“Roba da fantascienza” si dice, per riferirsi a cose spettacolari o poco credibili. Il motivo è che la fantascienza tratta per definizione di cose che non esistono (ma sono possibili). Paradossalmente, questo fa sì che la fantascienza resti ancorata alla realtà, perché non si può lavorare con i contro-fattuali se non si ha una chiara idea di cosa sia un fatto. Ma, per l’appunto, cos’è un fatto?

Il fatto è qualcosa (un oggetto, una situazione, un evento) che si presume sia “reale”, cioè che abbia un’esistenza oggettiva. Enunciare un fatto equivale dunque a dichiarare che quel fatto sia vero, e dunque la verità è la corrispondenza tra descrizione e realtà.

Questa corrispondenza è però solo parziale, perché (come dice Niklas Luhmann) un umano è un sistema psichico immerso nel suo ambiente, cioè gli altri sistemi (quelli fisici e quelli sociali). Dato il rapporto uno-molti, l’ambiente è sempre più complesso di un dato sistema. La descrizione che il sistema dà del suo ambiente (la realtà) è dunque necessariamente semplificata.

A parte questo, il concetto di verità resta problematico perché la descrizione che viene fatta della realtà (la narrazione) ha spesso lo scopo (non dichiarato ma evidente) di ottenere o rinsaldare il proprio potere sociale. Secondo Luhmann, la società è quella parte dell’ambiente formata dalle comunicazioni.

I diversi settori della società praticano forme diverse di narrazione. Solitamente, la verità religiosa è sostenuta da qualche rivelazione, quella filosofica da qualche ragionamento, quella scientifica da ipotesi confermate da qualche esperimento. Nella vita di tutti i giorni, noi usiamo una serie di credenze (opinioni) alle quali attribuiamo un certo grado di plausibilità (da uno a zero). Ci sono situazioni in cui una credenza erronea può comportare la morte, il che è una prova di realtà piuttosto drastica, ma (per fortuna o per sfortuna) non tutte le situazioni hanno questa caratteristica, e capita di poter sopravvivere pur essendo convinti delle cose più assurde.

Ne deriva uno sganciamento tra credenze e fatti (post-verità) che è molto pericoloso a livello globale, ma che viene perseguito perché si sacrifica la verità allo scopo di esercitare il controllo. In estrema sintesi, anziché procedere dicendo la verità (quella che si crede tale) e sperare che le persone si comportino nel modo migliore (cioè più vantaggioso per tutti) si preferisce manipolare l’informazione per pilotare l’opinione pubblica verso comportamenti irrazionali, che però si pensa siano vantaggiosi per alcuni (i manipolatori).

I vantaggi che si spera di ricavarne sono, essenzialmente, politici o commerciali, e non a caso questi sono i due settori principali della propaganda. Proprio perché la comunicazione è uno degli strumenti chiave del potere, dalla metà del secolo scorso si è fatta luce una corrente di pensiero nota come postmodernismo, che ha cercato di disfarsi delle teorie onnicomprensive sulla realtà che Jean-François Lyotard definisce “grandi narrazioni” e che erano in voga nella prima metà del Novecento (illuminismo, idealismo, progressismo, marxismo, freudismo, esistenzialismo).

Il postmodernismo propugna una frammentazione della verità, una sua moltiplicazione e una sua valenza circoscritta e momentanea, puntando a un de-potenziamento degli apparati di produzione centralizzata del senso. Benché l’idea sia apprezzabile, il rischio è che si butti via il bambino insieme all’acqua sporca. Dire che non c’è una verità unica, cioè che le verità sono molte, si avvicina molto a sostenere che qualunque affermazione abbia un fondo di verità. Ma dire che tutto è vero è come dire che tutto è falso.

Per Fredric Jameson, il postmodernismo è caratterizzato da una prevalenza dell’immagine, una perdita del senso della storicità (e del tempo personale) sostituito dalla nostalgia (intesa come recupero di stilemi del passato) e uno stretto rapporto con le nuove tecnologie. Più specificamente, Jameson stigmatizza la scomparsa della contrapposizione tra interno ed esterno, dunque una perdita della profondità, e la sua sostituzione con la superficie (o le superfici) del gioco intertestuale. I postmodernisti vanno oltre il concetto stesso di verità (in particolare, di verità ultima) poiché tale concetto è parte del bagaglio metafisico di cui essi vogliono liberarsi.

Non è difficile vedere come tutto questo abbia portato, sia pure involontariamente, alla pratica della post-verità. Se non esiste una verità ultima, se non c’è una corrispondenza tra enunciato e reale, allora posso scegliermi la verità che preferisco, a patto di possedere i mezzi per imporla agli altri. Sembra dunque che nel postmodernismo la verità sia solo un gioco di rimandi tra un testo e altri testi, senza un preciso riferimento alla realtà.

Anche se il processo interpretativo è in teoria infinito, non va dimenticato che la significazione (cioè la semiosi) esiste solo in quanto un segno viene riferito a un oggetto o stato del mondo, e che il suo valore pragmatico deriva dal fatto che, in una specifica circostanza, viene operata una precisa scelta tra i vari significati possibili. Possiamo dunque fornire una definizione pragmatica di verità, come di quell’interpretazione che si adatta meglio al contesto. Con “adattarsi meglio” non intendiamo riferirci all’interpretazione più facile o più comoda, ma a quella più “oggettiva”, ovvero a quella che si mantiene più equidistante tra le parti in causa.

La nozione di equidistanza è alternativa al concetto di manipolazione, che implica l’alterazione di un testo o narrazione, cioè una descrizione che diverge in modo deliberato da quelli che vengono ritenuti i fatti, allo scopo di trarne un beneficio. Si mantiene così l’idea di corrispondenza tra linguaggio e realtà, senza dover prima appurare quale sia la realtà, scivolando in una definizione circolare.

Per domare il cavallo di battaglia dell’armamentario postmodernista, cioè il radicale relativismo di ciascuna verità, diremo che paradossalmente (così come i contro-fattuali ancorano la fantascienza al reale) è proprio la relativizzazione del concetto di verità a garantire la sua sopravvivenza. Per illustrare il concetto di verità relativa, vogliamo qui richiamare quel grande teorico della verità che è stato (ed è ancora) Philip Dick, nelle cui storie il concetto di verità viene spostato dalla descrizione ai dati fenomenici.

Dick non si chiede se una certa descrizione sia corretta. Piuttosto, e in modo più radicale, suppone che la descrizione sia fedele, ma che il presunto dato di fatto non offra alcuna garanzia. È la realtà stessa a essere messa in discussione. Partendo da qui, Dick mette in scena una serie piuttosto lunga di manipolazioni del reale, per verificare in quali e quanti modi la realtà possa essere modificata.

Lo scopo paradossale non è di stabilire se la realtà sia illusoria, ma di mostrare (innanzi tutto a se stesso) che può essere manipolata, il che ha due conseguenze. Cartesio aveva intuito che, se possiamo essere ingannati, allora esistiamo. Dick intuisce che, se la realtà può essere manipolata, allora esiste (magari non nella forma in cui appare) e questa è la prima conseguenza. La seconda è che, se esiste qualcuno che è capace di manipolare la realtà, questo qualcuno è un dio (benché forse non benevolo). Come suggerisce il titolo di uno dei suoi romanzi, una verità esiste. Solo che non è mai l’ultima, bensì la penultima (The Penultimate Truth, 1964).