Le strade scorrono a centinaia attorno a lui, ma solo una porta alla luce.

Scintille e scariche di elettricità statica crepitano da ogni direzione; pallidi arcobaleni tagliano a spicchi l’universo ambrato che lo avvolge. Fiumi d’oro e di tenebre minacciano di travolgerlo in ogni istante.

È tentato di restare, di fermarsi, tornare indietro.

Ma ormai non può; non deve, è necessario avanzare. Scegliere una strada e una sola, la strada per la luce, per la vita. Passa un milione di istanti. Poi la scelta è fatta, più veloce del pensiero corre verso la sua meta, una luminosità rossa lo inghiotte e si ritrova in un nuovo universo, il Mondo Scarlatto. Da lì alla luce il passo è breve. Una pausa: no, non può fermarsi ora, deve correre, correre, correre…

… uscire dal Mondo Scarlatto, alla luce…

Yuri Star si sveglia di soprassalto. Per un lungo istante si sente smarrito, non riesce a mettere a fuoco l’immagine o non ricorda dove si trova. La sua mente è ancora confusa dalle effimere immagini del sogno. Finalmente i suoi occhi, mantenuti in perfette condizioni dalla Macchina Conservatrice, tornano a funzionare, e torna anche la sua memoria. E il suo cuore perfetto, tenuto in stato di conservazione perfetta, gli balza in gola.

“Ehi! Sono sveglio!”. Una presa di coscienza d’un fatto. Ma soprattutto delle conseguenze in esso implicite. Molto più eccitanti. “Se sono sveglio, sono passati cento e trenta anni!”. Un sonno tranquillo, in ibernazione per più di un secolo. Tutto è a posto. Ed è proprio il posto, quello che conta. “Se sono passati centotrent’anni, allora sono arrivato!”. Usufruendo per la prima volta, dopo un’eternità, dei suoi muscoli, anch’essi come tutto il resto del corpo in perfetta efficienza grazie ai servomeccanismi di conservazione, Star balza giù dalla cuccetta e si dirige sul ponte.

Là, sullo schermo panoramico che domina il salone a cupola, giganteggia un pianeta. Un mondo azzurro, dalle sfumature verdi, e gialle, e marroni, e di mille altri colori. Star ne rimane estasiato.

“È meraviglioso. Sembra la Terra. Ed è vergine. Un paradiso”. Una pausa nei suoi pensieri. “E sarò il primo a metterci piede!”.

Yuri Star si sente quasi male dalla felicità. Non riesce a respirare. Riesce solo a guardare lo schermo e a sentirsi in comunione con l’universo.

– Ce l’ho fatta! Anch’io sono un primo uomo! Come Gagarin, come Armstrong, come Smithson. Sarò il primo uomo a posare il piede su un mondo extra-solare. – Si siede per terra. Ancora contempla lo schermo e tira un gran sospiro. Poi si china e si bacia il piede destro – Io e te saremo famosi.

Per un istante ripensa a tutto il passato, rivivendo con approvazione ogni singola azione che lo ha portato dov’è. Ricorda quando si iscrisse, appena dodicenne, al Programma Spaziale, prima ancora dello sbarco su Marte. Ricorda come riuscì a barare ai test psicofisici, nascondendo abilmente quell’entusiasmo che gli altri si ostinavano a chiamare mania ossessiva. Ricorda come riuscì a essere scelto per la Prima Missione Interstellare. Più che altro per la codardia degli altri contendenti, che non ebbero il coraggio di star via duecentosessanta anni dal loro pianeta. Ricorda la partenza da Supra-New York, l’ibernazione…

“Ed eccomi!”. Si rialza di slancio e, con febbrilità, comincia a darsi da fare per programmare l’atterraggio. Controlla i dati sul pianeta, che ha già battezzato Yuri. In onore di Gagarin, naturalmente. “Gravità OK; l’atmosfera sembra la fotocopia di quella terrestre. Un po’ più di ossigeno: meglio. Niente gas tossici, eccetera. Si vedeva dall’aspetto che era buono”.

Il grande veicolo spaziale ora sta compiendo orbite sempre più brevi, finché lo schermo diventa rosso per il calore. Star si rilassa, è già nell’atmosfera e fra pochi minuti sarà a terra.

Con un leggero scossone la nave si assesta sul suolo del pianeta. Tutto è silenzioso, l’unico rumore che si può ascoltare è il ritmico tonfo del cuore dell’astronauta, un cuore che solo grazie alle sue perfette condizioni e alla sua perfetta costituzione può resistere alle violente emozioni di cui Star è preda in questi storici momenti. Impaziente, Star corre nella stiva, rovista fra le casse e gli scatoloni contenenti le attrezzature, i ricambi, i viveri, mettendo tutto in disordine.

– Eppure l’avevo nascosta qui… ah, eccola!

Da dietro un contenitore tira fuori una vecchia bandiera, un po’ spiegazzata, completa di fil di ferro per mantenerla distesa. Sullo stendardo sono raffigurate delle stelle e delle strisce.

“Ahah!” Star bacia la bandiera. “Ora possiamo andare, bella. Ah! Un piccolo passo per un uomo… be’, quattro anni luce, sputaci sopra… ma un balzo da gigante per l’umanità!”.

Star indossa l’uniforme e si dirige a passo militaresco, un po’ goffamente, verso il portello. Ed ecco che gli si schiude davanti il nuovo mondo: dinanzi a lui Yuri dalle vaste contrade aspetta solo di essere conquistato.

Star balza a terra con impeto. Con suo disappunto non riesce a imprimere l’orma del suo stivale nel suolo erboso, ma si riprende subito. Rizza le spalle e leva in aria la bandiera, si schiarisce la voce e, finalmente, pronuncia la storica frase.

– Nel nome di tutta l’umanità io, Yuri Star, primo uomo fuori dal Sistema Solare, dichiaro questo mondo, Rigel Kent IV / Yuri, proprietà del…

Un rombo improvviso lo interrompe.

“Il rumore di un motore? Gli indigeni del pianeta! Che guaio… Era meglio un mondo disabitato, per la colonizzazione…”.

L’apparire di una jeep, o qualcosa di simile, da dietro il muso dell’astronave spezza il filo dei suoi pensieri. Per un attimo teme di farsi prendere dal panico ma si costringe a calmarsi e, rigido come il metallo, attende gli inviati del pianeta, conscio di rappresentare l’intero popolo della Terra.

Un alieno, con indosso qualcosa di simile a un’uniforme piena di lustrini, scende dalla jeep e si dirige verso di lui.

“Decisamente un tipo umanoide.” si dice Star “Meglio così, sarebbe stato più complicato parlamentare con delle rape semoventi o con dei molluschi tentacolati.”

L’alieno si ferma a un metro da lui e alza la mano in un cenno di saluto.

– Benvenuto sul nostro mondo. Fatto buon viaggio?

“Interessante, parla inglese. Traduttori universali… dunque una cultura molto avanzata. Avranno astronavi? Non ho guardato intorno al pianeta… la mia solita disattenzione…”.

– Salve, io vengo dal pianeta Terra e vi porto un messaggio da parte dell’umanità. – “Ma che fa quel selvaggio, ridacchia? Che c’è da ridere?”.

– Ehm… capitano Star, noi, vede…

– Come conosce il mio nome? – fa Yuri, spaventato. “Telepatia?”.

– Sto cercando di spiegarglielo… vede, noi la stavamo aspettando.

– Cosa?

– Ecco, so che per lei sarà una sorpresa… ma… Noi veniamo dalla Terra. Cioè, siamo di origine terrestre. Questo mondo, Rigel Kent IV, è stato colonizzato dagli uomini oltre un secolo fa, dopo la costruzione delle prime astronavi iperluce.

Le ginocchia di Yuri Star, per quanto perfette, cedono.