Archive for the ‘Accadde... domani’ Category

Contro/luce

Posted on Aprile 14th, 2013 in Accadde... domani | 6 Comments »

Appena sveglio, Ludovico ebbe un pensiero: un mercoledì che comincia come una domenica ha  qualcosa che non va… C’era un silenzio assoluto, intorno. Si riaddormentò. Credette di percepire il trillo lontano della sveglia, ma forse se l’era sognato. La sera prima avevano fatto bisboccia in casa di Armando, e aveva la testa pesante. Dalla finestra la luce del giorno pareva ancora assente, perciò si rigirò dall’altra parte. Dopo un tempo indeterminato sobbalzò, convinto che qualcosa non funzionasse. Il silenzio era totale, irreale. Nel buio andò alla finestra, a tastoni aprì le ante. Incredulo, spalancò gli infissi. Fu allora che in lui si insinuò l’incubo. L’esterno era un canyon nero, imperscrutabile, dal quale salì un urlo lontano, più che altro un ululato. Dal cielo, dai palazzi, dal mondo non traspariva il minimo barlume. Ludovico indietreggiò incerto, strisciando lungo mobili e  pareti. Più tardi non ricordò bene quali fossero stati i suoi pensieri in quei momenti. Forse avrebbe dovuto sentirsi terrorizzato, come un uomo di Neanderthal convinto che sul pianeta fosse calato un oscuro sortilegio mortale. Raggiunse l’interruttore, ma la lampada centrale non si accese. Un black-out generale, ma che ora era? Si rammaricò di non avere torce elettriche o candele, ma per fortuna  la sua memoria della disposizione degli oggetti in casa era sempre stata più che buona. Esitante, tendendo le braccia, raggiunse la cucina e recuperò i fiammiferi. Stentò ad accenderne uno, che comunque si limitò a emettere uno sfrigolio. Credette di aver notato un lieve bagliore… o l’aveva immaginato? Provò con un secondo, avvicinandolo agli occhi. Forse per un istante si manifestò una specie di ectoplasma chiaro, piccolo come un bottone di camicia. Trascorse il resto del suo tempo (mezz’ora? l’intera mattinata?) a cercare di capire. Telefono muto. Palazzo silente, come incantato. Dalla radiolina giunse un rumore di fondo simile a un inquietante sospiro, o a una risacca. Smontò il vetro dell’orologio d’argento sulla scrivania e tastò le lancette: segnavano le undici e mezzo… e lui girava in tondo da ore. Era un antico orologio a molla, e si affrettò a ricaricarlo. Finirà, pensò. Deve finire, prima o poi… Una cosa simile non aveva senso, era impossibile. Un nuvolone, ecco. O l’inquinamento. Un fenomeno meteorologico, un diavolo di motivo qualunque. Non sarebbe potuto durare un minuto di più. Dopo, gli fu difficile rievocare quei primi momenti senza ripiombare in un’angoscia primordiale. Il frigo era disattivo: se la faccenda durava, si sarebbe dovuto preoccupare di consumare il cibo deteriorabile, prima che andasse a male. Ma come cuocerlo? Se la corrente non tornava avrebbe dovuto buttare via tutto. Ma no, che stava immaginando. Presto sarebbe finita. Chissà  Licia a casa sua cosa faceva,  cosa  pensava. Era un evento limitato al quartiere, alla città? C’era da perdere la ragione. Più tardi – toccò le lancette: sei e dieci… di sera, mattina? – decise di uscire sul pianerottolo. Ricordò i suoi terrori da piccolo, quando salendo a piedi si spegneva all’improvviso la luce nella tromba delle scale. Ancorandosi alla ringhiera e spalancando inutilmente gli occhi raggiunse il piano inferiore. Provò il campanello sapendo che sarebbe rimasto muto. Pestò alla porta con le nocche. Non rispose nessuno. Anche dal coinquilino accanto non giunsero segni di vita. Da giù salì un vociare sconnesso, allora  Ludovico riprese a scendere lentamente. Infine fu nell’androne. Le voci parevano essersi dissolte. Fu investito dall’alito freddo della strada che gli portava fruscii, lamenti, un pianto isterico, un parlottare lontano. Decise di avventurarsi e si affacciò all’esterno, cominciando a muoversi e aderendo alla muratura. Qualcosa di piccolo e leggero gli sfrecciò fra le gambe. Ora ascoltava chiaramente, per via erano scese altre persone che evidentemente avevano avuto il suo stesso impulso. Improvvisamente urtò contro un’anta aperta, e la cosa lo stupì: non ricordava portoni da quel lato del marciapiede… O ce n’erano e lui non li aveva mai notati? Doveva assolutamente conservare una traccia mnemonica del percorso. Poteva contare le porte… Qualcuno gli sbatté contro. “Chi è lei?” urlò una voce in falsetto, esagitata, di donna; non doveva essere giovanissima. “La scongiuro mi aiuti mi aiuti!”. La donna gli si aggrappò addosso con le unghie, isterica. “Ma cosa succede, in nome del Signore… Mi sono persa… Via  Raimondi 13, lei sa dov’è… mi aiuti, mi aiuti…”.  Ludovico fu costretto suo malgrado a sgusciare via. “Mi lasci, sono in difficoltà anch’io!”.  Più avanti doveva esserci un capannello di gente che parlottava, una sorta di borborigmo della notte. Nello scalpiccio, corpi lo intralciarono, ma rabbiosamente tentò di non perdere il contatto con la parete. Qualcosa lo scaraventò verso la strada; perse l’equilibrio e cadde affondando su una cosa molliccia bagnata, inodora, battendo con violenza il capo su uno sperone. Stordito, tastò e si accorse che aveva urtato contro un fioriera situata a pochi metri da casa. Per fortuna aveva recuperato il senso della direzione. Faceva freddo. Raggiunse con estrema prudenza le voci mormoranti, ma non ne riconobbe nessuna. Gente che come lui cercava di capire, di mantenere l’orientamento. E una parvenza di civismo. Ascoltò siegazioni, invettive, maledizioni. Evidentemente anche altri immaginavano una nuvola d’uno smog micidiale, ancora sconosciuto; ma a questa supposizione si opponeva il fatto che l’aria, al respiro, non appariva più pesante o fetida del solito. Qualcuno che sembrava maggiormente informato s’intromise a dire che doveva trattarsi di un fenomeno spaziale: la Terra era entrata all’improvviso in una nube di polveri cosmiche: ce n’erano in giro, eccome! Già: ma dov’era la polvere, o forse alla luce sarebbe stata evidente? E nessun astronomo se n’era accorto prima? Forse era qualcosa di impalpabile e nel frattempo erano diventati tutti neri come carbonai. Un altro, che disse di chiamarsi Orsini, ipotizzò una nuova arma segreta. “Lo sapevamo tutti che questa guerra fratricida, a due passi dalla nostra nazione, poteva degenerare da un istante all’altro! Quel criminale pazzo del presidente Watzlach  l’aveva minacciato, un’arma segreta…”. Orsini continuò, le sue parole vaneggianti si intonavano sinistramente al contesto. Un meccanismo ignoto capace, semplicemente, di lanciare in precise direzioni un’onda elettromagnetica di contrasto all’intero spettro luminoso! In realtà la luce non era scomparsa: finché giungeva questa contro-radiazione, argomentava Orsini, la luce risultava “annullata”. Possibile? Allora era un fenomeno locale? Come fare per saperlo, se anche radio e tv erano tacitate.  Doveva essere davvero estesa la contro-radiazione, se interessava una gamma così vasta dello spettro elettromagnetico. Pn quei giorni Ludovico comprese che avrebbe dovuto duramente attrezzarsi e arrangiarsi. Pensare a Licia era prematuro; non sarebbe mai riuscito a giungere fino a casa della ragazza. Forse dopo, con maggior esperienza di movimenti. Ma ineludibile era la questione del cibo. Bisognava affrettarsi: prima che altri lo precedessero. E si imponessero. Quel giorno (”giorno”: ridicolo! Quanti ne erano trascorsi nel buio assoluto… cinque… dieci?) prese una decisione. Uscì da casa. Le sue riserve alimentari erano agli sgoccioli. Scendendo per la scalinata abissale credette di cogliere luci colorate: ma sapeva che non doveva lasciarsi burlare dai suoi occhi, dal suo cervello. Spesso, ora, gli si creavano sulla retina memorie di colori. Dolorose. Per strada, a un cantone fu assalito da una donna ansimante che lo tastò e poi cercò di abbarbicarglisi e baciarlo con violenza. Fu costretto a strapparsela di dosso e spintonarla. Il vecchio - ricordava Ludovico - aveva stazionato all’incrocio per anni, a due isolati da casa. Gente, intorno. Si ascoltava la disperazione, il pianto, l’ombra insondabile della follia. Quando finalmente riuscì ad arrivarci, si chinò verso l’angolo tra marciapiede e muratura, a toccare. Sotto le dita trovò la parete ruvida; accanto, addossato alla parete, il supporto metallico di un’insegna pubblicitaria, una volta luminosa. Tirò un sospiro. “Sei sempre tu?” chiese Ludovico. Lontano si udì chiaramente un rimbombo sordo che fece tremare l’asfalto. “Sono io” rispose il vecchio. Ma dalla voce, Ludovico capì che c’era già un cambiamento. “Bene” disse Ludovico “d’ora in avanti noi due possiamo aiutarci. Tu sei anche zoppo e malandato. E scommetto che hai fame. Tanta fame”. “Io sono come lui, ma forte e robusto” s’intromise una voce aggressiva, accanto. “Che ci fai con una spazzatura come quello? Verrò io con te”. Ludovico restò interdetto. Rifletté velocemente, poi disse: “No. Tu non mi piaci”. All’improvviso si sentì investire di peso da un corpo massiccio. L’estraneo prese a rintronarlo con pugni violenti, caddero entrambi sull’asfalto, rotolando. Dovevano aver urtato altra gente, ci furono imprecazioni  isteriche e un tonfo. “Lasciami” urlò Ludovico “puoi unirti a qualcun altro!” Ma forse non era più tempo di ragionamenti. Mentre rispondeva al pestaggio raccogliendo tutte le forze dei suoi buoni muscoli, gli balenò il discorso del Primo Ministro, in televisione, solo qualche giorno prima: “La nostra ragione non può tollerare che alle porte di casa si perpetrino atrocità e orrori come questi, che credevamo scomparsi con i lager…” Sperò che Orsini avesse torto marcio. Si riscosse che l’uomo giaceva inerte sull’asfalto. Si accorse che addosso aveva un liquido che gl’invischiò le dita. Si risollevò. “Ci sei?” disse rivogendosi al vecchio. “Andiamo. Sai qual è il negozio più vicino”. Si mossero. “Certo che lo so” sghignazzò il vecchio tossendo “ma finora ho dovuto tenermene a distanza. Ascolta bene, giovanotto” aggiunse in un tono improvvisamente duro “d’ora in poi mi devi tenere la mano”. Ludovico si sentì afferrare al polso con una stretta, trascinato con decisione verso la strada dal vecchio. Aveva fatto bene, pensò Ludovico, a rifiutare l’aiuto del più forte? Ora un cieco diventava una delle merci più ambite, e da costui – storpio e malandato com’era – non avrebbe dovuto temere sgambetti: erano diventati di colpo reciprocamente indispensabili, loro due. O no? Nel buio arrivavano nuove voci concitate, urla, rumori violenti, lo sbatacchiare metallico di una saracinesca. “Il supermercato…” esclamò il vecchio. “Accidenti, qualcuno ci ha preceduto!” Ebbe un riso roco, scatarrante. Ludovico esitò. Il vecchio era gli occhi, lui era i muscoli. “Andiamo” disse. Si avviarono inarcando le schiene.         .

Nella nostra famiglia

Posted on Novembre 18th, 2012 in Accadde... domani | 2 Comments »

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Stamattina eravamo seduti e mentre aprivo il distributore di biscotti per un caffellatte appena espulso dalla cucina, papà ha detto con espressione tesa:

«Da lunedì prendo una settimana di ferie. Non sopporto più questa storia. Voglio guardarmi intorno». 

«Antonio» gli ho risposto «non ci credo. Lo ripeti da due mesi». Mio padre lavora in una grossa azienda di prospezioni geologiche per ricerche petrolifere. Le sedi sono a Roma, Istanbul e Manila, con laboratori anche in Antartide. Le cose vanno male, il petrolio comincia seriamente a scarseggiare ed estrarlo diventa più difficoltoso, costoso e inoltre più si va giù, peggiore è la qualità. L’ho sempre chiamato Antonio. D’altronde mica è mio padre genetico, è solo il marito di mamma Ingrid.

«Ettore» mi ha detto mamma con tono dolce, «tuo padre sta attraversando il suo momento peggiore». Poi, rivolta ad Antonio: «Inutile agitarsi tanto. Di geologi oggi c’è più bisogno che mai non solo per il petrolio. Tu sei in gamba».

«Uhm» ha fatto lui, cupo. Una volta promise di portarmi a visitare il Polo Sud. Beve in un sorso ciò che resta nella tazza e si alza. «Vado a sprofondare nell’inferno. Buona giornata a tutti».

Mamma mi guarda un tantino contrariata. E’ molto bella. Trentun anni, capelli biondi, occhi celesti penetranti, modo di porgersi sempre dolce e paziente. I suoi genitori sono di origine svedese. Non mi meraviglio che Antonio abbia perso la testa per lei…

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La leggenda dei sogni estremi

Posted on Dicembre 10th, 2010 in Accadde... domani | No Comments »

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Circola una leggenda metropolitana che ha aspetti molto, molto inquietanti. Ma forse la conoscete: è quella dei “sogni estremi”. Cosa sarebbero? Semplice: si assume un farmaco, il Dreamex (extreme dream), che provoca un’apparente catalessi…

In realtà il soggetto diviene preda d’una fantasia talmente vivida da sovrapporsi alla realtà e divenire apparentemente tale essa stessa. Il soggetto, steso su un letto e ad occhi aperti, non vede più il mondo concreto ma resta preda delle intense vicende immaginarie che vorticano nel suo cervello. Al “risveglio” ricorderà tutto nei minimi dettagli.

Nonostante le mie indagini, non sono tuttora riuscito a rintracciare il Dreamex, che peraltro pare sia venduto sottobanco: perciò suppongo che si tratti di leggenda, ma non ne ho certezza. Comunque: cosa “sogna” la persona che ingerisce il farmaco? Qui le versioni divergono.

Premesso che il Dreamex consente di spaziare “volontariamente” in fantasie personali, insomma in sogni guidati dalla stessa volontà del sognatore, secondo alcuni c’è chi (virtualmente) parte in vacanza con l’attrice preferita; qualcun altro diventa un imprenditore ricchissimo, affascinante carismatico e di successo; altri vanno sulla Luna o su Marte, altri ancora ammazzano una persona che detestano nel mondo reale…

Cose che in verità accadono anche nei normali sogni di noi tutti, benché in questi casi il soggetto non abbia un controllo sulle sue fantasie notturne. Ma allora: perché scomodarsi a parlarne?

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Viaggiatore di Culture

Posted on Settembre 2nd, 2010 in Accadde... domani | 1 Comment »

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Oggi, 28 dicembre 2021, mi chiamo Kandar. Mi sveglio e so che la giornata sarà dura. Ma si fa l’abitudine a tutto. Vivo in una grande città del Maharashtra: Pune…

Ne conosco strade, viuzze, aromi, fetori, parenti, amici, nemici. Seguo puntualmente i dettami sociali del luogo e la mia religione è il brahmanesimo, che si fonda sul sistema delle caste, sulla credenza nella reincarnazione e sulla dottrina del sacrificio. Ho famiglia, moglie, tre figlie. Il lavoro è un punto dolente, ora sono venditore di acqua per una ditta straniera. Amo molto il mio Paese. L’India è immensa, un insieme di etnie, civiltà e religioni. C’è ancora molta povertà, ma anche tanta sapienza che ha radici antichissime. E non da ora molti dei migliori cervelli del mondo vengono dall’India. E’ anche un luogo meraviglioso: non lo cambierei con nessun posto del mondo, perché io “sono” le nostre tradizioni, la nostra cucina, i nostri odori, i nostri sconfinati panorami, il nostro modo di vivere…

Oggi, 5 gennaio 2023, sono Kaunda e vivo nello Zambia, in Africa Centromeridionale. Ho una famiglia. Lo Zambia è fra i Paesi più poveri del mondo ma è bellissimo, e sarà con immenso dolore che fra poco dovrò abbandonarlo e partire per l’Europa in cerca di un qualunque lavoro, sebbene si sappia ormai che anche al Nord lavori ce ne sono pochissimi. Sono cattolico, ma qui il cattolicesimo si incrocia in modo naturale con vecchi culti animisti. Dovreste visitare l’Africa per capire cosa vuol dire la parola Natura: l’Occidente non ne ha la più pallida idea…

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Bioelettricamente vostro

Posted on Novembre 15th, 2009 in Accadde... domani | 2 Comments »

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Stamattina avrò un incontro con un personaggio. Sarà una feroce battaglia mascherata da amichevoli pacche sulle spalle e strette di mano. Tutto sarà deciso dalle tecnologie di cui io e il mio antagonista siamo portatori. Personalmente, però, sono certo di essere all’avanguardia. Ho chip sottopelle e, in una tasca interna della mia giacca, nascondo un apparecchietto dotato di tutte le ultime novità in fatto di difesa bio-informatica. Nuovi brevetti, protetti dal segreto industriale, ovviamente.

Ma incontri del genere sono sempre a rischio.

Le tecnologie di offesa e difesa si evolvono ormai quasi giornalmente e seguirle da vicino è difficile, costoso e prende molto tempo. Ma fa parte del mio lavoro. O meglio: queste tecnologie io devo “testarle”. Sono una cavia umana agli ordini della mia mega-azienda. Così come il personaggio che incontrerò, il mio antagonista, che lavora agli ordini della sua. E’ una cavia anche lui. Ciascuno di noi è attrezzato al meglio e cercherà di prevalere sull’altro. Sarà un test determinante per le nostre rispettive aziende. Ancora  non so chi sia ma ecco, lo vedo arrivare…

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Stretta di spalle

Posted on Ottobre 26th, 2009 in Accadde... domani | 2 Comments »

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Io il mio problema l’ho risolto. Basta con la vecchia vita sotto i ponti e sotto i porticati, negli androni, nei portoni, nelle grosse scatole di cartone, nei cubi di gesso contrabbandati dallo Stato come “edilizia d’emergenza”. Basta con i piani-casa sempre promessi ma mai attuati dai governi.

 

Con il denaro che sono riuscito ad accumulare in vent’anni di randagismo, io mi sono com­prato una casa tascabile.

 

Sono un uomo davvero fe­lice, adesso: ho un’abitazione tutta per me! A volte viene a trovarmi qualche vecchio amico e gliela faccio provare. Per fortuna oggi, nel 2014, il mercato delle case tascabili ha avuto una flessione.

 

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Per vivere davvero scegliete JumpTime!

Posted on Ottobre 11th, 2009 in Accadde... domani | No Comments »

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Oggi vi  illustrerò le meraviglie di un nuovo portentoso ritrovato: JumpTime.

Come recita la pubblicità, “Con JumpTime saltate nei momenti felici!” E potete crederci. JumpTime si assume in pillole su stretto controllo medico e in casi particolari. Siete in una fase di scontentezza, depressione, malattia, noia estrema, delusione amorosa, attesa incerta? Vi piacerebbe tanto “saltare” questi tempi morti come se fossero pozzanghere, approdando al di là del guado (poniamo: fra tre mesi esatti), in un’oasi di riconquistata serenità, quando la causa dei vostri crucci sarà attutita o scomparsa, e la vostra “tempesta” psicologica non avrà più ragion d’essere? Oggi questo è possibile! Basta qualche capsula di JumptTime (”Salta-tempo”).

Con JumpTime continuerete a vivere la vostra vita d’ogni giorno e nessuno noterà nulla di strano, ma per voi sarà molto diverso! Pur continuando a svolgere le vostre consuete attività in modo adeguato, normalissimo, il vostro cervello innesterà per i tre mesi prestabiliti una specie di “pilota automatico”, grazie al quale relegherete in un angolo lontano ogni stimolo…

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Beccate l’ecologista!

Posted on Settembre 18th, 2009 in Accadde... domani | 2 Comments »

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Essere ecologista, amare la natura, oggi - nel 2015 - non è cosa facile. Qui siamo un gruppo di una  dozzina di unità, ma i contatti interni personali sono vietati. Il problema è che i cellulari lasciano tracce, e l’unico modo per coordinarci sarebbe quello di vedersi insieme da qualche parte, possibilmente in segreto. Ma l’esperienza passata ci ha insegnato che è pericolosissimo. Una volta, per esserci incontrati a 20 km. dalla città, sulle rive di un lago, in una caverna, con una spiata fummo intercettati da personaggi inviati dalle forze dell’ordine e picchiati a sangue; due di noi finirono in galera con accuse pesantissime di “intelligenza con il nemico”: cioè di combutta con esponenti di altri stati, terroristi, e così via. A volte per comunicare utilizziamo i corrieri, che costano (e non sono neanche sicurissimi quanto a delazioni); due volte ci siamo serviti di roboinsetti volanti programmati. In un’altra occasione non avevamo neanche quelli e abbiamo adoperato - su consiglio d’un esterno - addirittura un piccione viaggiatore! Era una bestia allenata e riuscimmo a inviare alcuni messaggi urgenti, legati alle zampe.

E dire che la natura, la preservazione dei beni naturali, dovrebbe essere uno scopo primario di ogni Stato. Oggi non è così. I beni ambientali vanno allo sfacelo, ma nessuno deve osare di interessarsene. Un controsenso folle, a pensarci; stiamo favorendo un suicidio del pianeta.

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Il mondo di spalle

Posted on Settembre 5th, 2009 in Accadde... domani | 1 Comment »

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[Gli articoli su questo blog ultimamente hanno ridotto la frequenza, perché anche i blog vanno in ferie! Ma da ora si tornerà gradualmente al passo consueto. Anche se, a dire il vero, le mie ferie non sono state davvero tali. In qualità di pensionato dovrei definirmi - ed essere realmente - in ferie a vita, vero? Ebbene: NO! Chiunque asserisca questo, diffonde una perniciosa calunnia! Dacché sono in pensione - e son trascorsi quasi 14 anni (dio come passa il tempo!) - in pratica io non conosco più vacanze! Perché? Semplice: non ho più tempo per andare in ferie...]

Doveva essere un sogno, eppure sono convinto che non lo fosse. Il contesto appariva troppo concreto. Era senz’altro il nostro mondo, la mia città, ma contemporaneamente non era possibile. Insomma io c’ero, ero per strada e camminavo in una folla anonima che si muoveva a passo tranquillo, senza fretta, le voci basse e mormoranti… Mi arrovello: possono in teoria esistere “ricordi del futuro”? So solo che la scienza ancora non sa spiegare in modo convincente perché noi ricordiamo il passato, ma non ciò che avverrà. Pure, questa visione che da tempo mi perseguita ha decisamente le caratteristiche di un ricordo

Non mi davo conto di come fossi arrivato fin lì, né – se ero lì davvero – ho tracce mnemoniche di come e quando ne ritornai. Nei primi istanti seppi solo che mi muovevo nella mia città, per corso Vittorio Emanuele, in direzione del vecchio palazzo liberty un tempo sede del Teatro Margherita, adeguando il mio passo a quello placido della folla. Il cielo era plumbeo. Solo dopo mi colpì una stranezza assoluta, eppure evidentissima: le facce. Tutta quella gente che si assiepava e si muoveva, pareva camminasse all’indietro, il viso rivolto non alla meta ma verso ciò da cui s’allontanava. Com’era verosimile, cosa accadeva?

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Il tempo che resta

Posted on Giugno 13th, 2009 in Accadde... domani | No Comments »

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Quella mattina Enrico Armini si svegliò con un’idea conficcata nella testa.

Si rigirò tra le coperte. Come mai  quel pensiero (che in verità lo accompagnava da tanti anni) ora lo torturava come un coltello in una ferita? Irene dormiva. Sgusciò fuori dalle coperte, si vestì e uscì.

Erano le otto e mezza e il traffico urbano appariva al culmine. La giornata di dicembre si presentava gelida ma frizzante. Girovagò per i giardini del centro, nervosamente, e all’improvviso prese una decisione un po’ pazza… Ma sì, tanto valeva provare, una buona volta!

Il negozio che cercava era in una stradina defilata: roba elettronica per giovanissimi, ma anche un reparto di tecnologie costose e all’avanguardia. L’insegna era “PlayTime.” Entrò, diretto al reparto sperimentale.

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