Nelle sue canzoni la fantascienza non è mai stata un tema dominante. Guccini ha preferito raccontare la memoria, il tempo, la politica, l’amicizia e la provincia, ricorrendo solo occasionalmente a immagini futuribili o fantastiche, sempre filtrate da quello sguardo ironico e profondamente umano che caratterizzava tutta la sua opera. Era però un appassionato lettore del genere e conosceva bene l’immaginario della science fiction classica, che riaffiorava qua e là nei suoi testi e nelle sue interviste.
Se c’è però una canzone in cui Guccini si è avvicinato più esplicitamente all’immaginario della fantascienza, è Noi non ci saremo, scritta nel 1966 per i Nomadi e poi incisa anche da lui. Nata nel clima della Guerra fredda e dell’incubo atomico, immagina un mondo devastato da una catastrofe nucleare: la natura torna lentamente a rifiorire, le città in rovina vengono riconquistate dal tempo e la vita riprende il suo corso, ma l’umanità che ha provocato il disastro non è più lì a vederlo. È un autentico racconto post-apocalittico in forma di canzone, debitore della lezione di Bob Dylan ma anche perfettamente inserito nella grande tradizione della fantascienza del Novecento, che proprio attraverso gli scenari della fine del mondo rifletteva sui rischi della tecnologia e sulla fragilità della civiltà. Guccini stesso riconobbe l’influenza di A Hard Rain’s A-Gonna Fall, ma trasformò quell’ispirazione in una delle più intense meditazioni italiane sull’era nucleare.
Il contributo più importante di Guccini alla fantascienza resta però il fumetto Storie dello spazio profondo, realizzato insieme all’amico Bonvi tra il 1969 e il 1970. Pubblicato inizialmente sulla rivista Psyco, il ciclo raccontava le avventure di uno scanzonato avventuriero spaziale e del suo inseparabile robot, in una serie di episodi che mescolavano space opera, satira, umorismo surreale e gusto per la parodia. A distanza di anni, quelle storie colpiscono ancora per la fantasia delle idee e per il modo in cui anticipavano, con leggerezza e intelligenza, atmosfere che sarebbero diventate familiari al grande pubblico con la stagione di Star Wars.
È una produzione relativamente piccola, ma significativa: dimostra come Guccini considerasse la fantascienza non un semplice divertimento evasivo, bensì un linguaggio capace di raccontare il presente attraverso il futuro, proprio come la migliore tradizione del genere.
Anche per questo il suo nome rimarrà caro ai lettori di fantascienza italiani. Non soltanto come quello di uno dei più grandi cantautori del Novecento, ma anche come un autore che, per un breve e felice tratto del suo percorso artistico, seppe guardare verso le stelle con la stessa curiosità, ironia e umanità con cui ha raccontato tutta la nostra vita.










