Appena sveglio, Ludovico ebbe un pensiero: un mercoledì che comincia come una domenica ha  qualcosa che non va… C’era un silenzio assoluto, intorno. Si riaddormentò. Credette di percepire il trillo lontano della sveglia, ma forse se l’era sognato. La sera prima avevano fatto bisboccia in casa di Armando, e aveva la testa pesante. Dalla finestra la luce del giorno pareva ancora assente, perciò si rigirò dall’altra parte. Dopo un tempo indeterminato sobbalzò, convinto che qualcosa non funzionasse. Il silenzio era totale, irreale. Nel buio andò alla finestra, a tastoni aprì le ante. Incredulo, spalancò gli infissi. Fu allora che in lui si insinuò l’incubo. L’esterno era un canyon nero, imperscrutabile, dal quale salì un urlo lontano, più che altro un ululato. Dal cielo, dai palazzi, dal mondo non traspariva il minimo barlume. Ludovico indietreggiò incerto, strisciando lungo mobili e  pareti. Più tardi non ricordò bene quali fossero stati i suoi pensieri in quei momenti. Forse avrebbe dovuto sentirsi terrorizzato, come un uomo di Neanderthal convinto che sul pianeta fosse calato un oscuro sortilegio mortale. Raggiunse l’interruttore, ma la lampada centrale non si accese. Un black-out generale, ma che ora era? Si rammaricò di non avere torce elettriche o candele, ma per fortuna  la sua memoria della disposizione degli oggetti in casa era sempre stata più che buona. Esitante, tendendo le braccia, raggiunse la cucina e recuperò i fiammiferi. Stentò ad accenderne uno, che comunque si limitò a emettere uno sfrigolio. Credette di aver notato un lieve bagliore… o l’aveva immaginato? Provò con un secondo, avvicinandolo agli occhi. Forse per un istante si manifestò una specie di ectoplasma chiaro, piccolo come un bottone di camicia. Trascorse il resto del suo tempo (mezz’ora? l’intera mattinata?) a cercare di capire. Telefono muto. Palazzo silente, come incantato. Dalla radiolina giunse un rumore di fondo simile a un inquietante sospiro, o a una risacca. Smontò il vetro dell’orologio d’argento sulla scrivania e tastò le lancette: segnavano le undici e mezzo… e lui girava in tondo da ore. Era un antico orologio a molla, e si affrettò a ricaricarlo. Finirà, pensò. Deve finire, prima o poi… Una cosa simile non aveva senso, era impossibile. Un nuvolone, ecco. O l’inquinamento. Un fenomeno meteorologico, un diavolo di motivo qualunque. Non sarebbe potuto durare un minuto di più. Dopo, gli fu difficile rievocare quei primi momenti senza ripiombare in un’angoscia primordiale. Il frigo era disattivo: se la faccenda durava, si sarebbe dovuto preoccupare di consumare il cibo deteriorabile, prima che andasse a male. Ma come cuocerlo? Se la corrente non tornava avrebbe dovuto buttare via tutto. Ma no, che stava immaginando. Presto sarebbe finita. Chissà  Licia a casa sua cosa faceva,  cosa  pensava. Era un evento limitato al quartiere, alla città? C’era da perdere la ragione. Più tardi – toccò le lancette: sei e dieci… di sera, mattina? – decise di uscire sul pianerottolo. Ricordò i suoi terrori da piccolo, quando salendo a piedi si spegneva all’improvviso la luce nella tromba delle scale. Ancorandosi alla ringhiera e spalancando inutilmente gli occhi raggiunse il piano inferiore. Provò il campanello sapendo che sarebbe rimasto muto. Pestò alla porta con le nocche. Non rispose nessuno. Anche dal coinquilino accanto non giunsero segni di vita. Da giù salì un vociare sconnesso, allora  Ludovico riprese a scendere lentamente. Infine fu nell’androne. Le voci parevano essersi dissolte. Fu investito dall’alito freddo della strada che gli portava fruscii, lamenti, un pianto isterico, un parlottare lontano. Decise di avventurarsi e si affacciò all’esterno, cominciando a muoversi e aderendo alla muratura. Qualcosa di piccolo e leggero gli sfrecciò fra le gambe. Ora ascoltava chiaramente, per via erano scese altre persone che evidentemente avevano avuto il suo stesso impulso. Improvvisamente urtò contro un’anta aperta, e la cosa lo stupì: non ricordava portoni da quel lato del marciapiede… O ce n’erano e lui non li aveva mai notati? Doveva assolutamente conservare una traccia mnemonica del percorso. Poteva contare le porte… Qualcuno gli sbatté contro. “Chi è lei?” urlò una voce in falsetto, esagitata, di donna; non doveva essere giovanissima. “La scongiuro mi aiuti mi aiuti!”. La donna gli si aggrappò addosso con le unghie, isterica. “Ma cosa succede, in nome del Signore… Mi sono persa… Via  Raimondi 13, lei sa dov’è… mi aiuti, mi aiuti…”.  Ludovico fu costretto suo malgrado a sgusciare via. “Mi lasci, sono in difficoltà anch’io!”.  Più avanti doveva esserci un capannello di gente che parlottava, una sorta di borborigmo della notte. Nello scalpiccio, corpi lo intralciarono, ma rabbiosamente tentò di non perdere il contatto con la parete. Qualcosa lo scaraventò verso la strada; perse l’equilibrio e cadde affondando su una cosa molliccia bagnata, inodora, battendo con violenza il capo su uno sperone. Stordito, tastò e si accorse che aveva urtato contro un fioriera situata a pochi metri da casa. Per fortuna aveva recuperato il senso della direzione. Faceva freddo. Raggiunse con estrema prudenza le voci mormoranti, ma non ne riconobbe nessuna. Gente che come lui cercava di capire, di mantenere l’orientamento. E una parvenza di civismo. Ascoltò siegazioni, invettive, maledizioni. Evidentemente anche altri immaginavano una nuvola d’uno smog micidiale, ancora sconosciuto; ma a questa supposizione si opponeva il fatto che l’aria, al respiro, non appariva più pesante o fetida del solito. Qualcuno che sembrava maggiormente informato s’intromise a dire che doveva trattarsi di un fenomeno spaziale: la Terra era entrata all’improvviso in una nube di polveri cosmiche: ce n’erano in giro, eccome! Già: ma dov’era la polvere, o forse alla luce sarebbe stata evidente? E nessun astronomo se n’era accorto prima? Forse era qualcosa di impalpabile e nel frattempo erano diventati tutti neri come carbonai. Un altro, che disse di chiamarsi Orsini, ipotizzò una nuova arma segreta. “Lo sapevamo tutti che questa guerra fratricida, a due passi dalla nostra nazione, poteva degenerare da un istante all’altro! Quel criminale pazzo del presidente Watzlach  l’aveva minacciato, un’arma segreta…”. Orsini continuò, le sue parole vaneggianti si intonavano sinistramente al contesto. Un meccanismo ignoto capace, semplicemente, di lanciare in precise direzioni un’onda elettromagnetica di contrasto all’intero spettro luminoso! In realtà la luce non era scomparsa: finché giungeva questa contro-radiazione, argomentava Orsini, la luce risultava “annullata”. Possibile? Allora era un fenomeno locale? Come fare per saperlo, se anche radio e tv erano tacitate.  Doveva essere davvero estesa la contro-radiazione, se interessava una gamma così vasta dello spettro elettromagnetico. Pn quei giorni Ludovico comprese che avrebbe dovuto duramente attrezzarsi e arrangiarsi. Pensare a Licia era prematuro; non sarebbe mai riuscito a giungere fino a casa della ragazza. Forse dopo, con maggior esperienza di movimenti. Ma ineludibile era la questione del cibo. Bisognava affrettarsi: prima che altri lo precedessero. E si imponessero. Quel giorno (”giorno”: ridicolo! Quanti ne erano trascorsi nel buio assoluto… cinque… dieci?) prese una decisione. Uscì da casa. Le sue riserve alimentari erano agli sgoccioli. Scendendo per la scalinata abissale credette di cogliere luci colorate: ma sapeva che non doveva lasciarsi burlare dai suoi occhi, dal suo cervello. Spesso, ora, gli si creavano sulla retina memorie di colori. Dolorose. Per strada, a un cantone fu assalito da una donna ansimante che lo tastò e poi cercò di abbarbicarglisi e baciarlo con violenza. Fu costretto a strapparsela di dosso e spintonarla. Il vecchio - ricordava Ludovico - aveva stazionato all’incrocio per anni, a due isolati da casa. Gente, intorno. Si ascoltava la disperazione, il pianto, l’ombra insondabile della follia. Quando finalmente riuscì ad arrivarci, si chinò verso l’angolo tra marciapiede e muratura, a toccare. Sotto le dita trovò la parete ruvida; accanto, addossato alla parete, il supporto metallico di un’insegna pubblicitaria, una volta luminosa. Tirò un sospiro. “Sei sempre tu?” chiese Ludovico. Lontano si udì chiaramente un rimbombo sordo che fece tremare l’asfalto. “Sono io” rispose il vecchio. Ma dalla voce, Ludovico capì che c’era già un cambiamento. “Bene” disse Ludovico “d’ora in avanti noi due possiamo aiutarci. Tu sei anche zoppo e malandato. E scommetto che hai fame. Tanta fame”. “Io sono come lui, ma forte e robusto” s’intromise una voce aggressiva, accanto. “Che ci fai con una spazzatura come quello? Verrò io con te”. Ludovico restò interdetto. Rifletté velocemente, poi disse: “No. Tu non mi piaci”. All’improvviso si sentì investire di peso da un corpo massiccio. L’estraneo prese a rintronarlo con pugni violenti, caddero entrambi sull’asfalto, rotolando. Dovevano aver urtato altra gente, ci furono imprecazioni  isteriche e un tonfo. “Lasciami” urlò Ludovico “puoi unirti a qualcun altro!” Ma forse non era più tempo di ragionamenti. Mentre rispondeva al pestaggio raccogliendo tutte le forze dei suoi buoni muscoli, gli balenò il discorso del Primo Ministro, in televisione, solo qualche giorno prima: “La nostra ragione non può tollerare che alle porte di casa si perpetrino atrocità e orrori come questi, che credevamo scomparsi con i lager…” Sperò che Orsini avesse torto marcio. Si riscosse che l’uomo giaceva inerte sull’asfalto. Si accorse che addosso aveva un liquido che gl’invischiò le dita. Si risollevò. “Ci sei?” disse rivogendosi al vecchio. “Andiamo. Sai qual è il negozio più vicino”. Si mossero. “Certo che lo so” sghignazzò il vecchio tossendo “ma finora ho dovuto tenermene a distanza. Ascolta bene, giovanotto” aggiunse in un tono improvvisamente duro “d’ora in poi mi devi tenere la mano”. Ludovico si sentì afferrare al polso con una stretta, trascinato con decisione verso la strada dal vecchio. Aveva fatto bene, pensò Ludovico, a rifiutare l’aiuto del più forte? Ora un cieco diventava una delle merci più ambite, e da costui – storpio e malandato com’era – non avrebbe dovuto temere sgambetti: erano diventati di colpo reciprocamente indispensabili, loro due. O no? Nel buio arrivavano nuove voci concitate, urla, rumori violenti, lo sbatacchiare metallico di una saracinesca. “Il supermercato…” esclamò il vecchio. “Accidenti, qualcuno ci ha preceduto!” Ebbe un riso roco, scatarrante. Ludovico esitò. Il vecchio era gli occhi, lui era i muscoli. “Andiamo” disse. Si avviarono inarcando le schiene.         .