Oil Stones: la città sovietica sulle acque

Posted on Febbraio 9th, 2010 in False Memorie, Kipple, Micro | 2 Comments »

Che l’Unione Sovietica avesse un debole per le grandi installazioni almeno quanto per la cortina di silenzio e segretezza che doveva avvolgerne l’esistenza, è cosa ormai risaputa. Un annetto fa si parlava di fari nucleari e radiostazioni a onde medie. Adesso torniamo indietro al futuro che non è stato con Oil Stones, un insediamento urbano costruito in mare aperto a 42 km dalle sponde del Mar Caspio, per sfruttare i giacimenti petroliferi sottomarini di fronte alle coste dell’Azerbaijan. Assetata di greggio, l’URSS fece piantare dei piloni di acciaio sul fondale - che in quel punto raggiunge qualche centinaio di metri di profondità - e sopra di essi venne realizzato un complesso di edifici per ospitare ingegneri minerari e tecnici insieme alle loro famiglie, fornito di servizi quali parchi, scuole, magazzini e uno sviluppo stradale stimato in 350 km.

Sebbene l’interesse delle compagnie si sia da tempo spostato verso i giacimenti del Mare del Nord, Oil Stones è ancora lì, in mezzo al Mar Caspio, a 42 km dalla costa. E si stima che vi vivano ancora 2000 persone.

[Da English Russia. Foto di Howard Sochurek, Life, 1959.]

Hellbound Train

Posted on Febbraio 8th, 2010 in Graffiti | No Comments »

Lunedì, tutti in carrozza. Una ballata per risollevare il morale in vista della luuunga settimana che ci attende. Pipedown: Hellbound Train.

Internet delle Cose

Posted on Febbraio 7th, 2010 in Futuro, Transizioni | 2 Comments »

Come sarà la rete del futuro? Riprendo dal blog di Paolo Marzola l’interessante segnalazione di un documentario di Geek Files intitolato appunto Il futuro di Internet. Attraverso un linguaggio semplice e diretto e l’intervento di luminari del calibro di Adam Greenfield, autore del seminale Everyware. Con le sue parole:

Everyware significa semplicemente che la computazione è ovunque nel mondo. E’ insita in ogni cosa, in ogni relazione, in ogni tipo di ambiente“.

E sulle networked cities:

Quando si inseriscono sensori della rete in ogni parte della città e si fa in modo che l’utilizzo ordinario generi tracce sulle attività della gente, su come usa lo spazio, quando si inseriscono i dati in queste visualizzazioni sempre più sofisticate che siamo sempre più capaci di ricostruire intorno ai dati, si offre sia alla gente sia gli esperti del settore gli strumenti per capire che cosa succede. Dove sono l’inquinamento, i crimini, il traffico. Dove sono le opportunità, le risorse e i servizi, i ristoranti che piacciono ai tuoi amici; dove s’incontrano i tuoi amici, dove sono in questo momento. E’ una cosa straordinaria. Cambierà davvero il modo in cui la gente potrà usare la città. Non dovremo più accettare passivamente quanto ci viene proposto. Possiamo entrare in quell’ambiente e prendere ciò che vogliamo“.

Le implicazioni negative sono enormi, come ammette lo stesso Greenfield. Ma anche quelle positive: dal tracciamento dei medicinali al biomonitoraggio dei tessuti, fino alla prevenzione dei contagi attraverso lo studio dei flussi umani. Con un’attenzione specifica per la tutela del diritto alla privacy di ognuno di noi. 

Il concetto di ubiquitous computing è stato ripreso più volte su queste pagine: dal Giappone Ubiquo (u-Japan) al geoweb, fino alle tecnologie head-up display. Questo video traccia uno scenario credibile del futuro che potrebbe attenderci dietro l’angolo. Un clic e buona visione!

Il senso della conoscenza

Posted on Febbraio 6th, 2010 in Micro, Transizioni | 2 Comments »

In questo ultimo dispaccio dal fronte di LHC redatto da Marco Delmastro, è racchiusa una tale concentrazione immaginifica da scatenare una vera vertigine da sense of wonder, che poi è l’effetto collaterale di un esperimento di queste proporzioni concepito per aprirsi la strada attraverso una Nube di Non Conoscenza. In attesa dei prossimi sviluppi e del primo femtobarn inverso, potrebbe interessarvi scoprire - in una sorta di regressione postmoderna - la storia nascosta dietro l’unità di misura della luminosità integrata.

Nell’occhio del Vortice

Posted on Febbraio 4th, 2010 in Connettivismo, ROSTA | 4 Comments »

Ricordate lo strano-post di un annetto fa sul caccia multiruolo di quinta generazione F-35 Lightning II? In quell’intervento parlavo anche di IA e suggestioni fantascientifiche e nei mesi a seguire mi sono fatto prendere un po’ la mano. Il risultato è un racconto in cui il Network-centric warfare convive con le mie vecchie inquietudini sulla Zona (sospesa fuori dal tempo e dal mondo) e l’interesse per gli hot spot del bilanciere internazionale degli equilibri geopolitici. L’ambientazione è un’inedita città mediorientale, che risente dell’attualità più cruda come pure dei deliri arabeggianti di W.S. Burroughs. E poi ci sono Borges e un approccio - demistificatorio? non convenzionale? - alla Singolarità Tecnologica…

Si tratta, alla resa dei conti, di un racconto bellico contaminato di fantascienza e spy-story. S’intitola Nell’occhio del Vortice. Sandro Battisti, Francesco Verso, Marco Marino e Fernando Fazzari mi hanno dato un prezioso aiuto nel rivederlo per arrivare a questa forma definitiva. Nella fase di documentazione, è stato fondamentale l’apporto del Fonta “Gun Man”, collega appassionato di SF e specialista in armi da fuoco, strategie belliche e tutto ciò che più in generale attiene alla sfera dell’auto-annientamento, raffinata sotto il profilo tecnico e metodologico dall’homo sapiens sapiens. Il risultato potete leggerlo sull’iterazione 14 di Next, uscita a stretto giro del numero 13 nei giorni scorsi.

Contro il sistema

Posted on Febbraio 4th, 2010 in Accelerazionismo | No Comments »

C’è una cosa in Campania che negli anni si è dimostrata per la sua gente altrettanto dannosa del sistema camorristico: è il suo sistema politico, un trionfo bizantino di caste e clientelismi che sconfina per sua natura nel sistema parallelo dell’anti-Stato per eccellenza. Trasformata da Bassolino nel suo feudo, calpestata senza pietà e sfigurata agli occhi del mondo, la Campania si trova adesso a un bivio.

Però questa è anche una situazione che potrebbe impartire l’ultima lezione al partito senza base che dalla sua fondazione aspira a un ruolo improponibile di governo, al di là della portata della sua classe dirigente. Uno dei diritti negati ai giovani del 2010, rispetto ai giovani di trent’anni fa, è l’impossibilità di votare per una forza di sinistra che possa aspirare a un peso specifico, che sappia mettere l’interesse nel futuro davanti alle contingenze del presente e possa offrire un’alternativa concreta all’egemonia culturale e sociale dell’autocrazia neofascista alla cui instaurazione il PD ha efficacemente contribuito. E questa è la sconfitta del PD e dei suoi papaveri, prima ancora che dell’insignificante nebulosa di partitini post-comunisti con l’unica vocazione di una nuclearizzazione infinita.

Alle prossime regionali, in Campania si fronteggeranno due sistemi politici con un unico comune denominatore: la benedizione dei santi di Gomorra. Nello scontro tra i due candidati finora usciti dai rispettivi conclavi, il sistema avrà la rassicurante certezza che chiunque la spunti niente verrà intaccato nella sua gerarchia di traffici e interessi. Per questo, anche se non mi sento di sottoscrivere l’appello perché in un affare tanto delicato nessuno ha il diritto di porre pressioni su qualcuno per ottenerne il coinvolgimento, oggi metto nero su bianco che una lista o coalizione di liste raccolte intorno a una figura di ineccepibile rigore morale può essere l’unica ragione a spingermi di nuovo a mettere una croce su una scheda. Quindi, aspetto con curiosità gli sviluppi.

Il dilemma del rover

Posted on Febbraio 2nd, 2010 in Graffiti | 4 Comments »

(Da xkcd, via Salvatore Proietti)

Libri: shortlist 2009

Posted on Gennaio 31st, 2010 in Letture, Nova x-Press | 5 Comments »

Dopo i fumetti e il cinema, concludiamo questa rassegna delle cose migliori che mi sono passate per le mani lo scorso anno al reparto libri. 12 titoli per il 2009, in ordine cronologico di lettura. [Valgono le solite avvertenze, con l'aggiunta che ci sono libri usciti nel 2009 che io avevo già letto prima e altri che, al contrario, giacciono in coda di lettura - soprattutto tascabili da edicola, "Segretissimi", "Gialli" e "Urania". Nel seguito, quindi, solo il meglio di ciò che ho letto nel 2009.]

Cat Chaser, di Elmore Leonard, è il titolo di cui mi sarebbe piaciuto parlarvi prima, ma ragioni varie mi hanno spinto a rimandare e, come si è dimostrato alla fine, procrastinare non è stata una bella idea. Vedo di porvi parzialmente rimedio nella sede di questo consuntivo. Fino allo scorso anno Leonard era per me una sorta di leggenda piuttosto eterea: chiunque ne parlava bene, Quentin Tarantino lo venerava, amici esperti in materia me lo consigliavano (grazie, compagno Fazarov). Quando ho preso la decisione di verificare la fondatezza delle voci sul suo conto, mi sono lasciato guidare dall’istinto. Elmore Leonard è uno degli autori viventi più prolifici in assoluto e mi sarebbe piaciuto cominciare da uno dei suoi primi libri, Il grande salto. In libreria però era esaurito, così ho ripiegato su quello che dalla quarta di copertina si prospettava come il più adatto al mio mood del periodo. Cat Chaser è la storia di un reduce della campagna militare dei marines a Santo Domingo che, sedici anni dopo, decide di far ritorno sull’isola caraibica per trovare la ragazza che gli aveva sparato sopra i tetti della sua capitale. Ci si aspetterebbe il solito viaggio nella memoria, ma se c’è un difetto che non si può attribuire a Leonard è la banalità: il “Dickens di Detroit”, come viene chiamato in quarta di copertina, imbastisce al contrario un intreccio adrenalinico tra Santo Domingo e Miami in cui la nostalgia è solo uno degli ingredienti di un cocktail da sballo. In estasi da Leonard mi sono fiondato dopo qualche mese su Mr. Paradise, un procedural thriller perfetto, impeccabile, dimesso laddove Cat Chaser aspira a una dimensione quasi tragica, brillante e glamour mentre Cat Chaser si porta addosso l’odore della polvere e della sabbia depositata sul mobilio di un albergo di quart’ordine. Non alla sua altezza, insomma, per quanto sia bastato a darmi un’idea della poliedricità di Leonard. O forse è solo che il primo Leonard non si scorda mai. Metterò alla prova questa ipotesi con altri titoli, per fortuna Einaudi sembra avere intenzione di condurre una meritoria opera di riscoperta della sua produzione.

Superluminal, di Vonda N. McIntyre. Questo è un libro che aspettavo da quasi dieci anni, ovvero da subito dopo la mia scoperta “critica” del cyberpunk (e uno degli articoli che hanno contribuito a generare le mie aspettative intorno a questo titolo è stato Realtà quantistica nella fantascienza recente, di Patricia Warrick, ancora on-line su Intercom). Dalla mia recensione su Fantascienza.com: “Biotecnologie, conflitti sociali, nuovi mezzi di comunicazione e nuove lingue, come la vera lingua parlata dai tuffatori o la stupefacente lingua di mezzo che condividono con i cetacei. E ancora oceanografia e lampi di matematica. Tutto questo e molto altro ancora è possibile trovare in Superluminal, un romanzo dalla vocazione universale (mimetica, diremmo oggi, capace di infrangere le barriere dei generi coniugando romance, avventura e fantascienza) e al contempo sorprendentemente in anticipo sui tempi”. Un libro che fonde space opera e romance, cogliendo nel panorama del futuro scorci delle suggestioni postumaniste che sarebbero maturate venti anni più tardi.

L’algoritmo bianco, di Dario Tonani. A proposito della più che convincente seconda prova di Dario su “Urania”, scrivevo su questo blog: “Gregorius Moffa stimola meno simpatia di Cletus e di certo meno fiducia di Montorsi (indimenticabili protagonisti di Infect@), ma regge la scena altrettanto bene. Non è il cattivo che ti aspetteresti, anche lui è costretto a combattere le sue sfighe, ma tiene botta e tanto basta a farlo arrivare sulle sue gambe fino all’ultima pagina. Sarebbe il protagonista ideale di un action movie made in Hong Kong, qualcosa del primo John Woo, immaginando un John Woo più tetro e più cinico. Il ritmo adrenalinico che ho trovato nelle due storie dell’Algoritmo me ne hanno subito richiamato alla mente i primi film, improntati a un’estetica dell’azione totale, un’esaltazione della tecnica cinematografica. Al servizio della stessa estetica trovo che Dario abbia fatto la scelta di porre la sua esperienza di narratore in questa duplice prova. Una scelta rischiosa, in quanto compiuta pur sempre nel campo della fantascienza, e per questo estremamente coraggiosa. Da autore navigato qual è, Tonani riesce comunque a far filtrare elementi che portano profondità allo scenario e lasciano intravedere spiragli del mondo futuro da lui edificato”.

Un anno nella città lineare, di Paul Di Filippo. “Immaginate una città confinata ai bordi di un’unica strada. Da una parte corrono i Binari della ferrovia, dall’altra le acque del Fiume. E oltre questi confini il Lato Sbagliato dei Binari e l’Altra Sponda, rifugio di creature assurde prese in prestito da una bizzarra mitologia dell’oltretomba: i temuti Tori Alati e le incantevoli Spose del Pescatore, che fungono da ultimi Accompagnatori per le anime dei defunti. Strada Maestra si estende per decine di milioni di isolati e nessuno sa davvero se abbia un inizio o una fine. Sotto le evoluzioni celesti del Sole Giornaliero e del Sole Stagionale che incrociano le loro traiettorie sopra la città, si snoda un anno nella vita di Diego Patchen, scrittore di Narrativa Cosmogonica, e dei suoi eccentrici amici”. Il resto della mia recensione è su Fantascienza.com.

L’ultimo vero bacio, di James Crumley, è stata la seconda grande folgorazione del 2009. Ho scoperto l’autore sul blog di Luca Conti, che ne ha ritradotto le opere per Einaudi, e posso dire tranquillamente di esserne rimasto estasiato. Una purezza della prosa ammirevole, un tono sospeso tra
malinconia e disincanto, una descrizione credibile della provincia profonda e delle anime che si barcamenano laggiù, tra dispetti, invidie, ansia di redenzione e grandi e piccoli drammi. Il pezzo che annunciavo per l’uscita di Next-Station 2.0 è ormai pronto da tempo e sarà on-line con la prima edizione della webzine (ormai è davvero questione di giorni, dopo gli antipasti disseminati negli ultimi tempi). Un anticipo: “Ci sono libri che ti lasciano con l’amaro in bocca. Questa storia ti trasporta su strade polverose e desolate, miglia e miglia tra la West Coast e le Montagne Rocciose, e non ti lascia scampo: ti trascina in una spirale di sensualità e violenza e ti fa masticare il sapore acre della sabbia, rinnovando a ogni pagina la promessa dissetante di un bicchiere di birra ghiacciata, e poi ti lascia stordito e ubriaco sul ciglio della strada. Non è una bella esperienza, ma mentre la vivi non puoi rendertene conto. Semplicemente, ti lasci travolgere dal susseguirsi degli eventi e delle rivelazioni”.

Le stelle senzienti, di Lucius Shepard. Scrivevo su Fantascienza.com: “Black William è una cittadina sprofondata nella provincia deindustrializzata della Pennsylvania occidentale. È una terra di miniere e acciaierie e l’impatto ambientale di decenni di attività antropica e di iniziativa industriale spregiudicata si avverte ancora nei boschi e nei fiumi, in cui sembrano annidarsi creature misteriose e terribili. Black William ha preso il nome da un suo illustre cittadino dell’Ottocento, che seminò nei dintorni violenza e terrore spadroneggiando come un duca feudale senza incontrare ostacoli. E un filo sottile si riallaccia a quel passato quando una serie di inspiegabili fenomeni meritano alla cittadina la controversa fama di “Capitale Cerebrale della Pennsylvania”. Le apparizioni si manifestano sottoforma di strane luci, stelle che all’improvviso emergono dalla pietra dell’edificio della biblioteca pubblica, da cui il titolo originario della novella (Stars Seen Through Stone). E se le cose sembrano cominciare a cambiare da subito, dapprima lentamente, poi con un’accelerazione costante che coinvolge un numero crescente di tranquilli — anche se magari non sempre rispettabili — cittadini, solo quando qualcuno riesce a scattare delle foto il fenomeno tradisce il suo oscuro contatto con un “aldilà” da cui sembrano escluse la compassione e la redenzione”.

Uomini di paglia, di Michael Marshall (Smith). Una lettura molto suggestiva, che culla con il ritmo dell’azione e colpisce con il taglio di inquietudini affilate. Sempre su Next Station sarà presto on-line un mio approfondimento, di cui vi anticipo le prime righe: “Per un lungo periodo Michael Marshall Smith è stato il più “dickiano” tra gli autori emersi dalla fantascienza degli anni ’90, volendo riferire questo ingombrante attributo a una letteratura di stati paranoici, caratterizzata dall’intromissione di forze all’apparenza metafisiche sul piano della realtà fenomenica, a esercitare un’influenza oscura sulle vite dei protagonisti prima di risolversi in cause immanenti, benché sempre sfumate in una matrice torbida. La cosa è durata almeno finché l’autore britannico ha continuato a dedicarsi al genere, prima di cedere al richiamo del thriller e dei territori del cospirazionismo. [...] Negli ultimi anni Marshall Smith ha rinunciato al secondo cognome, con una tattica editoriale che si rifà a casi illustri come lo scozzese Iain [M.] Banks [...] e ha sintonizzato la sua produzione su storie che si distanziano mano a mano da un immaginario di marca esclusivamente fantascientifica, a partire dal nero d’azione della trilogia iniziata con Uomini di paglia (The Straw Men, 2002). Ed è su questo titolo che vogliamo concentrarci, provando come gli elementi più peculiari del romanzo affondino le radici proprio in un background di ascendenza fantascientifica, riconducibile all’opera di Philip K. Dick e del suo erede dichiarato K.W. Jeter“.

La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo, di Audrey Niffenegger. Il classico libro che non mi sarei aspettato mai che potesse piacermi, non fino a tal punto. E invece… Dalla mia recensione su Fantascienza.com: “[...] può un libro simile essere definito fantascienza? Può e deve, a mio avviso. E non solo per il grande rispetto e la conoscenza del genere dimostrata dall’autrice e testimoniata nelle sue interviste, ma anche per una ragione di matrice più strettamente tecnica. La fantascienza è per sua natura un genere portato all’ibridazione. Non deve stupire che per una volta il romance abbia preso il ruolo che più spesso tocca oggi alla crime fiction. Se il cuore della storia — è il caso di dirlo — è la storia d’amore di Henry e Clare, a renderla così speciale è l’angolazione fantascientifica. E sostengo questo malgrado le incursioni nel futuro di Henry ci rivelino ben poco del mondo che ci aspetta, che tristemente è sempre fin troppo simile a quello in cui viviamo. È il taglio, la prospettiva da cui Audrey Niffenegger inquadra la storia, che sarebbero stati impossibili senza l’audacia della fantascienza. È per questo che oso spingermi a parlare di “fantascienza ripotenziata”, in relazione a La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo. Una fantascienza astratta dal suo contesto specifico, ridotta all’essenza del suo immaginario di riferimento e applicata a una dimensione intimista, ma sempre capace di fare al meglio ciò per cui è nata, anche alle prese con una materia insolita, anche agli occhi di lettori non — ancora — necessariamente appassionati di questo genere. Dopotutto, cosa c’è di più meraviglioso di un amore sposato alla prospettiva dell’eternità?”

Stelle di mare, di Peter Watts, sostava fino alla scorsa estate in un punto imprecisato della mia coda di lettura. Estratto dal cumulo dei libri, l’ho divorato grosso modo in un duplice rush, che coincide a grandi linea con la struttura del romanzo. Un gruppo di disadattati viene scelto per un esperimento nelle profondità dell’Oceano Pacifico: la conduzione di un impianto di estrazione di energia geotermica dalle faglie sottomarine. L’impresa richiede una serie di modifiche biologiche e morfologiche, a cui le cavie si sottopongono con successo. Non tutti, invece, riescono a superare l’aspetto psicologico dell’alterazione a cui li ha sottoposti l’Autorità di Griglia (il colosso multinazionale che li ha assoldati). L’esperimento presto supera la sua fase di test ed entra in esercizio, ma per gli operatori coinvolti comincia una prova ancora più delicata, che investe la loro dimensione privata e relazionale di esseri umani e li costringe a definire nuovi termini per la loro nuova condizione postumana. Un romanzo stupefacente sull’adattamento, la solitudine, il dolore e l’alienazione.

X, di Cory Doctorow. Dalla mia recensione su Fantascienza.com: “Con questo libro, pubblicato dalla Tor Books nel 2008, Cory Doctorow [...] è riuscito nella duplice impresa di rinnovare la tradizione distopica della fantascienza che ha il suo caposaldo nel 1984 di George Orwell (omaggiato esplicitamente nel titolo originale, Little Brother) e di realizzare un piccolo manuale di resistenza civile per le nuove generazioni. X è un lavoro di denuncia, animato non da un ideale astratto, ma dalla convinzione che determinate idee — incontrovertibili, universali, assolute — debbano trovare necessariamente applicazione nella realtà. A questo fine, risulta funzionale la scelta dell’autore di operare una riscoperta dello spirito della democrazia attraverso lo scavo nelle radici dell’America contemporanea, a partire dalla stagione di contestazione e movimentismo per le libertà civili che a partire dagli anni ’60 ebbe il proprio fulcro proprio a San Francisco”.

Nostra Signora delle Tenebre, di Fritz Leiber. Restiamo a San Francisco, con questo classico della letteratura fantastica che ho potuto recuperare nell’atmosfera raccolta dell’attesa natalizia. Scrivevo su questo blog: “[...] un libro che è un mystery dai risvolti sovrannaturali e non a caso, secondo pareri illustri, merita il titolo di iniziatore dell’urban fantasy, un territorio che non ho mai frequentato. Si tratta di pagine avvolgenti, che conducono il lettore alla scoperta di San Francisco e dei suoi misteri attraverso la mappa tracciata da un libro segreto e maledetto: Megalopolisomanzia: una nuova scienza urbanistica di Thibaut De Castries (che fin dal nome echeggia il Thomas De Quincey dei Suspiria de Profundis, con una cui epigrafe il libro si apre, ma anche Adolphe De Castro, sinistra figura che compare nei racconti di H.P. Lovecraft, il quale a sua volta, con Clark Ashton Smith, aleggia su queste pagine come un nume tutelare). [...] La trama è giostrata intorno alla lettura dello pseudobiblium di De Castries. La sua è una figura riuscita, oscura e inquietante, che resta sospesa sullo sfondo della storia come una presenza spettrale, al pari dei fantasmi a cui dava la caccia per le strade delle metropoli all’inizio del Novecento. Infatti, nella sua vita di avventuriero e stregone, De Castries era stato molto preoccupato per gli “immensi quantitativi” di acciaio e di carta che si accumulano nelle grandi città, per il gasolio e il gas naturale, nonché per l’elettricità: tutte grandezze che si applicò a calcolare con cura, dalla carta depositata negli archivi centrali all’acciaio usato nell’edilizia all’elettricità che corre nei cavi. Ma la cosa che lo preoccupava maggiormente erano gli effetti psicologici o spirituali («paramentali», secondo la sua originale definizione) di tutto ciò che si accumula nelle megalopoli. La Megalopolisomanzia è l’arte - la «nuova scienza» nella sua definizione - che avrebbe dovuto consegnargli il controllo di questo immane potere messo a disposizione dell’uomo dal progresso moderno”.

Rivelazione, di Alastair Reynolds. Doppia uscita in volume per “Urania”, data la mole dell’opera. Un viaggio nelle profondità del futuro umano, alle prese con una colonizzazione dello spazio che sarebbe eufemistico definire problematica. Virus informatici (la Peste Destrutturante che infetta e corrode intelligenze artificiali e impianti cibernetici e porta sull’orlo del collasso intere civiltà un tempo floride, come la spettacolare Città del Cratere di Yellowstone), astronavi costrette a viaggiare nel rispetto dei limiti fisici della natura, intelligenze artificiali parassitarie, misteri alieni, personaggi che non sono chi credono di essere e minacce pronte a erompere dal profondo, che sia dello spazio siderale o della mente umana ha poca importanza. Tutto questo, intriso di un solido sense of wonder, è il Revelation Space di Alastair Reynolds.

La scomparsa di Salinger

Posted on Gennaio 30th, 2010 in Nova x-Press | 1 Comment »

Il primo a cui ho pensato, di fronte al clamore suscitato dalla scomparsa di J.D. Salinger sulla stampa italiana, è stato Thomas Pynchon, da qualcuno un tempo sospettato di essere nient’altro che un nom de plume dell’autore di The Catcher in the Rye. Due autoreclusi, due giganti che avevano scelto l’invisibilità. Un po’ come Cormac McCarthy, che però è tornato a farsi intervistare di recente accordando anche la pubblicazione di una sua foto attuale. Invece Salinger, come Pynchon, ha rispettato rigorosamente la sua scelta di sottrarsi alle luci della ribalta: nessun sito web ufficiale, nessuna apparizione pubblica, nessuna intervista o fotografia da decenni a questa parte. Un’ombra nell’era dell’informazione e della visibilità a tutti i costi (e a buon mercato). Una resistenza eroica alla mondanità e alla superficialità.

A differenza di Pynchon, però, Salinger aveva anche smesso di pubblicare. Il suo ultimo racconto edito risale al 1965. Dopo quella data, il silenzio. Ma non il ritiro, a quanto pare, visto che nel tempo si sono susseguite le voci su una cassaforte colma di dattiloscritti. Per l’esattezza: 15. Quindici libri scritti, rivisti, corretti, ultimati e nascosti lontano dagli occhi del mondo. Leggende metropolitane, forse, che non potevano non tornare di scena al momento della sua dipartita, come la misoginia e il sadismo denunciati dalla figlia Margaret dieci anni fa nella sua autobiografia. Sul perché avesse rinunciato all’editoria, si è interrogato Alessandro Piperno in maniera forse definitiva sulle pagine del Corriere.

Che sia stata incapacità di gestione del successo o scelta deliberata, nessuno potrà mai dirlo. Sarebbe tuttavia innegabile il senso eroico della sua decisione, qualora dovesse essere confermata la continuità della sua attività di scrittore in questi anni di silenzio. E lo dico da lettore piuttosto indifferente alle vicissitudini del Giovane Holden, che non è mai riuscito a coinvolgermi più di tanto (con l’unica eccezione della scena onirica da cui viene ripreso il bel titolo originario: The Catcher in the Rye). Forse per la mia incapacità - a ventitré anni, alle prese con i classici problemi dell’universitario squattrinato - di trovare una sintonia con le vicende del protagonista, adolescente inquieto, figlio della borghesia newyorchese che insegue un sogno di libertà nel conforto delle comodità che gli restano assicurate. Un libro che anche per questo continua a essere apprezzato ancora oggi dai giovani di tutto il mondo, come una bella favola. E come una favola, sempre più innocuo.

Ultimi giorni segretissimi

Posted on Gennaio 29th, 2010 in Letture, ROSTA | 1 Comment »

Con colpevole ritardo, ai lettori che non avessero già provveduto consiglio spassionatamente di non lasciarsi scappare il volume di gennaio di Segretissimo: l’esplosivo Balkan Bang!

In appendice all’acclamato romanzo d’esordio di Al Custerlina, il fulminante racconto di Dario Tonani “Il fuoco non perde mai”, a cui il compagno Fazarov ha dedicato oggi la sua rubrica su Thriller Magazine.