Nell’incipit del suo articolo pubblicato su “La Lettura” del 28 giugno 2026, il supplemento culturale de "Il Corriere della Sera", con il roboante titolo “Contro la fantascienza”, lo scrittore Mauro Covacich non fa mistero che ha sempre trovato difficile approcciare la fantascienza. Questa è l’unica considerazione condivisibile, di un pezzo che per il resto non si può che definire qualunquista, nella sua accezione più palese di essere superficiale e di liquidare una questione complessa con frasi fatte e luoghi comuni. Leggere fantascienza non è per tutti, richiede uno sforzo cognitivo non indifferente. Una buona idea fantascientifica, alla base anche di un romanzo scritto male, può mettere in discussione le leggi sociali e quelle delle scienze esatte che conosciamo e restituirci una realtà completamente diversa da quella in cui viviamo. La sfida che la buona fantascienza pone al lettore è sempre cognitiva, è questo il vero divertimento di questo tipo di narrativa.
Covacich ammette di aver letto pochi romanzi e solo quelli che l’hanno incuriosito perché ha visto prima il film, preferendo comunque di gran lunga quest’ultimo. Dichiara, a esempio, di aver visto pellicole come Blade Runner, Solaris e 2001: Odissea nello spazio e, poi, di aver letto i romanzi.
Ora, già questa premessa è disarmante. Parla di un fenomeno culturale che non conosce, la fantascienza, su di un quotidiano nazionale, solo sulla base di pochi film e romanzi. Secondo questa logica, dunque, chiunque potrebbe pubblicare un articolo su “Il Corriere della Sera” sulla semiotica, sulla disciplina che tra le altre cose studia i simboli, solo perché ha visto la trilogia di film, tratti dai thriller di Dan Brown, con protagonista lo studioso Robert Langdon, ovvero Il codice da Vinci, Angeli e demoni e Inferno. Con buona pace di Umberto Eco. Ma andiamo avanti.
Lo scrittore triestino sottolinea, poi, che non riesce a capacitarsi, cito testualmente: “delle mirabolanti considerazioni che ancora oggi sento fare quanto alla capacità predittiva degli scrittori specializzati nel genere in questione”. Ora, chi ha letto un gran numero di romanzi di fantascienza, o almeno un numero congruo per farsi un’idea dei suoi temi, non certo tre o quattro, sa molto bene che questa forma di letteratura non ha mai avuto la pretesa di predire il futuro. Un concetto che tutti gli scrittori di fantascienza hanno sempre rigettato al mittente. Semplicemente, scrivendo di scenari futuri, spesso ricavati da un’estrapolazione cognitiva della realtà presente, alcuni sono riusciti a descrivere il tempo avvenire e la realtà in cui siamo successivamente incappati per davvero, sembrando agli occhi dei profani delle chiromanti da luna park; altri invece hanno “fallito”, ma solo “esclusivamente” sotto questo punto di vista.
Una premessa è necessaria. La fantascienza è stata, e in parte lo è ancora, una letteratura popolare, che ha prodotto una gran mole di racconti e romanzi, per cui non tutti sono capolavori, ci mancherebbe, anzi la gran parte di essi può essere liquidata semplicemente come “spazzatura”, così come del resto vale per la letteratura, solo una minima parte di essa resta, e li chiamiamo classici, altri romanzi passano, semplicemente non sopravvivono al tempo in cui sono stati pubblicati.
Detto questo, nel lungo paragrafo successivo del suo pezzo, Covacich conferma quanto abbiamo appena affermato. Ricorda di un lontano cineforum, nel 1989, in cui ha visto il film Soylent Green. Racconta la trama, che consiste nel fatto che nel futuro (siamo nel 2022) si mangiano delle tavolette di una speciale alga artificiale e alla fine si scopre che in realtà quelle tavolette sono create a partire dai cadaveri di esseri umani. Ecco la lettura superficiale. Covacich non coglie che il tema vero è la sovrappopolazione e le conseguenze che crea, come le diseguaglianze sociali ed economiche. Ci sono persone che possono vivere in un piccolo appartamento, come il protagonista, e altre che vivono per strada, negli androni dei palazzi (c’è una scena del film in cui il protagonista sale le scale per raggiungere la sua abitazione, scansando letteralmente le persone che dormono sugli scalini); ci sono alcuni che possono comprare cibo sul mercato nero e altre che devono nutrirsi delle tavolette. Il romanzo da cui è tratto il film non ha per un puro caso il titolo Make Room! Make Room!, che in italiano è diventato Largo! Largo!. È questo il tema centrale del film. La sovrappopolazione, una tendenza che nel 1966, l’anno di pubblicazione del romanzo, era pressante. E poco importa se oggi il tema sia rilevante o meno, quello che conta è che chi legge il romanzo o guarda il film può riflettere su questo futuro e compararlo con il nostro presente. È questa, mi sembra, la grandezza della fantascienza.
Covacich prosegue sostenendo che mentre lui guardava quel film nel 1989, la fantascienza era fuori la sala del cinema e cita come esempio il crollo del muro di Berlino. Mentre a tutt’oggi nessuno ha creato le tavolette di alghe artificiali per risolvere la fame nel mondo, la fantascienza non aveva previsto il crollo dell’Unione Sovietica. Insomma, per lo scrittore la science fiction può essere solo questo: un modo come un latro per predire il futuro e non una letteratura che fa riflettere sulla realtà in cui viviamo attraverso metafore come robot, alieni, mutanti, tecnologie e altre bizzarrie.
Non a caso, lo scrittore continua accusando la fantascienza di non aver previsto tante cose. E cita in ordine di comparizione: le strade intergalattiche, gli androidi e i robot domestici credibili, gli uomini bicefali con le orecchie da pipistrello. Ora, è vero che le strade intergalattiche non esistono e non mi risulta l’esistenza di uomini bicefali, ma su androidi e robot domestici direi che ci siamo. Ma il punto vero della questione, ribadisco, non è l’invenzione tecnologica in sé, ma come gli scrittori descrivono le conseguenze sociali, emotive, economiche, sociali, politiche che possono scaturire da una tecnologia o dalla comparsa degli alieni nei nostri cieli.
Covacich non demorde e prosegue, tacciando la fantascienza di non aver previsto altre cose:
“Ci hanno raggiunto invece i social media, senza che nessuno ne abbia mai neanche lontanamente prefigurato la genesi (per non parlare degli effetti…). Ma prima di Facebook ci eravamo già inventati: la rete, la posta elettronica, il trasferimento di testi e immagini in tempo reale. Subito dopo sono arrivate le videocomunicazioni da una parte all’altra del pianeta tramite un piccolo telefono senza fili che non smettiamo un istante di titillare, poi la produzione di oggetti in stampanti 3D, poi l’acquisizione immediata di ogni tipo di merce e la sua consegna nel giro di ventiquattrore, e poi e poi e poi. Ci aspettavamo «navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione», ma noi ad Orione non abbiamo neanche mai tentato di avvicinarci”.
Qui lo scrittore triestino mette in mostra tutta la sua ignoranza (intesa come mancanza di letture di romanzi di fantascienza). Non sa, a esempio, che nel 1992 lo scrittore Neal Stephenson pubblicava il romanzo Snow Crash, in cui vi era descritto il Metaveso, un luogo virtuale in cui gli esseri umani interagivano attraverso avatar. Per quanto riguarda la rete, la posta elettronica, lo scambio di file e le videocomunicazioni in tempo reale, qualche anno prima, nel 1984, lo scrittore William Gibson dava alle stampe il romanzo Neuromante, in cui si descrive il cyberspazio, che è praticamente il concetto di dimensione virtuale e immateriale creata dall'interconnessione globale di reti digitali, dispositivi informatici e dati. E potremmo continuare così, ma ripetiamo che questa è solo la superficie delle cose. Stephenson e Gibson si chiedono come reagiamo noi umani a queste tecnologie? Come cambia la società? Quali sono le conseguenze sui vari piani della vita dell’uomo (economico, sociale, politico e così via)?
Sul telefono senza fili, citato da Covacich, potremmo scendere al suo livello basso e superficiale, sostenendo che una serie TV come Star Trek l’aveva già previsto nel 1966.
Ma non finisce qui. Lo scrittore chiama in causa Philip k Dick e il suo romanzo Ubik, di cui si stupisce che uno scrittore contemporaneo come Emmanuel Carrère lo consideri un capolavoro.
Ma ecco il colpo di scena, Covacich rimedia alla sua lacuna e lo legge.
Ecco come lo scrittore italiano descrive il romanzo, che ricordiamo è stato scritto nel 1965 e pubblicato nel 1969:
“Nel romanzo di Dick lo spray Ubik ha dei poteri miracolosi, qualcosa che aumenta il decadimento della realtà o lo rallenta fino a invertirlo. Secondo Carrère, Dick ha pensato a una specie di metafora dell’Lsd, la cui esperienza euristica e insieme destabilizzante è stata fonte di inesauribile riflessione per lo scrittore americano che, peraltro, sembra abbia assunto l’acido una volta soltanto.
Il romanzo è ambientato nel 1992, in un mondo dominato da alcune multinazionali che si affrontano subdolamente in una spietata guerra di spionaggio industriale di vecchio stampo capitalista — uno scenario fantastico abbastanza poco fantasioso —, solo che questa guerra è affidata a figure dotate di poteri paranormali. Ci sono i telepati, che sanno leggerti il pensiero. Ci sono i precog, che sanno prevedere il futuro. A contrastare i loro poteri, vengono assoldate agenzie che hanno appunto il compito di neutralizzarli con personale detto inerziale, altrettanto superdotato. Ma, come se non bastasse, ben presto tutto si complica, il tempo regredisce, gli oggetti si deteriorano assumendo la loro forma primordiale (videofoni diventano telefoni degli anni Trenta), il confine tra la vita e la morte si dissolve, così come si fondono in uno stesso amalgama vischioso la realtà e l’immaginazione”.
Orbene, Covacich ammette i suoi limiti: “in un paesaggio umano così poco riconoscibile, situato in un orizzonte cognitivo privo di esperienze condivise, dove le cose succedono fuori da ogni logica, ovvero in modo del tutto arbitrario, io non solo fatico ad appassionarmi, ma non trovo nulla che mi faccia riflettere né tantomeno avverto qualcosa che possa risultare utile al mio inesauribile apprendistato affettivo e sentimentale di umano gettato sulla terra”.
Come sottolinea più avanti, e qui che Covacich a nostro avviso non riesce a cogliere la grandezza della fantascienza, il mondo descritto nel romanzo di fantascienza deve essere per lo scrittore triestino sempre in qualche modo riconoscibile, vicino all’esperienza e alla realtà del lettore. Ma Dick descrive un mondo futuro dominato da multinazionali, che si fano una spietata guerra di spionaggio industriale e poco importa se usino persone che sanno leggere il pensiero o prevedono il futuro, o ci sia uno spray che fa regredire la realtà, trasformando un futuristico videofono in un banale telefono.
Ecco, Dick ha preso una cantonata, perché descrive anche una società in cui le porte si aprono con una moneta, mentre nella nostra realtà la moneta è virtuale. Riceviamo bonifici, paghiamo con carte di credito, ci sono le criptomonete ci ricorda lo scrittore italiano. Tutta la finanza di oggi è virtuale. Dick, dunque, ha fallito come scrittore di fantascienza perché in Ubik non ha previsto queste cose (grande Sic!).
E non finisce qui. La fantascienza, si badi bene quella letteraria, non ha previsto la videosorveglianza delle nostre strade e dei luoghi di lavoro, le interfacce cervello-computer che sono in grado di governare protesi robotiche, la possibilità di configurare il nostro DNA per modificare il patrimonio genetico di un essere umano ed evitare malattie gravi, gli algoritmi che profilano i gusti degli utenti a fini pubblicitari, i trapianti di organi animali sull’uomo. E che dire dell’intelligenza artificiale che Covacich ammette: “potrebbe scrivere questo articolo molto meglio di quanto stia facendo io”. E su questo non osiamo dagli torto.
Ma il meglio viene adesso. Ecco cosa scrive Mauro Covacich dopo l’elenco delle cose che, secondo lui, la fantascienza non ha previsto: “Quale autore ha previsto anche solo un pezzetto di tutto questo?”.
Scendo al suo livello, ma solo per invitare chi legge fantascienza regolarmente a elencare i romanzi e gli autori che hanno descritto le cose citate da Covacich. Mi limito a sottolineare che nel 2026 è indecoroso per il supplemento culturale de “Il Corriere della Sera” pubblicare un testo così superficiale, così qualunquista e, in definitiva, che ha come tema centrale il gusto personale di uno scrittore su un genere di letteratura. Che per carità, può piacere o non piacere, ma che almeno gli argomenti che si mettono in campo per dire che non piace siano quantomeno dignitosi.











