Un personalissimo parere sul 63.mo Festival di Sanremo.

Credo che con questa edizione del Festival, la canzone italiana abbia toccato il picco più basso dal dopoguerra a oggi. Chiaro che anche la musica, “colta” (posto che oggi esista ancora una musica colta) o “popolare” che sia, si aggiorna, cambia, si evolve, ed è più volte accaduto negli ultimi decenni, ma bisogna vedere in quale direzione si evolve.

Quanto alla gestione del Festival, ho senz’alto apprezzato gli sforzi, l’estro e la professionalità di Fazio e della Littizzetto, di personaggi quali Crossa o - meglio ancora - Bisio; la perfezione degli orchestrali, lo strepitoso virtuosismo e la simpatia del pianista Bollani, l’apparato scenico, l’intero svolgimento dell’evento. Ma a parte tutto questo, e nonostante la pioggia di elogi della stampa e delle tv - finora non ho letto nessuna critica sfavorevole, neanche una - ho trovato il “cuore” del Festival, ovvero la musica, del tutto inconsistente.

Delle canzoni ascoltate, tranne due o tre casi, non ne ho trovata una di cui sia rimasta memoria d’un ritornello interessante, originale, o comunque un riff, un tema. Ho ascoltato una musica suonata quasi come sottofondo, come può essere la colonna sonora di un film. Musica come una sorta di optional. La struttura musicale dei pezzi era sempre la stessa: canzoni (si fa per dire) tutte uguali o tutte prevedibili dopo avere udito le prime note, con grande povertà di cromatismo, ovvero di giri di accordi, giochi di tonalità eccetera, insomma di tutto ciò che “fa” una musica, una canzone, invece imbottita di luoghi comuni. Meglio, a volte, la musica prodotta da certi programmi per computer. Musica - per richiamare le parole di Eric Satie, famoso e ironico compositore francese del primo ‘900, ”che non ha bisogno di essere ascoltata”. Musica che “si sa che c’è” e tanto basta.

Si dirà: c’erano buoni testi. Mah… Anzitutto la maggior parte dei cantanti pareva infischiarsi di una norma logica primaria del canto: far comprendere le parole, cantare non per se stessi ma per far capire all’ascoltatore e seguire ciò che si dice. Ma di parole, anche qui con pochissime eccezioni, ne giungeva raramente qualcuna, spesso neanche quella, il resto solo urli o sussurri e balbettii.

Mi sarebbe piaciuto che Fazio, al momento giusto, chiedesse pareri al gruppetto della giuria presente in sala. Da alcune parole brevemente scambiate tra loro, è parso di capire che i giurati ne stessero discutendo, con pareri divergenti. Ma forse è solo una mia impressione. E non so se il volto di Piovani fosse il suo abituale: l’espressione di una persona non certo allegra.   

Non so se oggi la “musica” sia questa. Né in questa sede penso sia il caso di allargare il discorso, o polemizzare, perchè sul fenomeno della totale banalizzazione - e quindi distruzione - dell’arte (musica, pittura, scultura, letteratura, eccetera) il discorso sarebbe lungo e, temo, molto deprimente. Dire, per esempio: quali sono, oggi, i più grandi compositori, pittori, scultori, filosofi, letterati, e cosi via? Se quello del film non era “un paese di vecchi”, oggi il nostro “non è un paese di arti” e non solo di queste, perché lo stato dell’arte di un paese rispecchia il suo grado di evoluzione intellettuale, culturale e civile.

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