Il gioco, inteso in senso sociologico, è un tema ricorrente nella fantascienza, specie in quella distopica. Si pensi a Rollerball di Norman Jewison (1975) a The Running Man di Stephen King (come Richard Bachman, 1982) al precedente The Prize of Peril di Robert Sheckley (1958) o a The Hunger Games di Suzanne Collins (2008).

Homo ludens (in latino, L’uomo che gioca) è un libro di Johan Huizinga del 1938, in cui si sostiene che la tendenza al gioco, specificamente negli umani, sia il fattore determinante dello sviluppo culturale. Si sbaglierebbe però a supporre che Huizinga volesse scrivere un trattato sul gioco. La sua intenzione è invece di mostrare come, in ogni istituzione o prodotto culturale, si possa rinvenire una componente giocosa, non nel senso che ci sia necessariamente del divertimento, ma nel senso che la caratteristica principale di un’istituzione culturale è di essere retta da regole.

Il fatto poi che in ogni gioco ci sia anche una componente di competizione permette a Huizinga di (di)mostrare che il gioco è essenzialmente una competizione retta da regole: le “regole del gioco”, appunto. Anche se ogni gioco è competizione, e ogni competizione è gioco, non vuol dire che siano la stessa cosa, ma solo che la competizione è la molla principale del comportamento umano, mentre il gioco è la tendenza fondamentale che sottopone la competizione a regole.

Il vantaggio evolutivo di questo accoppiamento è evidente. Mentre la competizione ha la funzione di favorire la sopravvivenza del più adatto, il gioco ha la funzione di attenuare gli effetti più nefasti del comportamento competitivo. Ad esempio, una lite tra vicini viene risolta in tribunale, anziché in duello. Il tribunale ha più regole di quante ce ne siano in un duello, eppure anche un duello segue delle regole ben precise, e dunque è una competizione in cui esiste una componente di gioco. Del resto, un duello è più regolato di una guerra, e perfino in guerra esistono delle regole che i combattenti si impegnano a rispettare.

La tesi di fondo di Huizinga è dunque che gli umani sono di fatto meno feroci di quanto potrebbero essere, e che in questo consiste il loro processo di civilizzazione (nonché la loro stessa umanità). Si tratta di un punto di vista ottimistico, che spesso è smentito dai fatti, perché non sempre gli umani sembrano disposti a utilizzare la regolamentazione del conflitto, cioè della competizione.

La scelta di giocare senza regole (che per Huizinga sarebbe un ossimoro, una contraddizione in termini) è quella di chi, giocando nel rispetto delle regole, pensa che perderebbe. Rifiutare il gioco, cioè le regole, è frutto di una spinta all’autoaffermazione, la quale è dannosa in modo generalizzato, in quanto danneggia anche il danneggiatore, oltre che il danneggiato, il che ci ricorda la famosa teoria di Carlo Cipolla sugli stupidi[1] che provocano dei danni senza trarne vantaggio.

Cipolla considera gli stupidi una categoria prevalente[2] il che non combacia con gli esiti del QI Test per il semplice fatto che, essendo il Quoziente Intellettivo misurato sulla media generale, nel grafico della distribuzione normale (o gaussiana) gli stupidi e i geni saranno sempre una minoranza. Del resto, la stupidità di cui parla Cipolla è da intendere più come una carenza di buon senso (da non confondere col senso comune, che è legato alla media).

Ne deriva che non rispettare le regole (violandole, non accettandole, o fingendo che siano gli altri a non rispettarle) è in essenza un comportamento irrazionale, da folle (in latino, insanus).[3] Di fatto ci sono varie forme di stupidità, e ci sono vari tipi di intelligenza. Al fondo dei comportamenti malvagi c’è sempre una qualche forma di stupidità, che è più comune dell’intelligenza perché ci sono infiniti modi per sbagliare e pochi per fare bene.

Questo rende probabile che le cose vadano storte (legge di Murphy) e che le persone agiscano in modo stupido, vale a dire senza tener conto delle conseguenze. L’universo è retto dall’entropia, ed è più facile andare in discesa che in salita. Procedere in modo ragionato, nota G.B. Shaw, è più difficile che seguire la via di minor resistenza. Anche secondo Harlan Ellison le due sostanze più diffuse nell’universo sono l’idrogeno e la stupidità.[4] Più in generale, Theodore Sturgeon valuta che il novanta per cento di tutto è pattume (una variante del kipple di Philip Dick). Questo contrasta con l’idea di progresso e sembra contraddire l’evoluzione stessa (che però seleziona i più adatti, non necessariamente i più intelligenti).

Se ciò fosse vero, non dovremmo aspettarci una quota maggiore di disastri? Può darsi, ma non ci sentiamo di escludere che disastri ce ne siano in abbondanza. È pur vero che l’intelligenza aiuta a sopravvivere, ma il progresso (dovuto all’intelligenza di pochi, unito al lavoro fisico di molti) ha costruito un mondo più facile da abitare per tutti, anche i meno dotati di raziocinio. Aggiungendo a questo l’idea che le persone meno dotate siano più propense a riprodursi, e portando tutto all’estremo, Cyril Kornbluth ha scritto La marcia degli idioti (The Marching Morons, 1951) in cui immagina che pochi individui molto intelligenti siano costretti a occuparsi di una larga massa di idioti.

Ma forse il vero rischio è che, sfruttando l’insipienza dei più, pochi individui privi di scrupoli si impadroniscano del potere facendo lavorare per loro la minoranza dei più intelligenti, utilizzando come manodopera un certo numero di analfabeti funzionali, e lasciando perdere quelli che non gli servono né come forza lavoro, né per le loro capacità. Se questa è la deriva della Storia, andiamo dritti verso il disastro finale. Difficile evitare il baratro poiché, come scrive Friedrich Schiller, “contro la stupidità neanche gli dei possono nulla” (questa frase venne usata nel titolo del romanzo di Isaac Asimov The Gods Themselves del 1972).

Secondo Cipolla la nostra influenza sugli altri può essere positiva, negativa, o neutra. Diremo allora che un’influenza è positiva quando lavora in direzione dei giochi a somma diversa da zero. In una competizione c’è sempre una posta in gioco: nei giochi a somma zero si guadagna ciò che gli altri perdono, mentre nei giochi a somma diversa da zero la posta viene ripartita tra i giocatori (di solito non in parti uguali). In un gioco a somma diversa da zero si collabora, accettando di suddividere il guadagno. La competizione permane, ma è indirizzata a scopi comuni.

Per Cipolla, intelligente è l’azione di chi produce un vantaggio a sé e ad altri. Perciò, piuttosto che parlare di persone stupide o intelligenti, meglio parlare di azioni stupide o intelligenti. Stupidità e intelligenza si vedono all’opera, perciò occorre valutare i fatti, le conseguenze di ciò che si fa. Sempre per Cipolla, stupido non è l’incompetente (“sprovveduto”) o il predatore (“bandito”). Però in queste due categorie ci sono spesso elementi di stupidità, di un tipo o dell’altro, ed è quest’ultima a fare più danno.

Note

[1] Carlo M. Cipolla, Le leggi fondamentali della stupidità umana, in: Allegro ma non troppo, Il Mulino, 1988 (prima edizione: The Basic Laws of Human Stupidity, The Mad Millers, 1976. Si noti che l’editore è in realtà sempre Il Mulino, e che la “M.” nel nome dell’autore è inserita ad arte. Si tratta dunque di un libro che è vero e finto allo stesso tempo).

[2] Lo scrivono anche Carlo Fruttero & Franco Lucentini in La prevalenza del cretino, Mondadori, 1985 (come per la teoria di Cipolla e la legge di Murphy, il registro è ironico, ma la tesi è credibile). È da notare che, per i due autori, mentre lo stupido non sa vedere la relazione tra causa ed effetto (come dice Schopenhauer), il cretino nega che tale relazione esista.

[3] Vedi A. Fazio, Immaginario, Simbolico e Reale, Delos Science Fiction 271, Delos, 12 dicembre 2025

[4] Anche Albert Einstein ebbe a dire che due cose sono infinite: l’universo e la stupidità.