Venerdì, 9 luglio 2010. 18:15, ora locale. Sala delle partenze di LHR/T4.

Una poliziotta fa la ronda a cavallo di una mountain bike bianca con scritto POLICE, cercando di evitare i passeggeri.

Due asiatici seduti al tavolino del pub mangiano un’aragosta intera fritta con birra e patatine.

3×2 della marmellata da Harrod’s.

Qualche passeggero si porta il cuscino da casa (sono relativamente tanti e non li ho mai capiti).

L’Italiano seduto al bancone del pub poco distante da me che è sempre attaccato al cellulare per parlare con qualcuno.

Dixons vende gli adattatori delle spine di corrente dai formati europei al formato sudafricano a 8.50. In offerta fra qualche giorno. O ritirati dagli scaffali.

I passeggeri del volo per la Corea salgono a bordo con il pasto caldo nella doggy bag acquistato nei locali dell’aeroporto lasciando scie di odori poco invitanti. Alcuni salgono con una pizza in un cartone. Mi immagino il viaggio.

Le assistenti di terra di Alitalia parlano tra di loro con marcato accento laziale, ma si rivolgono ai passeggeri simulando male l’accento di un inglese madrelingua quando tenta di parlare italiano. Lo fanno anche (soprattutto?) quando gli presenti il passsaporto italiano.

Il sottoscritto si fa un sandwich con soft brie, bacon e tomato chutney con una London Pride e scrive il testo di questo post demenziale per far passare il tempo.

Cerco di andare al supermercato quando c’è meno gente possibile, ma ogni tanto capita di essere costretto ad andare a metà mattina dopo la visita ad un cliente per risparmiare tempo.

I supermercati cittadini dalle 10:00 alle 11:30 sono pieni di casalinghe combattenti e pensionati ninja.

Sono persone che, viste al di fuori di quel contesto, appaiono (e probabilmente sono) miti come agnellini e non farebbero male a nessuno. Hanno una famiglia e probabilmente figli o nipoti a cui sicuramente vogliono in mare di bene.

Ma quando entrano nel supermercato si trasformano.

Ti colpiscono ripetutamente con in carrello per passare (e si incazzano pure se glielo fai notare!), se lasci il cestino in coda alla cassa per prendere un articolo fronte corsia a due metri da lì lo scalciano via e ne prendono il posto (salvo fare i finti contriti se glielo fai notare) e ti prendono a spallate per rubarti il posto alla bilancia della verdura mentre stai pesando i vari sacchetti.

Sono dei veri guerriglieri, non guardano in faccia a nessuno e quando lo fanno ti guardano in cagnesco come se gli stessi per rubare il portafogli; pur di risparmiare trenta secondi spezzerebbero le ossa a chi sta loro vicino.

Evitate i supermercati cittadini la mattina, se tenete alla vostra pelle.

Giu 27

Storiellina

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C’era una volta una fabbrichetta che faceva bene il suo lavoro, produceva beni ed era in espansione.

L’espansione comportava più costi del personale; il neoassunto general manager decise di chiamare una grande società di consulenza per condurre un’analisi.

Al termine dell’analisi, la grande società di consulenza dimostrò, slide di PowerPoint alla mano, che il problema era il costo del personale e propose di sostituire il personale con dei robot.

La fabbrichetta riusciva a produrre più del doppio di prima, il margini erano aumentati, la proprietà era felice e il general manager soddisfatto, ma i suoi fogli di Excel rivelavano ancora troppi costi e la cosa lo preoccupava.

Il general manager decise, quindi, di convocare di nuovo la grande società di consulenza, gli spiegò il problema e commissionò una nuova analisi.

Dopo i primi momenti di perplessità, i professionisti della grande società di consulenza analizzarono per filo e per segno tutta la contabilità con potenti software di data mining e di reporting.

La loro conclusione alla fine era chiara, come dimostravano le slide di PowerPoint: i costi derivavano dai contratti di manutenzione dei robot, che necessitavano di personale altamente specializzato per la manutenzione. La soluzione proposta fu di sostituire i costosissimi robot con dei normali operai, che potevano essere riposizionati nelle varie aree della fabbrica senza bisogno di riprogrammazione da parte di tecnici specializzati.

Il general manager decise, quindi, di smantellare i robot e di assumere gli operai. I costi erano scesi, la proprietà era felice e il general manager soddisfatto, ma…

Luigi Rosa

Sto cambiando auto, la qual cosa da sola mi procura fastidio, ma di questo darò forse conto in un altro post.

Nell’ambito di questo travaglio ho dovuto firmare e timbrare una quantità letteralmente incredibile di fogli, molti dei quali utili solamente a giustificare una burocrazia autoreferenziale. Ma transeat.

La quasi totalità dei documenti che ho firmato o consegnato sono passati tramite una mail: quelli che ho firmato di pugno sono stati inviati via PDF, stampati e firmati. I documenti che ho inviato io li ho passati allo scanner, convertiti in PDF e inviati via email.

Noi lombardi assieme a, credo, i connazionali della Sicilia abbiamo in tasca la CRS che potrebbe contenere dei certificati per la firma digitale “forte” e le aziende sono dotate ex lege della PEC, che, in alcuni casi, può essere fornita assieme ad un token per la firma digitale “forte” (smart card, chiavetta USB).

Più volte ho proposto ai vari interlocutori di firmare digitalmente i PDF al posto di firmarli in modo chirografo, ma ho ricevuto sempre reazioni tra la negazione totale e la sorpresa. Avessi proposto una firma quantica basata sul mio DNA o un’altra technobabble simile forse non avrei avuto una reazione simile.

Allo stesso modo alcuni interlocutori mi hanno chiesto di inviare via mail scansioni di documenti vari, ma nessuno ha accennato alla possibilità di riceverli tramite PEC o accompagnati da una firma digitale di qualsiasi tipo.

Rispetto a qualche anno fa, sono stati fatti indubbiamente molti passi avanti; tuttavia credo che sia il momento di iniziare ad utilizzare gli algoritmi di firma digitale, quantomeno per sostituire le firme chirografe meno importanti o meno vincolanti dal punto di vista legale e vedere l’effetto che fa.

Giu 20

Pioneer One

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Pioneer One Pioneer One è una serie di fantascienza prodotta in maniera indipendente con microfinanziamenti e distribuita con licenza Creative Commons.

È un modo innovativo di fare… di fare… non so come definirlo. “Televisione” non è adatto perché il pilot si scarica con bit torrent. “Telefilm” forse, se si prende solamente il concetto di immagine in movimento che racconta una storia spezzata su più episodi, ma l’analogia non va molto più in là perché non c’è la componente televisiva. Non è rispettata nemmeno la durata canonica dei telefilm americani: il pilot dura poco più di 30 minuti. Tanto non deve stare in uno slot di un network televisivo.

La storia (che non rivelo qui) è interessante e ben costruita. Diversamente da altre produzioni di Hollywood, non vengono messe sul tavolo tante informazioni per poi, magari, perderle per strada. Qui la narrazione è più ligia ai canoni aristotelici, forse più “teatrale”, forse anche per la carenza di fondi. Tuttavia, questa apparente limitazione permette di concentrarsi sul tema della narrazione, senza troppi infodump o pretesti narrativi per introdurre il cast.

In tema, un sistema di stabilizzazione della macchina da presa nelle riprese fisse (o presunte tali) sarebbe stato auspicabile; sarebbe stato sufficiente anche un treppiede al posto della telecamera a spalla. Altra cosa da ridurre è, a mio avviso, l’eccesso di controcampi fatti con lo spostamento rapido della telecamera, che dopo poco iniziano a dare un attimino fastidio.

Il debutto della serie è avvenuto nei network p2p di bit torrent; ieri la distribuzione ha toccato i 21.000 seed. Questo potrebbe essere una parentesi sperimentale oppure l’inizio di un nuovo modo di fare intrattenimento, che taglia fuori i canali ufficiali. Nel secondo caso sarà una bella lotta.

Aggiornamento del 24/6: questo articolo di fantascienza.com riporta un’intervista al regista del pilot.

Mag 09

Il senno di poi

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C’è sempre un certo giornalismo a caccia di dietrologie e di cospirazioni perché, si sa, sono cose che fanno gola a tutti e vendono sempre, non solamente tra gli allocchi dei lunacomplottisti e dei sciachimisti. La ricerca di una cospirazione dietrologica sembra, quasi, la nuova regola giornalistica che sostituisce quella del padrone che morsica il cane: se non si può buttarla in dietrologia, non val la pena di essere pubblicata.

Uno dei campi in cui questo tipo di atteggiamento diventa veramente odioso è quando lo si applica a persone che fanno il loro dovere, salvano delle vite umane e si ritirano nell’ombra senza troppo clamore per continuare a fare ciò che facevano prima. Forse qualcuno ricorda Chesley Sullenberger, il pilota che, trovatosi al comando di un A320 senza motori, è riuscito ad ammarare sul Hudson salvando la sua vita e quella di tutte le persone a bordo. Ripeto: nessun morto.

Manuale di Volo segnala un articolo del Corsera che riprende, a sua volta, un articolo del WSJ di Andy Pasztor, che spreca fiumi di parole per dimostrare che, dopotutto, il pilota sarebbe potuto anche tornare a La Guardia senza problemi, come dimostrerebbero alcune simulazioni.

Al simulatore, si sa, saremmo capaci tutti, con un minimo di spiegazione e con più tentativi a disposizione, di far atterrare un A320, probabilmente riuscirebbe anche il signor Andy Pasztor. Ma ci vuole un Chesley Sullenberger per farlo nella vita reale e riuscirci al primo tentativo, l’unico a disposizione.

Fra qualche giorno prenderò un paio di voli e sarò ben contento di sapere che in cockpit ci saranno dei professionisti come Chesley Sullenberger e non dei giornalisti come Andy Pasztor perché i primi sono addestrati per risolvere i problemi quando capitano, gli altri per scrivere basandosi sul senno di poi.

Le Scienze come voglio ricordarmeloHo deciso di congedarmi da Le Scienze perché non riconosco più nella sua forma attuale il mensile che ha contributo, tra gli altri, a formare il mio sapere scientifico; lascerò, infatti, scadere il mio abbonamento senza più rinnovarlo dopo quasi trent’anni che seguo la rivista.

Potrei sembrare un vecchio brontolone non al passo con i tempi moderni e con i nuovi paradigmi della comunicazione, come dicono gli auto-proclamati esperti dei new media, e probabilmente lo sono (io brontolone, non loro esperti).

Quando ho iniziato a leggere Le Scienze durante i primi anni del Liceo Scientifico mi trovavo davanti a contenuti non facili da capire, ma sapevo che la scienza non era facile e richiedeva molto sforzo per essere compresa. In quel periodo c’era Scienza e Vita Nuova, molto più divulgativo, che avevo iniziato a leggere avidamente durante la scuola media. Le Scienze all’inizio è stata una sfida dura, ma con il tempo ho apprezzato gli articoli lunghi e approfonditi, alla fine dei quali si poteva dire di avere un’ottima padronanza della materia.

Negli ultimi anni Le Scienze è diventato più divulgativo e più spettacolare: gli articoli si sono contratti, diventando spesso superficiali o incompleti. In un certo senso, Le Scienze di adesso assomiglia fin troppo a Scienza e Vita di quando ero ragazzino. Non mi va bene.

I già citati pseudo-esperti potrebbero dire che non c’è più nessuno che leggerebbe articoli complessi o approfonditi. Non è vero! Se questi “esperti” sono intellettualmente pigri, non significa che anche gli altri lo debbano essere: non tutti si accontentano di un executive summary di 10 righe o di cinque slide di PowerPoint come spiegazione. Qui fuori c’è gente che non smette di chiedere “perché?”, che vuole sapere e non si accontenta di una spiegazione sommaria o di quattro immagini spettacolari. Non è questa la scienza che stiamo cercando.

Si dice che Internet stia uccidendo la carta stampata; in questo caso è la carta stampata a banalizzarsi prima e a commettere un suicidio (premeditato?) poi.

Grazie ancora a Le Scienze per aver contribuito alla costruzione del mio sapere scientifico, a soddisfare alcune mie curiosità e a crearne molte altre; all good things must come to an end e ora si prosegue su Internet.

Schermata introduttiva dell'installazioneSu segnalazione del blog di Karanbir Singh, ho scaricato la beta della Red Hat 6.0; Karanbir ha scritto le sue prime impressioni sui package della nuova versione, scrivo qui di seguito le mie, dopo aver installato il sistema operativo in una macchina virtuale di vmware workstation.

La scelta dei device di installazione durante il setup è molto variegata e denota evidentemente un’attenzione agli ambienti enterprise: vengono supportati nativamente molti tipi di ambienti SAN e di soluzioni RAID.

Anche la scelta della partizione di installazione è molto più variegata della versione precedente e include la possibilità di ridurre lo spazio di una partizione esistente; non posso però verificare questa funzione durante questo test, quindi seleziono la definizione personalizzata delle partizioni, in cui il default è ext4. Creo una partizione boot, una swap e il resto sotto il root file system. Noto che è stata aggiunta una finestra che avvisa quando i dati delle partizioni stanno per essere fisicamente scritti sul disco.

Anche la scelta dei pacchetti di installazione rivela un’attenzione più agli ambienti enterprise che allo smanettone casalingo, pur non tralasciandone le necessità. Apprezzo molto la razionalizzazione dei gruppi di pacchetti, più orientata alle funzionalità dei programmi, molto più razionale della versione precedente.

Non so se sia a causa della beta, ma in questa versione la dipendenza dei pacchetti non è ancora stata definita, quindi se non si definiscono esplicitamente i pacchetti, questi non vengono installati, anche se sono stati selezionati dei pacchetti “dipendenti” (in poche parole, se selezionate gnome, ricordatevi di selezionare anche X Windows, altrimenti non funziona nulla).

Due differenze con la vecchia versione al termine dell’installazione: è ora obbligatorio creare un utente (ottimo, non si lavora come root) e selinux è abilitato per default in modo enforcing. Per disabilitare selinux basta editare

Le impressioni di lavoro in produzione sono difficili da dare su una beta appena uscita, mi limito, quindi, a fornire un elenco di verisoni di programmi distribuiti, che saranno, probabilmente, quelle con cui dovremo lavorare nei prossimi anni, se decideremo per Red Hat o CentOS:

  • Apache 2.2
  • PHP 5.3
  • Postfix 2.6 (finalmente il default al posto di sendmail)
  • MySQL 5.1
  • Postgresql 8.4
  • OpenOffice 3.1
  • Thunderbird 3.0
  • Firefox 3.5
  • Samba 3.4
Apr 27

Plug and Play

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Un cliente ha acquistato un server nuovo un HP ProLiant ML150 G6 con Windows 2008 R2 per aggiornare il suo vecchio server. Sembrava una passeggiata, visto che Windows 2008 è fuori da tempo e HP, seguendo le orme di Compaq, fornisce un CD (SmartStart o Easy Setup, a seconda dai modelli) per l’installazione guidata.

Povero illuso.

Il CD di Easy Setup 1.0 fornito con il server non supporta Windows 2008 R2 x64 Microsoft OEM, decido quindi di provare a scaricare la versione 2.0 (500 Mb), ma nemmeno quella supporta questa versione di Windows.

Scarico, quindi, i driver del controller (Smart Array B110i), il setup di Windows me li carica correttamente, mi lascia creare una partizione, me la lascia formattare, ma al momento di avviare il setup, il programma dice di non riuscire a trovare alcun disco o alcuna partizione utilizzabile. Notare che è il medesimo programma che ha appena creato e formattato la partizione. C’è qualcosa di molto strano.

Sconsolato, mi rivolgo al supporto HP, da cui apprendo che, dal momento che i dischi e il lettore DVD del server sono gestiti dal medesimo controller, il setup di Windows 2008 si incasina: devo installare da chiavetta USB utilizzando il Windows 7 USB/DVD Download Tool, che, nonostante il nome, va bene anche per Windows 2008. Ringrazio e mi armo di tanta pazienza per seguire la procedura indicata, fortuna che ho con me due chiavette da 4 Gb e il fido portatile.

Scarico l’utility indicata, tento di installarla ma necessita delle Microsoft Image Mastering API v2; scarico anche quelle, le installo, ma hanno bisogno del reboot. E vabbè, riavviamo.

Installo e avvio il Windows 7 usb/dvd download tool ma scopro che l’utility non legge il DVD, ma vuole un’immagine ISO. Creo, quindi, l’immagine ISO del DVD con un programma esterno e la do in pasto all’utility, che la accetta, formatta la chiavetta e copia i file di installazione. Teniamo presente che l’immagine ISO sono 3 Gb, che sono stati prima trasferiti dal lettore DVD e poi ritrasferiti sulla chiavetta USB. Ci vuole un po’ di tempo per fare tutto ciò.

Alla fine della creazione della chiavetta di boot l’utility dice che la copia è terminata, ma non le è possibile aggiornare il boot record della chiavetta perché non trova l’utility BOOTSECT.EXE. Dirlo prima di un’ora di copia dei file no, eh? Maledetti…

A quanto pare, BOOTSECT.EXE può essere facilmente scaricato dal sito Microsoft utilizzando le medesime credenziali con cui si accede all’area di download per scaricare l’ISO di installazione di Windows. Peccato che io non sia in possesso di quelle credenziali perché l’ISO l’ho creato dal DVD, non l’ho scaricato dal loro sito. Ma non è un problema perché ci sono sempre delle fonti alternative.

Una volta ottenuto BOOTSECT.EXE, secondo le istruzioni di Microsoft avrei dovuto copiarlo in una directory particolare e rilanciare la creazione della chiavetta (un’altra ora di non-lavoro). Dopo qualche tentativo ho divinato la command line giusta per creare il boot sector della chiavetta: bootsect.exe /nt60 x:

Fatto ciò, il percorso è oramai in discesa: una volta copiati sulla chiavetta i driver del controller, l’installazione di Windows è andata via come un olio.

Dopotutto, non era così difficile!

La notizia: il motore di ricerca cinese Baidu ha bloccato le ricerche con parole chiave che hanno a che fare con il terremoto appena verificatosi nella regione del Qinghai che ha provocato, per ora, 400 vittime e 8.000 feriti.

Il contrasto con altri motori di ricerca occidentali è stridente: noi utilizziamo i motori di ricerca quando abbiamo bisogno di notizie, un esempio è l’analisi compiuta da Google trends (già Google zeitgeist). Limitare le ricerche proprio nel momento in cui sono più utili è un’azione che non ha certo bisogno di commenti.

Internet non è un brutto babau in cui non vigono regole, come ha scritto un giudice italiano (signor giudice, cosa ne pensa degli stadi italiani?). È un posto con delle regole differenti, che possono confondere chi si ostina a non volerle comprendere e insiste nel voler applicare paradigmi dello scorso millennio ad una tecnologia nuova. Internet è uno strumento in cui “pluralità d’informazione” non significa poter leggere sia il Corsera, sia la Repubblica, ma poter leggere il Guardian, Al Jazeera, il NY Times, El País, la FAZ, e Haaretz, farsi una propria idea di cosa stia succedendo e magari concludere facendosi due risate con il Sun e la Bild.

Possa questa pluralità avere vita lunga e prospera, ma stiamoci attenti.

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