Copertina del numero 1Da qualche mese ricevo l’edizione italiana di Wired. Ho comprato il primo numero e mi sono subito abbonato, grazie all’offerta di 2 anni per 19 euro.

Ero entusiasta dell’idea che una delle riviste-mito del del mio ambiente culturale arrivasse finalmente in Italia. Sono parecchi anni che non prendo più la Wired originale - che in fin dei conti non è più, comunque, la Wired originale - e può anche essere che i miei ricordi al riguardo siano un po’ abbelliti dal tempo. Ero un vero fan di Wired. Il mio entusiasmo si è tramutato in cocente delusione. Ecco perché.

Wired è stata la rivista dei geek agli albori dell’epoca di internet. Fondata nel 1993 da un giornalista di tecnologia, Louis Rossetto, e da Jane Metcalfe, anche lei esperta tecnologa e in seguito eletta nel comitato direttivo dell’Electric Frontier Foundation, sponsorizzata da Nicholas Negroponte, con il fondatore di WELL Kevin Kelly in redazione, Wired è un’esplosione di originalità, creatività, idee. Il progetto grafico ha un impatto impressionante sul mondo della grafica editoriale. Wired diventa in breve tempo una delle riviste più “in” di quegli anni.

In sostanza Wired compie un miracolo che sembrava impossibile: rende cool il geek. Improvvisamente tutte quelle cose da nerd, come computer, gadget tecnologici, fantascienza, la scienza stessa, diventano belle, fighe, alla moda, eleganti. Il geek che gira con in mano la rivista da geek per eccellenza, Wired, diventa l’uomo del momento.

Questo almeno è il mio modo di percepire Wired. Anni dopo la casa editrice venne smembrata: la rivista acquistata dalla Condé Nast, il sito HotWired acquistato da Lycos, se non ricordo male.

Ora nel 2009 arriva, apparentemente fuori tempo massimo, l’edizione italiana. Del progetto se ne parlava già da parecchi anni; l’uscita di riviste su target simili come Jack forse lo fece rimandare. Oggi che internet non è più un territorio nuovo e misterioso ma un mezzo diventato ormai trasparente rispetto ai suoi contenuti, oggi che la tecnologia per la gran parte della gente non ha più quel sapore magico che aveva qualche anno fa, oggi che i computer non sono più un oggetto che ogni anni fa passi da gigante ma solo uno scatolotto su cui spendere il meno possibile per poter scaricare la posta e consultare il web, oggi arriva Wired in Italia.

Ma è davvero così?

Fin dal primo numero ho avuto la sensazione che ci fosse qualcosa di sbagliato. Il primo numero aveva in copertina il logo del Vaticano che richiamava un articolo su un sistema di pannelli solari costuito appunto nel territorio dello stato della Chiesa.

Ma la sensazione di straniamento viene soprattutto leggendo le rubrichine, le didascalie, i box, ovvero tutti quei testi che non fanno parte degli articoli veri e propri e che a mio avviso mettono il luce la vera anima della rivista. Cose scritte sempre una sottile vena ironica che passa il messaggio, come fanno sempre anche i servizi scientifici del telegiornale, fateci caso, che sì, bella la scienza, bella la tecnologia, ma in fondo sono cretinate, il mondo vero è un altro. Non è un’ironia che ride con il lettore, è un’ironia che ride del lettore. O al più ride col lettore sbagliato.

Esempi? “Le missioni dell’Apollo hanno cambiato la nostra quotidianità. A cominciare dal bagno”. Buono per Chi, ma per Wired? “Il laptop lascialo a casa. Gli internet cafè ormai li trovi anche nel deserto”: un lettore di Wired usa il computer solo per guardare due minuti la posta? “Tired: Star Trek; Wired: Starman” Quello di David Bowie? E perché dovrebbe essere più Wired di Star Trek, che era uscito proprio quel mese al cinema facendo faville? “L’ebook? Bello, ma un libro è meglio” ma ho bisogno di comprare Wired per leggere sta roba?

Forse se invece di affidare la rivista a uno che prima dirigeva “Il Romanista” l’avessero affidata a qualcuno più in sintonia le cose sarebbero state diverse. Nel frattempo, mi chiedono di rinnovare l’abbonamento. Ho fatto un abbonamento a 24 numeri (costava poco) e me ne sono arrivati 3. Signor Condé, signor Nast, per il momento farò finta di non aver visto il vostro invito. Avete 21 numeri per cambiare decisamente registro, e magari anche direttore. Poi ci penserò, se darvi altri euro.