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Il 6 agosto 2015 è ricorso il 70.mo anniversario d’un eccidio forse il più bestiale perpetrato dall’umanità “civile” su popolazioni inermi. Ma già da fine Ottocento, sia pure sotto spoglie primordiali, fa capolino l’ombra sinistra del fungo atomico, con le sue implicazioni sociali e politiche. Accade in opere di scienziati, scrittori e pensatori, sia a carattere scientifico sia di pura immaginazione.

Nel suo romanzo La coscienza di Zeno (1923) Italo Svevo scriveva:

“Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza, inventerà un esplosivo incomparabile in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati innocui giocattoli. E un altro uomo come tutti gli altri, ma degli altri un po’ più ammalato, ruberà tale esplosivo e s’arrampicherà al centro della Terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo (…) e la Terra, ritornata alla forma di nebulosa, errerà nei cieli priva di parassiti e malattie”.

Il 6 e il 9 agosto di ventidue anni più tardi, 1945, alcuni uomini “un po’ più ammalati” fecero brillare nel cielo del Giappone due soli “incomparabili”…

Il primo si chiamava Little Boy, l’altro Fat Man e splendettero rispettivamente sulle città di Hiroshima e Nagasaki. Ne sarebbe dovuto splendere successivamente un terzo sulla capitale, Tokyo. Le due città vennero praticamente polverizzate, fuse e, nell’immediato, morirono circa 200 mila persone; ma i danni da radioattività - su esseri umani, animali, piante, oggetti - si sono protratti per decenni.

Il 6 agosto 2009 ricorre il 64.mo anniversario d’un eccidio tra i più bestiali perpetrato dall’umanità “civile” su popolazioni inermi. Naturalmente, anche qui ci si è affrettati (e tuttora ci si affretta) a giustificare in vari modi l’atto. “Indispensabile per far cessare la guerra”. “Duecentomila morti che ne evitarono milioni”. ”Un velato ma chiaro monito all’alleato sovietico”. Eccetera. A scelta.

Comunque, Italo Svevo non era stato unico profeta. A cavallo dei secoli XIX e XX la scienza aveva fatto scoperte tali (la radioattività dell’uranio, l’esistenza degli elettroni, la natura della disintegrazione dell’atomo, la teoria della Relatività), per cui già si insinuava nell’immaginario collettivo un’idea nuova: la materia racchiudeva in sé una forza immensa e un giorno l’uomo sarebbe riuscita a liberarla. Nel 1905 Albert Einstein dimostrava l’eguaglianza tra massa ed energia, successivamente espressa con la formula forse più celebre al mondo: E = mc2

Già da quegli anni l’ombra sinistra del fungo atomico, sotto spoglie sia pure primordiali, fa capolino in una serie di opere a firma di scienziati, scrittori, pensatori, in libri a carattere scientifico, ma anche in lavori di pura immaginazione.

Per esempio nel 1914 (nove anni prima di Svevo) l’inglese Herbert George Wells - vero “padre” della moderna fantascienza e già famoso per romanzi quali La guerra dei Mondi, La macchina del tempo, L’uomo invisibile - pubblicò nel 1914 The World Set Free (La liberazione del mondo). La storia presentava la costruzione e l’uso d’un ordigno che era una vera e propria bomba atomica, con conseguente distruzione del mondo seguita dalla edificazione d’un regno retto da scienziati e tecnici. Insomma già da allora le menti più illuminate e preveggenti prendevano a delineare pericoli e tensioni del possesso di un’arma letale.

Ancora più sorprendente appare un’intuizione di Jules Verne nel romanzo Davanti alla bandiera (Face au drapeau). L’ingegnere Thomas Roch inventa un prodigioso ordigno di guerra, il Folgoratore Roch. Si tratta di un’arma “pesante e informe” che scaglia una bomba ad alto potenziale esplosivo, “costituita da sostanze completamente nuove”, in grado di distruggere la vita in un raggio di 10 chilometri. Una pre-atomica, insomma, inventata da Verne nel 1896! Altrettanto sorprende leggere che Roch tenta di vendere il suo ordigno a governi senza scrupoli, e ci riesce, anticipando d’un secolo un sordido commercio. Dal che si potrebbe trarre una massima del tipo: “quando lo scrittore prevede il peggio, pecca di pessimismo ma prevede giusto”.

Come che sia, quindi, negli anni ‘10 dello scorso secolo si parlava e scriveva di armi atomiche e missili; negli anni ‘20 anche di “raggio della morte”. Ricorderò che il laser, capace di produrre temperature come quelle che si hanno nel Sole, fece la sua apparizione negli anni ‘50, ma molto prima era nato un altro analogo luogo comune delle guerre avveniristiche: il “disintegratore”.

Nel talora spensierato periodo fra le due guerre, le armi atomiche erano routine nelle avventure futuribili, e tuttavia si scrivevano anche racconti come Il potere e la gloria (1930), in cui lo statunitense Charles Diffin presentava lo scopritore di un’arma che liberava torrenti di energia mortale, per chiedersi poi se valesse davvero la pena creare un oggetto del genere.

Con l’inizio della seconda guerra mondiale, e la segreta messa in cantiere della prima bomba atomica (detta anche “l’atomica”, “Bomba A”, o semplicemente “la bomba”), incominciò a verificarsi un fatto nuovo. Addirittura l’Fbi prese a ficcare il naso nelle… riviste di fantascienza. Ciò accadde per esempio nel 1944, quando la redazione del noto periodico ”Astounding” fu visitata da agenti del controspionaggio, che volevano sapere come mai il racconto Missione segreta (Deadline) di Cleve Cartmill contenesse così precisi riferimenti alla costruzione della “bomba” (che proprio allora era in cantiere con il Progetto Manhattan). Il direttore della rivista, John W. Campbell, rispose con la semplice verità: il racconto - peraltro pessimo - riprendeva e rielaborava con pura fantasia dati tecnici di dominio pubblico fin dal 1940.

Si trattava dello stesso Fbi che nel medesimo periodo ammoniva il disegnatore Alex Raymond - celebre illustratore del fumetto Flash Gordon - a non inserire più armi atomiche nelle sue storie. E nel 1945 lo scrittore Philip Wylie - noto per il suo romanzo mainstream Generazione di vipere - si vide censurare una sua storia di fantascienza sulla “bomba”, Il cratere del Paradiso. Ma si stava avvicinando il 6 agosto, e il periodo spensierato - per modo di dire - finiva anche nella fantascienza. Poco tempo prima un altro scrittore che pubblicava a sua volta su ”Astounding”, Robert A. Heinlein, in una storia intitolata Soluzione insoddisfacente aveva avuto un’altra profetica visione dell’era atomica. Heinlein immaginava che gli Usa sarebbero stati coinvolti nella guerra, avrebbero costruito un’arma atomica che avrebbe posto fine alla belligeranza e avrebbero imposto al mondo una “Pax americana”.

Nella realtà, poi, avvenne qualcosa del genere, ma in modo diverso: anche l’Urss costruì la bomba, per cui la pace fu affidata al labile equilibrio di due giganti in contesa, capaci entrambi di distruggere il pianeta, ma ritenuti non così folli da farlo. Era la “Pax atomica”, in cui proprio il potere distruttivo planetario delle “bombe” - possedute in gran numero da Usa e Urss - doveva costituire il “deterrente”, cioé disinvogliare al conflitto. Non per nulla si parlava anche di “equilibrio del terrore”.

L’arma che Heinlein aveva descritto non era, a dire il vero, una bomba bensì un particolare pulviscolo radioattivo, altrettanto efficiente. D’altronde la reputazione di questi autori, e della fantascienza, si basava non tanto sull’accuratezza tecnologica delle previsioni, quanto sulla drammatica, plausibile descrizione di conseguenze future. Per esempio un’altra storia heinleiniana, Esplosioni che capitano (1940) lasciava intendere già da allora che una centrale nucleare (le prime vennero poi negli anni ‘60) si sarebbe dimostrata  pericolosa per la Terra. Heinlein proponeva di collocarla in un’orbita spaziale facendole trasmettere l’energia, sotto forma di elettricità, sulla Terra. Nel 1942 Lester Del Rey, nel romanzo Incidente nucleare (Nerves) narrava di una Chernobyl con quasi mezzo secolo d’anticipo: ciò che ancora oggi colpisce di questo libro è la descrizione del clima di criminale omertà che si creava attorno alla catastrofe.

James E. Gunn, già docente presso l’Università del Kansas nonché tuttora affermato autore di fantascienza, ha scritto:

“Quando il 6 agosto 1945 giunse la notizia della distruzione di Hiroshima ad opera di un’atomica, ogni lettore di fantascienza in ogni parte del globo sapeva cosa voleva dire questo fatto, e quali erano le implicazioni. Nella nostra immaginazione avevamo vissuto già molte volte questa esperienza. Iniziava l’Era atomica. Mi chiesi se per caso la bomba non avesse anche innescato una reazione a catena con la Terra stessa e, in questa circostanza, quanto tempo sarebbe occorso affinché la disintegrazione planetaria giungesse agli Usa”.

Occorre infatti precisare che l’agghiacciante ipotesi paventata da Gunn non era fantasia, anzi dava corpo a un timore diffuso perfino presso alcuni scienziati: un’esplosione atomica sufficientemente potente  avrebbe innescato una incontrollabile reazione a catena col nostro pianeta, disintegrandolo o facendolo esplodere. Gunn continua:

“Avevamo letto molti racconti che accennavano a questa evenienza. In Scontro nella notte (1943), per esempio, Henry Kuttner aveva descritto il nostro pianeta trasformarsi in una stella, perché il flagello atomico si era dilatato come una fiamma unica. Si consideri che al tempo della prima esplosione atomica sperimentale (Alamogordo, 16 luglio 1945), Carson Mark, uno dei brillanti scienziati dello staff, temé fino all’ultimo che la palla di fuoco non avrebbe mai smesso di crescere, fino a inglobare cielo e terra”.

Tutti questi scrittori, e tanti altri, avrebbero avversato l’”equilibrio del terrore”. Si sarebbero scritte storie o realizzati film (come Ultimatum alla Terra, del 1951) in cui addirittura forze esterne imponevano  all’umanità di smetterla con giochi talmente pericolosi. E non posso dimenticare un racconto di Theodore Sturgeon, Il tuono e le rose, davvero straordinario nel suo messaggio umanitario e pacifista molto, molto ante litteram, pubblicato nel 1947, quando ancora erano brucianti gli strascichi di una guerra mondiale. La storia è la seguente: potenze straniere bombardano gli Stati Uniti praticamente radendoli al suolo. Un militare, tra i pochi sopravvissuti, scopre casualmente un deposito segreto di missili atomici già pronti sulle rampe di lancio: ora gli basterà premere un pulsante per vendicare la patria e i suoi compatrioti, anche se farlo significherà distruggere il resto dell’umanità. Ma di fronte a tale dilemma, il personaggio deciderà di non farne nulla: i nemici sopravviveranno; ma soprattutto sopravviverà la specie umana. Nel corso della narrazione Sturgeon fa dire a uno dei protagonisti parole che - ho poi scoperto -sono riprese quasi integralmente da Sigmund Freud:

“L’umanità è in tutti gli esseri umani. Una malattia ha reso altri uomini nostri nemici per una volta, ma col passare delle generazioni i nemici diventano amici e viceversa. L’inimicizia di coloro che ci hanno ucciso è cosa talmente insignificante e temporanea, nel lungo corso della storia dell’umanità…”

Più o meno tutti rammentiamo il Bambino Cosmico, il feto con gli occhi aperti che orbita intorno alla Terra nelle inquadrature finali del film 2001: Odissea nello spazio, di Kubrick. Nel suo romanzo omonimo, Arthur C. Clarke conclude la storia in questo modo: il Bambino delle Stelle - simbolo di un’umanità più evoluta - quale suo primo atto di volontà mette fuori uso tutte le armi atomiche della Terra.

Sarebbe bello se, fra le occasionali previsioni della fantascienza, si verificasse anche questa: l’acquisizione d’una Visione più ampia, capace di annullare la cecità che troppo spesso prevale.

[Questo articolo revisiona e amplia un "pezzo" dal titolo omonimo, apparso sulla "Gazzetta del Mezzogiorno" l'8 agosto 1992].

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