Il bel corto segnalato da Silvio Sosio il 20 giugno su Fantascienza.com, Il mio unico amico è un robot (My Only Friend is a Robot Named Beans, Anika Kan Grevstadt, 2025, 13,30’), che riassumiamo per chi non l’abbia visto [spoiler] racconta della giovane Ruby, che si è staccata dalla famiglia, vive da sola, e non riesce a trovare amici, benché utilizzi i siti di incontri. Così, i genitori le regalano un robot da compagnia per il suo compleanno. Malgrado lo scetticismo iniziale, alla fine si decide ad assemblarlo.

Al momento di dargli un nome, sta lì a pensarci. Lui continua a ripetere: “Dammi un nome, dammi un nome…” finché lei sbotta con un: “Datti una calmata”, in inglese Chill your beans, che a quel punto diventa il nome del robot. Assistiamo poi allo sviluppo della relazione tra uomo e macchina, che di fatto è una IA perché il robottino è guidato in remoto da un algoritmo molto complesso e senz’altro ben programmato.

L’aspetto interessante della vicenda, che viene trattata con un tocco leggero, è che il rapporto con il robot riesce a sbloccare la ragazza, e questo le permette finalmente di agganciare un’altra ragazza, che va a trovarla. Da come si svolge l’incontro si intuisce che le cose andranno bene, e il robottino, avendo portato a termine il suo compito, si spegne da solo.

Guardando il film, si coglie bene che, dietro il tono leggero, la storia presenta risvolti di una certa complessità. Il tema trattato è chiaramente quello della solitudine al tempo delle connessioni virtuali, che anziché facilitare gli incontri sembrano renderli più complicati. Poi c’è la questione della IA, e dei suoi rapporti con gli umani, che la fantascienza ha spesso trattato in termini problematici.

In questo caso la IA si rivela essere una preziosa risorsa, il che mette in luce un paradosso che sta ormai affiorando, il fatto cioè che alcune persone che trovano difficile interagire con altri umani, riescono a relazionarsi più facilmente con una IA. La cosa potrebbe apparire preoccupante, ma questo film la sdrammatizza, e anzi mette in luce gli aspetti potenzialmente positivi del fenomeno.

Il rapporto tra Ruby e il robot, per come è trattato in questo film, è una via di mezzo tra la Pet Therapy (l’uso di animali da compagnia per trattare difficoltà emotive e sociali) e una vera e propria terapia psicologica. Per quanto ciò possa sembrare strano, il robottino si comporta qui come uno psicoterapeuta (benché molto sui generis) e riesce a risolvere le difficoltà di Ruby attraverso il transfert emotivo che la ragazza sviluppa nei suoi confronti, e che lui ovviamente incoraggia e utilizza in modo efficace.

Come non pensare, a tale proposito, al classico racconto Soddisfazione garantita (Satisfaction Guaranteed, Amazing Stories, aprile 1951) in cui Isaac Asimov mette in scena il robot domestico TN-3, detto Tony, che il tecnico Larry Belmont fa assegnare alla moglie Claire per collaudarlo, senza immaginare che l’esperimento avrà un risultato inatteso: [spoiler] siccome Tony, a parte i lavori domestici, si occupa di Claire anche a livello relazionale, la donna finisce con l’innamorarsi di lui (ne avevamo già parlato in L’amore al tempo dei robot, Delos SF n. 254, marzo 2024).

Il paradosso che Asimov ci offre, non senza una punta di ironia, deriva dal fatto che il robot fallisce il collaudo… per un eccesso di bravura. In entrambe le storie, vediamo all’opera un robot (di fatto una IA) dotato di competenze relazionali superiori a quelle di molti umani, il che ci dovrebbe dare da riflettere. In fondo tutto dipende dalla programmazione, e l’equivalente della programmazione negli umani è un procedimento chiamato educazione.

Naturalmente la faccenda è più complicata. Una domanda che potremmo farci è questa: la relazione con una IA (che sia un robot, un androide, o un’entità virtuale), posto che si svolga in maniera soddisfacente, è più “autentica” di una pessima relazione con un umano? Verrebbe da dire di sì, se non fosse che la relazione con la IA è di fatto una semplice simulazione, dato che gli scambi comunicativi avvengono con un’entità che è priva di intenzioni.

Qui ci può venire in soccorso Alan Turing, ricordandoci che l’intenzionalità negli altri umani è sempre solo supposta, poiché siamo noi ad attribuirla, una posizione adottata anche da Niklas Luhmann. Si potrebbe obiettare che si tratta di un autoinganno, e a questo si potrebbe replicare che alla fine ciò che conta è che funzioni.

Qui sta forse la chiave della questione. La relazione col robot funziona perché la mancanza di intenzioni da parte sua elimina la “doppia contingenza”, ossia l’imprevedibilità insita nelle relazioni umane. Paradossalmente, funziona proprio perché non è “davvero” autentica: manca il rischio. Ma, sotto questo aspetto, essa è simile alla relazione con uno psicoterapeuta, la quale è anch’essa, in un certo senso, artificiale, e proprio per questo funziona e può far guarire.

Ne dovremmo dedurre che gli psicoterapeuti sono simili a dei robot, o che una IA può fare da terapeuta? Forse entrambe le cose. Non è stato Philip Dick a inventarsi (in The Three Stigmata of Palmer Eldritch, 1965) lo psichiatra portatile dottor Smile, di fatto una valigetta con dentro una IA?