Quando pensiamo alla nascita della fantascienza come genere letterario il nome che emerge con più forza è quello di Hugo Gernsback, da sempre citato come “Padre della fantascienza.”
Per essere precisi Gernsback non “inventò” la fantascienza ma, quando nel 1926 fondò Amazing Stories, questo genere di narrativa era già fiorita spontaneamente nelle opere di Jules Verne, H. G. Wells ed Edgar Allan Poe. Ciò che Gernsback fece fu qualcosa di più pragmatico e forse più decisivo: organizzò il materiale che era stato pubblicato e che veniva scritto. Trasformò una compagine dispersa di racconti in un genere riconoscibile, dotato di una identità, di un mercato e di una comunità di lettori appassionati. Insomma fu un atto culturale, ma allo stesso tempo imprenditoriale, una intuizione indubbiamente da visionario non scevra (ovviamente) dal risvolto commerciale.
Gernsback era un entusiasta della tecnologia, divulgatore instancabile, inventore ed editore coniò il termine scientifiction per indicare questa nuova narrativa che univa rigore scientifico e immaginazione. Per lui la fantascienza doveva essere educativa: una sorta di palestra mentale per ingegneri del futuro, ma accanto al visionario “ordinatore del genere” conviveva l’imprenditore non privo di difetti. Negli anni a venire diversi autori ebbero a lamentare pagamenti tardivi o mancati, la sua carriera come editore fu segnata da fallimenti, bancarotta e accuse di scarsa correttezza professionale. Inoltre, la sua “visione”, lo portava a privilegiare (e scrivere) testi in cui la qualità letteraria era spesso secondaria rispetto alla centralità dell’idea scientifica.
Eppure, proprio questa insistenza sull’idea sulla potenza concettuale della narrazione speculativa, fu la sua intuizione più duratura. Gernsback, in qualche modo, comprese che raccontare il futuro poteva servire a modellare il presente. Rese la fantascienza una forma organizzata di immaginazione collettiva, trasformandola in infrastruttura culturale e intuendo, forse, il potere di una narrazione forte e condivisa da una base (diede anche inizio al “fandom”).
Chissà se ha mai pensato, o immaginato, che in un futuro proprio la narrazione sarebbe stata la caratteristica più utilizzata della fantascienza, anche più delle invenzioni che, in questo secolo di vita, hanno portato a realizzare nuove tecnologie precedentemente immaginate in racconti e romanzi?
Se ci guardiamo intorno è facile accorgerci di quanto viviamo immersi nelle narrazioni. Non semplici racconti, ma dispositivi simbolici capaci di orientare emozioni, desideri, paure e, in ultima analisi, scelte politiche e sociali. Diciamolo apertamente: la narrazione oggi è una tecnologia del potere. Spin doctors, leader politici e multinazionali la utilizzano non solo per comunicare decisioni ed eventi ma anche per costruire cornici interpretative, modellare linguaggi, e innescare conflitti divisivi.
Osservando l’ecosistema narrativo contemporaneo, scopriamo che la fantascienza sociologica aveva già anticipato molto, sia riguardo i rischi della manipolazione, che le possibilità emancipative.
Jean-François Lyotard nella sua opera del 1979 La condizione postmoderna, definisce il postmoderno come la “fine delle grandi narrazioni” e prosegue spiegando che tali narrazioni, come l'illuminismo, il marxismo o il progresso tecnologico, pretendevano di fornire spiegazioni universali e verità assolute che ora non hanno più credibilità. Più che una fine, però, stiamo assistendo alla frammentazione delle grandi narrazioni. Veniamo sottoposti quotidianamente a migliaia di micro-racconti emotivi, accattivanti (quasi sempre mascherati da notizie allarmanti o rivelazioni scientifiche rivoluzionarie), costruiti per attivare consenso rapido, polarizzazione e distrazione dalla grande narrazione che può riguardare, ad esempio, il destino del nostro pianeta e dell’intero genere umano. Il vero successo narrativo sta nel non censurare, ma filtrare ciò che viene proposto in modo da confondere i fruitori della narrazione che non percepiscono più una “proibizione” un “tabù” rispetto a determinati argomenti, semplicemente vengono orientati a interessarsi di altro, spesso anche istigati in schieramenti contrapposti che si accapigliano di giorno in giorno per nuovi futili motivi. In questo sistema, la narrazione , poco alla volta, si impadronisce anche del passato, che viene “ridefinito” “riscritto” “adattato alla nuova sensibilità” (invece di essere contestualizzato e criticato costruttivamente perché non vengano più commessi i vecchi errori) come se vivessimo in un eterno presente, senza un passato definito e (soprattutto) senza un futuro da costruire insieme.
È ovvio citare, tra i tanti, alcuni romanzi distopici le cui idee risuonano fin troppo concrete oggi.
In 1984 di George Orwell il cuore del romanzo, oltre al regime tirannico, è il controllo del linguaggio: la Neolingua che riduce la ricchezza del vocabolario per ridurre il pensiero, che riscrive la storia passata perché “chi controlla il passato controlla il futuro” e che “semplifica” la vita quotidiana di chi si trova alla base della piramide.
Il mondo nuovo di Aldous Huxley, invece, ci offre un metodo di controllo attraverso il piacere, un mondo di intrattenimento permanente, felicità obbligatoria, distrazioni costanti. Il sociologo Neil Postman nel suo saggio Divertirsi da Morire (1985), suggeriva che la minaccia in arrivo fosse più huxleyana che orwelliana: non la proibizione dei libri, ma la loro percepita irrilevanza.
Infine, la novelization del primo film di George Lucas, L’uomo che fuggì dal futuro (THX 1138, 1977), a opera di Ben Bova descrive una società tecnocratica, medicalizzata, governata da protocolli impersonali dove il potere si presenta come il rimedio neutro, tecnico e inevitabile da seguire per evitare l’estinzione.
Ma la fantascienza distopica non parla solo di futuri cupi e ineluttabili.
Ursula K. Le Guin definisce il suo I Reietti dell'Altro Pianeta (1975) come “un’utopia ambigua” che descrive un mondo imperfetto e “dialogico” dove il dialogo è un conflitto attraverso le parole argomentate e non uno scontro a base di slogan propagandistici. Un “agire comunicativo” che si ritrova ne La Mano Sinistra delle Tenebre, sempre della Le Guin pubblicato nel 1969, dove si affrontano i temi del relativismo culturale e dell’identità fluida, mostrando come la distopia possa servire a costruire il confronto invece di seppellirlo. Per concludere, circa vent’anni dopo, Iain Banks, con il suo inconfondibile stile, apre il “Ciclo della Cultura”, immergendoci in una società post-scarcity governata da IA benevole, dove il potere è distribuito, la conoscenza condivisa e la narrazione pluralista e auto-critica vissuta in un futuro di certo non perfetto ma nemmeno opprimente.
Non abbiamo modo di sapere se Gernsback abbia mai riflettuto su argomenti simili, ma di sicuro possiamo dire che prendersi l’impegno di organizzare un genere in qualche modo ha significato anche organizzare un immaginario.
È da un secolo che la fantascienza apre le porte del possibile, sfidando chi scrive e chi legge a immaginare futuri diversi, e, magari, provocando il desiderio di costruirli per davvero.
Sia chiaro, come è stato affermato più volte dai più disparati autori, la fantascienza non serve a predire ma ad aprire la mente ai possibili scenari futuri.
In questo 2026 la domanda non è: “se viviamo in una distopia”, ma “quale narrazione stiamo contribuendo a costruire?”. Se restiamo inattivi in una narrazione emotiva e polarizzante, il futuro sarà una distopia meno apocalittica, forse, ma di sicuro illiberale. Se invece decidiamo di fare nostra la lezione delle utopie sociologiche e adoperarci per la pluralità, trasparenza, conflitto esplicito e autocritica potremo, forse, condividere un futuro più luminoso.
Oggi, più che mai, il vero campo di battaglia della fantascienza è la narrazione che rende la realtà inevitabile o trasformabile.
Come sempre la scelta è nelle mani di narratori e lettori.
A tutti Buon Primo Centenario.











