Holonomikon

Posted on Ottobre 24th, 2013 in Transizioni | No Comments »

Rieccomi, anche se solo per una comunicazione di servizio. Da oggi mi trovate anche - soprattutto - al mio nuovo indirizzo:

http://holonomikon.wordpress.com/

Lo Strano Attrattore non chiuderà, almeno per il momento. Forse troverò un nuovo uso, o forse resterà cristallizzato alla fotografia attuale. Presto per dirlo. Comunque, se capitate da queste parti, mettetevi pure comodi, consultate liberamente gli archivi, ci sono pur sempre 790 post, tra il primo del 23 maggio 2008 e questo. Poi, se vi va, fate pure un salto dall’altra parte. Chissà che non ci sia altro da vedere.

Estrapolando derive postumane

Posted on Luglio 24th, 2013 in Accelerazionismo, Criptogrammi, Postumanesimo | 2 Comments »

Postumani, dove sono finiti? In effetti è da un bel po’ che da queste parti non speculiamo sull’universo-dopo-l’uomo-come-oggi-lo-conosciamo. Eppure il pensiero non mi ha abbandonato: con la complicità della scrittura negli ultimi tempi ho semplicemente dirottato altrove - sul terreno della narrativa, in primis - le riflessioni sull’argomento. Ma da qualche tempo un paio di articoli salvati tra i preferiti aspettavano un approfondimento, e dunque eccoci qua.

Parlare di postumano implica una doppia attitudine - e un diverso atteggiamento nei due casi: nel primo, ci si concentra sulle trasformazioni immediate del corpo (e della mente, della sfera sociale, della dimensione culturale) prodotte dalla tecnologia sull’orizzonte temporale del breve termine; nel secondo, ci si pone in una prospettiva evoluzionista e si ragiona su quali saranno sul lungo periodo gli effetti della pressione delle forze coinvolte nel condizionamento (se non proprio nella pianificazione o in un suo tentativo) del processo evolutivo del genere umano.

Dal mio personale punto di vista, in questo campo ancora più che in altri risultano particolarmentestimolanti da investigare le contrapposizioni. Dicevamo poco più su che il cambiamento che si verifica sul nostro corpo e sulle sue funzioni ha effetti sul piano cognitivo, ed è questo che in fondo mi interessa esaminare quando scrivo. Semplicemente perché è quello che mi interesserebbe leggere. Una persona con un’interfaccia neurale diretta alla rete, in condizione di connettersi al resto del mondo in tempo reale, non modificherà solo i propri comportamenti rispetto a noi-oggi, ma sarà portatore di una visione del mondo completamente rivoluzionata rispetto alla nostra. E figuriamoci allora discendenti degli umani che non hanno mai conosciuto la gravità di un pianeta, ma abituati a muoversi istintivamente e senza limiti negli spazi tridimensionali di un habitat spaziale… O ancora esseri postumani ingegnerizzati per integrarsi in profondità con l’ecosistema, sulla Terra o su un pianeta completamente alieno.

A ben vedere, scorrendo la rassegna di scenari riportati in questo articolo di George Dvorsky per io9 o in quest’altro di Dean Burnett per il Guardian, non si tratta nemmeno delle ipotesi più astruse. Cosa dire, poi, dei possibili effetti dell’estensione virtualmente illimitata dell’aspettativa di vita: se dal punto di vista evoluzionistico i benefici reali sono ancora dibattuti, sul piano individuale come sarebbe dovere affrontare una vita di secoli? Avremmo abbastanza memoria per la nostra infanzia? Ci sarebbe abbastanza spazio per tutte le stagioni della vita o la gerontocrazia che già oggi spadroneggia in tutte le più decadenti società occidentali escogiterebbe oppressive forme di controllo? E potremmo continuare a lungo sul terreno delle ipotesi di lavoro.

Art by Kilian Eng.

Tornando alle contrapposizioni, ho trovato sempre interessante l’esercizio di concentrarsi, scenario per scenario, sulle possibili derive, ovvero sull’esplorazione delle linee centrifughe che è possibile sviluppare da comuni premesse. Sullo stampo della Matrice Spezzata, dove Bruce Sterling non si accontentava di presentarci un panorama già complesso della futura società umana sparsa per il sistema solare, ma ne seguiva il movimento confrontando le diverse prospettive delle sue diverse fazioni, che a partire dall’iniziale contrapposizione tra i cyborg mechanist e i bioingegnerizzati shaper si facevano via via più numerose, come in un gioco di specchi - e di specchi frantumati in schegge sempre più minute ed affilate.

Mi capita quindi di ragionare ancora su questo, quando scrivo. Specie se ci sono di mezzo personaggi alle prese con lo spazio, in insediamenti che non hanno mai sentito nemmeno parlare della Terra. Oppure creature intente a risalire le radici del loro albero biologico per recuperare l’essenza perduta della propria umanità. Suggestioni criptografiche per racconti di mezza estate…

Il dominio degli ultracorpi

Posted on Luglio 9th, 2013 in Agitprop | 1 Comment »

Immaginate una società complessa, sfaccettata, sufficientemente articolata da rendere credibile una dialettica di facciata tra le fazioni - più o meno numerose - che la sua scena politica richiederebbe per fornire un’apparenza di vitalità. Per esempio, un paese come l’Italia.

Immaginate che nel corso dei decenni si sia consolidata una classe dirigente, i cui membri siano distribuiti trasversalmente attraverso tutti gli schieramenti con una pur minima possibilità di ambire al governo delle istituzioni locali o nazionali. Ipotizziamo che gli esponenti di questa élite siano espressione di un potere occulto, segreto, assolutamente non ufficiale: il Partito Dominante, che prima di tutto è un Partito Ombra, ovvero una compagine che si muove all’ombra dello schermo degli schieramenti ufficiali.

Nessuno può dire quando il Partito Dominante sia stato costituito, ma la diaspora dei dirigenti e dei quadri di partito dalla formazione che ha amministrato la cosa pubblica per tutta la durata della Prima Repubblica ne ha potenzialmente agevolato l’infiltrazione in pressoché tutti i partiti seduti lungo l’arco parlamentare, con rarissime eccezioni (misurabili con l’esperienza dell’extra-parlamentarietà duratura o anche solo temporanea). D’altro canto, i principali partiti in grado di spartirsi i resti della Balena Bianca si sfideranno a colpi di proclami e anatemi, ma in realtà saranno disposti a temporanee alleanze tattiche, come insegna tutto un ciclo di decreti passati o bocciati per il sostegno o la mancanza dei voti provvidenziali. Tutti gli altri, saranno destinati a lungo o a breve alla marginalità: la sinistra, sempre ritratta come un reperto storico di un’epoca buia (come se quella che fosse venuta dopo sia stata un’età dell’oro); i moti up-wing, che finiranno per inglobare le pretese di legittimità delle destre da sempre striscianti nel nostro tessuto sociale, la cui gestione da parte di personalità ingombranti capaci di fornire un’immagine quanto più pittoresca e risibile dei fenomeni di protesta rientra anch’essa nello schema generale.

[In effetti, la stessa ripartizione in fasi successive dell'esperienza politica del Paese risponde a un semplice calcolo strategico, legato all'esigenza di dare una parvenza di evoluzione - una mera illusione di cambiamento, di riciclo, di avvicendamento - della classe politica agli occhi dell'opinione pubblica. Per cui parlare di Prima, Seconda o Terza Repubblica è già di per sé un sintomo del contagio psichico, un segnale che il Partito Dominante è riuscito a imporci la convenzione precostituita che si siano verificati dei mutamenti, nel corso della storia repubblicana, che in realtà non hanno mai avuto luogo, preservando invece il potere delle stesse persone, delle stesse famiglie, degli stessi gruppi di interesse.]

Immaginate che il Paese, a un certo punto della sua storia, attraversando una fase particolarmente critica, in cui le debolezze strutturali rese ormai croniche hanno raggiunto un punto di rottura e di non ritorno, esprima nell’unica maniera concessa dalle istituzioni democratiche - il voto popolare - un’istanza di cambiamento, una volontà di superamento dell’impasse in cui per anni i governi si sono crogiolati. E che l’unica risposta visibile dalla classe politica sia, nell’ordine:

a. lo stallo delle istituzioni;

b. la rielezione - la prima nella storia repubblicana - della stessa figura nel ruolo (delicatissimo in questa presunta transizione) di Capo dello Stato;

c. lo scioglimento di tutti gli accordi pre-elettorali e la convergenza in un patto di larghe intese e di ancor più ampie pretese.

Lo so, lo scenario sta diventando familiare. E inquietante. Ma senza voler indulgere nelle manie cospirazioniste divenute tanto di moda negli ultimi tempi, va considerato anche che scaturisce prevalentemente dall’analisi che Charles Stross ha sviluppato in merito alla situazione del suo Paese (il Regno Unito) e dagli straordinari paralleli che mi è capitato di intravedere con la nostra specifica situazione italiana.

In questo scenario, il berlusconismo non sarebbe altro che un diversivo, una sorta di specchio per le allodole. Così come l’anti-berlusconismo di facciata del principale partito avversario. In realtà, in entrambi gli schieramenti sarebbero infiltrati emissari del Partito Dominante, per lo più in posizioni-chiave, comunque sempre in prossimità delle stanze dei bottoni. In quest’ottica, assume una valenza interessante la moltiplicazione di casi di parentela tra i due principali partiti concorrenti al governo del Paese: zii e nipoti, mariti e mogli. Praticamente un’ammucchiata, in cui si sta consumando quest’ennesima, lenta, morbida Caduta.

In condizioni stazionarie, il Partito Dominante potrebbe ambire a preservarsi ad libitum. Ma non dobbiamo dimenticare che la fase che stiamo attraversando è quanto di più lontano ci sia da una condizione stazionaria: l’economia del Paese si ritrova esposta agli assalti predatori della finanza internazionale, la società è sottoposta alle spinte centrifughe dei particolarismi, amplificate dalla disoccupazione che ha ormai raggiunto tra i giovani livelli intollerabili per un paese civile. Combiniamo l’assenza di una prospettiva del futuro - anche solo di un’idea della possibilità di superare lo stato di crisi ormai permanente - con l’esperienza fallimentare del voto di protesta espresso alle ultime consultazioni elettorali. Moltiplichiamo per l’aperto disprezzo di tutti gli organi amministrativi per l’esito delle consultazioni referendarie: quelle nazionali, ma anche quelle cittadine.

Serviva una valvola di sfogo, ma per imperizia e per sufficienza si sta decidendo di forzare le condizioni di isolamento da cui il sistema politico proveniva. Anzi, l’isolamento della classe dirigente dalla società tende ad aumentare. Sotto la chiusura ermetica, la pressione intanto continua ad salire.

Sarà un processo forse ancora lungo, ma alla lunga le cause continueranno a  incistarsi, le metastasi invaderanno il corpo e la difesa immunitaria dell’organismo s’illuderà di poter reagire con un ultimo disperato contrattacco. Prendete questo scenario ed esportatelo a piacimento: Spagna, Portogallo, Grecia. Siria, Turchia, Egitto. Il Mediterraneo potrebbe essere l’epicentro della prossima fase nella crisi globale.

Date queste premesse, temo che restare a guardare per la pura curiosità scientifica di conoscere gli esiti stavolta ci riserverà ben poche soddisfazioni.

In memoria di Soleri

Posted on Giugno 25th, 2013 in Futuro, Graffiti | No Comments »

Ho sempre subito il fascino dell’architettura: l’urbanistica, in particolare, fin dai miei primi ricordi esercita un’attrazione irresistibile sulla mia immaginazione, e probabilmente qualcosa traspare da quanto vado scrivendo. Tra i grandi architetti del ‘900, Paolo Soleri era un visionario e io avevo imparato a conoscerlo attraverso la fantascienza. Mi sono avvicinato al suo lavoro con le aspettative di chi ne aveva sentito parlare da persone verso cui si nutre una grande stima (e come poteva essere altrimenti, vista la mia venerazione per William Gibson?), e quelle aspettative non sono andate deluse.

Mi ripromettevo da tempo di scriverne su questo blog. La notizia della morte avvenuta il 9 aprile scorso ad Arcosanti - la sua creazione, che ogni anno attira migliaia di turisti da ogni parte del mondo - mi ha spinto a ricordarlo per Delos SF, sulle cui pagine è apparso oggi Paolo Soleri e la dimensione dell’utopia.

Per approfondire segnalo questo ciclo di documentari curati da Tomiaki Tamura, direttamente da YouTube:

• Arcosanti: An Urban Laboratory?
Arcology
Bridges
Lean Linear City: Arterial Arcology

E come assaggio vi riporto qualche campione della sua opera incommensurabile (la galleria prosegue oltre il salto).

Arcology

Hyperbuilding

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L’uomo d’acciaio

Posted on Giugno 23rd, 2013 in Fantascienza, Proiezioni | 2 Comments »

Diversamente da Bill non sono mai stato un fan dell’eroe creato da Jerry Siegel e Joe Shuster, forse il supereroe per eccellenza. Il problema con i supereroi è riuscire a innescare quell’affinità empatica che consente di superare la difficile barriera della sospensione dell’incredulità. Che poi è il problema tipico di ogni storia, ma nel caso dei supereroi eleva - oltre alle responsabilità che derivano dai poteri - anche la barriera da scavalcare. Nel mio caso hanno sempre avuto gioco facile altri personaggi, che a torto o a ragione sono andato giudicando come provvisti di maggiori sfumature, e pertanto di più promettenti risorse narrative da esplorare: Capitan America (soprattutto nel suo rapporto post-11 settembre con Nick Fury e il resto della comunità supereroistica targata Marvel), Wolverine e gli X-Men, Silver Surfer (più che i Fantastici 4), e in casa DC ovviamente Batman (forse ancora di più attraverso gli occhi degli sbirri di Gotham Central). Ma soprattutto il mio interessamento  per il genere deve molto (se non proprio tutto) alla prospettiva introdotta da Alan Moore con quel capolavoro postmoderno che è Watchmen. E dopo aver apprezzato tanto la trasposizione cinematografica di Zack Snyder (ne parlammo diffusamente su Urania Blog e su queste stesse pagine) quanto la reinterpretazione in chiave ultra-dark del Cavaliere Oscuro fornita da Christopher Nolan, ho deciso di dare una possibilità anche a Man of Steel, che si avvale della stessa compagine produttiva responsabile del successo planetario delle Dark Knight chronicles.

E, contrariamente all’opinione più diffusa che mi è capitato di leggere in giro in questi giorni, il film mi ha lasciato un senso di soddisfazione che confesso di non essermi per nulla aspettato a scatola chiusa. Ma procediamo con ordine.

Superman è con Lanterna Verde il più fantascientifico dei personaggi di punta della DC: incarna nelle sue origini quel senso del meraviglioso tipico delle avventure spaziali della Golden Age, un fattore che in prima battuta me lo ha reso da sempre poco credibile. In altre parole Superman mi sembrava molto poco congeniale a ispirare storie capaci di far riflettere sul nostro tempo. Un po’ un paradosso, a ben guardare. Per certi versi è l’equivalente di Iron Man, ma mentre quest’ultimo si presenta come la quintessenza del capitalismo tecnologico, Superman resta ancorato a un immaginario in qualche modo datato. Il parallelo tra le due figure regge anche se andiamo ad analizzare il processo di svecchiamento del canone operato dalle scritture fumettistiche e cinematografiche che li hanno coinvolti in questi ultimi anni. Così come Iron Man vede sottolineata la propria natura di cyborg fin dal lavoro svolto da Warren Ellis sulla miniserie Extremis, ben prima del boom cinematografico propiziato dal talento istrionico di Robert Downey Jr, l’Uomo d’Acciaio affronta in questa pellicola un’autentica opera di rivalutazione delle sue origini kryptoniane: senza spoilerare, basti dire che l’estetica dark e un provvidenziale upgrade tecnologico rendono Krypton e la sua società un mondo credibilmente alieno.

Man of Steel ripercorre la genesi del personaggio, dal salvataggio del neonato Kal-El grazie al sacrificio paterno (Jor-El è qui personificato, in carne e pixel, da Russell Crowe), fino alla sua rivelazione all’America e al resto del mondo. Snyder opta per una narrazione felicemente destrutturata per quasi metà della pellicola, alternando i diversi tempi della vita di Clark Kent (Henry Cavill), dall’infanzia a Smallville, Kansas (nel cuore rurale d’America) alla scoperta della Fortezza della Solitudine tra i ghiacci artici. Dopo il prologo concitato (e visivamente a volte confusionario) su Krypton, diversi momenti riusciti (l’unica scena che le viene riservata, per esempio, è giostrata con grande bravura da Diane Lane; il continuo confronto del giovane Clark con il padre adottivo interpretato da Kevin Costner costruisce bene la psicologia del futuro Superman; il confronto dell’uomo venuto da Krypton con la natura della Terra ci regala diverse scene d’impatto), intercalati da qualche scivolone al limite della comicità involontaria (a esser generosi l’Uomo d’Acciaio e i suoi primi maldestri tentativi di prendere confidenza con i poteri stridono un po’ con la voce che pontifica fuori campo), ci conducono alla svolta della pellicola: l’arrivo nell’orbita terrestre di una nave kryptoniana capitanata dal generale ribelle Zod (Michael Shannon), a capo degli ultimi superstiti della sua specie, accidentalmente scampati in un carcere spaziale al cataclisma che ha portato alla distruzione del pianeta natale. Kal-El è arrivato sulla Terra con l’ultimo reperto in grado di rigenerare il suo popolo e Zod è intenzionato a entrarne in possesso, per ripopolare una Terra riplasmata a immagine e somiglianza di Krypton.

Qui nel frattempo la sceneggiatura lascia sgocciolare un altro po’ di acqua, sia per quanto riguarda la funzione originaria della Fortezza della Solitudine, sia per la gestione dei personaggi: tanto la proiezione della coscienza di Jor-El quanto il ruolo della reporter Lois Lane (Amy Adams) nei piani degli invasori sembrano pensati esclusivamente per assolvere alla funzione di deus-ex-machina al servizio del protagonista. Ma se David S. Goyer si conferma non impeccabile nell’amministrare lo script, Snyder cerca di metterci una toppa come meglio può: spingendo il pedale dell’acceleratore fino in fondo. Gli scontri dell’uomo d’acciaio con i kryptoniani ribelli raggiungono apici parossistici e tengono incollati alla poltrona. Una menzione di merito tra i cattivi va ad Antje Traue, nei panni - ahem… nella tuta bionica, che in qualche modo richiama l’estetica dei Necromonger di Chronicles of Riddick - di Faora, luogotenente e braccio destro di Zod. E un altro punto a favore del film è senz’altro l’arma finale (che poi nemmeno sarebbe un’arma, ma assolve benissimo allo scopo) nelle mani dei conquistatori. Snyder tira fuori dal cappello una scena onirica di impatto notevole a suggellare il primo incontro tra Zod e l’Uomo d’Acciaio e un’invenzione autoreferenziale ma efficace la prima volta che nel film viene fatto il nome di Superman. Il resto è ordinaria amministrazione.

Ma tra macchine terraformanti, intelligenze artificiali e nanotecnologie, L’uomo d’acciaio compie a tutti gli effetti un aggiornamento tencologico del mito, regalandoci un personaggio che, malgrado le aspirazioni a un’umanità ordinaria, è soprattutto un alieno mutante, con tutte le complicazioni che la condizione comporta. E carica la storia di una valenza etica ben rappresentata nel dilemma di Superman davanti alla scelta tra il legame con Krypton e la vita degli innocenti minacciati da Zod, l’ultimo della sua stirpe. Lasciandoci comunque con degli interrogativi in sospeso:

1. Come mai la kryptonite - ormai proverbiale nemesi dell’uomo d’acciaio - viene sfruttata in maniera solo marginale?

2. Dopo lo sdoganamento di Cloverfield, quando si stancherà Hollywood di trasformare la Grande Mela (che si chiami New York, Gotham City o Metropolis il succo non cambia) in un campo di battaglia? L’anno scorso ci avevano provato - abbastanza insensatamente - The Avengers, quest’anno la DC Entertainment ha voluto pareggiare a tutti i costi i conti con i Marvel Studios.

3. Era proprio necessaria la ventata di patriottismo finale?

Se anche Man of Steel dovesse rimanere senza un seguito (per altro già annunciato dalla Warner Bros dalle pagine del Wall Street Journal, forse addirittura già per il 2014), si tratta di quesiti con cui riusciremo a convivere.

Chiusura sui contributi tecnici. I veterani Amir Mokri e David Brenner, nei rispettivi comparti (fotografia e montaggio), rendono alla pellicola i loro migliori servigi. Promossi i costumi del premio Oscar James Acheson in coppia con Michael Wilkinson. Sospensione di giudizio per il compositore tedesco Hans Zimmer, che pur asservendo la musica alle scene sembra non riuscire a trarre dallo spartito una personalità all’altezza delle aspettative sul personaggio e così non riesce a replicare i fasti di altre sue prove di ben altro spessore (pensiamo a Il GladiatoreIl Cavaliere OscuroInception). La prova alla sceneggiatura non lascia invece nutrire gli auspici migliori per la Warner, che aveva già siglato con Goyer un accordo per tre titoli. Il contratto, oltre alla presente pellicola, dovrebbe includere anche l’attesissimo sbarco al cinema della Justice League (ovvero la risposta DC agli Avengers). Buona fortuna!

Sull’orlo dell’universo conosciuto

Posted on Giugno 16th, 2013 in Fantascienza | No Comments »

Dove riecheggiano le sue risate. Lo sapete, Iain M. Banks non è più tra noi. Il 9 giugno scorso il cancro che gli era stato diagnosticato solo pochi mesi fa ha compiuto il suo corso. Nei giorni che sono seguiti, i media - non solo quelli legati al genere - hanno dedicato ampio risalto al ricordo di questo titano del nostro tempo, un gigante sulle cui spalle in molti avrebbero voluto trovare un posto per scrutare tanto lontano quanto il suo sguardo era solito spingersi.

Oltre al ricordo di Charles Stross sul suo blog, uno dei pezzi più interessanti è apparso ieri sul Guardian: è l’ultima intervista rilasciata da Banks a Stuart Kelly, un resoconto della loro chiacchierata in cui risalta il carattere eclettico, multiforme, poliedrico dell’autore e dell’intellettuale che convivevano nel suo involucro umano, una custodia intrisa di uno spirito vivace, in grado di illuminare il mondo con una risata. Nel corso della conversazione con Kelly, Banks spazia dalla sua ultima opera (il romanzo The Quarry, che per uno strano scherzo del destino affronta proprio il tema della morte per cancro del protagonista) al ciclo della Cultura, dalla politica interna a quella internazionale, dalla poesia alla musica. L’articolo merita di essere letto nella sua interezza, ne riporto qui di seguito solo un brevissimo passaggio (traduzione mia, abbiate pazienza):

Mentre ci dirigiamo verso la porta, Banks riesce a piazzare a sorpresa un contropiede finale: “Sai che conosco cos’ha provocato il cancro?” Penso di aver fatto una faccia come quella di Macaulay Culkin in Mamma ho perso l’aereo. “Un raggio cosmico”, dice. “Non sopporterò obiezioni; è stata una particella ad alta energia. Una stella è esplosa centinaia o migliaia di anni fa e da allora un raggio cosmico - un brutto proiettile magico con sopra inciso il mio nome, per citare Ken [MacLeod, NdR] - si è diretto verso il momento in cui ha colpito una delle mie cellule, innescando una mutazione. È un’uscita di scena degna di un autore di fantascienza; niente a che vedere con un banale errore di trascrizione [genetica, NdR]“. Poi arriva il momento che stavo temendo… ma lui invece dice: “Alla prossima”.

Su io9 Annalee Newitz ha voluto onorare la memoria di Banks riportando, a beneficio di tutti, 11 regole sulla scrittura tratte dal suo lavoro, un’eredità preziosa lasciata a tutti noi. La mia regola preferita è la numero 2: l’Utopia non è mai perfetta.

“La Cultura è la mia idea di utopia.  È una pura avverazione del mio desiderio. Questa società si regge sulla volontà di fare del bene… a differenza del capitalismo, che si fonda sull’impulso a sfruttare”, dichiarava Banks all’Independent nel 2008. L’opera di Banks ci permette di riflettere significativamente sul futuro dell’umanità proprio perché non perde di vista quanto ci rende umani: il conflitto e il compresso. Sebbene la Cultura sia un’Utopia, è anche popolata di gente disposta a giocarsi la vita, di maniaci genocidi, di schiavisti, e di Menti il cui divertimento principale scaturisce dalla distruzione ad alta velocità. È lo sforzo di conservare una civiltà democratica ed egualitaria che rende credibile la Cultura. L’Utopia non è una condizione stabile. È un mondo precario, in continuo cambiamento e pieno di problemi che potrebbero non essere mai completamente risolti”.

Anche il fatto che Banks non abbia potuto e voluto scrivere una parola definitiva sul suo universo narrativo più complesso, dopotutto, può essere letto come parte integrante della poetica di questo autore senza pari. Arrivederci nell’Eccessione, El Bonko.

Terminal Shock

Posted on Giugno 11th, 2013 in Connettivismo, ROSTA | 6 Comments »

Dal 14 giugno potrete trovare su tutti gli store on-line il mio nuovo romanzo, direttamente in e-book per la collana Raggi di Mezzotints eBook. Sul Posto Nero trovate la presentazione dell’opera, corredata da un estratto della prefazione del grande Gianfranco Nerozzi (che ringrazio per le parole spese nei miei riguardi) e dall’incipit. La copertina - straordinaria - è di Menton J. Matthews III, in arte menton³ (ma non solo), alla sua prima cover italiana (un doppio onore per il sottoscritto).

Vorrei approfittare del lancio per ringraziare ancora una volta tutta la squadra, che ha svolto un lavoro straordinario: l’editore Alessandro Manzetti, che ha orchestrato il tutto, il curatore Luigi Acerbi, che ha seguito tutta la genesi del libro, dall’embrione al prodotto finale, con una competenza invidiabile, l’editor David Riva, puntuale e infaticabile; i consulenti scientifici Stefano Andrea Noventa (che ha rivoltato il romanzo come un guanto) e Roberto Decarli (che è stato determinante nel risolvere alcuni problemi legati alla… localizzazione di Terminus). E tutto il resto dello staff, Matteo Poropat, che ha curato l’impaginazione, Fabrizio Vercelli, che si sta prendendo cura dell’ufficio stampa. La lista potrebbe proseguire ancora e ancora, quindi per brevità vi rimando alla sezione apposita in coda all’e-book.

Terminal Shock - 2184 Labirinti Alieni
di Giovanni De Matteo

Prefazione di Gianfranco Nerozzi
Illustrazione di copertina di Menton3
Formato ebook (epub, mobi)
Pagine: 135 - Lingua: Italiano
ISBN epub: 9788898479047
ISBN mobi: 9788898479054
Prezzo di copertina: € 2,99
Disponibile nelle principali librerie online dal 14 giugno 2013

Da eoni, qualcosa trasmette un messaggio dall’oscurità priva di stelle – e resta in attesa. La trasmissione è la Sequenza, una serie di impulsi codificanti trentuno numeri primi. Un segnale non casuale, senza alcun dubbio. La scoperta della Sequenza nel 2023 è uno degli eventi fondamentali della storia dell’umanità. Quasi 150 anni sono necessari prima che la sorgente del segnale venga identificata in un oggetto ai confini estremi del sistema solare, oltre la Nube di Oort. L’oggetto viene battezzato Terminus.

Cercasi volontario per transito d’azzardo. Compenso negoziabile, anni di tenebra, criosonno. Rischio persistente, ritorno non certo.

Lo psiconauta Thomas Qilliam non può resistere al richiamo dell’annuncio. L’incarico, per conto di un inusuale consorzio tra la Tachyon Corporation e la Repubblica di Adams-LeVerrier, consiste nel raggiungere Terminus e recuperare una nave spaziale di ultima generazione, la AVS Hekate, vettore di una missione segreta precedente. La prima spedizione ha interrotto le comunicazioni poco dopo aver raggiunto l’obiettivo e include, tra i membri dispersi, uno psiconauta rivale, Dimitri Rachmaninoff. Un’occasione imperdibile per Qilliam, studioso di artefatti inspiegabili e di fenomeni ai limiti della conoscenza umana. Partecipano alla missione di soccorso una squadra di specialisti – la pilota Veruska Teng, l’astrofisica Rahel Vikram, l’IA incorporata Qi-Ang – e un manipolo di soldati scelti, i Barracuda del Maggiore Katje Harkness.

Dopo quattro anni di criosonno, la seconda spedizione raggiunge Terminus, che si rivela essere una titanica struttura frattale del diametro di centinaia di km, apparentemente abbandonata, e dalla funzionalità ignota. Attraccato alla costruzione, il guscio della AVS Hekate. Non servono le capacità inferenziali di uno psiconauta per comprendere che l’unico modo per raggiungere la verità sarà addentrarsi – e perdersi – nei meandri alieni di Terminus, dove l’incubo è in agguato all’ombra delle stelle.

Sequenza agganciata

Posted on Giugno 7th, 2013 in Connettivismo, Criptogrammi, ROSTA | No Comments »

Countdown partito. Motori accesi…

Uccidere Novikov. Ancora. E ancora…

Posted on Giugno 5th, 2013 in Fantascienza, ROSTA, Transizioni | No Comments »

Prendo in prestito il titolo del post da un gioco balenatomi in mente pensando al principio di autoconsistenza di Novikov. Non mi sembra di averne ancora parlato, pur avendolo citato in questa segnalazione di qualche tempo fa. Si tratta in sostanza di una soluzione (o un rimedio) al paradosso del nonno e nasce dall’intenzione del fisico russo Igor Dmitriyevich Novikov di escogitare un risparmio - energetico e concettuale - rispetto alle soluzioni proposte dalle teorie basate sul multiverso, che prevedono dimensioni parallele per sciogliere i nodi di questo e altri paradossi legati ai viaggi nel tempo.

Il principio di autoconsistenza postula che il passato sia immutabile. E che in un loop temporale chiuso gli eventi non sono determinati solo dal passato, ma anche dal futuro: in altre parole, qualsiasi evento è già accaduto, in quanto risultato logico e necessario della concatenazione di eventi che, nel passato e nel futuro, ha concorso al suo verificarsi.

Il gioco del titolo quindi scaturisce dall’impossibilità di modificare il passato. E pertanto dall’inutilità di qualsiasi tentativo di inviare sicari dal futuro per impedirne la formulazione da parte di Novikov.

Ma veniamo a noi. Mi sono dilungato sull’argomento perché, in effetti, in chiusura di quel post proponevo un esercizio: cercare di posizionare Timecop, film del 1994 con Jean-Claude Van Damme, diretto da Peter Hyams e prodotto da Sam Raimi, nel diagramma di flusso che vi segnalavo. Io lo avrei collocato esattamente a valle del blocco di controllo sul principio di Novikov, nel caso in cui la condizione non sia soddisfatta.

A quanto pare nei giorni scorsi la Universal ha confermato il suo interesse per un remake del film. Probabilmente senza coinvolgere nessuno degli autori originari, né Van Damme.

Speriamo che questa volta almeno ci spieghino come facevano Max Walker e colleghi, ogni volta, a partire in una capsula di lancio e approdare nell’epoca di destinazione a piedi. E, soprattutto, come ogni volta riuscissero a trovare la strada per tornare nel tempo di partenza. Ma speriamo anche che non riducano il tutto a un film sull’autostop temporale.

La luce di Lanterna Verde splende su Blade Runner 2

Posted on Giugno 4th, 2013 in Fantascienza, ROSTA | No Comments »

Intanto, sul fronte delle colonie extra-mondo, qualcosa torna a muoversi

Sebbene per quanto mi riguarda Blade Runner un seguito eccellente l’ha già avuto, nel videogioco ufficiale dei Westwood Studios.