Archive for the ‘Il gioco dei mondi’ Category

“Il quinto principio” su “The Next Station” n° 2

Posted on Marzo 4th, 2011 in Il gioco dei mondi | No Comments »

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Sulla webzine “The Next Station” n. 2, una analitica e approfondita recensione del mio romanzo Il quinto principio, intitolata: Il principio del futuro: Vittorio Catani e l’epica del dissenso. Ringraziando il recensore e curatore della rivista Salvatore Proietti, e il co-curatore Giovanni De Matteo, riporto di seguito l’incipit della recensione e il link per proseguire la lettura su “The Next Station”.

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IL PRINCIPIO DEL FUTURO: VITTORIO CATANI E L’EPICA DEL DISSENSO
di Salvatore Proietti

Dall’indignazione distopica all’apertura utopica: nell’epica fantascientifica di Il quinto principio, il ritorno su “Urania” di Vittorio Catani, un maestro della fantascienza italiana. Visionario, raffinato e duramente politico, il romanzo è non solo un punto d’arrivo ma – speriamo – un punto di ripartenza: per la SF italiana, un’opera cardine.

“La verità, nonostante tutto, esiste”.                                                                                                          (Victor Serge, citato in Roberto Saviano, La bellezza e l’inferno, 2009)

1. Nel segreto della piccola editoria e – grazie al lavoro di promozione di Giuseppe Lippi e Sergio Altieri su “Urania” – dell’edicola, la fantascienza italiana sta finalmente raggiungendo una continuità indispensabile. Con rare eccezioni, la grande visibilità in libreria e sulle pagine culturali è ancora lontana, ma il crescere della qualità media è palpabile. Nel dicembre 2009, su “Urania” è uscito Il quinto principio di Vittorio Catani: il respiro del romanzo, pubblicato fuori collana per le dimensioni, è superiore anche per le ambizioni. La SF italiana ha prodotto un’epica. Se per epica si intende una storia che abbracci un mondo intero, allora Il quinto principio è senz’altro un’epica. A differenza dell’era classica, ora attribuiamo normalmente il termine a opere frammentarie, che puntano alla totalità senza ambire a confermarla nel nome di uno statuto trascendente: viviamo (dovremmo vivere) in un mondo laico, fallibile e perfettibile, dunque è giusto che sia così. Soprattutto, quelle della fantascienza sono sempre più spesso epiche del dissenso: dalla trilogia “alla Dos Passos” di John Brunner (il più diretto modello formale di Catani) a quella marziana di Kim Stanley Robinson (forse, nel profondo, l’opera contemporanea più affine), a Neuromante di Gibson, ai romanzi della Cultura di Banks. Da Brunner viene la forma della distopia come mosaico mondiale, e una matrice politica che non legge la modernità in termini di decadenza da un ideale precapitalista. Della modernità fanno parte non solo le tare dell’oggi, ma anche gli strumenti d’analisi in grado di indicare vie d’uscita. Da una distopia non lineare, non centrata su un individuo più o meno eroico, può nascere anche l’utopia. Nel Quinto principio, sono globali (e oltre) le dimensioni dell’azione, multipli fili narrativi che convergono, si incrociano o scorrono paralleli senza incontrarsi. Attraverso l’intreccio si approfondiscono l’economia, la politica, la sessualità, il sentimento, l’individualità, le scienze, le tecnologie – a volte isolando un elemento, più spesso facendone interagire uno o più di uno: il laboratorio di Catani è specializzato in sperimentazioni complesse.

Il suo progetto di ricerca, però, non ha una grande concorrenza in Italia. Per tanti (da noi, per alcuni) il filone principale della narrativa contemporanea ha operato una rinuncia eccessiva dichiarando la letterarietà incompatibile con tutto quanto non sia scavo nell’interiorità di un personaggio, una discesa rigorosamente centripeta in un abisso di ineluttabile alienazione che non lasci vie d’uscita esistenziali o collettive. Per questo ideale la postura semiautobiografica non deve lasciare spazio ad altri punti di vista, a una relazione di mutua costitutività fra realismo e simbolismo, a qualunque nozione di trama e (in ogni senso) di azione, a un homo faber in un rapporto interattivo col mondo, al sapere, alla speranza in forme di de-alienazione. Sospettiamo che, così, molte letture di classici moderni sono risultate impoverite, e che anche per questo motivo le diverse coordinate delle letterature degli Stati Uniti hanno ricoperto un ruolo tanto eversivo e conflittuale nella cultura italiana. Pur senza insistere oltre con l’artiglieria pesante della teoria letteraria (vedere però alle voci: Bachtin, Benjamin, Frye, Gramsci, Jameson, Moretti, Suvin, Williams), non è difficile localizzare il ruolo potenziale e reale della fantascienza proprio in quell’intersezione fra campi del pensiero rifiutata con veemenza da un establishment mosso da rimpianti, spesso inconfessati, verso il passato.

Invece, ci sembra difficilmente concepibile, radicalmente invalidata dalle sue stesse premesse, una critica del presente che non voglia assumere una propensione, un’apertura verso il futuro. Con coerenza e programmaticamente, il “Principio” del titolo lega, fin quasi a identificarli, strumento e obiettivo: una nuova legge naturale e un nuovo inizio sociale, in cui la promessa di una rinascita plausibile è contenuta in nuce nella concretezza cognitiva dell’ipotesi (il metodo scientifico come prefigurazione di una società ragionevole e sostenibile). Considero questo legame fra mezzo e fine, fra cosmologia e antropologia – quasi una trascendenza laica, rigorosamente non metafisica – l’argomento profondo del libro di Catani. Sotto molti punti di vista, Il quinto principio è dunque un rinnovato conte philosophique, che presenta il suo scontro fra “concetti” mettendo al centro la presentazione del suo mondo possibile, non la psicologia di un personaggio. In questo progetto, la fantascienza – per definizione fondata sul world-building come gran parte del fantastico – è il genere ideale. Segno di ulteriore coerenza è la scelta dell’azione nonlineare di un intrico (con più di un intrigo) postmoderno, con una pluralità di personaggi e punti di vista. Come si sarebbe detto una volta, c’è consonanza fra forma e contenuto: non basta per definire Il quinto principio come un libro importante?

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Uniti per forza? Una risposta documentata

Posted on Febbraio 22nd, 2011 in Il gioco dei mondi, Tempo presente | No Comments »

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Mercoledì 23 febbraio alle ore 18,30, presso l’associazione culturale “Federico II Eventi”, in via Latilla 13 - Bari, nell’ambito del ciclo “Incontri con l’autore”, Elisa Robino presenta il giornalista e saggista Federico Pirro e il suo nuovo libro sulla storia dell’unità d’Italia, “Uniti per forza” (Ed. Progedit, Prefazione di Antonio Di Pietro). Pirro, già caposervizio alla “Gazzetta del Mezzogiorno” e corrispondente dalla Puglia della “Repubblica”, è stato caporedattore della sede Rai di Bari; nel 1997 gli è stato assegnato il premio Saint-Vincent di giornalismo. Intervista di Elisa Robino; intervento critico di Vittorio Catani.
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[Risvolto di copertina]:
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“Sciocco e fuori dal tempo chi volesse mettere in discussione l’Unità del nostro Paese. Ma altrettanto sciocco e fuori dal tempo chi, di fronte alle minacce scissionistiche della Lega e ai nodi sull’identità italiana, negasse la necessità di una rivisitazione critica.
Allo scoccare dei 150 anni, serve a tutti. Soprattutto ai giovani. Per conoscere avvenimenti documentati, pur se ai più sconosciuti. Per indagare e completare ricostruzioni troppo vicine alle ragioni dei vincitori e deliberatamente lontane dalle ragioni degli sconfitti.
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Il racconto e il romanzo

Posted on Novembre 7th, 2010 in Il gioco dei mondi | 9 Comments »

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Carmine Treanni (di “Delos“, Fantascienza.com) mi ha chiesto di scrivere alcune riflessioni, dal punto di vista dello scrittore, sulle differenze tra “racconto” e “romanzo”, proponendomi di richiamare – eventualmente – esempi, tratti anche da mie opere.

Lo ringrazio per questa proposta, che ritengo interessante anche perché mi dà occasione di chiarire l’insussistenza di alcune radicate prevenzioni nei lettori, specie in Italia, nei confronti del “racconto”, e anche verso il “romanzo corale”. Mi esprimerò con un linguaggio non da addetti ai lavori ma “pratico”: ovvero indicherò quali sono (a mio parere) alcuni punti chiave ai quali si attiene chi – con un foglio di carta o uno schermo davanti – voglia scrivere narrativa. O anche voglia solo leggerla, ma in maniera un tantino più consapevole dei suoi meccanismi.

Ci sono diversità anche notevoli tra lo scrivere un racconto e un romanzo, e non si tratta solo del numero decisamente differente di pagine, o del doversi inventare storie molto lunghe, o di quanti personaggi è opportuno mettere in scena.

Anzitutto vi sono differenze di finalità. Il racconto nasce quando si vuol narrare il verificarsi di un evento: è la fotografia di un fatto, realistico o fantasioso che sia. Che si scriva a fini di semplice divertimento o con intenti allegorici o altro, la sostanza non muta. Il racconto è un’arte delicata. Solitamente va da una-due pagine – racconto brevissimo – a una diecina, e siamo al racconto breve; oltre la trentina si comincia a parlare di racconto lungo, poi di romanzo breve. Proprio per le sue ridotte dimensioni, il racconto richiede un’attenta misura nei dettagli. Le parole devono essere pesate e poste nei punti giusti. Tema e scenario vanno ben espressi e adeguatamente costruiti; i personaggi caratterizzati subito, in poche battute. Se in un romanzo è sopportabile una descrizione di una o due pagine – ma non è in genere consigliabile – in un racconto breve ciò potrebbe provocare una sensazione di staticità, e sbilanciare la dinamica dell’insieme. A meno che il tutto non sia impostato, appunto, sulla descrizione: in questo caso occorre davvero un buon mestiere per mantenere un’adeguata leggibilità complessiva…

Leggi il seguito su “Delos” n° 129 —->

Il ritorno di un’ambigua utopia

Posted on Febbraio 26th, 2010 in Il gioco dei mondi | 4 Comments »

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Il primo sentimento forte che mi ha preso nello sfogliare le oltre 450 pagine di questi due grandi volumi formato A4 è stato il rimpianto. Ma non il rimpianto trito e banale per un tempo idealizzato, tipo “perdita dell’Eden”…

Concretamente, mi son trovato reimmerso in un momento irripetibile della nostra storia — nostra dell’Occidente — in cui (perfino) la fantascienza  lasciava intendere d’avere tantissime cose da dire, fare, scoprire. E soprattutto c’era gente — molta gente — che aveva entusiasmo, e la visione e gli strumenti tecnici e creativi per dire, fare, indagare, scoprire.

Un’ambigua utopia. Fantascienza, ribellione e radicalità negli anni ‘70 — due corposi volumi a cura di Antonio Caronia a Giuliano Spagnul, Mimesis editore, 2009, euro 19,00 cad. — è dunque la cospicua scheggia di un vorticoso passato carico di fervore e di idee, che riemerge, quasi come un intruso,  nel nostro degradato desolato presente. Si tratta di un’accurata raccolta integrale, nel formato originale e in versione anastatica, dei nove fascicoli della rivista amatoriale Un’ambigua utopia (UAU), vissuta dal 1977 al 1982. Prodotta da un collettivo di ex militanti di una organizzazione dell’estrema sinistra, UAU si proponeva di “colmare la lacuna esistente nella cultura di sinistra nei confronti della fantascienza”, come dichiarano i curatori in IV di copertina, ma in verità ebbe numerose valenze. La rivista riprendeva il nome dal più famoso romanzo di Ursula Le Guin (I reietti dell’altro pianeta. Un’ambigua utopia), e resta oggi  fra le esperienze emerse dal movimento italiano del ’77 — una delle più bizzarre, “ma paradossalmente anche una delle più fertili”. Completano i due tomi un’introduzione dei curatori (protagonisti di quel collettivo) e la trascrizione d’un dibattito avvenuto in Rete nel 2001 sulla webzine Intercom. Una vasta documentazione fotografica integra l’iconografia dell’opera.

Nell’introduzione, Caronia e Spagnul, dopo aver abbozzato un quadro un po’ autoironico circa le modeste attrezzature del collettivo — com’era d’altronde per tutte le attività amatoriali dell’epoca — scrivono…

[Segue sul Corriere della fantascienza]

Ossigeno per la fantascienza

Posted on Agosto 14th, 2009 in Il gioco dei mondi | No Comments »

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Un romanzo scritto circa 60 anni fa da John W. Campbell jr. anticipa una recente scoperta che potrebbe permettere la sopravvivenza degli uomini sulla Luna.

Sappiamo bene che non è compito né pretesa della fantascienza fare previsioni (gli innumerevoli futuri descritti da questa narrativa sono sempre e solo proiezioni allegoriche o satiriche, ludiche, utopistiche, etc. del nostro presente). E tuttavia non posso nascondere un briciolo di soddisfazione allorché constato il realizzarsi di qualcosa che la science fiction aveva già immaginato o intuito, anni – talora anche decenni – fa. Certo, quando scoppiò la prima bomba atomica, anch’essa già prevista con buon anticipo dalla fantascienza (v. articolo in questo blog Hiroshima, la bomba scoppiò prima), da parte dei lettori di fantascienza vi fu soprattutto amarezza, certo non “soddisfazione”. E poiché nessuno di noi esseri umani, sedicenti maghi inclusi, possiede la sfera di cristallo, queste occasionali concordanze tra anticipazione e realtà evidenziano, se non altro, quanto l’immaginazione dei fanta-autori riesca talora a essere razionale, intuitiva, visionaria. Ho sotto gli occhi un caso esemplare. Oggi leggo su “Repubblica”: Luna: ossigeno dalle pietre per vivere sul satellite. Scoperto un processo elettrochimico che consente di isolare il prezioso elemento dalle rocce. Il breve articolo accenna che la scoperta muove da:

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Nostro alieno inenarrabile - I

Posted on Giugno 22nd, 2009 in Il gioco dei mondi | No Comments »

Il ‘900 si è rivelato, possiamo dirlo a buon diritto, anche il “secolo della fantascienza”. Al punto che una delle sue icone è stata la figura dell’alieno, creatura (ipotetica) d’altri mondi; quindi per definizione diversa da noi… ma fino a che punto? Una totale diversità non sarebbe concepibile né raccontabile. E forse sarebbe “letterariamente inutile”. Eppure molti autori ci hanno provato…      

1. – Wonder  Aliens

Anni fa, il compianto traduttore e saggista Delio Zinoni scrisse in un suo articolo che l’intera fantascienza ruota attorno all’idea, anzi al sentimento, della “alienità” (Altre forme dell’alieno, in ”Urania”  n. 1229, 17 aprile 1994).
Concordo. Tuttavia io credo che, nonostante innumerevoli descrizioni e rappresentazioni di creature le più isolite d’altri mondi, gli alieni si possano sempre ridurre a trasparenti - quand’anche originali - combinazioni di caratteristiche umane, animali (o di insetti, microbi), di vegetali, perfino di minerali, e anche di forze della natura. D’altronde credo di star enunciando un’ovvietà. Un alienus che sia tale veramente, etimologicamente: quanti ne avremo incontrati nelle nostre letture? Sapreste ricordarne subito uno, due? Ogni nostra rappresentazione è per sua natura antropomorfica e deriva - né potrebbe essere altrimenti - da ciò che già conosciamo, dal conoscibile. Ma il fantastico, la fantascienza, non vogliono ammaliarci con le lusinghe dell’inconoscibile? Un paradosso: proprio la science fiction, madre di tutti gli ET, suo malgrado si rivela incapace di concepire una reale “alienità”…

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Gli alieni e la Chiesa nel Seicento

Posted on Aprile 15th, 2009 in Il gioco dei mondi | No Comments »

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Del volume “L’Europa e gli alieni. Sogni e incubi nell’età moderna” (Collana UniversiTy, Delosbooks, 2009), ho già scritto in questo blog, riportandone la mia prefazione. Si tratta di una tesi di laurea magistrale in Filologia Moderna di Silvestro Ferrara (Università di Bari, 2009), focalizzata sulla figura dell’alieno e sul graduale slittamento del suo significato attraverso i secoli dal Seicento all’Ottocento. Il brano che segue, ripreso dal Capitolo I (pagg. 28-32), è intitolato Lode a Dio, in terra e nei cieli. Spero possa interessare al lettore scoprire (o riscoprire) come specifiche questioni attualissime abbiano radici lontane; e quanto la Chiesa e i suoi dogmi abbiano interferito con la scienza, l’immaginario, il pensiero umano.

Il capitolo in oggetto prende le mosse dal romanzo The Man in the Moone: or a discourse of a voyage thiter by Domingo Gonzales stampato a Londra nel 1638 (quattro anni dopo la pubblicazione del Somnium di Keplero). Il nuovo romanzo, pubblicato anonimo, narrava di un uomo che viaggia fino al nostro satellite esplorandone ambiente, abitanti, relative abitudini. L’opera ebbe un successo immediato, e grande fu la sorpresa nello scoprire che ne era autore Francis Godwin, vescovo di Henford. Quattro mesi prima che il romanzo di Godwin venisse dato alle stampe, John Wilkins (in seguito Presidente della Royal Society) aveva pubblicato il trattato scientifico The discovery of a World in the Moon, in cui si discettava con molta prudenza di un’eventuale forma di vita sulla Luna.

Quello religioso è uno degli aspetti più stimolanti della diversità extraterrestre raccontata da Godwin. Nonostante avesse deliberatamente scelto di tenersi lontano da questioni tanto spinose, in qualità di vescovo non poteva neppure trascurarle del tutto.

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Alieni di tre secoli all’Università

Posted on Febbraio 9th, 2009 in Il gioco dei mondi | No Comments »

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Delosbooks vara “UniversiTy“, collana il cui nome coniuga l’universo accademico con gli innumerevoli universi della science fiction pubblicando tesi di laurea attinenti alla fantascienza. Il primo volume è L’Europa e gli alieni. Sogni e incubi dell’età moderna, di Silvestro Ferrara: un sorprendente viaggio in tre secoli di alienità, alla ricerca delle radici e dei significati del “diverso”. Qui di seguito si riporta la Prefazione di Vittorio Catani, curatore della collana.

Nonostante i suoi cinquantasei anni di vita ufficiali – se si vuole assumere quale data di nascita la creazione della collana mondadoriana Urania – la fantascienza in Italia non ha mai conquistato uno status unanimemente riconosciuto, ciò che è accaduto invece per altri generi quali il “giallo” o il “noir”, il “rosa” e così via. Esistono tuttora, benché in decrescente minoranza, sacche di ostinato rifiuto se non disprezzo nei confronti della science fiction in generale. Ne sanno qualcosa gli addetti ai lavori, che non di rado vivono questi momenti sulla loro pelle. Sorprende anche constatare come l’atteggiamento non distingua tra fasce culturali. Il che appare quanto meno strano, se si pensa che la fantascienza è da tempo un fenomeno di costume, oltre che di cultura. C’è fantascienza non solo in libri, film, tv e fumetti, ma anche nel teatro, nei videogame, nella musica pop, rock, metal; nell’opera lirica, nel balletto, negli spot pubblicitari, nei videoclip musicali. Di più: ne è piena la nostra vita quotidiana.

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