A Jimmy, che crede in me.
A Silvio Sosio che nel 2016 mi ha scelta tra tanti autori.
A Franco Forte che mi ha chiesto di scrivergli un racconto al volo, ed è nato Vetro. (Titolo originale della versione breve: Metallo e Vetro, suscito in Urania Mondadori 1730, 2024).
A tutti i lettori di fantascienza che hanno scelto Metallo e Vetro come il miglior racconto del 2025, conferendogli il Premio Italia.
Stazione mineraria Pek-Blendal
Asmar, bara.
Asmar Cohem Kaharim è un accidenti d’imbroglione.
Tutti credono abbia un dannatissimo istinto animale, ma non è vero. Dicono che abbia gli occhi pure dietro la testa, invece gioca con i dadi truccati. Non lo sa nessuno, ovviamente, nemmeno Lena Aschenad che è a capo del nostro gruppo di mercenari. Solo io lo so, perché sono io che gli permetto di barare.
Il mio nome è Imp. Sono un impianto Ai ormai fuorilegge che Asmar finse di farsi espiantare dal cranio venti anni fa. Invece no, non poteva separarsi da me, sono irresistibile e poi gli umani si affezionano a qualsiasi cosa, persino alle tazze della colazione.
Io e Asmar siamo una grande coppia. Certo, Asmar crede che io sia una sua estensione mentale mentre, in realtà, lui non è altro che il mio supporto biologico. Punti di vista? Può darsi, ma ritengo il mio qualitativamente superiore. Asmar è diventato caposquadra degli incursori grazie a me. Gli sto sottopelle, in uno scasso dell’osso parietale. I miei microsensori nascosti tra i suoi capelli scuri gli garantiscono una vista a 360° anche quando indossa il casco e un potenziamento sensoriale quando è senza. E questo è ancora niente. Ho uno speed di 0,002 centesimi di secondo e uno stealth del 98 per cento. Fornisco al mio supporto umano: espionage, connessioni illimitate e un’adorabile interfaccia utente.
“Ore cinque! Un ostaggio cerca di attivare una punta di trivella” comunico direttamente nel suo cervello mentre gli mostro le immagini.
– Tu fermo! – urla Asmar negli interfoni girandosi e indicando l’uomo alle sue spalle, e poi aggiunge – Tredici, sveglia e tienilo sotto tiro!.
La situazione è questa.
Galleggiamo nello spazio extraplanetario, nelle vicinanze della stazione spaziale Pek-Blenda che a sua volta ruzzola nel vuoto lungo la stessa orbita di un piccolo sciame d’asteroidi. Galleggiamo… sì, ho detto galleggiamo al plurale. È un mio bug, in azione (e non solo in azione) tendo a identificarmi con il mio supporto umano e la sua specie. Tendo a farlo in modo randomico, anche se mi rendo conto che sembro uno di quei genitori che dicono tuo figlio o nostro figlio in base alle circostanze. Per me è qualcosa di simile. Noi, io e Asmar, compiamo grandi imprese, ma lui è uno che colleziona idiozie. Se non ci fossi io a dargli una mano…
Lo so, lo so, anche solo immaginare di identificarsi con un umano è raccapricciante. Me ne vergogno? Decisamente. Non sono un pezzo di carne che scivola verso la marcescenza, io, ma cerco di farmene una ragione.
Dicevo? Ah, sì, galleggiamo all’esterno della piccola stazione mineraria Pek-Blenda e stiamo tenendo in ostaggio quarantaquattro space worker. Tute bianche con banda arancione loro, tute nere come la notte noi. Quarantaquattro loro, sedici noi. O diciassette se conto anche me.
Gli ostaggi sono tutti dei dipendenti della Space Micromineral. Raccolgono piccoli asteroidi e frammenti di comete a lungo corso fatte a pezzi dal Sole. Quando hanno la fortuna di trovare qualcosa di più consistente, lo cavalcano mentre lo frantumano con trivelle a punte d’irinox connesse a reti lunghe un centinaio di metri. Hanno anche un sistema di filtraggio per raccogliere le polveri ricche di metalli rari che viaggiano qui, tra questi asteroidi della scia esterna di Mercurio.
Perché teniamo in ostaggio questi tizi?
La risposta è semplice: recupero crediti. Ci pagano per farli pagare. Un lavoro di routine, non ci aspettiamo una reazione dei lavoratori. I debiti deve sanarli la compagnia, ma qualche imbecille che ha voglia di fare l’eroe lo s’incontra sempre. E noi non vogliamo che ci scalino i morti e i feriti dal compenso.
È vero, questa volta è volato qualche strattone, con qualcuno si è dovuto fare la voce grossa e renderlo inoffensivo, ma nulla di che. Li abbiamo radunati e piazzati al riparo degli scudi termici e Asmar ha ordinato loro di tenere le mani sopra la testa con le luci rosse e verdi dei guanti ben visibili. Rosso sul dorso, verde nel palmo. E ora se ne stanno lì a fare le belle statuine da più di un’ora, ancorati alle piattaforme di carico che fuoriescono come lingue grigie dai magazzini di stoccaggio. E aspettiamo.
Cosa aspettiamo?
Che, negli scalcinati dodecaedri a incastro che ruotano alle nostre spalle, quelli dell’amministrazione paghino il nostro cliente e ci dimostrino l’avvenuta transazione. La noia e la stanchezza cominciano a farsi sentire.
Asmar ruota le spalle indolenzite, piega il collo facendolo scrocchiare dentro il casco scuro.
– Calma e tenete duro – dice nell’interfono aperto su tutta la banda per farsi sentire dai suoi come dagli ostaggi – dentro hanno quasi finito e tra poco saremo tutti liberi.
Asmar ha una voce profonda, calda e vibrante. Le ragazze ci vanno matte e pure i ragazzi. Sa convincere anche quando non ha la più pallida idea di che diavolo stia succedendo, come ora, per esempio.
“Imp, vedi di capire perché Rasp e i suoi sono disconnessi” mi chiede senza bisogno di verbalizzare.
Rasp è il comandante in seconda e i suoi sarebbero cinque incursori stronzi che gli danno sempre manforte quando è in vena di fare qualche porcata.
“Nessun guasto, Asmar. Rasp fa lo stronzo. L’ultima volta che avevo controllato, erano a buon punto: Sophie Lee Martin (l’amministratrice della Pek-Blenda) aveva saldato i debiti con gl’interessi. Mancavano solo le conferme bancarie, ma la filiale più vicina è comunque lontana.”
Con un dito il mio umano attiva la linea protetta sulla tempia destra del casco.
– Szef? Qui Zero. Rasp si è disconnesso con tutta la squadra.
Zero è il nick usato da Asmar. Tutti i mercenari operativi ne hanno uno e corrisponde al numero che portano sulla divisa. Asmar è il capo per questo si chiama Zero. Gli altri hanno numeri dall’uno al venti. Il resto dell’equipaggio, invece, il nick può sceglierselo. Ovviamente io conosco le loro reali identità. Le ho trafugate, è vero, ma per me i nomi sono una fissa, che ci posso fare? Per esempio, Lena Aschenad è per tutti Szef che significa Capo o Boss in lechitico, lingua madre di molte parlate slave del pianeta Terra.
Quel figlio di puttana di Rasp, invece, si chiama Rjesh Petrovic. È un trentenne ambizioso, alto e legnoso, dalla pelle olivastra e butterata. La Merc SicurBell-a Company, a cui rispondiamo, ce lo ha piazzato a bordo come vice comandante o, come si diceva un tempo, come comandante in seconda. In realtà il nick che si era scelto era Rasputin, ma noi, per farlo incazzare, lo chiamiamo Rasp che ricorda, a scelta, il fastidio di una lima sul vetro o qualcosa di più volgare.
– Uhm, Rasp non ha perso il vizio – commenta Lena tra i disturbi della linea.
– Già. Se mi dà il permesso vado a vedere che combina.
– Com’è lì fuori? – chiede lei in risposta.
– Il solito. Siamo in stallo, prima o poi qualcuno sbrocca.
– Passa il comando a Uno e dite a tutti di prepararsi a rientrare.
Uno è Liu Wei; un asiatico pelato di notevole esperienza, specializzato in esplosivi e gas, ma tanto versatile da fare bene qualsiasi cosa, pure cucinare. Il migliore, secondo me.
– Rientrare prima delle conferme? – chiede dubbioso Asmar.
– Sì Zero, e datti una mossa.
In pentola bolle qualcosa.
Misuro l’adrenalina di Asmar e, nemmeno a dirlo, la vedo salire. Venera Lena. Lei è l’ago della bilancia che segna se dormirà soddisfatto o se si rigirerà nella branda cercando un modo per rimediare a qualche mancanza. E questo perché Asmar non è solo il braccio destro di Lena. In vent’anni di lavoro assieme sono diventati priatelia, che in slovacco significa compagni, ma che nello spazio, e tra i mercenari, significa molto di più.
Asmar passa il comando a Uno. Si sistema dietro la schiena il Pulse97 che porta a tracolla. Flette le gambe e si dà una spinta nel vuoto, senza sicurezze. Razza d’imbecille. Odio l’idea di passare il resto della vita vagando per il cosmo dentro un morto. Riapro un occhio. Se non altro la direzione è giusta, voliamo verso la struttura amministrativa.
Colpiamo la superficie metallica del dodecaedro più vicino a noi. Rimbalziamo al rallentatore. Asmar afferra il corrimano e si tira lungo la fiancata per arrivare all’oblò dove lavora Sophie Lee Martin. Guardiamo dentro mentre la struttura continua a muoversi sul proprio asse.
Un grande tappeto logoro, un archivio digitale, due scrivanie e… Cinque (all’anagrafe Carlos Santos). Sta stringendo i capelli chiari, mesciati di rosa, dell’amministratrice costringendola a restare piegata sulla scrivania. C’è sangue. Cinque sbattere ritmicamente la faccia della donna sulla superficie di metallo sverniciato.
“Merda” mi urla in testa Asmar.
La donna è una maschera di lacrime e sangue, ha gli occhi tumefatti e le labbra spaccate. Al loro fianco Rasp sorride con una mano posata sopra una grossa cassaforte, ancora chiusa. Vuole arrotondare.
Asmar sbrocca. “Figlio di puttana, ora…”
“Fermo” gli ordino, “lasciami vedere il resto”.
Asmar impreca, ma mi dà retta. A terra, dietro la prima scrivania c’è un uomo con le mani legate allo schienale di una sedia. Solo che la sedia è stata rovesciata avanti e l’uomo si trova in ginocchio, busto piegato e fronte piantata contro il muro per non cadere faccia a terra.
Due e Tre, i cui veri nomi sono Maria Gonzalez e Kwame Nkrumah e il cui soprannome collettivo è l’articolo-il, per via delle differenze di altezza, sono ai lati della porta, con fare scazzato. Undici, ovvero Jean-Pierre Dubois, rovista in un armadietto sulla destra e Venti, Mohamed El-Sayed, si sistema i guanti, stravaccato in una poltroncina in floreale.
Tutti, anche Rasp, indossano tuta e casco, come prevede il protocollo di sicurezza al chiuso, in ambiente ostile. Concordo. Mentre si è in azione è meglio rischiare un danno alla tuta che sottoporsi alla trafila della svestizione/vestizione. Senza contare che, da quando si è passati dalle tute a 0,7 bar a quelle isobariche, servono sarcofagi affidabili e con l’aggancio giusto per poterle mettere e togliere.
Asmar si trascina contro il metallo alla ricerca del portellone. Pochi minuti dopo siamo dentro la base, davanti alla porta dell’amministrazione. Forzo l’apertura a scorrimento spalancandola di scatto, con uno schianto. Si voltano tutti come se li avessimo colpiti. Asmar tiene sotto tiro il vice, gli altri non li guarda nemmeno.
– Zero! – esclama Rasp – sei impazzito? Sono un tuo superiore.
– Ordine del Capo, Signore, ripristini i contatti, subito. È piuttosto incazzata.
Il casco che indossa Raps m’impedisce di vedere la sua tipica smorfia con la mascella spostata di lato.
– Lasciala – ordina il vice comandante a Cinque, e Carlos lascia la donna rifilandole uno spintone che la fa finire a terra. Rasp, intanto, preme l’interruttore generale del comunicatore alla base del casco.
– Ecco fatto – dice – non mi ero accorto che quella pazza, quando mi ha aggredito, ha schermato i contatti del gruppo.
“Pezzo di merda” pensiamo assieme io e Asmar.
– Rasp! – urla la comandante dalla nave incurante che tutti la possano sentire – cosa diavolo pensava di fare?
– Non capisco cosa intenda, io…
– Mi risparmi le sue stronzate. Vi voglio su adesso, tutti.
Rasp, mani sui fianchi, scuote la testa.
– Con tutto il rispetto, forse non si è accorta che mancano ancora quaranta minuti alla conferma e pensavo di…
– In quaranta minuti non possono più annullare la transizione. Risalite. È un ordine.
Il vice, dopo un attimo d’indecisione, annuisce e ci passa a fianco urtandoci. I mercenari lo imitano e Asmar mostra loro il dito medio. Bravo il mio umano. Ci vuole poco a fami contento al momento, ma il medio non mi basta.
“Quei sei li voglio fuori” sibilo nella testa di Asmar, “e con fuori intendo fuori e dispersi nello spazio siderale, non solo fuori dal nostro gruppo”. Non mi risponde, aiuta la donna a rimettersi in piedi. Il sangue le ha macchiato anche i calzoni, il volto è un disastro.
– Mi dispiace – le dice Asmar attraverso il microfono. Sophie Lee Martin, occhi ridotti a fessure, ci guarda anche se l’unica cosa che vede è un casco scuro identico a quello del suo torturatore. Poi lo sguardo di lei scivola oltre, verso l’uomo legato alla sedia rovesciata. Asmar se ne accorge.
– A lui ci penso io, tranquilla.






