Sul numero 1 della rivista “Robot”, dell'aprile del 1976, Giuseppe Lippi suggellava l'uscita della più importante e iconica rivista di fantascienza italiana con un intervento critico dal titolo Fantascienza e letteratura popolare. La premessa all’interessante e brillante riflessione, era la constatazione da un lato che la fantascienza era nata sui dime novel degli inizi del Novecento e sui pulp degli anni Venti e Trenta, cioè sulle riviste popolari su cui veniva pubblicata tanto la science fiction, quanto il western o la narrativa poliziesca, e dall’altro che i vari scrittori di fantascienza non erano degli incompresi geni che meritavano di vincere il Premio Pulitzer della letteratura e che per pura sfortuna erano finiti a pubblicare sulle riviste popolari, ma piuttosto “erano il prodotto specifico delle condizioni culturali che, nell'ambito della letteratura popolare americana, avevano portato alla nascita stessa del nostro genere”.

I critici e gli appassionati, per Lippi, hanno spesso indugiato su due atteggiamenti, entrambi sbagliati. Il primo era di considerare la fantascienza superiore agli altri generi letterari, non si sa bene per quale caratteristica; il secondo è stato di valutare la science fiction come una narrativa in grado di fondersi con la letteratura mainstream, nonostante le sue origini popolari e, per certi versi, volgari.

Per Giuseppe Lippi: “Il codice espressivo della fantascienza, e quello coniato dai generi popolari di massa, merita uno studio a sé, necessario per ogni presa di coscienza e teoria della sf”. Pertanto, per il curatore di Urania la science fiction era non una degradazione della letteratura generalista, ma era “[…] il prodotto specifico delle condizioni culturali che, nell'ambito della letteratura popolare americana, avevano portato alla nascita stessa del nostro genere”.

Lippi evidenza dunque una stretta connessione tra la cultura di massa e la fantascienza, con quest’ultima che fa parte della prima. Ma la stessa cultura di massa, come anche la fantascienza, sono state spesso oggetto di “attacchi” culturali.

Uno dei critici più feroci della cultura di massa è, senza dubbio, l’americano Dwight Macdonald. Il suo saggio più famoso, Masscult e Midcult, riassume tutte le posizioni polemiche dell’autore. Pubblicato per la prima volta nel 1960, sulla rivista “Partisan Review” – di cui Macdonald fu tra i più vivaci animatori, ma da cui si distaccò per divergenze sulla linea editoriale assunta dalla rivista in merito alla Seconda Guerra Mondiale –, il saggio è un attacco feroce alla cultura di massa, contro il suo stile, i suoi linguaggi le sue estetiche.

Nato a New York nel 1906, dopo la laurea Macdonald si dedica al giornalismo, approdando – nell’America che aveva appena conosciuto la grande depressione, in seguito alla crisi economica del 1929 – alla rivista Fortune edita dal magnate dell’editoria Henry Luce. Nel 1936 lascia questo lavoro e si avvicina sempre più alla politica. Aderisce ai Comitati per la difesa di Trockij e fonda, insieme ad un gruppo di amici la “Partisan Review”, che diventa in breve tempo un punto di riferimento per la sinistra antistalinista. Si allontana dalla rivista, perché la redazione – schierata a favore dell’intervento americano nella Seconda Guerra Mondiale – non accetta di pubblicare un articolo pacifista di Paul Goodman. Nel 1944, fonda una sua rivista, politics, con la “p” minuscola, che durerà fino al 1949. Lascia momentaneamente la politica e si dedica alla letteratura e al giornalismo. Nel 1963, scrive un saggio sulla povertà di massa e sull’America opulenta: un testo che in seguito ricorderà come uno dei suoi pezzi migliori e più politici. La guerra nel Vietnam lo trascina di nuovo nell’agone politico e Macdonald, pur non parlando la stessa lingua, si schiera con i giovani americani che protestano per le vie degli Stati Uniti.

Queste poche note biografiche sono sufficienti a delineare il personaggio Macdonald: anarchico, politicamente scorretto, un intellettuale attaccabrighe, un radicale. Un ritratto che emerge con forza nel suo saggio contro la cultura di massa.

L’incipit di Masscult e Midcult è quanto mai chiarificatore di cosa sia il masscult per Macdonald.

Per quasi due secoli la cultura occidentale ha rappresentato in realtà due culture: quella di tipo tradizionale, che definiremo Alta Cultura, riportata dai libri di testo, e quella narrativa, fabbricata per il mercato. Quest’ultima può essere definita Cultura di Massa, o meglio Masscult, dal momento che non si tratta affatto di cultura. Il Masscult è una parodia dell’Alta Cultura.

Questo lapidario giudizio non deve trarre in inganno. Macdonald non ha intenzione di liquidare la questione in poche battute, ma vuole mettere subito in chiaro la sua posizione. È cosciente del fatto che ci troviamo di fronte ad un fenomeno nuovo, che trova nei mezzi di comunicazione di massa il veicolo più idoneo di questa nuova cultura.

La dialettica fondatrice di Masscult e Midcult s’instaura su due poli ben precisi, da un lato c’è l’Alta Cultura e dall’altra il Masscult, o la sua forma peggiore cioè il Midcult, ovvero quella forma ibrida e subdola di cultura di mass, da cui prende le caratteristiche principali, ma con l’obiettivo di annacquare e volgarizzare i contenuti della Cultura Alta e renderli facilmente digeribili dal grande pubblico.

Come altri pensatori del passato, anche Macdonald riconosce all’irruzione delle masse nella storia, un palese punto di partenza per lo sviluppo della cultura di massa. La società industriale americana tende a formare la massa e a trasformare l’individuo nell’uomo massa. La massa, dunque, è un insieme di persone che non sono legate ne fra loro ne perché facenti parti di una comunità. Solo un fattore impersonale, astratto è in grado di attrarre la massa, come “[…] un partito politico, un programma televisivo, un sistema di produzione industriale”.

A creare le masse, per l’intellettuale americano, è stata la rivoluzione industriale che ha sradicato le persone dalla campagna e le ha ammassate nelle città, preferibilmente vicino alle fabbriche, divenute ben presto il motore principale dell’economia americana e occidentale. Processo che è iniziato nel XVIII° secolo in Europa e si è poi esteso agli Stati Uniti.

La domanda che poniamo come provocazione e come tentativo di riflessione è: la fantascienza è Masscult o Midcult?

La risposta è probabilmente nel mezzo, è un po’ Masscult ma anche un po’ Midcult. C’è un certo tipo di fantascienza, quella di alcuni specifici periodi storici che possiamo definire Masscult e altre tipologie di science fiction che possiamo definire Midcult. Ma forse per un pensatore irriverente come Macdonald la fantascienza è tutta Midcult.