Nella seconda metà del Novecento è emerso con forza il concetto di cultura di massa, che ha a che fare con un insieme di valori, simboli, linguaggi, rappresentazioni, riti, pratiche sociali determinate in un preciso periodo storico e che si può generalmente identificare con l’avvento della cosiddetta società di massa. La cultura di massa ha trovato, infatti, il suo consolidamento come fenomeno intorno alla prima metà del Novecento, ma è anche il frutto di un processo storico che è partito all'inizio dell'Ottocento e che ha visto come premessa sia la nascita dei mezzi di comunicazione di massa (mass-media), attraverso i quali è stata veicolata, sia lo sviluppo di un'apposita industria (industria culturale), fiorita proprio grazie alle nuove tecnologie della comunicazione. Non è un caso che spesso i concetti di cultura di massa, mass-media e industria culturale si sovrappongono, venendo spesso utilizzati quasi come dei sinonimi, ma di cui è importante descriverne i confini, pur consapevoli che la definizione di tali concetti è ancor oggi problematica e al centro del dibattito degli studiosi. Con mass-media s'intendono generalmente quelle tecnologie, quei mezzi, quegli strumenti che consentono l'invio di un messaggio o di una informazione ad una vasta platea di persone, anonime, indifferenziate e che sono poste molto lontano dal luogo di trasmissione. Il telegrafo, la radio, la stampa, il cinema, la televisione sono i più comuni mezzi di comunicazione di massa, a cui vanno aggiunti Internet e i new media che hanno aperto nuovi dibattiti. Il termine industria culturale, invece, fa riferimento al processo di ideazione, sviluppo e realizzazione dei mass-media attraverso i quali una gran parte della cultura è anche veicolata, distribuita e consumata.
Tali processi sono dunque strettamente connessi allo sviluppo delle tecnologie della comunicazione, il cui inizio è generalmente posizionato con l'invenzione del telegrafo, strumento che ha permesso al processo di trasmissione delle informazioni di svincolarsi dai mezzi di trasporto. Con la prima trasmissione a mezzo del telegrafo elettrico, inventato da Samuel Morse nel 1844, le informazioni e i relativi supporti su cui sono impresse non hanno più la necessità di viaggiare nello spazio tra il mittente ed il ricevente, ma possono essere trasmesse in tempo quasi reale da un qualsiasi punto geografico ad un altro posto a distanza ravvicinata o molto lontano. A partire da quest'invenzione, l'industria culturale ha potuto contare su una serie di tecnologie che sono state propedeutiche alla nascita della stampa, del cinema, della radio e della televisione.
La cultura di massa è il frutto dei mass media da un lato e dell’industria culturale dall’altro lato, una cultura che ha creato nel corso del Novecento un suo preciso immaginario. Per immaginario, infatti, s’intende una determinata struttura sociale prodotta in epoche diverse e da diverse società, alla cui creazione partecipano tutti, ma di cui nessuno ne è in qualche modo proprietario.
Se pensiamo alla fantascienza come a un immaginario condiviso da un gran numero di persone (anche chi non legge o consuma regolarmente fantascienza ha un’idea di cosa sia fatto il suo immaginario, come astronavi, alieni, robot, etc.), sappiamo che esso ha cominciato a formarsi all’inizio dell’Ottocento con le opere di scrittori quali Edgar Allan Poe, Mary Shelley, Jules Verne, H.G. Wells e molti altri, ma ha poi trovato una sua più precisa definizione e istituzionalizzazione negli anni Venti del Novecento, trovando spazio in quella che è stata l’industria delle riviste di massa americane, in particolare nei cosiddetti pulp magazine. La science fiction in quanto genere letterario è già stata masticata dai lettori delle riviste, sia al di qua sia al di là dell’oceano, fin dagli ultimi decenni dell’800, ma è stato con l’editore Hugo Gernsback che ha trovato un nome, il ben noto “scientifiction”, e una “casa”, la prima rivista, il pulp magazine “Amazing Stories”.
Proprio sulla scorta delle opere di Poe, Verne e Wells, Hugo getta le basi del nuovo genere narrativo. È il 1926, Gernsback è uno dei tanti europei venuti in America per cercare fortuna. La sua città di provenienza è Lussemburgo, dove è nato nel 1884. Giunto negli Usa, intuisce che un mercato d’oro dove potersi inserire è quello della telegrafia senza fili, settore di cui era appassionato fin da ragazzo. Comincia ad importare dal Vecchio Continente i telegrafi e a rivenderli, attraverso un apposito catalogo, in America. Quel catalogo si chiama Modern Electrics e ben presto si configura anche come una rivista, pubblicando in appendice anche dei racconti. Lo stesso Gernsback vi pubblicherà a puntate, nel 1911, il suo romanzo Ralph 124C41+, che descriveva le avventure di un giovane inventore in un mondo del futuro. Tale scelta non dispiace ai lettori e Gernsback decide così di varare una rivista tutta dedicata al nuovo genere.
Ma la fantascienza non nasce perché un editore americano, di origine lussemburghese, ha “inventato” questo tipo di narrativa dalla sera alla mattina. È piuttosto il frutto di una lunga evoluzione sociale, economica e industriale che affonda le sue radici proprio nella cultura di massa.
Non si può accennare alla storia della science fiction senza sottolineare l’evoluzione e le invenzioni dell’industria della stampa. Una svolta radicale, ad esempio, arriva nel 1881, con l’invenzione della linotype che permise ai tipografi di sbarazzarsi della laboriosa composizione a mano dei caratteri. Nello stesso anno fu creato un processo per estrarre dalla polpa di legno un tipo di carta a basso costo. Nascevano così i “mezzi” tecnologici per produrre un numero maggiore di libri e la possibilità di stampare tirature più alte per le riviste.
Due anni più tardi fu inventata l’incisione della mezza tinta che permise alle riviste di stampare illustrazioni fotografiche a tutta pagina per soli venti dollari, al posto dei cliché di legno che ne costavano duecento.
Ancora, nel 1883, Joseph Pulitzer lanciava il “New York World”, il primo quotidiano popolare, nel senso che la sua filosofia come giornale era quella di allargare il numero dei lettori.
La fotografia era già praticata, ma solo con la rivoluzione attuata dalla Kodak nel 1888, per opera dell’americano George Eastman, diventa una pratica per tutti. Lo slogan dell’azienda era infatti: “voi schiacciate il bottone, noi faremo il resto”. Se il cinema nascerà ufficialmente nel 1895, immagini in movimento erano già possibili nel 1877. Edward Muybridge, fotografo e inventore, realizzò un metodo per la realizzazione di fotografie multiple, scattate a distanza di frazioni di secondo. La tecnica era utilizzata per studiare il movimento degli animali. Un utilizzo scientifico, dunque, che però troverà la sua consacrazione come forma di spettacolo, grazie ai fratelli Lumière e all’invenzione del cinematografo. Non è un caso che nello stesso anno della nascita del cinema, il fumetto farà la sua comparsa sui quotidiani americani.
Nel periodo storico che va dal 1880 al 1925 si sviluppano molte tecnologie e imprese, si forma il pubblico, si definiscono i generi e i linguaggi audiovisivi, letterari e musicali, in definitiva la cultura di massa che dominerà per tutto il Novecento.
Il processo più importante di tutti è probabilmente la formazione di un pubblico, che prima dell’avvento della società di massa era formato da lettori istruiti e benestanti, che potevano contare su riviste che pubblicavano sia narrativa che saggistica, il tutto corredato da fotografie e disegni; i lettori meno istruiti, invece, non avevano una rivista di narrativa a buon mercato.
La lacuna fu colmata nel 1891, con la nascita di "The Strand Magazine" in Inghilterra. Si trattava della prima rivista per famiglie, a basso prezzo e destinata alla classe media. La rivista ottenne un immediato successo e in seguito stipulò un contratto con Sir Arthur Conan Doyle per pubblicare una serie di racconti incentrata su Sherlock Holmes. I due precedenti racconti, pubblicati su altre riviste, non erano riuscite ad imporre presso il grande pubblico la serie di Conan Doyle. Cosa che invece riuscirà a fare “The Strand Magazine”, tanto che uscirono in quegli anni molte altre riviste che ne imitarono la linea editoriale.
È l’inizio di un nuovo modo di fare cultura, di un processo che porterà alla serializzazione, alla standardizzazione dei processi culturali. Si produce molto e per un pubblico sempre più vasto.
Il progresso tecnologico nel campo della stampa, che rese possibile le riviste di massa, fu accompagnato da altri progressi sociali, come l’obbligo della formazione primaria che fornisce il pubblico di lettori. Dalla cultura d’élite si passa alla cultura di massa. Ma non è che la prima scompare, semplicemente con l’irrompere delle masse nella storia dell’umanità, l’arte e la cultura “mutano” di conseguenza. Un fenomeno che Walter Benjamin, a proposito dell’arte, definisce nel suo libro L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica (Das Kunstwerk im Zeitalter seiner technischen Reproduzierbarkeit, 1936) la “perdita dell’aura” nell’epoca della riproducibilità tecnica dell’opera d’arte, ossia la perdita del “qui e ora” magico e unico che si fonde con la creazione artistica e la contraddistingue. La riproduzione dell’opera d’arte non comporta una perdita di qualità dell’oggetto d’arte, ma piuttosto una desacralizzazione: le masse (ri)chiedono beni culturali che diventano inevitabilmente merce.
Dal punto di vista quantitativo, tra il 1850 e il 1900, la riproducibilità di un oggetto culturale arriva a livelli mai raggiunti prima. Un romanzo di un autore classico, ad esempio, può essere stampato in una tiratura che fino all’invenzione della linotype era impensabile. E la richiesta di cultura da parte di un pubblico sempre più vasto, che dispone di un tempo libero, che può spendere parte del proprio salario in cultura è la condizione ideale affinché si porti a naturale compimento il processo di nascita della cultura di massa. Negli Stati Uniti, nel 1880, Ben Hur, il romanzo di Lee Wallace, vendette più di un milione di copie: nasceva così il moderno best seller.
Non è questa la sede per analizzare gli effetti di questo processo, e neanche sottolinearne tutti gli aspetti più interessanti. Ci limitiamo, più semplicemente, a segnalare le premesse che hanno portato ad una diverso modo di produrre e consumare l’oggetto culturale e d’arte, grazie all’irruzione delle masse nella storia dell’uomo. Un processo che riguarda molto da vicino anche la nascita della fantascienza.
Nel ventennio tra il 1850 e il 1870 era maturata nella cultura una concezione del mondo che prendeva atto di una generale fiducia nella scienza. Dalle teorie dell’evoluzione, della selezione naturale e artificiale, enunciate e argomentate nelle opere di Charles Darwin l’Origine della specie (1859) e L’origine dell’uomo (1871) al positivismo di Comte fino al materialismo dialettico e al socialismo di Marx – il Manifesto dei comunisti era stato pubblicato nel 1848, il primo volume de Il Capitale nel 1867 -, l’uomo, la società e il mondo tendevano ad essere formulate in modo “oggettivo”, “scientifico”. Questi nuovi fermenti culturali si scontravano con le istanze religiose e tradizionaliste, generando anche un forte senso di smarrimento nella società. Un processo che prepara il terreno alla cosiddetta società di massa, all’avvento del capitalismo industriale più sfrenato, alla società dei consumi, alle metropoli moderne e, ovviamente, alla cultura di massa. Il Novecento sarà il secolo in cui la scienza diventa tecnologia, in cui l’industria cede il passo al settore dei servizi, in cui il consumo diventa di massa.
Il tutto sullo sfondo dell’Inghilterra in piena Rivoluzione industriale, dell’esplosione della borghesia come classe dominante, della configurazione della moderna metropoli. Un periodo denso di innovazioni scientifiche e tecnologiche che permetteranno la nascita della società di massa e che modificheranno anche la percezione della realtà.
Nell’arco di alcuni decenni, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, l’avvento delle masse scatenò una serie di processi tecnologici e sociali che mutarono la cultura e la società europea ed americana. Quindi la cultura di massa non si è semplicemente contrapposta o sostituita alla cultura alta. Piuttosto, la cultura ha cominciato – per la prima volta nella storia dell’uomo – a diffondersi presso una gran quantità di persone. La cultura di massa determina un consumo di massa e scardina i presupposti della vecchia cultura aristocratica.
La cultura di massa produce un nuovo tipo di letteratura – definita di volta in volta, di massa, di consumo, paraletteratura, sottoletteratura – non riconosciuta dalla critica ufficiale, e tuttavia letta in misura amplissima. Per quasi tutto il Novecento, però, la cosiddetta paraletteratura è stata tenuta ai margini della cultura ufficiale, considerata sostanzialmente un fenomeno tipico della società industriale e post-industriale. E lo stesso si può dire della fantascienza.













