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COMMENTI E INTERVISTE CONCERNENTI IL BLOGGER
1.- Commenti in rete

- L’innocenza e la scrittura, di Massimo Citi (dal suo blog “Fronte & retro”), 19 ottobre 2007.

2. - Interviste in rete.

- Intervista a Vittorio Catani, a cura di Giuseppe Iannozzi, “Intercom”, novembre 2002;

- Le “storie” di Vittorio Catani tra ecologia e fantascienza, a cura di Sandro Marano, “Fareverde”, 2005

- Intervista a uno scrittore di fantascienza, a cura di Margherita De Napoli, “Costumando”, 2006

- Il gioco della fantascienza, a cura di Giampiero Stocco, “The Uchronicles”, 200

- L’essenza del futuro secondo Vittorio Catani, a cura di Carmine Treanni, “Delos” 101, 22 aprile 2007

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3. - Altre interviste (due delle quali riportate qui di seguito)

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- Scheletri nell’armadio, a cura di Melania Gatto, “LibriNuovi” n. 23, 2002;

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- Dialogo 12: Vittorio Catani / Komatsu Sakyô, a cura di massimo Soumaré, “LibriNuovi” n. 43, 2007;

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I) Intervista di SALVATORE PROIETTI (2001): Tre domande a Vittorio Catani 

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D - Esistono tanti modi di considerare un genere “di massa” come la fantascienza; il tuo, da tanti anni, sembra essere quello dell’”impegno”—una dimensione che, in realtà, è sempre stata una delle spinte che la muove, a partire dagli inizi pulp. Qual è la tua visione, come autore e divulgatore italiano?

R - In verità, sono molte le “anime” della fantascienza che mi hanno affascinato. La prima fu certamente l’avventura. L’avventura fantascientifica era diversa: scenari amplissimi, esotismi sfrenati, vicende stupefacenti, in palio poste cosmiche; il tutto reso plausibile (più o meno) dal substrato scientifico-razionale. Nei primi anni Sessanta, con l’avvento in Italia di autori nuovi quali Robert Sheckley, Frederik Pohl & C. M. Kornbluth, William Tenn, Damon Knight e altri, scoprii una science fiction più meditata, permeata di istanze di critica sociale e contestazione. Qui la fantascienza sfruttava al meglio un procedimento narrativo di “straniamento” grazie al quale essa raggiungeva un iperrealismo allucinato, difficilmente eguagliabile (allora sembrava un paradosso) dalla stessa narrativa “realistica”, e capace di immergerci in alcuni temi portanti di fine millennio. Potrei dire ancora del senso di mistero (che oggi tende a sparire) connaturato a una certa fantascienza, o della visionarietà di pagine capaci di trasportare il lettore in un universo “altro”. Quale anima preferisco? Resto incerto, magari ne ho anche io più d’una, ma la sirena dell’”impegno” (parola molto inflazionata!) conserva sempre un suo fascino, una sua validità. Sono d’altronde convinto che la narrativa di fantascienza abbia abbondantemente dimostrato di saper scendere nell’inferno, di essere letteratura-bisturi capace di vivisezionare il reale e “sporcarsi” con le grosse contraddizioni del nostro tempo. Difficile oggi (secondo me) parlare in modo credibile di vita, morte, amore, giustizia, mondo, sottacendo temi e previsioni connessi con i nuovi scenari tecnologici e i nuovi rapporti di forza venutisi a configurare.

D - Quasi tutti gli scenari di Accadde…domani oscillano fra ironia e distopia. La distopia e la tragedia sono presenti in molti dei tuoi racconti e nel romanzo Gli universi di Moras; lo humor è invece il tratto specifico di questo libro. Come si sono evolute queste due componenti nella tua scrittura?

R - In verità, quella dello humour è un po’ una scelta che mi sono autoimposto. Ogni volta che parlavo di fantascienza in pubblico, citando autori e trame di racconti, c’era qualcuno che mi poneva una domanda: “Ma perché la fantascienza è sempre così catastrofica, triste, pessimista?” La risposta che mi veniva era più o meno questa: “È’ un pessimismo catartico, e comunque esso allude a una società opposta, antitetica; insomma si descrive il male per esorcizzarlo”. Un ragionamento che però non convinceva me per primo: davvero - mi chiedevo io stesso - la fantascienza dev’essere sempre così cupa, affliggente, con i suoi drammi amplificati, planetari? Tutto questo non allontana molti lettori potenziali, anziché avvicinarli? (ho sempre cercato di avere un occhio particolare per il pubblico non specializzato).

Ho fatto quindi uno sforzo di memoria, per ritrovare tra le mie vecchie letture anche storie di fantascienza ironica, o umoristica: e mi sono accorto che ce ne sono, benché in percentuale davvero modesta. Difficile, d’altronde, far ridere se si descrivono sfracelli, o se si vogliono impostare tematiche serie e attuali. Però… Robert Sheckley, per esempio (autore che ho citato più sopra) negli anni Sessanta era stato capace di raccontarci temi estremamente drammatici in un tono lieve, ironico, quasi con leggerezza, centrando magnificamente i suoi obiettivi. Ho cercato allora anche io di seguire i Maestri o quanto meno di trovare una sorta di compromesso, specialmente quando scrivo fantascienza per lettori (quali quelli di un quotidiano, per esempio) che non sono necessariamente appassionati del genere. D’altronde l’umorismo e l’ironia sono anche delle forme di difesa, anzi di autodifesa: diciamo che ne esco salvo pure io che scrivo questa roba…

E poi su questa via non sarei certo il primo. Ci sono, per esempio, i racconti di Enzo Verrengia (si veda l’antologia La notte degli stramurti viventi, Stampa Alternativa, 2001) che mescolano un umorismo “demenziale” con una satira ispirata a tic e atteggiamenti di un “profondo Sud” italiano situato nella provincia di Foggia. Ma sarebbe da citare almeno un altro paio di nomi di autori, veri precursori, che furono attivi soprattutto nei primi anni Sessanta: anzitutto Sandro Sandrelli, con molte storie umoristiche sul filo del grottesco, talora drammatico; e Carlo della Corte, che si avvicinava proprio alla scrittura di Sheckley.

D - Dal tuo punto di vista, come vedi il ruolo, apparentemente sempre più centrale, dei generi “bassi” nella cultura letteraria italiana contemporanea? Fino a che punto c’è la moda, esistono delle basi per una presenza duratura in grado di fornire nuova vitalità?

R - Per una serie di ragioni - potremmo chiamare in causa la nostra storia del Novecento, dell’Ottocento e anche di tempi più antichi - la cultura italiana non ha mai assorbito completamente l’avvento dei “generi narrativi” (giallo, fantascienza, romanzo rosa, noir, etc.), considerati “bassi” e quindi di scarso interesse. La realtà è che, a mio modesto avviso, oggi solo generi come questi riescono a parlarci veramente di ciò che accade nel mondo, senza attorcigliarsi all’infinito sulla crisi della famiglia borghese o in psicologismi di maniera. Il problema, quindi, è che in Italia non si è formata una tradizione consolidata e accettata a tutti i livelli di narrativa “di genere”, come invece è accaduto altrove e specie nei paesi di lingua inglese. Di conseguenza noi non abbiamo avuto i vari King, Hammett, Asimov, Dick e via elencando, e neanche Follett o Crichton, benché negli ultimi anni le acque siano state smosse da Carlo Lucarelli, Valerio Manfredi, Valerio Evangelisti, e qualcun altro.

Tuttavia non mi sento di fare previsioni, per il semplice fatto che siamo in un periodo di grande rimescolamento: c’è il “meticciato” dei generi letterari, l’assorbimento di linguaggi (dialetti, lingue orientali) fino a ieri non ammessi nel recinto, c’è più che mai la pressione di una cultura (quella americana) difficilmente contenibile, c’è l’emergenza dei nuovi mezzi di comunicazione (Internet, cellulari, e-mail), di forme espressive - forse d’arte - quali spot e videogames, e di supporti interattivi (CD-rom, e-book) che possono modificare, anzi stanno già modificando, il nostro modo di rapportarci alla lettura e quindi la scrittura medesima; eccetera. Una cosa credo di poter affermare: entro un paio di decenni i problemi che dibattiamo non avranno più senso.

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II) Intervista di VITO LUBELLI - L’uomo dello spazio. L’irresistibile richiamo della fantascienza, apparsa su ”Quotidiano di Puglia” (Lecce) di sabato 1 settembre 2007

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E’ stata appena pubblicata dalla Perseo Libri di Bo­logna la ponderosa anto­logia L’essenza del fu­turo (30 euro, 655 pp.), contenente i migliori racconti di fantascienza di Vittorio Catani, polie­drico scrittore e saggista classe 1940. Leccese di nascita, barese d’adozio­ne, apolide e “alieno” per vocazione letteraria, Catani è da quasi mezzo secolo in prima fila sul fronte della letteratura fanta­scientifica. La pubbli­cazione è un evento importante non solo per la cerchia di appas­sionati del genere, che finalmente vedono rac­colte oltre sessanta no­velle di Catani, ma anche per la letteratura pugliese in generale, in quanto il cospicuo riconoscimento a un nostro autore è anche il più ampio volume monografico mai edito nel settore fantascienti­fico. Abbiamo raggiun­to lo scrittore per una lunga discussione sul genere più bistrattato nella storia della lette­ratura.

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L’antologia è un grande omaggio, che ne pensa?

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Sono naturalmente soddisfatto, è un riepi­logo dei miei quaranta­cinque anni di carriera. Ho scelto personalmen­te i racconti, ma il giu­dizio spetta ovviamen­te al lettore.

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Com’è nata l’av­ventura di Vitto­rio Catani scritto­re e saggista di fantascienza?

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Una passione ininterrotta che è iniziata fin da piccolo. Per esempio ri­cordo negli anni ‘40 un Topolino, for­mato tabloid, con una storia a colori intitolata Satana dell’Universo, una roba incredibile per allora: marziani verdi con le orecchie a punta, dischi volanti, tutti stereotipi entrati di dirit to nell’immaginario. Il termine “fanta­scienza” non esisteva ancora. Rimasi folgorato. Poi nel 1952 nacque Ura­nia

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Lei è stato un funzionario di banca: come ha conciliato il suo lavoro e l’immaginazione della fantascienza?

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In realtà è semplice: quale migliore evasione dopo una giornata in banca? Del resto era un lavoro impo­sto, che ho svolgo con diligenza e sacri­ficio. Appena avevo ferie, a fine setti­mana, nelle convalescenze, mi dedicavo al­la fantascienza. Per scrivere, poi, soprattutto di notte.

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Quale contesto e quali riferimen­ti per le sue storie?

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Ho iniziato ispirandomi ai grandi autori americani. Poi sono venuti Buz­zati, Calvino. Dalla mescolanza sono nate atmosfere sempre più plausibili rispetto a un contesto nostrano, come nel romanzo Gli uni­versi di Moras (Premio Urania 1990), ambientato a Bari: una co­sa impensabile quaranta anni fa.

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La fantascienza era all’inizio ap­pannaggio degli americani.

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Ci hanno sempre preceduti, alme­no sul piano tecnologico. L’Italia co­me periferia dell’impero. Poi abbia­mo assimilato le conseguenze delle tecnologie: la spersonalizzazione, il degrado, le macchine invasive, ridisegnando il genere narrativo sulla scia della nostra tradizione classica. Penso a Il cavallo venduto di Scerbanenco, un raro e quasi precursore romanzo di fantascienza italiana: una guerra atomica, una civiltà crollata, l’individuo libero che cerca di riedificare la so­cietà… Pubblicato nel 1963.

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Come compone un racconto?

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I modi sono diversi, gli spunti i più vari, tratti anche dalla vita d’ogni giorno, e questo non deve suonare paradossale. L’essenziale è l’avventura nuova, l’elemento di novità. Senza dimenticare lo scenario. Le corrispondenze con il mondo reale. Altrimenti non c’è fantascienza, o meglio non è quella che interessa me.

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Quanto conta l’impegno sociale e politico nella sua opera?

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Molto, come d’altronde in tanti autori italiani. “Impegno” può apparire intellettuale: parliamo allora di questioni concrete. Etica, diritti, sentimenti, paure e aspirazioni dell’individuo.

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La fantascien­za è in crisi?

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Penso di sì. Al­meno a livello di mercato, vendite, collane specifiche, Ma è così non solo in Italia. È passata la moda, le riviste si sono estinte, resiste solo Urania e qualche iniziativa minore ma valida. Abbonda però in rete. D’altronde la fantascienza rivive in altre forme: celata e insinuata tra i romanzi non dichiaratamente di fantascienza. Succede spessissimo: compri un libro di tradizionale narrativa e leggendo vi trovi spunti strani…

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Un’invasione aliena sulla Terra?

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Magari. Comunque la fantascienza è morta e risorta. Infatti è l’unico genere a poter vantarsi di aver pervaso con il suo linguaggio la realtà di tutti i giorni. Specie poi se ci riferiamo alla Rete. Il romanzo Neuro­mante di William Gibson ha stravolto il genere creando un nuovo filone narrativo, ma anche anticipando termini e accezioni ormai in uso nel linguaggio degli informatici, ma anche in quello comune.

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Il film che meglio ha trasposto un romanzo di “fanta”?

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Direi Solaris di Tarkowskij. Ma anche L’uomo che cadde sulla Terra, con David Bowie, senza dimenticare 2001 Odissea nello spazio. Il cinema ha un posto in prima fila nella diffusione della fantascienza.

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Consigli di lettura per i non esperti?

Dick, Clarke, Asimov… per iniziare. E ricordarsi che un disco volante può atterrare pure in Puglia…

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