Per ora è necessario però un oggetto che sia leggero, portabile facilmente in una piccola borsa e di poco peso, e utilizzabile rapidamente, facilmente, anche in piedi.

Che questa necessità esista e sia pressante lo dimostra, ovviamente, l’enorme successo dei netbook. Tuttavia i netbook non sono una risposta vera: sono un compromesso. Un adattamento di un concetto vecchio, quello del pc, a una richiesta nuova. Con criticità evidenti: gli schermi piccoli e ad altissima risoluzione, usati con un sistema operativo che solo in minima parte si adatta alle diverse risoluzioni, rende problematico leggere lo schermo. La tastiera c’è ma quasi sempre scomoda a causa della ridotta dimensione dei tasti. E sono lenti, perché devono far girare software pensato per PC potenti su un hardware che tanto potente non può essere.

E chiaramente non sono utilizzabili in piedi: se volete usare un netbook dovete sedervi comodamente, aprirlo, aspettare che si avvii, eccetera eccetera.

L’iPad potrebbe essere il personal computer del futuro. Non più “un computer su ogni scrivania”, ma “un computer in ogni tasca”. Oggetti simili li abbiamo già visti in molti romanzi di fantascienza (quelli di Egan, per esempio) e persino in Star Trek. Ovviamente, non è detto che questo accada: Apple ha guidato molte rivoluzioni, ma in altri casi ha fallito, nonostante la qualità dell’idea. Pensiamo a Newton, il primo PDA, bellissimo ma in anticipo sui tempi. Pensiamo ad Hypercard che anticipava l’ipertestualità che avrebbe avuto successo col world wide web. Pensiamo a OpenDoc, una tecnologia basata sul documento (anziché sul programma) che ancora oggi è fantascienza.

Se c’è qualcuno che può riuscire in una nuova rivoluzione del pc questa è certamente solo Apple. Le basi ci sono e sono notevoli: un sistema operativo già noto agli utenti, essendo un’evoluzione dell’iPhone; un costo decisamente abbordabile; un oggetto di grande qualità.

Anche una volta accettato quanto detto sopra, resta ovviamente possibile immaginare che l’iPad avrebbe potuto essere migliore aggiungendo questo o quest’altro. Attenzione però. Un oggetto nuovo per imporsi ha bisogno di semplicità e di chiarezza. Nonostante tutti i geek della terra possano pensare il contrario, sarebbe stato un errore cedere alla tentazione di rendere l’iPad “più pc” o “più telefono”. Cosa sarebbe costato a Apple mettere sull’iPad una porta USB, o mettere l’applicazione Telefono presente sull’iPhone? Poco o nulla. Tuttavia, avrebbe reso l’iPad più simile a un pc o più simile a un telefono. L’iPad non è né l’uno né l’altro, e deve essere chiaro: deve imporsi come iPad, come una nuova categoria di oggetto.

Ci sarà tempo, una volta imposto il concetto, di allargarne l’uso mettendo porte, lettori, applicativi aggiuntivi. Ci sarà tempo di fare un iPhone OS 4.0 con il multitasking realmente necessario o con qualcosa di simile a un file system rivisto secondo la nuova filosofia.

Ma l’iPod non sarebbe diventato un successo planetario se Apple lo avesse proposto fin dall’inizio dicendo “questo coso suona la musica, e poi ci potete giocare, e poi ci potete prendere appunti, e tenere i contatti, i todo e così via”. Sarebbe stato un oggetto indistinto che faceva tutto ma faceva tutto male. Apple ha proposto una cosa che faceva una sola cosa e la faceva bene (vecchia filosofia unix, non a caso unix è ancora oggi dopo trent’anni il miglior sistema operativo, alla base anche dell’iPhone OS usato da iPad).

Ora resta da vedere se la gente, che a volte capisce le novità meglio dei geek informatici, capirà anche questa e la promuoverà.

Avatar: ma ci fa o ci è?

postato Gennaio 17th, 2010 in Fantascienza | 22 commenti »

Quanto mi stavano sulle scatole quelli che, nei giorni scorsi, scrivevano sui forum di Fantascienza.com sparando contro Avatar, a priori. “Io non ci penso neanche ad andarlo a vedere”. “Un film senza una trama non vale niente”. Che palle. Il sentimento di antipatia a mio avviso era dovuto: tutti entusiasti, eccitati nell’attesa di qualcosa di nuovo, di grandioso, e questi a fare i sostenuti, snobbini, criticoni e cagadubbi.

Ecco, tutto ciò mi fa ancora più incavolare, perché anche se di certo non dirò che avevano ragione, purtroppo devo dire che Avatar è stato davvero una delusione.

Chiariamo. Avatar è un film straordinario. È straordinario perché segna una tappa della storia del cinema, perché mostra cosa si può fare con la tecnologia e il talento artistico. È straordinario perché è una visione stupenda, dall’astronave all’inizio - mai goduto così tanto a vedere un’astronave - alla battaglia della fine (da questo punto di vista, Il signore degli anelli è definitivamente storia). È straordinario perché ora sappiamo veramente cos’è, come si usa, a cosa serve e qual è il modo migliore di usare il 3D, e di questo non posso essere troppo felice perché dopo Avatar tutti faranno film in 3D e gli occhi mi fanno ancora male dopo tre ore dalla fine del film e soffro a pensarci.

Avatar è un film da vedere. Non ha senso pensare di non vederlo. Non se uno pretende di esprimere qualsivoglia opinione sul cinema. Sarebbe come non aver visto Il padrino o Star Wars.

Detto questo. Avatar è un film straordinariamente deludente dal punto di vista narrativo.

I punti negativi sono presto detti. Trama. Ambientazione. Personaggi.

La trama: non è che non ci sia; c’è, col suo solito schema introduzione-crisi-vantaggio-sconfitta-vittoria finale. Non devia di una virgola, incollato al terreno, aderenza perfetta. Solo che è già stata vista mille volte. Puoi prevedere gli sviluppi senza il minimo sforzo. Ti dicono di spegnere il telefono in sala: così resta libero per ricevere un continuo squillare di scelte e di eventi telefonati.

Ambientazione: ok, alla fine dei conti è praticamente un film western. Balla coi lupi, o coi puffi come ha scritto qualcuno. I Navi sono indiani, sono plasmati sugli indiani, sul mito hippy degli indiani d’America visti come popolazione perfettamente in sintonia con l’ambiente e la natura. Si comportano come indiani, combattono come indiani, fanno persino il caratteristico verso con la lingua quando attaccano. La foresta è foresta, gli animali sono cani, tigri, uccelli solo un po’ diversi e tutti con queste due lunghe orecchie-USB, tranne i Navi che, chissà per quale strano scherzo evolutivo, invece di avere due connettori al posto delle orecchie ne hanno uno solo nascosto nella treccia. Una treccia naturale, che il clone ha già nella vasca di crescita. Mah.

I personaggi sono topoi del cinema così stravisti che neppure Arlecchino e Pantalone sarebbero stati più trasparenti. Dal protagonista Jake Sully, handicappato che ritrova la vita piena, alla bella che prima lo odia - poi lo ama - poi lo odia - poi lo riama, il rivale in amore ma valoroso che fa il piacere di morire eroicamente, il cattivo così cattivo che non ha neppure un istante di ripensamento. Il potente ma debole uomo dell’azienda.

Personaggi vuoti. Senza una storia, senza motivazioni, che fanno quello che devono solo perché è la storia a comandarlo. Perché Jake Sully accetta il lavoro? Perché cambia idea e si allega agli indigeni? Perché la dottoressa cambia così in fretta idea su di lui? Perché il cattivo è cattivo? Solo accenni vaghi e non convincenti. Soldi. Amore. Interesse.

Situazioni banalizzate all’estremo, da favoletta per bambini. C’è il metallo più prezioso dell’universo, e il giacimento più grosso è ovviamente sotto la casa dei buoni. Uno dice: ok, lì c’è il giacimento più grosso; prendiamo nota, quando avremo esaurito i giacimenti che sono da tutte le altre parti del pianeta, che non avranno la stessa sfortuna di stare sotto una città, eventualmente vedremo che fare. No no, bisogna far spostare gli indigeni o se possibile sterminarli per prendere subito quel giacimento lì.

Altri momenti penosi quando sentiamo Zoë Saldana spiegare che solo tot volte nella storia è riuscita l’impresa di addomesticare uno dei draghi rossi giganti. Ring… pronto? Sì, guarda che più avanti Jake domerà uno dei cosi rossi giganti e allora tutti lo adoreranno come un eroe del loro popolo. Ricevuto grazie.

Più avanti si scopre che è possibile trasferire definitivamente la coscienza dal corpo umano a quello dell’avatar usando la connessione sensoriale offerta dall’albero con i rami luminosi. I Navi hanno addirittura una sorta di rito ben preciso già pronto, nonostante si tratti di un concetto per loro del tutto alieno. Purtroppo… oh, un attimo una chiamata: ah sì, guarda che lo stesso sistema lo userà Jake per passare definitivamente nel corpo alieno. Bene grazie.

Disperato, Jake parla con Madre Natura, ma secondo la Uhura blu Madre Natura non si abbassa ad aiutare gli esseri viventi, difende solo l’equilibrio. Cavolo, quilla di nuovo il telefono… sì, ho capito, è evidente che qui è in pericolo proprio l’equilibrio quindi Madre Natura alla fine interverrà. Magari aspetterà a farlo dopo che i Navi saranno stati abbastanza sterminati: forse erano troppi e andavano giusto un po’ riequilibrati.

Mi fermo perché se continuo così è una strage, ed è anche fin troppo facile.

Ma veniamo alla vera domanda: perché?

Spiego il senso della domanda. Avatar non è un film di Michael Bay. Non è neanche di Wolfgang Petersen, né di un registino stagista che fa quello che gli dice la produzione. È un film di James Cameron. Caspita. James Cameron. Quello di Aliens. Quello di Abyss. Quello di Terminator I e II. Quello di True Lies. Tutti film divertenti, di intrattenimento ma intelligenti, con trame per nulla prevedibili, personaggi che bucano lo schermo e restano nella storia del cinema.

Non posso, semplicemente, pensare che Cameron abbia perso la mano, o che abbia speso così tanti soldi nella tecnologia da doversi accontentare di uno sceneggiatore da strapazzo; anche perché la sceneggiatura e il soggetto sono suoi, come erano suoi in quasi tutti i suoi film. Allora, il sospetto è che tutto ciò sia stato ultrasemplificato e banalizzato di proposito, in base a un preciso calcolo.

Due possibili motivazioni.

La prima: motivazione artistica. Il punto del film non è la storia, sono le immagini. È lì la vera innovazione, il novus, il fulcro artistico, il messaggio. La storia deve distrarre il meno possibile, deve essere quasi trasparente. Come i personaggi si muovono come automi spinti dalla trama, la trama non è altro che un rullo che gira e che serve a far scorrere le immagini.

La seconda: motivazione economica. Un film con una storia intelligente è possibile che incassi un sacco di soldi. Ma se vuoi incassare una montagna di soldi, la faccenda è diversa. La storia non deve essere intelligente, complessa, imprevedibile. Deve essere semplice, anzi ancora di più, deve essere archetipica. Qualcosa che tutti dal primo all’ultimo siano in grado di capire e di riconoscercisi.

Attenzione: non penso che l’idea di Cameron sia quella di far soldi e diventare ricco. Penso però che Cameron sia stato attratto inevitalmente dalla sfida impossibile di battere se stesso. Di riuscire a fare un film capace in quella che da tredici anni è la missione impossibile del cinema, cioè incassare più di Titanic.

Non sono d’accordo con Cameron, ovviamente. Personalmente credo che sarebbe stato possibile fare un film più originale, più intelligente, più bello senza pregiudicare il risultato economico. Ma naturalmente io posso solo dirlo dal basso del mio blog; quello che ha superato i tre miliardi di dollari con solo due film è lui. E l’evidenza dice che ha ragione.

Come sarà il tablet Apple

postato Gennaio 14th, 2010 in Exposé, Whatever | 3 commenti »

Negli ultimi giorni sono trapelate molte indiscrezioni, sono corse voci, si sono fatte ipotesi sul nuovo prodotto che Apple con ogni probabilità presenterà il 27 gennaio. Non faccio più a tempo a scriverne su MacWorld - già la puntata che ho consegnato a inizio gennaio uscirà dopo il 27 - quindi ne scrivo qui.

Si sa con relativa certezza che il prodotto sarà annunciato il 27 gennaio - per quanto possa sembrare strano, non essendo martedì - e che dovrebbe essere messo in commercio all’inizio di aprile. È probabile, ma non certo, che possa chiamarsi Slate o iSlate; la prova migliore è stata data da Steve Ballmer, che ha presentato un prodotto HP proprio chiamandolo “slate”, evidentemente per bruciare il nome Apple. Si sa però che Apple ha registrato anche il dominio “iGuide”.

Dal punto di vista hardware, l’oggetto, o almeno una versione dell’oggetto, dovrebbe avere uno schermo da 10″ OLED. Questo si sa perché i costruttori cinesi si sono lamentati del fatto che Apple avrebbe comprato tutti gli schermi disponibili sul mercato di quella dimensione. A mio avviso, dovrebbe esserci almeno anche una versione più piccola, sette o otto pollici. Avrà una webcam e connettività 3G. Sicuramente sarà multi touch e probabilmente avrà i soliti sensori di vicinanza, luminosità, accelerometro e forse anche GPS e bussola visti anche sull’iPhone.

Va detto che oggi come oggi che dal punto di vista hardware oggi chiunque è in grado di mettere insieme i pezzi per fare un oggetto del genere. Il punto è un altro: a che serve? È fondamentale, in effetti, l’aspetto software. E qui viene l’interessante e anche le mie previsioni più personali.

A quanto si dice, il tablet dovrebbe girare su una nuova versione, 4.0, di iPhone OS. La caratteristica principale di questo sistema operativo è naturalmente quella di essere pensato per un’interfaccia “touch”, ovvero usata con le dita. Quindi nessun comando che richieda precisione, pulsanti grossi, e così via. iPhone OS porta con sé anche un modello commerciale particolare, per cui il software deve essere approvato da Apple e viene venduto solo attraverso l’iTunes Store: per quanto possa non piacere, è un sistema che funziona per Apple e tutto sommato anche per gli sviluppatori.

Su un prodotto come il tablet però iPhone OS ha alcuni problemi. Prima di tutto, le dimensioni dello schermo: obbligatorio pensare quindi che la nuova versione del sistema operativo introdurrà la variabilità della dimensione dello schermo, anche perché si presume che un prossimo iPhone possa avere uno schermo più grande o con maggiore risoluzione.

Il problema principale però è un altro: è il fatto che iPhone OS è un sistema che va bene per un palmare, ma non per un computer vero. E non è pensabile che un cliente acquisti un aggeggio grande dieci pollici e che magari costerà un migliaio di dollari senza poterlo usare almeno per la gran parte delle funzioni per le quali userebbe un netbook.

La mia previsione quindi è che iPhone OS 4 sarà rivoluzionario. Dovrà riuscire nella difficile impresa di rendere un computer utilizzabile come un telefono, o se volete di rendere un telefono utilizzabile per tutte le funzioni previste da un vero computer. Dovrà supportare un vero file system, quindi dovrà permettere agli utenti di aprire file con diversi applicativi, di usare gli allegati come pare a loro, di caricare file da e sul pc, e in modo semplice.

Dovrà consentire l’uso di veri applicativi. Si parla di una versione “touch” della suite iWork, quindi word processor, foglio di calcolo e software per creare presentazioni. Difficile pensare, questa volta davvero, che si possa fare a meno del multitasking.

E ci dovrà essere un enorme sforzo da parte di Apple per convincere gli sviluppatori a portare i loro applicativi sulla nuova piattaforma. Incluso Flash, per esempio.

Un’altra cosa che mi sento di predire, è che anche se dotato di slot per una sim 3G lo Slate dovrà interfacciarsi quanto meno all’iPhone per usarne la connettività. Questo è fondamentale: non è pensabile che lo Slate debba essere usato come telefono, né che la gente debba per forza acquistare un contratto aggiuntivo. Chiaramente, l’ideale sarebbe poter usare la connettività di qualsiasi telefono, magari via bluetooth o usb.

Per ora mi fermo qui; se salta fuori qualcos’altro aggiornerò.

MacWorld Italia, in edicola numero 200

postato Gennaio 8th, 2010 in Exposé, Pubblicazioni | nessun commento »

È nelle edicole da qualche giorno un numero molto speciale di MacWorld Italia: il numero 200.

Ho seguito questa rivista da quando è nata (anzi da prima, con la versione americana e quella inglese su cui scriveva anche Douglas Adams) e mi ha sempre fatto piacere acquistarla, insieme alla sua più anziana concorrente Applicando. Una delle caratteristiche di MacWorld che ho apprezzato fin dall’inizio sono stati i suoi articoli di opinione; essendo un utente piuttosto esperto gli articoli tecnici, i tips and tricks, eccetera mi hanno sempre detto poco di nuovo. Ma le opinioni, specie se argute e ben scritte come quelle del compianto Anthony Stanley o quelle di Mister Akko, e in tempi più recenti dell’amico Bragagnolo e dell’ex direttore Enrico Lotti, per me hanno sempre dato anche da sole ampiamente senso al prezzo di copertina.

Ricondo con piacere anche i raccontini di Venerandi, e quelli di vari autori che la rivista cominciò a pubblicare sotto la direzione di Franco Forte. È in quel periodo che è iniziata la mia collaborazione con la rubrica Exposé, dedicata alle anticipazioni, alle voci e in generale a una visione del futuro del mondo Apple.

Il numero 200 in edicola vale senz’altro la pena acquistarlo, anche perché è ricco di articoli retrospettivi molto interessanti. Peccato solo, scusate ma devo dirlo, per la copertina “iPhonizzata” a mio avviso orrenda. Ma poi perché usare l’iPhone per una rivista che si è occupata per il 90% della sua storia di Mac?

Qui sotto vi propongo la mia column uscita su questo numero. Ma il numero compratelo lo stesso.

400

Per festeggiare il numero tondo, Exposé vi propone una puntata retrospettiva tornando indietro nel tempo all’ormai lontano 2010, quando la nostra rivista compiva 200 numeri.

La prima cosa che oggi ci sorprende, ripensando, perché no, anche con un po’ di nostalgia a quel lontano gennaio 2010 quando usciva il numero 200 di Macworld Italia, è che all’epoca la rivista veniva stampata su carta. Pensate solo al lavoro necessario per produrre tutte le copie, movimentarle, distribuirle in tutte le edicole sparse nel paese, una per una. E a quanto spazio dovevano occupare le (pur minime, sul totale) rimanenze invendute. Avete idea di quanto pesassero solo, diciamo, 100 copie di una rivista prodotta in quel modo?

Certo, oggi è tutta un’altra cosa. Quando Francesco decide che il numero è pronto fa click su “pubblica” e un semplice file diventa disponibile su migliaia e migliaia di lettori portatili. Di tutte le marche, ma ovviamente soprattutto sugli Apple Slate, i nostri lettori di ebook e riviste elettroniche preferiti. Oggi tutti hanno a disposizione migliaia di libri a costi irrisori sui loro lettori portatili, quasi non sappiamo più cosa sia la carta, e non sapremmo neppure che odore avesse, se non fosse per quella casa di profumi che ne commercializza a caro prezzo bottiglini di pura fragranza, a beneficio dei nostalgici dei libri vecchia maniera.

Primi indizi di tablet

Pensare che proprio lo Slate era uno degli argomenti più trattati, all’epoca, da questa rubrica. La prima versione era una tavoletta con schermo a colori con illuminazione led, e no, non era arrotolabile come quello attuale.

Exposé aveva cominciato a parlarne fin dall’autunno del 2008, quando era venuto alla luce un brevetto Apple riguardante un ipotetico dispositivo tablet. Da lì in poi non c’era stato numero di Macworld che non saltasse fuori qualcosa di nuovo. E fu proprio poco tempo dopo l’uscita del numero 200 della rivista che Steve Jobs annunciò il prossimo arrivo di quello che sarebbe diventato uno dei prodotti di maggior successo della Mela.

Ma già prima di uscire era certamente uno dei progetti che suscitava più curiosità. L’unico caso analogo era stato quello dell’iPhone, di cui Exposé aveva parlato per tutte le sue primissime puntate, dal gennaio 2007 in poi. Certo, oggi i telefoni come tali non si usano più, ed è stato certamente a causa dell’iPhone e degli altri smartphone se la gente ha finito col concepire la comunicazione come qualcosa di più vario e complesso rispetto alla semplice comunicazione verbale. Noi oggi se vogliamo parlare a voce con qualcuno srotoliamo il nostro pad, tappiamo sull’icona di Skype e parliamo. È solo uno dei mille modi per usare la rete, e per fortuna da tempo quelle che una volta si chiamavano compagnie telefoniche hanno capito che il loro ruolo è fornire la banda di comunicazione, non contare i minuti che i loro clienti passano a parlare con altre persone.

Auto e informatica

Riguardando le vecchie puntate di Exposé ne trovo una, uscita nell’ottobre 2007, in cui si parlava di una possibile interfaccia progettata da Apple per le automobili. Non si seppe mai in cosa consistesse veramente. Del progetto, ancora in fase embrionale, non si sentì più parlare.

Eppure, pensate a come avrebbe potuto essere il mondo oggi se Apple fosse andata avanti. Purtroppo, dopo ciò che accadde nel 2017 con le auto che usavano sistemi operativi Microsoft, l’applicazione dell’informatica sui veicoli subì una forte battuta d’arresto, e in definitiva causò la morte stessa dell’automobile. Per fortuna, le nostre metropolitane a levitazione sono guidate da sistemi basati su Linux. Non saranno Mac, ma almeno sappiamo di viaggiare sicuri.

Altri duecento fa

Altri duecento numeri prima, quando nasceva Macworld Italia nel 1991, la Apple era una società in crisi, senza idee e senza un vero leader. Un’eventuale Exposé all’epoca si sarebbe dovuta accontentare delle voci riguardanti l’uscita di un nuovo cassone grigino invece che beige. In realtà non mancavano le idee: per esempio nel 1992 Apple creava OpenDoc, una tecnologia rivoluzionaria che svincolava il documento delle applicazioni. Sfumò tutto nel nulla, come sfumò nel nulla il fantasmagorico sistema operativo Copland che avrebbe dovuto prendere il posto del System 7. Mancava, forse, la grinta o la leadership capace di trasformare le idee in realtà. Ma fu un bene, in un certo senso, perché il fallimento di Copland costrinse Apple a comprare un sistema operativo da terze parti, così acquisto Next, e tornò Steve Jobs.

Tutto cambiò con l’arrivo di Steve, per fortuna. Certo, Apple ebbe un momento difficile nel 2022 quando Jobs sparì dalla circolazione per alcuni mesi. Stava male da tempo, e si temeva il peggio. Ne abbiamo parlato anche nella nostra rubrica, dando come sempre voce anche ai rumors più strampalati. Qualcuno disse persino che era stato rapito dagli alieni. Come se quei simpatici esseri potessero fare azioni così sgarbate.

Poi, quando all’inizio del 2023 la rediviva MacWorld Expo Online venne aperta dal keynote del nuovo iJobs, il costrutto basato sull’upload della personalità di Steve caricata in una rete di MacPro a Cupertino, le azioni schizzarono di nuovo alle stelle e tutti fummo certi, in quel momento, che la stella della Apple non sarebbe più tramontata.


Silvio Sosio cura la rivista Exposé da 239 numeri, e ciononostante riesce sempre a trovare qualcosa di nuovo da dire: tutto merito dell’upgrade cerebrale che ha installato l’anno scorso. Lo consiglia a tutti.

Il No B Day e la piazza con effetto Tardis

postato Dicembre 6th, 2009 in Commenti | 46 commenti »

Ieri c’è stato il No B Day. Bellissima manifestazione. Abbiamo partecipato idealmente seguendo tutto il giorno la diretta su Rai News 24, il cui direttore immagino verrà sostituito per questa decisione.

La piazza era piena di gente, e come al solito c’è stata la solita guerra di cifre. Un milione e mezzo secondo gli organizzatori. Novantamila secondo la questura. Com’è possibile una simile disparità di valutazioni? Come viene valutata la gente che partecipa a una manifestazione?

La cosa mi ha incuriosito e ho pensato, senza saper nulla di questa difficile arte, di fare qualche calcolo spannometrico in proprio. Quanta gente ci può stare realmente in Piazza San Giovanni in Laterano?

Usando Google Maps mi sono fatto un calcolo; niente di scientifico, un po’ a spanne ma per farsi un’idea degli ordini di grandezza può andare. Mi risultano circa 13.000/14.000 metri quadrati, che si voglia includere o meno quel pezzo di piazza da dove non sarebbe stato visibile il palco.
Ora l’altra variabile: quando spazio occupa la gente? Sempre un po’ a spanne, calcolo che dove la gente è accalcata un essere umano occupa circa un quarto di metro quadro. Dove non è accalcata fino a un metro quadro. Facciamo una media di due persone a metro quadro?
Se non sto facendo qualche errore macroscopico, questo significa che per riempire tutta la piazza non ci vuole un milione di persone; ne bastano meno di trentamila. Se si accalcano arriviamo a sessantamila, ma personalmente non resisterei molto a lungo in una calca del genere.
Allora, sommiamoci anche piazza di Porta San Giovanni, che è adiacente dall’altra parte della chiesa: altri 23.000 metri quadri. Siamo a circa 75.000 persone.
Andiamo fuori dalla piazza. Per farci stare un milione di persone abbiamo bisogno di 500.000 metri quadrati pieni di gente. Sarebbe un territorio che va dal Colosseo a nordovest fino alla stazione Tuscolana a sudest. Piccolo problema però: ci sono gli edifici! Quando occupano le strade utilizzabili per essere riempite di gente rispetto al totale del territorio? Il 10%? Penso meno, ma se fosse così avremmo bisogno di 5 milioni di metri quadrati.
Non sto a calcolare da quale quartiere a quale altro dovrebbe essere pieno di gente per raggiungere il dichiarato milione e mezzo di persone della manifestazione di ieri. Di sicuro, per farci stare un milione di persone in quella piazza era necessario un effetto Tardis: la piazza da dentro doveva essere molto, molto più grande che da vista da fuori.
La sequenza di dichiarazioni - prima mezzo milione, poi un milione, poi un milione e mezzo - a mio avviso è stata l’unica nota stonata di una manifestazione che è stata bella, vivace, e che ha trasmesso un bel messaggio, quello che esiste ancora gente con una coscienza sociale che ha voglia di dire che non ci sta ad andare avanti così.
Quello di gonfiare i numeri dei manifestanti è una vecchia abitudine della politica. Negli ultimi anni ogni volta che una manifestazione riempie una piazza c’è un milione di persone. La prossima volta saranno almeno due, ovviamente, perché non potranno essere meno di quelli del B Day. Ma del resto i numeri ormai vengono sparati regolarmente oltre ogni ragionevolezza, a partire ovviamente da Mister B che anni fa prometteva un milione di posti di lavoro e che ora ha un consenso del 75% degli italiani, che entro un paio d’anni supererà certamente il 100%.
Qual è lo scopo di tutto ciò? Se sono novantamila persone non contano, se sono un milione sì, perché sono una frazione significativa dell’elettorato?
Non funziona, è evidente, anche perché a giocare a sparare numeri a vanvera gli altri sono sempre pronti, e ovviamente la conclusione imbecille qualcuno che la fa c’è sempre (non mancano da quella parte i “politici” che non si fanno mai scappare questo genere di sciocchezze, in questo caso pare che Calderoli sia riuscito per una volta ad arrivare prima di Gasparri): se in piazza c’è un milione contro Berlusconi, gli altri 59 allora sono a favore. Lo stesso principio idiota per cui, per esempio, gli italiani avrebbero “votato contro” negli ultimi referendum che non hanno raggiunto il quorum.
È evidente che per una persona in piazza ce ne saranno X che sono d’accordo ma non sono andate, Y che sono più o meno d’accordo ma non andrebbero mai, Z che sono d’accordo solo in parte. Che si faccia un bello studio statistico e si definiscano una volta per tutte che tot persone in piazza significano da tot a tot persone che la pensano così. Torniamo alla realtà, perché se restiamo nel mondo della fantasia e delle balle vince chi le sa sparare più grosse. E sappiamo tutti chi è.

Sistemi operativi da fantascienza

postato Ottobre 4th, 2009 in Exposé, Fantascienza, Scacchi, Whatever | 3 commenti »

Sullo numero di MacWorld di ottobre, attualmente in edicola, è uscita una delle puntate più “fantascientifiche” della mia rubrica sulle anticipazioni di prodotti Apple, Exposé. Ve la propongo.

Come sarà Mac OS XI?

L’uscita del 10.6 ci fa pensare: come sarà il sistema operativo del futuro? Ecco qualche idea, con relativi pro e contro.

La rivoluzione portata dal 10.6 è stata la più inattesa. Per la prima volta da… be’, forse da sempre, esce un sistema operativo la cui novità non è fare qualcosa di più ma fare le stesse cose meglio. Codice ottimizzato e un’architettura che permetterà anche alle applicazioni future di funzionare in modo più veloce ed efficiente.
Questo può dare l’idea di quanto possa essere difficile fare previsioni su quello che porterà una nuova versione di Mac OS X. Ma visto che amiamo il pericolo, noi vogliano andare ancora oltre.

Siamo alla 10.6, il che significa che tra un paio d’anni arriverà la 10.7, tra altri due la 10.8 e poi la 10.9. Se tutto va bene, tra otto anni, nel 2017 o giù di lì (posto che il mondo non finisca come previsto dai Maya nel 2012) potranno accadere due cose: o Apple facendo finta di nulla se ne uscirà con un Mac OS X 10.10, o il mondo vedrà l’alba di Mac OS XI. Che a quel punto dovrà essere un prodotto nuovo, tanto rivoluzionario quanto il Mac OS X lo è stato rispetto al Mac OS oggi chiamato “Classic”.
Ma come potrebbe essere un sistema rivoluzionario? Facciamo due ipotesi.

Parlare al computer

Chi non ricorda quella famosa scena si Star Trek: Rotta verso la Terra in cui Scotty pretende di usare un vecchio Mac dandogli comandi a voce?

Perché in effetti nel ventitreesimo secolo coi computer si interagirà parlando.

Ora, qualcuno potrebbe chiedersi quanto possa essere comodo impaginare un depliant a voce (”il box mettilo un po’ più a destra… no, allargalo un pochino… un po’ meno…”). O che confusione debba esserci in un ufficio open space con cinquanta impiegati che lavorano parlando col proprio pc.

Fatto sta che Apple sta facendo progressi in questo campo. Già all’epoca del System 7 il sistema conteneva una tecnologia per pilotare il computer a voce, ma funzionava veramente maluccio: più che altro un gadget.
Oggi invece invece abbiamo visto apparire col nuovo iPod Shuffle e poi col l’iPhone 3GS interfacce che funzionano realmente.

Il punto è che un conto è dire al computer “computer, apri il documento expose.doc nella cartella Documenti”, e un conto è dirgli “computer, controllarmi se per caso abbiamo già parlato di interfacce vocali nelle precedenti puntate di Expose”. Insomma, non c’è grosso vantaggio nell’interfaccia vocale se l’utente deve conoscere un preciso codice di comandi.

Viceversa, un’interfaccia che capisca realmente il linguaggio naturale richiede una vera intelligenza artificiale. E quando comparirà sulla terra una vera intelligenza artificiale probabilmente prenderà il controllo del pianeta e manderà dei robottoni con gli occhi rossi vagamente somiglianti a Schwarzenegger a ucciderci tutti…

Far marameo allo schermo

Tre anni fa, quando partì questa rubrica, eravamo entusiasti delle interfacce multitouch, e ci eravamo convinti che questa fosse la strada dell’innovazione che Apple avrebbe dovuto seguire. Dopo molti mesi d’uso intenso dell’iPhone ci siamo parzialmente ricreduti. Sì, sull’iPhone va benissimo, ma su un computer sul quale eseguire compiti più velocemente, con più precisione e più frequentemente forse no. Semplicemente, le nostre dita sono troppo grosse. E unte: sporcano lo schermo. Per non parlare del fatto che Apple in questo campo sarebbe già indietro, visto che sono già in commercio pc della HP con schermo multitouch.

C’è però un’alternativa che potrebbe essere più interessante: il riconoscimento non del tocco ma del gesto. O delle gestures, per usare il termine inglese.

Gesti eseguiti con le mani, nell’aria, che il computer tramite webcam vede, riconosce e agisce in conseguenza. Un esempio di questo tipo di interfaccia si vede nel film Johnny Mnemonic. La tecnologia, più o meno, c’è già: e qualcosa di simile per esempio lo fa la stessa console Wee.

C’è ancora di meglio. Ci sono già tecnologie di origine militare che permettono al computer di capire dove punta il nostro sguardo. Potremmo, per esempio, sostituire il mouse: per cliccare su un’icona basta guardarla e fare l’occhiolino con l’occhio sinistro. Naturalmente, per far apparire il menu contestuale l’occhiolino andrà fatto con l’occhio destro.

Provare a immaginare cosa possa rendere rivoluzionario un sistema operativo nel 2017 è ovviamente soltanto un gioco. Impossibile prevedere le nuove invenzioni, le mode, le cose che accadranno da qui ad allora.

Anche se, a ben guardare, in questi ultimi otto anni l’informatica non è stata certo rivoluzionata; il mondo dei computer è certamente cambiato molto meno tra il 2001 e il 2009 di quanto non sia cambiato tra il 1993 e il 2001.

Probabilmente il Mac OS XI sarà uguale al Mac OS X, con magari qualche protezione in più, o la possibilità di acquistare software solo da un mega App Store della Apple. O magari la grande rivoluzione sarà che potrà girare anche su pc di altre marche…

No, questo mai.

Backsposé 1 / Verrà l’iPhone

postato Settembre 15th, 2009 in Exposé, Pubblicazioni | nessun commento »

Oggi l’articolo recuperato dal passato è la prima puntata della mia rubrica Exposé, uscito sul numero di novembre 2006 di MacWorld Italia. Exposé è una rubrica di rumors e anticipazioni sui prodotti Apple in arrivo. In questa puntata pronosticavo l’arrivo dell’iPhone, che uscì effettivamente nel luglio 2007. Quasi tutto giusto, solo un dettaglio sbagliato: quello più caro sarebbe stato quello bianco.

iPhone, and you?

Rumors! Che non sono suoni molesti, come talvolta crede qualche traduttore poco avvezzo, ma indiscrezioni, voci, chiacchiere da corridoio. Il mondo Apple è sempre stato chiassoso in questo senso, e lo è ancora di più da quando Steve Jobs, tornato al timone dell’azienda da lui fondata, ha imposto il segreto sui prodotti non ancora posti sul mercato. Una cortina impenetrabile o quasi, mantenuta con disciplina spietata che è già costata il posto e cause per danni a diversi impiegati dalla bocca troppo larga, lucrosi contratti a fornitori troppo entusiasti e persino denunce, poi rientrate, a giornalisti troppo solerti.

Il devoto applista ufficialmente condanna le indiscrezioni. Generano aspettative che spesso non possono essere soddisfatte, danneggiano le vendite dei prodotti in commercio convincendo le persone ad attendere la prossima-versione-più-potente che poi magari non arriva, e aiutano i concorrenti a stare al passo copiando le innovazioni prima ancora che arrivino sugli scaffali dei negozi.

Ma sappiamo benissimo tutti che il devoto applista - categoria alla quale ovviamente apparteniamo - cerca e si beve con gusto tutte queste fantastiche anticipazioni. Anche sapendo bene che molte di queste sono in realtà più la formulazione di desideri che reali fughe di notizie. Questo è il nostro spirito: in questa rubrica di volta in volta andremo alla scoperta di novità future della Apple, ma facciamo un patto: vi diremo tutto quello che sappiamo, che abbiamo scovato in rete o altrove, ma voi tenete sempre presente che questa non è la realtà. Potrebbe diventarlo come potrebbe non avvicinarvisi neppure. Come il gatto di Schrödinger, che sia vivo o che sia morto dipende dal momento in cui Steve Jobs salirà su un palco e dirà la formula magica che fa collassare gli infiniti universi ipotetici in un’unica realtà: One more thing

Non potevamo non dedicare la prima puntata di questa rubrica alla grande chimera che da diversi mesi è la protagonista di tutti i rumors che riguardano Apple. Da quando ha cominciato a girare ci sono già stati almeno tre o quattro keynote ai quali avrebbe dovuto essere annunciata, ma finora non è avvenuto: ora si parla di marzo 2007. Parliamo naturalmente dell’iPhone, ovvero del’entrata di Apple nel ricchissimo ma spietato mercato dei telefoni cellulari.

La prima esperienza di Apple nel campo della telefonia è stata il ROKR, il telefonino con iTunes incorporato realizzato da Motorola. E’ stato un mezzo disastro, per vari motivi; non ultimo certamente il fatto che Apple è sembrata tirarsi indietro dal progetto, probabilmente anche a causa dei cattivi rapporti con Motorola che sarebbe stata di lì a poco abbandonata anche come fornitore di processori.

Da quel momento però si è capito che anche se Apple non aveva creduto al telefonino di Motorola non significava che avesse abbandonato l’idea di produrre un telefonino. Anzi.

Forse negli Stati Uniti, dove i telefonini e gli smartphone non sono così diffusi come in Europa, è un po’ meno evidente che da noi il fatto che questo oggetto sta diventando il centro mobile della digital life, così come il computer ne è il centro domestico. E se l’iPod ha avuto un enorme successo anche grazie alla sua specializzazione, un oggetto che fa una cosa sola ma la molto bene, è stato evidente fin da subito che questa situazione non poteva durare. Un iPod è infinitamente migliore di un telefonino per ascoltare musica: può contare su più memoria per archiviare le canzoni, è più facile da utilizzare, ha una qualità audio migliore. Tutti vantaggi però che l’avanzare della tecnologia nel ricco settore dei telefoni cellulari restringe sempre di più. La paura è che il telefonino possa fare all’iPod quello che ha fatto ai palmari: soppiantarli.

Dopo le considerazioni, veniamo ai fatti.

All’inizio del 2006 viene pubblicata su alcuni siti di settore un brevetto Apple registrato alla fine del 2004 per un sistema che consente a apparecchio wireless portatile di scegliere e acquistare prodotti digitali su un “online media store”. Il brevetto cita come esempi canzoni, suonerie, libri elettronici. Negli stessi giorni compare un altro brevetto Apple per un’interfaccia completamente audio, che consenta di navigare in un riproduttore musica tramite comandi vocali. Un’idea poi abbandonata per l’iPod Shuffle, che non ha lo schermo? Un momento, ma lo Shuffle non ha un microfono. Che tipo di oggetto potrebbe avere un microfono? Un telefono?

In maggio alcuni giornali economici giapponesi pubblicano la notizia che Softbank (la proprietaria della Vodafone giapponese) sta sviluppando un telefono cellulare insieme con Apple. Softbank smentisce.

In luglio, alla presentazione dei dati fiscali, un giornalista chiede al direttore finanziario di Apple Peter Oppenheimer cosa ne pensa del successo della linea di telefoni-player Mp3 della Sony Ericcson che riprende il glorioso nome Walkman, e Oppenheimer risponde che Apple non se ne sta certo seduta a guardare senza far nulla.

Nel software di aggiornamento dell’iPod uscito sempre in luglio vengono trovati strane parole chiave come t_feature_app_PHONE_APP, kPhoneSignalStrength, clPhoneCallModel, clPhoneCallHistoryModel, prPhoneSettingsMenu.

All’inizio di agosto, pochi giorni prima della WWDC (dove secondo qualcuno avrebbe dovuto essere annunciato l’iPhone) salta fuori foto e pubblicità dell’iChat Mobile. “Tutto ciò che ti aspetti da un Mac, su un telefono”. E’ chiaramente finta, ma realizzata con stile. Poco dopo compare su YouTube anche un filmato dimostrativo, nel quale si possono apprezzare le dimensioni non indifferenti dell’iChat Mobile.

Qualche giorno dopo arriva anche l’iCall, una versione “slide” dotata persino di tastiera alfanumerica.

In settembre si ricomincia a parlare di iPhone: secondo l’analista Shaw Wu Apple sarebbe ormai pronta al lancio.

Ciò che blocca ancora il progetto, a questo punto, non sarebbe più lo sviluppo tecnico, ma il lancio da parte dell’operatore di telefonia mobile americano Cingular della rete HSPDA. Questo standard, High-Speed Downlink Packet Access (accesso a pacchetti ad alta velocità) è una versione avanzata dell’UMTS e sta diventando disponibile in molti paesi europei (in Italia è già attiva da alcuni mesi su tutti e quattro gli operatori), è probabilmente richiesto per interfacciare il telefonino con l’iTunes Store. Se ricordiamo, più volte Jobs ha dichiarato che uno dei motivi per cui un iPod telefonino non aveva senso era l’impossibilità di scaricare musica a causa della lentezza della rete telefonica. Lentezza che l’UMTS (che però in USA è praticamente assente) e l’HSPDA rendono un ricordo del passato.

Sempre all’inizio di settembre salta fuori un’altro brevetto Apple, per un apparecchio con antenna e interfaccia completamente virtuale. L’idea sembrerebbe quella di un oggetto con un grosso schermo sul quale compaiono pulsanti e indicatori relativi alle funzioni di un dispositivo - ad esempio un lettore Mp3 tipo iPod - ma facendo scorrere si passa all’interfaccia di un telefonino o di un palmare o di una console portatile di videogiochi. Non sembra una cosa così originale rispetto a un normale palmare. La rivelazione è comunque sufficiente e far annunciare a gran voce l’arrivo dell’atteso iPod Video a pieno schermo all’evento previsto per il 12 settembre. Che però il 12 settembre non viene affatto annunciato.

Nel frattempo però accade qualcosa anche nel mondo reale. Microsoft presenta il suo iPod killer, lo Zune. Non è ancora sul mercato e non si sa ancora bene cosa farà, ma si sa che permetterà di comunicare con altri Zune e di scambiarsi canzoni.

Che Zune sia o meno un pericolo per iPod lo deciderà il mercato quando il prodotto di Redmond arriverà sugli scaffali, ma certo non può essere sottovalutato: iPod prima o poi dovrà fare un salto in avanti.

L’ultima puntata - per il momento - dice che certamente l’iPhone sarà annunciato al MacWorld di San Francisco, l’8 gennaio (segnatevelo sul calendario). Avrà una macchina fotografica da 3 megapixel, uno schermo da 2,2 pollici, il software iTunes ovviamente senza il limite delle cento canzoni che aveva il ROKR, e sarà disponibile in tre modelli. Il rumor non lo dice, ma ci sentiamo di aggiungere che il modello più caro sarà sicuramente nero.

La fanzine dal ciclostile a internet

postato Settembre 14th, 2009 in Fantascienza, Pubblicazioni, Whatever | 5 commenti »

Per ravvivare un po’ questo blog e anche per non far scomparire per sempre lavori che magari non lo meritano del tutto, ho deciso di cominciare a riproporre qui un po’ di miei articoli usciti qua e là. Comincio con questo Antiche e nuove mappe dell’inferno: dal ciclostile a internet, conferenza tenuta a Science+Fiction, a Trieste, se non sbaglio nel novembre 2001.

Antiche e nuove mappe dell’inferno: dal ciclostile a internet

Di Silvio Sosio

Un\'antica macchina da ciclostileCome è facile immaginare, il problema più gravoso per i gruppi di appassionati che progettano di pubblicare una rivista amatoriale è sempre stato quello dei costi di stampa. In questo intervento farò un rapido riassunto della storia dell’editoria amatoriale dal punto di vista tecnico, soffermandomi in particolare sull’era di internet che, in un certo senso, ha definitivamente risolto il problema, ma forse ha anche ucciso definitivamente la fanzine come oggi la conosciamo.

Il problema della tiratura

La storia delle tecniche di composizione e stampa è davvero affascinante: dai caratteri mobili alla linotype di inizio secolo – che allineava i piombini dei vari caratteri fondendoli poi insieme riga per riga; alla fotocomposizione, con i caratteri disegnati in maschere ottiche su un disco attraverso il quale passava un raggio di luce che impressionava una pellicola; fino al recente desktop publishing e al direct-to-plate, completamente governati dal computer. Mentre dalle rotative si passava all’offset e al roto-offset.

Una caratteristica ha accomunato tutte le tecniche di stampa che ho elencato: quella di essere progettate per grandi tirature. Costi di partenza abbastanza alti, che venivano ammortizzati solo su elevati numeri di copie.

L’editoria amatoriale, che per sua stessa natura ha sempre dovuto lavorare su un pubblico molto ristretto, ha avuto accesso molto di rado alle tecniche di stampa utilizzate dalla stampa professionale, che avrebbero richiesto grandi investimenti iniziali e avrebbero imposto un costo per copia decisamente troppo elevato. Ha quindi dovuto fare riferimento a tecniche alternative e a basso costo.

Il ciclostile

Negli anni sessanta e settanta il fandom forse non sarebbe esistito senza il macchinario inventato nel 1881 da un ex agente di cambio ungherese emigrato negli Stati Uniti, David Gestetner: il ciclostile. Usando uno speciale foglio di carta cerata, sul quale si scrive utilizzando una speciale penna oppure la stessa macchina per scrivere, viene prodotta una matrice usata poi per la produzione a bassissimo costo di piccole tirature. La qualità di questo tipo di stampa era molto modesta, ma per riviste che pubblicavano articoli o racconti, quindi sostanzialmente testo, più della qualità era importante la leggibilità. Quasi tutte le fanzine italiane fino ai primi anni ottanta erano stampate in ciclostile (The Time Machine, Vox Futura fino al 1981; Intercom addirittura fino al 1987). Se era molto semplice produrre le matrici, era semplice anche stampare: all’epoca erano molto diffuse piccole tipografie attrezzate con questa macchina, il cui prezzo fra l’altro era abbastanza contenuto tanto che spesso conveniva addirittura acquistarla e stampare la fanzine in proprio.

Se il testo delle fanzine ciclostilate era leggibile, decisamente più problemi dava tutto il resto della grafica. I disegni erano improponibili, a meno che l’illustratore stesso non si rassegnasse a disegnare incidendo lui stesso la matrice di cera.

I titoli venivano normalmente composti usando il normografo. Quasi tutte le fanzine stampate in ciclostile concentravano i loro sforzi economici nella stampa in offset della copertina.

Va anche notato che il ciclostile era allora usato soprattutto per la propaganda – o se vogliamo la contropropaganda politica – il che dava in qualche misura alle fanzine un lieve sapore sovversivo. Forse anche per questo motivo una delle riviste di più chiara ispirazione di sinistra, Intercom, scelse la soluzione più elegante alle carenze grafiche del ciclostile, evitando le tristi soluzioni grafiche del normografo e dei disegni ricalcati ma sfruttando invece al meglio proprio la macchina per scrivere, e giocando col testo in un modo che ricordava l’ASCII Art, l’arte di disegnare sui terminali a caratteri che si stava già sviluppando in quegli anni sulle prime bbs.

La xerografia

All’inizio degli anni ottanta comincia a raggiungere costi accettabili un’altra tecnica, che soppianterà definitivamente il ciclostile in pochi anni: la fotocopia.

Lavorando nel retrobottega di un salone di bellezza, un inventore americano, Chester Carlson, nel 1938 aveva ideato un dispositivo che permetteva di riprodurre scritti e disegni: la fotocopia.

Carlson aveva ideato questa tecnica per far fronte a un suo handicap fisico: era impiegato all’ufficio brevetti e il suo compito consisteva nel riprodurre a mano i fogli con i disegni dei brevetti, per farne copie da archiviare. Ma era fortemente miope e sofferente di artrite alle mani, tanto che il lavoro diventò per lui una vera e propria tortura. Cominciò a pensare, così, a un sistema automatico per ottenere le copie dei documenti. Si licenziò dall’impiego e iniziò a lavorare nella cucina di casa, finché la moglie, seccata, non lo cacciò via. Si trasferì, quindi, nel retrobottega di un salone di bellezza di proprietà della suocera, ad Astoria, un sobborgo di New York. E cominciò a fare esperimenti con lo zolfo, una sostanza isolante che diventa conduttrice se esposta alla luce.

Il 22 ottobre del 1923 rivestì di zolfo una lastra di zinco e vi poggiò sopra un foglio di carta con la scritta “Astoria - 22-10-38″. Sottopose il tutto alla luce per qualche secondo, poi ricoprì la lastra con polvere fine e notò che questa si depositava, per attrazione elettrostatica, soltanto nei punti illuminati ottenendo quindi una immagine in negativo dello scritto. Poi fece aderire un foglio di carta cerata alla lastra e lo riscaldò: col successivo raffreddamento, la cera si solidificò solo nei punti in cui aderiva alla polvere. Bastò pelare via il foglio di cera per avere sulla carta l’esatta fotocopia dello scritto originale.

Carlson continuò a perfezionare il suo apparecchio e vendette il brevetto a una piccola società americana, la Haloid, che il 22 ottobre 1948, a dieci anni esatti dalla prima fotocopia, realizzò la prima “vera” fotocopiatrice.

La Haloid cambiò nome in Xerox (dalla parola greca che significa secco, poiché non si usano liquidi nel processo), diventando una delle maggiori compagnie statunitensi nel campo del trattamento dei documenti. En passant, fu nei laboratori della Xerox a Palo Alto che furono sviluppati i primi prototipi di quella interfaccia grafica che sarebbe stata alla base di un’altra rivoluzione, il Desktop Publishing.

La fotocopia permetteva un considerevole miglioramento nella preparazione delle riviste amatoriali. Non era più necessario lavorare su una matrice di cera. Si poteva lavorare su un normale foglio di carta, scrivere il testo con la macchina per scrivere e inserire disegni o fotografie ritagliate, creare titoli usando i caratteri trasferibili: piena libertà grafica, insomma. Usando macchine per scrivere elettriche a sfera era anche possibile utilizzare più fonti diverse di caratteri: corsivo, grassetto.

All’inizio degli anni ottanta cominciarono a essere pubblicate le prime fanzine fotocopiate (L’Altro Spazio, The Dark Side, City). Questo cambiamento di tecnologia comportò anche un cambiamento nei formati: dal B4 o B5 diffuso all’epoca del ciclostile si passò a quello che oggi è il formato standard per eccellenza, l’A4, o in alcuni casi all’A4 piegato in due (A5).

L’avvento della fotocopia consentì il pieno sviluppo di un nuovo genere di fan: oltre allo scrittore e al critico poteva finalmente esprimersi anche il disegnatore.

L’offset

Se la fotocopia è la soluzione più economica per le riviste che tiravano fino alle due o trecento copie, oltre cominciava già a diventare interessante la soluzione dell’offset.

All’inizio del secolo gli inventori americani, Ira Rubel e i fratelli Charles e Albert Harris, contemporaneamente e indipendentemente, svilupparono i primi prototipi di macchine da stampa basate sul concetto oggi chiamato offset.

La stampa offset richiede la preparazione, tramite un procedimento chimico simile a quello dello sviluppo delle fotografiche, di speciali matrici chiamate lastre. Le lastre vengono sviluppate a partire dalle pellicole, che possono essere realizzate in vari modi (fotografici o digitali). Oggi esistono tecnologie in grado di preparare le lastre da input digitale senza utilizzare le pellicole (direct-to-plate). Le lastre con un processo chimico raccolgono acqua nei punti in cui sono negative, mentre le parti dove sono positive vengono cosparse di inchiostro. La lastra poi trasferisce l’inchiostro su una matrice che a sua volta inchiostra la carta. La lastra non tocca mai direttamente la carta, e per questo motivo la tecnica viene chiamata offset.

Le lastre possono essere di alluminio – usato normalmente nella stampa a larga tiratura – o di carta, con minore qualità ma anche costi molto inferiori.

Questo tipo di stampa offset arrivò alla portata delle riviste amatoriali durante gli anni ottanta, e fu usato da alcune delle testate più importanti (The Time Machine, La Spada Spezzata). Altre fanzine, già arrivate a livelli semiprofessionali – più per la disponibilità economica dei loro editori che per una vera larga diffusione – come Dimensione Cosmica o Sf..ere, usavano già l’offset e tutta la catena produttiva della stampa professionale, uscendone come prodotti, almeno dal punto di vista della stampa indistinguibili da quelli dell’editoria da edicola.

Il desktop publishing

Dopo la rivoluzione della stampa, alla metà degli anni Ottanta venne rivoluzionato anche il metodo di composizione.

Se fin dall’epoca del ciclostile il testo era stato composto utilizzando normali macchine per scrivere – dalle classiche Lexicon o Lettera Olivetti alle più evolute Praxis elettroniche – magari affiancate da caratteri trasferibili per i titoli, dal 1985 comincia a essere utilizzato il computer. Con l’Apple Macintosh, i primi software di impaginazione come Aldus PageMaker e le prime stampanti laser come la Apple LaserWriter, per le fanzine inizia ancora prima che per l’editoria professionale la rivoluzione del desktop publishing.

E’ John Warnock che sviluppa, nei primi anni ottanta, un linguaggio di descrizione della pagina con alcune caratteristiche importanti, in particolare quella di non essere legato a una particolare stampante ma di poter essere utilizzato per pilotare diversi tipi di macchine, dalle stampanti laser alle fotounità. Warnock fonda, in società con la Apple Computer, la Adobe Systems e, cede il licenza l’uso del linguaggio PostScript per le prime stampanti laser immesse sul mercato, le Apple LaserWriter.

Utilizzando Aldus PageMaker su Apple Macintosh nel 1985 è già possibile costruire la pagina interamente a computer e stamparla sulla LaserWriter, in bianco e nero e con la risoluzione di 300 punti per pollice. La tecnologia è ancora agli inizi ma il risultato, per l’epoca, è di qualità eccezionale, e lo strumento è già validissimo per le pubblicazioni amatoriali (la prima fanzine italiana composta in desktop publishing è il numero 16 di La Spada Spezzata), mentre lo diventerà di lì a poco anche per quelle professionali (FMR, Applicando fra le prime riviste composte in dtp). Oggi sono rimaste solo alcune edizioni d’arte particolari a non utilizzare la composizione a computer.

Proprio il numero di fonti disponibili caratterizza i primi anni del desktop publishing “amatoriale”. Nei primi tempi le riviste composte a computer sono facilmente riconoscibili proprio per il fatto di utilizzare solo le font Times ed Helvetica. Curiosamente una situazione analoga si verifica oggi nell’editoria online, dove possono essere utilizzate solo alcune fonti (Times, Verdana, Helvetica).

In breve però il numero di fonti Postscript si moltiplica e si verifica l’effetto opposto: ormai priva di limiti la fantasia grafica del fanzinaro si scatena, ma non sempre accompagnata dal buon gusto. In generale però si assiste a un notevole incremento della qualità grafica delle riviste amatoriali. Fra le fanzine che hanno raggiunto i migliori risultati dal punto di vista grafico va ricordata la siciliana Terminus.

Con l’avvicinarsi della fine degli anni ottanta, intanto, il fandom sta cambiando, e il fenomeno delle fanzine ha un momento di forte contrazione. Mentre continua fra alterne vicende la pubblicazione di Intercom, l’unica fanzine che riesce a creare attorno a sé una comunità e a mantenere una vera continuità è Yorick, stampata addirittura a caratteri mobili. Nell’ultimo decennio del secolo nascono e muoiono alcune fanzine di fantascienza, ma senza mai riuscire a emergere e a ricostruire quella rete di rapporti che costituiva il fandom vitale degli anni ottanta. E mentre il fandom tradizionale agonizza, arriva il momento del fandom delle serie televisive. Inside Star Trek, la rivista dello Star Trek Italian Club, viene realizzata in desktop publishing fin dai primi numeri e stampa migliaia di copie. Altri club avranno le loro pubblicazioni (Alliance e Cloud City dedicati a Guerre Stellari, ISO Shado dedicato a UFO e Spazio 1999, altri minori). Ma proprio questo tipo di fandom saprà sfruttare al meglio il nuovo mezzo che si sta affermando: dalla carta si passa alla rete.

Prime esperienze elettroniche

Prima che internet facesse dell’editoria elettronica un fenomeno di massa, non sono mancati tentativi di sfruttare in qualche modo gli strumenti a disposizione per creare le prime fanzine elettroniche.

Nei primi anni ottanta a Firenze Tommaso Tozzi realizza una fanzine su segreteria telefonica: per ascoltarla era sufficiente comporre il numero telefonico e ascoltare. Luigi Pachì realizza a Milano il prototipo Blade Run, fanzine su cassetta per ZX Spectrum, uno dei primissimi home computer. Diffusione molto ristretta: un paio di copie. Franco Forte nei primi anni novanta diffonde la prima faxzine: Shining, inviata via fax. Ne esce una ventina di numeri, poi la rivista cambia formula a causa dell’eccessivo successo.

Nella seconda metà degli anni ottanta i personal computer cominciano ad essere diffusi, e cominciano a diffondersi anche i modem, per far comunicare i computer attraverso la linea telefonica. E’ il momento della grande diffusione dei bbs, piccoli servizi online ai quali gli utenti si collegano via modem e trovano file da scaricare e forum nei quali discutere fra loro. In molti bbs la partecipazione ai forum è limitata ai pochi utenti del bbs, ma in molti casi i bbs aderiscono a circuiti nazionali o internazionali – il più grande è FidoNet – dando vita a conferenze alle quali partecipano appassionati da tutta Italia. In quest’epoca, fra i partecipanti più attivi della conferenza “sf.ita” di FidoNet dedicata alla fantascienza era facile trovare i nomi di Vittorio Curtoni e di Valerio Evangelisti.

Anche se rari non mancavano i casi di riviste distribuite via bbs. Fra queste la più nota era certamente Il corriere telematico, che si occupava delle problematiche dei bbs e della rete Fido. Alla fine del 1994 fece la sua comparsa anche una rivista di fantascienza: Delos Cyberzine. Ma eravamo ormai agli sgoccioli dell’era dei bbs, che stavano per essere soppiantati dalla rete delle reti.

L’avvento di internet

La storia di internet è abbastanza nota: nasce all’inizio degli anni settanta come progetto comune fra università e ente della difesa americano con lo scopo di creare una rete di risorse informatiche non centralizzata e quindi in grado di funzionare anche se danneggiata – per esempio in un attacco nucleare – in alcune sue parti.

Alcuni meno addentro forse si stupiranno nello scoprire che internet esiste già da trent’anni. E’ vero che per due decenni è rimasta uno strumento a uso e consumo degli istituti universitari, e solo all’inizio degli anni novanta, quando Tim Berners-Lee pubblicò il suo progetto di world wide web, una rete ipertestuale che consentisse l’accesso all’informazione tramite link contestuali, cominciò a diventare uno strumento di comunicazione di massa.

In questo sviluppo altrettanto importante è stato l’apporto di Marc Andreesen, sviluppatore del primo browser grafico, Mosaic, sulle cui basi sono stati sviluppati sia Microsoft Internet Explorer (la Microsoft acquistò i sorgenti di Mosaic nel 1996) sia Netscape Navigator, che fu sviluppato dallo stesso Andreesen.

Il lavoro di Berners-Lee e di Andreesen trasformò la rete da uno strumento quasi puramente tecnico a un mezzo di comunicazione accessibile a tutti. I grandi bbs americani come Compuserve e America OnLine, e i nascenti provider di tutto il mondo, come Video On Line e Italia On Line in Italia, colsero subito l’importanza di questa rivoluzione e diedero inizio alla spettacolare diffusione di internet, che superò i cento milioni di utenti in un decimo degli anni occorsi alla televisione per ottenere lo stesso risultato.

In Europa fondamentale è stato il fenomeno dei provider gratuiti, lanciato in Italia da Tiscali. Accesso gratuito alla rete, spazio gratuito sul web da utilizzare per pubblicare pagine autoprodotte: la situazione ideale per il proliferare di fanzine elettroniche.

La prima fanzine elettronica italiana di fantascienza, e in realtà la prima rivista web italiana in assoluto, è stata Delos Cyberzine. Dopo alcuni numeri distribuiti tramite bbs fin dai primi mesi del 1995 Delos è diventata una rivista web. Da esperimento per i pochi smanettoni che nel 1995 avevano un accesso a internet, Delos, che nel 1996 ha cambiato nome in Delos Science Fiction, è cresciuta insieme alla diffusione della rete diventando un prodotto professionale con migliaia di lettori. Insieme al complementare Corriere della Fantascienza, Delos oggi non può certamente più essere considerata una fanzine, avendo compiuto quel passaggio che rappresenta un po’ il sogno di molti curatori di fanzine: dal mondo amatoriale a quello professionale.

Internet apparentemente rappresenta la soluzione ideale ai problemi dell’editore amatoriale: nessun costo di stampa; facilità di produzione e di distribuzione; grandissima facilità nel reperimento dei materiali e nei contatti con i collaboratori. Tuttavia non si è assistito a un’esplosione di nuove riviste amatoriali. Uno dei motivi (ma non il solo) è certamente la netta contrazione vissuta in generale dal mondo della fantascienza, soprattutto nel numero di lettori.

A quattro o cinque fanzine su carta in attività si contrappongono nel momento in cui scriviamo non più di una decina di fanzine elettroniche, gran parte delle quali dedicate a Star Trek o ad altri serial: Star Trek Italia Magazine, WebTrek Italia, Previatrek, GuerreStellari.net. Fra le fanzine non specializzate la maggiore sicuramente è Intercom ( HYPERLINK “http://www.intercom.publinet.it” www.intercom.publinet.it) unico caso di esperienza di fanzine su carta (Intercom veniva pubblicata sin dai primi anni ottanta) portata con successo in rete. Molto interessanti anche Ouroboros, e poi Continuum, Nigra Latebra e poco altro.

Il superamento della fanzine

In realtà però il concetto stesso di rivista è stato superato dall’avvento di internet. Che propone diversi mezzi di comunicazione alternativi alla rivista e più adatti alla rete: dal sito amatoriale specializzato, che viene aggiornato non sostituendo un nuovo numero a quello vecchio (come nel caso delle riviste) ma inserendo nuove informazioni a complemento di quelle già esistenti; al forum, che nelle sue diverse forme – newsgroup, mailing list, forum sul web, chat – permette in modo più diretto l’espressione di opinioni e la creazione di comunità fra appassionati.

In quest’ottica la fanzine è solo un modo in più per comunicare fra appassionati. Ha ancora un suo ruolo: il fatto di essere un prodotto di gruppo, con una continuità temporale e un qualche tipo di selezione del materiale pubblicato sono caratteristiche distinguono la rivista dal sito amatoriale generico e forniscono all’utente quelle garanzie che lo aiutano a effettuare una scelta (la vera difficoltà nell’uso della rete). Certamente la forma tradizionale della rivista non è la più adatta a questo nuovo mezzo e piano piano si trasformerà in qualcosa di più fruibile.

Il futuro

Cercare di prevedere quali possano essere gli sviluppi futuri quando si ha a che fare con l’informatica e la telematica è un gioco che varia dal futile al pericoloso (se come spesso accade vi si investono soldi). Negli anni scorsi analisi firmate da prestigiosissime aziende che prevedevano l’esplosione di internet grazie all’arrivo sulla televisione o sul telefonino hanno causato disastri, e disastri ancora maggiori sono stati causati da chi pensava che di punto in bianco l’umanità avrebbe cominciato a vivere e ad acquistare soprattutto in rete. Se la tecnologia viaggia a un ritmo rapidissimo, molto più lentamente si evolvono le abitudini degli esseri umani.

Alcune tendenze dobbiamo per forza indicarle: l’aumento della larghezza di banda sta portando a una maggiore diffusione in rete di altri tipi di comunicazione diverse da quella testuale: musica, video, animazione. Sta recedendo la cultura del tutto gratis tipica dei primi anni di internet: anche grazie a sistemi di pagamento più pratici e sicuri sempre più spesso accadrà di pagare, anche piccole o piccolissime cifre, per i servizi richiesti.

L’informazione si sta progressivamente trasferendo nel mondo digitale: si comincia dagli strumenti di produzione, si passa ai supporti – si pensi ai cd e ai dvd per musica e cinema – e poi alla distribuzione: internet. E l’aspetto più importante di questa rivoluzione è che più l’informazione diventa digitale, minore diventa il costo di realizzazione e di distribuzione.

L’avanzata del digitale porterà entro pochi anni ad acquistare la musica, i film e gli stessi libri via internet, scaricandoli direttamente in appositi strumenti portatili, come i lettori di ebook o i riproduttori MP3. Difficilmente verranno soppiantati molto presto i supporti tradizionali – libri e riviste su carta, cd rom, vhs e dvd – ma sicuramente cederanno il passo (in realtà lo stanno già facendo) alla diffusione telematica. I bassi costi e la elevata targetizzazione faranno sì che il panorama dei prodotti della comunicazione presenti una scelta sempre più vasta, permettendo la pubblicazione anche di quei prodotti che nel mercato tradizionali avrebbero avuto troppo pochi potenziali acquirenti per giustificarne la produzione. Sempre i bassi costi, uniti alla facilità di accesso agli strumenti di produzione – dopo il desktop publishing che ha aperto le porte all’editoria fatta in casa oggi è possibile mixare cd musicali o montare film sul proprio computer – mettono addirittura in crisi in concetto di editore, di fronte al diffondersi del fenomeno dell’autopubblicazione. Il ruolo dell’editore in rete si sposta su quello identificato dal valore semantico che ha la parola nella lingua inglese: editor, colui che cura la pubblicazione, che effettua le scelte e che quindi in qualche modo garantisce la qualità al lettore sperduto nel mare delle opportunità.

Il mondo della cosiddetta new economy ha attraversato un periodo di forte recessione, dovuto all’esplodere delle bolle di sapone prodotte in due anni di folle euforia dopo l’esplosione del numero di utenti di internet trainata dai provider gratuiti.

Oggi il numero di utenti cresce più lentamente, ma sta aumentando la qualità e la frequenza di utilizzo della rete. Per lavoro o nell’uso quotidiano sta diventando sempre più naturale comunicare via email, consultare l’orario dei treni o l’elenco dei cinema via web, leggere le ultime notizie e anche coltivare i propri interessi sulla rete. Per gli appassionati di fantascienza – o di qualsiasi altra cosa – la rete è ormai il mezzo migliore per trovarsi e creare comunità. Questo darà senza dubbio sempre più impulso alla nascita e al prosperare di pubblicazioni amatoriali; che però avranno sempre meno, probabilmente, la forma di una rivista come oggi siamo abituati a pensarla.

Riferimenti

How Offset Printing Works:

http://www.howstuffworks.com/offset-printing.htm

Invenzione del ciclostile e delle fotocopie:

http://cubo.newton.rcs.it:8666/gazzetta/gazzetta1299.htm

Il php delle nevi: problemini con Snow Leopard per i web developer

postato Settembre 2nd, 2009 in Exposé | 5 commenti »

Snow Leopard, il nuovo sistema operativo per Mac - nome ufficiale OS X 10.6 - è uscito da circa una settimana, ma a me è arrivato solo ieri: l’ho ordinato cinque minuti dopo che è stato reso disponibile su Apple Store, ma sono stato taccagno e ho chiesto la spedizione per posta invece di quella per corriere.

La novità di questa versione del sistema è che… non ha novità. Non di facciata, almeno. La vera novità è che è stato ottimizzato, corretto, sistemato, perfezionato, e che quindi una volta installato anziché trovarsi con un computer più lento e meno spazio sul disco, come da mondo è mondo accade quando si installava una nuova versione di un sistema operativo, ci si ritrova invece con un sistema più snello e più veloce. E più stabile.

Ogni tanto giusto per il piacere di farlo “quitto” Mail. Prima ci metteva due o tre minuti buoni a uscire, tanto che spesso “annullava” lo spegnimento del computer a causa del time out. Ora quitta così velocemente che non riesco a togliere il dito dalla “Q” che la lucetta sotto l’icona è già spenta. Che godimento. E riparte quasi altrettanto rapidamente. Wow.

Però, qualche problemino l’ho incontrato comunque. Non tanto problemi del sistema quanto di applicazioni non compatibili (di Little Snitcher ho dovuto installare una beta; Sapiens non funziona più bene; Linotype Explorer mi aveva incasinato le font e ho dovuto toglierlo).

Nel mio caso in particolare l’impatto più grave è stato con il php. Snow Leopard installa la versione 5.3 di php, contro la 5.1 (o giù di lì) che installava Leopard. Già con Leopard era stato un mezzo trauma, perché mi aveva costretto a rendere tutto il mio software php compatibile con php 5.0, mentre fino al giorno prima lavoravo tranquillamente col 4.

Con il 5.3 i signori della Zend hanno deciso di rompere le balle in modo pesante. Hanno deciso per esempio che nel php.ini va inserita una riga che dica date.timezone=”Europe/Rome”, altrimenti ogni volta che viene usata un’istruzione che abbia a che fare con tempo e date ti spara a video un warning, anche coi warning disabilitati.

Ancora meglio, hanno deciso che “split” adesso è deprecata. E perciò ogni volta che c’è split ti viene fuori il messaggio sulla pagina che l’istruzione è deprecata. Puoi usare preg_split se vuoi usare un’espressione regolare, o explode se lo splittaggio è semplice. Split veniva usata in entrambi i casi, quindi non te la cavi con un “cerca e cambia”; devi guardare ogni singola occorrenza e decidere. Ho provato a fare una ricerca con BBEdit nella mia directory dei lavori php e le occorrenze erano più di 2500; tra l’altro anche in software non miei, tipo PhpBB.

Poi hanno deciso che non puoi usare parole chiave come nomi dei metodi. Io in una mia classe fondamentale avevo usato goto, e ora non lo posso più fare. Devo cambiare la classe e andarmi a cercare tutti i posti in cui veniva chiamato quel metodo.

E poi ho trovato anche un buggettino: mysql_num_fields mi ritorna “5000″ invece del corretto numero di campi di una tabella. E il php letteralmente crasha quando il ciclo cerca di accedere al campo successivo all’ultimo. Ci ho messo un po’ a beccare questo problema, perché non dava nessun messaggio d’errore: pura e semplice pagina bianca.

Insomma, grazie, diciamo che ho trovato lo stimolo giusto a patchare il mio software in modo da farlo girare su php 5.3.