Il diffondersi presso l’opinione pubblica di una sensibilità per i temi ecologici risale agli anni Sessanta del Novecento, ovvero agli albori dell’ecologismo (o del suo sinonimo ambientalismo), quando i rapporti tra l’uomo e la natura furono avvertiti come rilevanti, in un momento in cui molte delle principali nazioni del mondo vivevano un boom di crescita economica e sociale, con conseguente sfruttamento delle risorse naturali.
Il libro della ricercatrice americana Rachel Carson Primavera silenziosa (Silent Spring, 1962), in cui venivano denunciati gli effetti nocivi dell’uso dei pesticidi in agricoltura, è spesso considerato una sorta di manifesto dell’ambientalismo proprio di quegli anni, ma molti furono gli studiosi e gli scienziati che cominciarono a porsi il problema dell’uso indiscriminato delle risorse naturali e degli effetti che tali comportamenti dell’uomo avrebbe avuto sull’ambiente e sul clima. Il termine “ecologismo”, dunque, rimanda a quei movimenti socio-politici che, per l’appunto, a partire dagli anni Sessanta del Novecento hanno portato la questione ambientale al centro del dibattito mondiale, ma non va confuso con l’altrettanto popolare concetto di ecologia, parola coniata nel 1866 dallo zoologo tedesco Ernst Haeckel (1834-1919) e con cui si riferisce alla disciplina scientifica che studia le relazioni tra gli organismi viventi e l’ambiente.
Nell’ambito della letteratura, in quel periodo cominciò a diffondersi anche il termine Ecofiction, che come scrive Jonathan Levin nel monumentale tomo The Cambridge History of the American Novel:
“Ecofiction è un termine elastico, abbastanza capiente da accogliere una varietà di opere di fantasia che affrontano il rapporto tra gli ambienti naturali e le comunità umane che li abitano. Il termine è emerso subito dopo che l'ecologia ha preso piede come popolare paradigma scientifico e un ampio atteggiamento culturale negli anni ‘60 e ‘70”.
A sua volta, Jim Dwyer in Where the Wild Books Are. A Field Guide to Ecofiction, sottolinea che: “L'Ecofiction è un sottogenere composito composto principalmente da molti stili, come modernismo, postmoderno, realismo e realismo magico, e si può trovare in molti generi, principalmente mainstream, western, mystery, romance e speculative fiction”.
L’Ecofiction è, comunque, oggetto di discussione nell’ambito della critica letteraria su come debba essere definita, tant’è che spesso vengono usati come sinonimi anche altre descrizioni, come “letteratura orientata alla natura”, “green fiction” o “narrativa ecologica o ambientale”. Ma non solo. Come nota Jim Dwyer, non c’è accordo neanche sull’ortografia della parola: nella maggior parte dei casi viene utilizzato il termine ecofiction, ma non è inusuale trovare anche “eco fiction” o “eco-fiction”. In Italia si è spesso utilizzato il termine “fantaecologia”, o in alternativa “fanta-ecologia”, per sottolineare il rapporto stretto tra la fantascienza e l’ecologia.
La definizione di Levin sembra la più adatta, vista la sua capacità di tenere dentro un po’ tutte le sfumature dell’Ecofiction, tenendo conto che le opere di questo filone narrativo possono essere tanto appartenenti alla letteratura mimetica, cioè quella che imita (mima) la realtà, tanto a quella non mimetica, che non imita la realtà, come i generi della speculative fiction, ovvero il fantasy, l’horror o la fantascienza. La narrativa ecologica, o narrativa orientata all'ecologia, include argomenti come l'impatto umano sull'ambiente, il cambiamento climatico e la letteratura orientata alla natura.
Proprio nell’ambito della speculative fiction, tuttavia, va sottolineato che la fantascienza e il fantasy hanno da sempre toccato tematiche ambientali e climatiche, anche prima che tali questioni divenissero in qualche modo centrali nella percezione dell’opinione pubblica a livello mondiale. Valgano per tutti due esempi di romanzi, e saghe letterarie, che sono state accostati a tali temi: Il Signore degli Anelli (The Lord of the Rings, 1955) di J. R. R. Tolkien e Dune (1965) di Frank Herbert.
Uno dei temi più avvincenti è quello della rivolta della Natura contro l’Uomo, tra cui spiccano le storie delle ribellioni degli animali. Un antesignano è il geniale e davvero terrorizzante romanzo di Arthur Machen Il Terrore (The Terror, 1917) che prevede, dopo una lunga escalation di brividi, nelle sue ultime righe la possibilità reale che fra mondo umano e mondo animale esistesse un patto antico, poi tradito dall’uomo per semplice abitudine alla sopraffazione e mancanza di rispetto verso un mondo altro con regole diverse. Tra le altre opere a tema segnaliamo il racconto Gli Uccelli (The Birds, 1953) di Daphne du Maurier, trasposto sul grande schermo da Alfred Hitchcock, e il romanzo Fase IV (Phase IV, 1973) di Barry N. Malzberg, con protagoniste le formiche, portato al cinema da Saul Bass. Ma anche i cani de Il Branco di Fischer (The Pack, 1976) e il ciclo dei Topi nelle opere horror di James Herbert o più comunemente degli animali tutti contro la civiltà umana.
Il risultato dell’abbandono del rapporto con la Natura porta spesso l’Uomo a vivere problematiche psicologiche poi confluenti in vere e proprie psicosi. James G. Ballard è l’autore che meglio di ogni altro ha espresso, nell’arco della propria parabola creativa, un intenso arcobaleno di impulsi e stimoli al miglioramento, condizione questa raggiungibile attraverso una dissacrante analisi delle incompatibilità ambientali a cui l’Umanità è andata incontro in una folle corsa verso uno sviluppo solo economico, privo di ogni referente umano. In Ballard l’analisi parte dall’influenza negativa che l’Uomo trasmette al proprio ambiente, il quale non si ribella per una propria naturale predisposizione a autocustodirsi, ma peggio ancora per una semplice trasmissione neuronale degli istinti e sentimenti umani più bassi ed egoistici al panorama che ci circonda, rovinando i mari che si ribellano senza volontà alcuna ma solo per impossibilità a fare altro dopo essere stati maltrattati, acidificati con l’eccesso di anidride carbonica e finendo per sommergere le terre emerse e rendendo la pariglia agli uomini; uomini che nel romanzo Deserto d’acqua (The Drowned World, 1962) vagano ormai in preda alle proprie psicosi nei lembi di territori ancora emersi. Questo in un clima di sostanziale e generale regresso culturale, dove simbolicamente l’uomo viene trasformato dalla catastrofe in una strana creatura anfibia, forse più adatta a sostenere l’impatto del mutamento climatico ed evoluzionistico. Oppure che vengono sospinti da venti provenienti dall’Averno o diretta espressione di una punizione divina che tutto distruggono, spazzando le terre popolate e che sono frutto del malgoverno umano del clima come ne Il vento dal Nulla (The Wind from Nowhere, 1961), dove un tifone di incomparabile potenza distrugge tutto quanto trova sul suo cammino. E ancora, la desertificazione del suolo causata dall’inquinamento che impedisce il processo di evaporazione delle acque da mari, laghi e fiumi, ma anche la scarnificazione del territorio e dei sogni degli uomini che si tramutano in coerenti incubi che portano l’Uomo a sognare solo un bicchiere in più d’acqua, come in Terra bruciata (The Burning World, 1964). O per finire, quando ormai l’Uomo non avrà più chances davanti a sé e sarà costretto a cristallizzarsi, a tramutarsi nel proprio sembiante disumano, cedendo le ultime vestigia dei propri sentimenti e della propria moralità a una dura corazza che salverà solo, fortificandola e rendendola eterna prigione essa stessa, la superficie della nostra essenza, definendoci come statue immobili o simili a bradipi multisfaccettati lentissimamente semoventi in un mondo nel quale la vegetazione prenderà di nuovo il possesso di tutto, lasciando di noi a monito futuro solo sembianti di cristallo ormai senza senso. È quel che accade in Foresta di Cristallo (The Crystal World, 1966).
Dagli anni Sessanta, tuttavia, il rapporto tra fantascienza e l’ecologia si è evoluto, offrendo al lettore romanzi e racconti sempre più consapevoli dell’importanza di questa tematica, ma già negli anni Cinquanta alcuni autori avevano segnalato con le loro opere il deterioramento del rapporto tra Uomo e Natura. Negli anni, tuttavia, Cinquanta spiccano in Inghilterra una serie di romanzi che hanno come tema centrale i disastri naturali, frutto evidentemente delle paure degli inglesi che, da dominanti, avevano rischiato di perdere con la Seconda Guerra Mondiale, oltre al proprio impero anche la propria stessa libertà. Opere che incorporavano l’analisi psicologica e un forte impegno morale e politico alla classica letteratura del disastro che aveva visto affermarsi autori come John Wyndham, con opere quali Il giorno dei trifidi (The Day of Triffids, 1951) e Il risveglio dell’abisso (When Kraken wakes, 1953), Charles Eric Maine, con Il grande contagio (The Darkest Night, 1962) e Il vampiro del mare (The Tide went out, 1958).
Altro autore rilevante, sempre britannico, è John Brunner che ha pubblicato alcune opere centrali sul versante sfruttamento delle risorse naturali, come Il gregge alza la testa (The Sheep Look Up) del 1972, capolavoro sul tema dell’inquinamento, e Tutti a Zanzibar (Stand on Zanzibar, 1968) sul tema della sovrappolazione. John Christopher con i romanzi Morte dell’Erba (Death of Grass, 1956) e L’inverno senza fine (The World in Winter, 1962) teorizza, a causa di disastri di natura ambientale, una risposta politica antidemocratica, quando non dittatoriale, operante in base a un esasperato Darwinismo nel senso più selettivo della specie.
Nel 1971, la Washington Press pubblicò l'antologia Eco-fiction, curata da John Stadler, una raccolta di fantascienza ecologica, che comprendeva storie di autori come Ray Bradbury, John Steinbeck, Edgar Allen Poe, A.E. Coppard, James Agee, Robert M. Coates, Daphne du Maurier, Robley Wilson Jr., E.B. White, J.F. Powers, Kurt Vonnegut Jr., Sarah Orne Jewett, Frank Herbert, H.H. Munro, J.G. Ballard, Steven Scharder, Isaac Asimov e William Saroyan. Una sorta di spartiacque, ma anche un vero e proprio manifesto della fantascienza ecologica.
Il rapporto tra Uomo e Natura è una delle tematiche centrali dell’opera narrativa di una scrittrice come Ursula K. Le Guin e non possiamo non citare almeno il bellissimo Il mondo della foresta (The Word for World is Forest, 1972), romanzo ambientato sul pianeta New Tahiti, abitato da una razza umana che è lontana cugina di quella terrestre, ma che è sottoposta allo sfruttamento da parte dei coloni venuti dalla Terra. Gli indigeni di New Tahiti vivono in armonia con la natura, hanno una loro antica civiltà, basata sulla conoscenza di se stessi e sull'armonia dello spirito, ma i coloni considerano gli abitanti di New Tahiti come esseri inferiori e il romanzo narra dello scontro tra questi due diversi modi di vita, dando alla scrittrice americana la possibilità di riflettere su come l'uomo moderno manipola la natura: sia la natura ambientale sia la propria natura di uomo.
Parte della fantascienza propone, in alternativa al disastro ambientale causato dalle mani dell’uomo e similmente come accadde nel periodo in cui la fine del dominio pellerossa in alcuni degli Stati del Selvaggio Ovest e il loro conseguente confinamento nelle Riserve, produsse una controtendenza opposta atta a riprodurre il loro contatto diretto con il mondo naturale, un rientro alla Natura più o meno conflittuale o derivante da abbandono graduale della propria condizione fisica e mentale che come in Ballard, si scioglie nell’elemento naturale. Nel racconto di Anne Richter Il sonno delle piante (The Sleep of Plants) del 1967 si narra di una donna che, per fuggire al tran tran monotono della vita quotidiana, scivola verso la condizione di vegetale al fine di ottenere la desiderata condizione di tranquilla solitudine. Analoga fuga verso il mondo arboreo avviene anche nel racconto di Kelly Barnhill Gli uomini che vivono negli alberi (The Men Who Live in Trees) del 2008.
Nel 1975 viene pubblicato Ecotopia: Il romanzo del nostro futuro (Ecotopia: The Notebooks and Reports of William Weston, 1975), un romanzo utopico scritto da Ernest Callenbach, in cui viene descritta una società utopistica a forte impronta ecologista, che ebbe una notevole influenza sulla controcultura e sul movimento ambientalista nel corso degli anni Settanta.
Il tempo del ginepro (Juniper Time, 1979) di Kate Wilhelm descrive un tentativo di affrontare una crisi ambientale e le sue conseguenze sociali e tutto si risolverà solo sulla base di una precisa scelta individuale. La Trilogia dell’Orange di Kim Stanley Robinson propone in uno dei tre volumi la visione di un mondo fedele a un ideale ecologico e sostenibile. Stesso tema affrontato con piglio positivo e propositivo da David Brin nel suo romanzo Terra (Earth, 1991).
Negli ultimi quindi anni, sono emerse con forza due nuove visioni del rapporto tra la fantascienza e l’ecologia, ovvero il Solarpunk e la Climate Fiction, entrambe apparse intorno alla fine degli anni Duemila.
Il solarpunk immagina un futuro green, basato sull'energia rinnovabile e un'estetica fai-da-te fedele alle sue radici indie-punk. Riutilizzare i vestiti, coltivare il proprio cibo e riparare gli oggetti, sono alcuni dei concetti chiave di questo filone della narrativa. Nonostante sia presente in alcune opere il conflitto sia presente, generalmente i romanzi solarpunk possono essere definiti utopistici, nel senso di presentare una società che tende a essere idilliaca, che ha raggiunto la sostenibilità e l'egualitarismo.
La climate fiction è, invece, letteralmente la narrativa che si occupa del cambiamento climatico, tema centrale anche nelle attuali politiche di molti paesi occidentali, in cui i territori sono sempre più devastati da violenti fenomeni climatici o dove il clima stesso è fonte di enormi e concreti problemi (si pensi alla siccità di alcune aree del mondo o allo scioglimento delle calotte polari). Altro tema centrale di questo filone letterario è il riscaldamento globale antropogenico, causato cioè dall’Uomo. Anche in questo caso, come più in generale per la narrativa ecologica, la climate fiction può nascere all’interno della letteratura mainstream, o se si vuole realista, o appartenere strettamente alla letteratura di genere, in primis la fantascienza, all’interno della quale è nata.
In definitiva, la fantascienza da sempre ci aiuta a osservare il mondo che ci circonda attraverso la propria capacità di speculare, proiettando nei testi narrativi le problematiche quotidiane e riportandole alla nostra attenzione, sottilmente modificate e in ambientazioni spaziali e temporali diverse, tali da non poter essere ulteriormente ignorate dall’abituale distacco che siamo costretti a esternare per sopravvivere alla quotidianità. E in tal senso, la narrativa ecologica ne è oggi uno dei filoni più interessanti e di un’attualità che non ha molti rivali nei vari filoni della fantascienza moderna.











