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Cammo: Nel 2005 la Innocent Victim, dopo aver lavorato con la Magic Press, cercava un nuovo progetto su cui concentrarsi. C’era una vecchia idea di lavorare a qualcosa che mettesse in contatto la musica e il fumetto, un vecchio progetto nato con alcuni amici di Panini e poi sfortunatamente mai andato in porto.
Matteo: Il progetto ha cambiato i suoi presupposti in corso d’opera quando, grazie al comune amico e apprezzato fotografo Fabrizio Orsi, siamo riusciti a contattare il manager di Ligabue ed in seguito lo stesso Luciano che, da eterno appassionato di fumetti qual è, si è subito detto interessato. Per dargli un assaggio del nostro stile gli abbiamo fornito un po’ di materiale, fra cui Bonerest e Quebrada, e lui ne è rimasto colpito. Luciano è un narratore a tutto tondo, dalla musica al cinema e alla poesia, e l’idea di creare qualcosa con un gruppo di fumettisti reggiani ha acceso il suo interesse. L’unico problema è che in quel momento era estremamente impegnato con la preparazione di diversi progetti musicali (il best of e diversi tour) e quindi per un bel pezzo non sarebbe riuscito a produrre qualcosa di originale, una storia breve o un racconto, come avevamo iniziamente pensato di chiedergli. Ci ha proposto invece un adattamento a fumetti de La neve se ne frega, un romanzo che né io né Cammo avevamo letto, chiedendoci se potesse funzionare…
Matteo: Considero La neve se ne frega una ben congegnata storia d’amore più che una storia di fantascienza classica. Un tipo di fantascienza molto a misura d’uomo e quindi non troppo lontana dal nostro stile narrativo. Ligabue ci ha detto che era nelle sue intenzioni raccontare proprio una storia d’amore, utilizzando l’ambiente fantascientifico per privare la coppia di qualsiasi alibi d’infelicità. Una vita da copione perfetto, in cui inserire un amore profondo tentando di immaginare se nonostante tutto ci potessero ancora essere i presupposti per un qualche tipo di conflitto tra i partner.
Cammo: A parte il breve one-shot di Terrax realizzato per la Marvel, una space opera di ambiente però prettamente supereroistico, non mi ero mai confrontato con qualcosa di esclusivamente fantascientifico. Ho trovato congeniale soprattutto il fatto che l’ambientazione descritta da Ligabue non provenisse da un lontano futuro ma fosse invece intuitivamente vicina, una sorta di proiezione, di sviluppo di alcune correnti tecnologiche che già vediamo al giorno d’oggi.
Matteo: Innanzitutto al libro, che mi son letto tutto d’un fiato su un aereo per New York, ed in secondo luogo ad una tecnologia che non togliesse nulla dai personaggi e dalle loro interazioni. Dovevo descrivere un ambiente fluido, essenziale, semplice che rendesse le sensazioni del libro senza ostacolarle, in modo diretto. Qualcosa che riprendesse l’idea alla base della “morbida” interfaccia di un iPod ma anche il concetto visivo che sta alla base di Dogville, il film di Lars Von Trier dove i significanti (la visualizzazione) e i significati (il loro vero valore) di ogni ambiente sono secondari e hanno la principale funzione di esaltare l’interazione emotiva dei personaggi.

Matteo: Ci ha lasciati estremamente liberi anche perché l’idea che ci eravamo fatti dalla lettura convergeva con la sua sotto molto punti di vista, non ultimo quello umano. Ha suggerito alcuni aspetti, chiarendoci magari quanto non traspariva in modo diretto dalle pagine del romanzo, ma per il resto ci siamo gestiti in modo molto indipendente. Le indicazioni sono sempre state qualcosa del tipo: “ricordatevi l’ambiente naturale” o “avevo pensato ad un’atmosfera a tinte tenui”, nulla di più.
1 Bell'intervista! complimenti , pensa a quando ci autointervisteremo! hehehehe
» postato da Bora Horza alle 13:58 del 07-07-2008