Per convenzione, si data al 2026 il centenario dalla nascita della parola “fantascienza”, ricordando la prima pubblicazione, nel marzo del 1926, dell'iconica rivista pulp Amazing Stories di Hugo Gernsback. Cento (e più) anni dopo, oggi, la fantascienza riesce ancora parlare del presente e al presente? Riesce a essere, come in molti si sono augurati negli anni, uno strumento di cambiamento?
Personalmente, devo dire che incontrare il solarpunk, sottogenere SF su cui lavoro dal 2020, mi ha dato la possibilità di approfondire una serie di tematiche legate alle circostanze materiali, e di sviluppare una visione più concreta. In passato, dato il mio lavoro tendevo a concentrarmi sulla sola editoria, e a fare dei discorsi più facilmente interni a quello che sento spesso chiamare “il nostro ghetto”– questa espressione ricorre nei nostri confronti, la sento sin da quando mi sono affacciata al mondo della fantascienza, nei primi anni Duemila, ma il concetto è dibattuto da prima.
L'allargare il campo grazie al solarpunk mi ha portata un passo alla volta, un libro alla volta, una visione alla volta, a maturare idee più ampie – non che siano sbagliate quelle limitate alla sola letteratura, semplicemente si può tener conto di più fattori in favore di una comprensione più completa della realtà.
Sulla base di questo percorso, mi sono fatta l'idea che la fantascienza oggi è uno strumento valido, ma alle volte raccapricciante.
Mi spiego. È vero che grazie a successi di pubblico, legati principalmente a serie tv, nel bacino di un pubblico mainstream (ovvero generalista e non specializzato) la fantascienza e la forma fantastica in generale sono state più facilmente accettate, e oggi sono attivamente ricercate. È innegabile che si sia verificata una contaminazione, una ibridazione, chiamiamola come vogliamo: i modi del fantastico sono ormai diffusi e li troviamo ‘in giro’, anche nella letteratura ‘alta’, in un modo incomparabile rispetto al passato.
Questo è un fatto di cui possiamo dare merito anche alla fantascienza stessa, al di là di diffusione di prodotti di successo. A partire da uno spunto offerto da Nico Gallo, ho parlato di questo in un articolo su Treccani.it [1], in cui tratto la capacità della fantascienza (e del fantastico) di farsi strumento per dire l'indicibile. Riassumendo l'idea: nel momento in cui qualcosa è troppo grosso per noi – i temi, ma anche i fatti, i travagli che attraversiamo quando quello che viviamo si fa troppo grande e doloroso – a un certo punto c'è un'esondazione, c'è un'eccedenza che non è affrontabile dagli strumenti del realismo. La realtà sorpassa i confini del nostro fragile Io, che non riesce a contenerla e alle volte ne viene anzi sopraffatto, spezzato, disarticolato. A quel punto, se vuole esprimersi non può che ricorrere al fantastico, proprio perché anche il fantastico eccede e aggira le normali forme e categorie. Così, attraverso gli strumenti dell'allegoria, della metafora, del simbolo, ma anche – restando concentrati sulla fantascienza – dello sviluppo metodico di premesse fantastiche, si riesce a parlare: si ritrova una voce.
Questa via espressiva nel Novecento è stata propria di pochi autori (nel mio articolo avevo preso in esame Kurt Vonnegut, Yukio Mishima, Guido Morselli, i Wu Mung e Italo Svevo, per poi affrontare in un pezzo successivo[2] Primo Levi e Luce D'Eramo). Oggi sembra più diffusa, e ripeto che a mio avviso la ragione non è solo endogena, ovvero legata a una particolare evoluzione letteraria, piuttosto è esogena, legata ai fatti, che tornano a farsi minacciosi e soverchianti: il mondo fa sempre più paura, i canoni della cultura occidentale sprofondano nel nonsenso, si assiste inermi e sbigottiti a scenari di guerra, di sterminio, di crimini orribili e l'eventualità di una guerra atomica torna a presentarsi come possibile, probabile e persino vicina.
Torno all'aggettivo che ho usato prima, “raccapricciante”, per ricordare anche questo: la fantascienza ci ha dato forse l'unico, o comunque uno dei pochi discorsi letterari incentrati sull'annientamento totale.
È infatti nel Novecento – al netto di avvisaglie ottocentesche nei primi romanzi postapocalittici, come L'ultimo uomo di Mary Shelley – che l'umanità è stata costretta a misurarsi con la potenza della bomba atomica. È pur vero che, già nel 1929, Sigmund Freud scrive “Il disagio della civiltà”: anche in mancanza dell'arma atomica, il fondatore della psicoanalisi constata che si è giunti a un livello così avanzato della possibiltà tecnica dell'annientamento della specie umana, che la nostra civiltà deve necessariamente prenderne atto e fare un cambiamento, se non vuole finire male. Ma a parlare di questo in modo insistente, estensivo, vivace e popolare è stata la fantascienza.
Questo per me è un fatto importante, che non invecchierà mai. Anzi, va ancora valorizzato come merita, dal punto di vista della storia della letteratura e – purtroppo – va urgentemente ripreso nella produzione artistica contemporanea.
Altra cosa che trovo “raccapricciante”: la fantascienza sta già strutturando il futuro.
Ascoltiamo Elon Musk, Alex Karp, Sam Altman, Yuval Harari: loro parlano ‘in fantascienza’. Mettono giù scenari pienamente fantascientifici, con quel linguaggio, quelle strutture, quegli elementi tecnofantastici di merito, e lo fanno in modo totalmente strumentale: propalano la loro speculazione fantascientifica, che in un romanzo sarebbe interessantissima, come se fosse già esistente, o inevitabile, ineludibile, nella natura delle cose. Così fa anche la filosofia del transumanismo, che si appoggia anche sui discorsi “cyborg” harawayani (e l'appoggio mi pare reciproco, in un modo inquietante).
Abbiamo insomma a che fare con speculazioni che dal punto di vista fantascientifico sono formalmente ben fatte, ma che non intendono restare in questo ambito, anzi, celano l'elemento di fiction per presentarsi come realtà dei fatti; peggio ancora, vogliono essere programmi operativi.
Questi nuovi aspiranti “padroni universali”[3] hanno un programma, hanno una filosofia e hanno strategie di azione, e nutrono tutto questo con la fantascienza, con i suoi contenuti e con le sue modalità narrative.
Io mi chiedo allora: in che modo noi fantascientisti rispondiamo a questo?
Lasciando aperta questa domanda, o forse questa sfida, a chiunque voglia raccoglierla, mi sembra il caso di aggiungere a questo punto qualche considerazione su una parola sopra usata: “ghetto”.
Trovo giusto parlare di “ghetto” nel momento in cui assumiamo la prospettiva che si deve uscire dalla nicchia esclusivamente specialistica, ricordando di nuovo che la fantascienza è stata un genere popolare. Insisto su questo punto, che è tale non già a partire da cento, ma da duecento anni fa, con la pubblicazione di Frankenstein di Mary Shelley, un romanzo (forma popolare) di genere gotico (genere popolare) che inaugura il filone dell'inquietudine verso la scienza, rimasto poi caratterizzante della fantascienza.
Oggi però c'è qualcosa di molto diverso: oggi abbiamo davanti la potenza della cosiddetta industria culturale. Quindi, mi chiedo: nel momento in cui si riesce a rendere un'opera popolare, ovvero incredibilmente diffusa e nota, che cosa sta succedendo davvero?
Il pubblico sta recependo attivamente dei messaggi? L'artista sta riuscendo per suo merito a trasmetterli magnificamente? C'è dunque uno scambio vero, effettivo, vitale, culturale?
O piuttosto c'è una dinamica diversa, ben precisa – che personalmente ho individuato e descritto – che mette in atto una appropriazione culturale-industriale?
Ho descritto questa dinamica[4] servendomi di una metafora legata alla pratica estrattiva. Pensiamo a una miniera: arriva un ricco capitalista, fa erigere gli impianti di estrazione, scava, devasta l'ecosistema, si prende i minerali e quello che vuole e quando la falda si esaurisce lui semplicemente se ne va, lasciandosi alle spalle solo macerie.
Ecco, sento che alla fantascienza rischia di succedere proprio questo.
Possiamo anche rallegrarci di constatare che la leggono tutti, bellissimo, ma cosa leggono effettivamente? Messaggi impoveriti, modificati, scientemente disattivati – sta effettivamente succedendo con la distopia. Che intanto è stata replicata fino alla nausea, la falda mineraria è quasi esaurita, perché c'è stanchezza davanti al profluvio di prodotti distopici; allo stesso tempo, il messaggio controculturale viene accuratamente escisso. E ho più volte constatato che molti consumatori di prodotti distopici sono convinti che distopia e fantascienza siano cose diverse, e proprio mentre consumano distopie affermano che la fantascienza a loro proprio non piace.
Anche questo è lasciare macerie: perché nel momento in cui una potenza industriale si appropria di un'etichetta, la definizione la decide lei. E non è detto che dopo allora rimanga la definizione giusta, perché quella arbitraria può contare su una potenza di fuoco che la impone.
Questa è la dinamica che a me fa paura.
Certo è che quello che ho esposto finora indica anche che abbiamo tra le mani uno strumento potentissimo. E secondo me, abbiamo ancora modo di usarlo.
Spesso, nel citare le caratteristiche della fantascienza si parla dell'anticipazione, spesso per negarle importanza: secondo molti, la fantascienza non deve anticipare invenzioni o trovate tecnologiche precise. Ed è così, non è obbligatorio che la fantascienza si metta a fare predizioni, anche se è un aspetto piuttosto gustoso, che agli appassionati, me compresa, intriga quando è presente. È anche detto che la fantascienza non è obbligata a prevedere il futuro, e anche questo è vero. Ma secondo me, come ho anche scritto in un recente articolo per la rivista Machina[5], c'è una cosa importante che può fare la fantascienza oggi, che è ancora alla nostra portata, e che è necessaria e utile come mai prima: questa cosa è il profetare.
Profetare non vuol dire prevedere, o vaticinare il futuro, o dirti quello che succede domani. Profetare significa vedere e dire. Vedere la Verità, e cercare di trasmetterla. In modo scomodo, spesso parresiasta. Ma ineludibile.
In chiusura di questa forse troppo lunga riflessione, vorrei concentrarmi, anche su sollecitazione di Carmine Treanni che mi ha dato modo di formularla, sul termine di cui in questo periodo festeggiamo pure il centenario: “fantascienza”. Si tratta di un lemma obsoleto? Dovremmo forse cambiarlo, adattarlo, adattarci ai tempi, in favore di etichette più attraenti, come ad esempio “speculative fiction”? Che farne di “fantascienza”, di questo termine secolare?
Le parole sono importanti, ma non sono le cose. Vero è che il termine è problematico, un po' tutti lì dentro ci siamo trovati stretti, alle volte. Ma concordo con altri nell'immaginare che potrà forse emergere un altro termine, prima o poi – e però è auspicabile che ciò avvenga nuovamente a partire dalle cose, e spontaneamente dalle persone che vi hanno a che fare.
Nel frattempo, è meglio non perdere la tradizione della fantascienza chiamata così, con quel canone di opere che da un secolo sono riunite e reperibili sotto questo termine, opere sia impegnate che popolari – anche ricordando i pulp, sin da subito c'è stato chi ha instillato questioni e sensibilità nuove e profonde (come Stanley Weinbaum, qualche anno fa riportato all'attenzione italiana da Catalano, Chiavini, Ortino e il compianto Pizzo). Che ci piaccia o no, abbiamo alle nostre spalle una tradizione data, e che ci piaccia o no abbiamo a definirci una parola ugualmente data, che è legata a quella tradizione e la tiene insieme.
Detto a latere: noi cerchiamo di ricordarlo sempre, ad esempio quando ci chiamano per parlare di solarpunk ne dichiariamo sempre l'affiliazione alla fantascienza, e così anche per la distopia; ci facciamo sempre punto d'onore il nominare la parola “fantascienza” e il ricondurre esplicitamente questi sottogeneri alla loro vera tradizione.
E poi, chissà: il mondo cambia, le cose cambiano, cambieranno magari anche le parole. Ma questo non può avvenire ‘in laboratorio’, sulla base di valutazioni di mercato, di freddi calcoli o per autocensure di sorta.
Note
[1] “Forme di «pseudologia fantastica»: letteratura, Io e catastrofe”, disponibile qui:
https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/articoli/percorsi/percorsi_475.html
[2] “Deviazione naturale. Primo Levi e Luce d'Eramo dal memoir alla fantascienza”, disponibile qui:
https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/articoli/percorsi/percorsi_526.html
[3] Definizione del giornalista Giulietto Chiesa.
[1] [4] Per la prima volta nell'articolo “Macerie“, disponibile sul mio sito:
[5] “La fantascienza come profezia”, disponibile qui:
https://www.machina-deriveapprodi.com/post/la-fantascienza-come-profezia











