- Un'introduzione personale: la mia Rosabella al Vomero
- Ryōsuke Takahashi: guerra, industria e Real Robot
- Votomos: Chirico Cuvie, l’uomo che non riesce a morire
- Dopo Chirico: un universo difficile da replicare
- La Strega Grigia. Oshii incontra Takahashi
- Quarant’anni dopo: l’attualità di Votomos e l’anomalia del Belpaese
«Alcuni descrivono la guerra come una cosa “inumana”, ma ritengo che sbaglino. È una cosa estremamente umana.»
Ryōsuke Takahashi
A oltre quarant'anni dal debutto, il capolavoro nichilista e industriale di Ryōsuke Takahashi torna a guardare al cinema. E lo fa nel modo più sorprendente possibile: attraverso Mamoru Oshii, uno dei registi che più di ogni altro ha saputo trasformare l'animazione giapponese in cinema d'autore. Armored Trooper Votomos: Die Graue Hexe, prima parte di un nuovo progetto cinematografico in due capitoli, arriverà nelle sale giapponesi il 20 novembre 2026. Ambientato ancora una volta nell'universo della Guerra dei Cento Anni, il film trasporta però la vicenda in una fase precedente alla storia originale: a Oshii viene affidata una nuova storia di soldati, sopravvivenza e guerra industriale.
Ma per capire perché questo ritorno sia qualcosa di più di una semplice operazione nostalgia bisogna tornare indietro, a quel 1983 nel quale Votomos cambiò radicalmente il significato stesso di “robot da combattimento” con l’anime Armored Trooper Votoms (Sōkō kihei Votoms), disponibile nel catalogo Netflix.
Un'introduzione personale: la mia Rosabella al Vomero
Luogo: Italia. Tempo: prima metà degli anni Novanta.
Per chi masticava fantascienza e animazione giapponese, il nostro Paese era allora un autentico far deserto culturale. Le televisioni locali e i canali nazionali continuavano a riempire i palinsesti di anime, ma il panorama della maturità espressiva stava appena muovendo i primi, timidi passi. Internet era ancora lontano e le informazioni erano un raro lusso cartaceo.
Sulle reti Fininvest (che poi sarebbe diventata Mediaset) faceva il suo esordio Il mistero della pietra azzurra, opera straordinaria che anticipava la rivoluzione Gainax dal nome del suo studio di produzione che di lì a poco avrebbe anche creato Neon Genesis Evangelion. Nel frattempo persino il realismo quotidiano di Patlabor — quel bizzarro e brillante poliziesco con i robot, perennemente in bilico tra procedure burocratiche e irresistibili lampi d'ironia — non aveva ancora trovato uno spazio stabile sui nostri schermi.
Gundam era scomparso dalle reti nostrane da oltre un decennio, Robotech era un ricordo sbiadito e il genere robotico tradizionale sembrava sprofondato nel dimenticatoio. Le uniche bussole erano le prime riviste specializzate, qualche articolo che tentava di colmare il gap informativo con il Giappone e quei rari “fortini nerd” che importavano direttamente i model kit Bandai.
È in uno di questi avamposti, un piccolo negozio della Napoli alta che per me appena adolescente non neanche facile da raggiungere, che avrei fatto una delle mie scoperte più importanti.
Sghembo, in mezzo ai maestosi Gundam e alle loro controparti Zaku, c'era un mecha che catturò subito la mia attenzione. Non era come gli altri e a tradirlo non erano soltanto le forme, ma la scala impressa sulla scatola: 1/35 ossia lo standard più accurato nel modellismo militare dei carri armati e in generale dei diorami soprattutto della Seconda guerra mondiale.
Così come il protagonista Charles Foster Kane nel capolavoro di Orson Welles stringe la sua palla di vetro sussurrando in punto di morte “Rosebud” (in Italiano Rosabella), evocando quel frammento d'infanzia destinato a sbloccare il senso nostalgico di un'intera esistenza, la mia Rosabella personale è stata uno modellino di Scopedog. Se in un Gundam in scala 1/100 o 1/144 un colosso di venti metri veniva ridotto a pochi centimetri e il pilota diventava quasi un dettaglio invisibile, quel robot era concepito per essere “reale”. Accanto a lui la figura del pilota era alta quasi cinque centimetri e dettagliata, non una piccola miniatura. In quel preciso istante, la passione per la fantascienza, la storia e la tecnologia militare, unite a quell'indole che mi avrebbe fatto diventare ingegnere, trovò l'opera definitiva a cui attingere. Quel robot non era una divinità tecnologica. Era un mezzo d'assalto brutto e sporco, qualcosa che ricordava una Jeep, un veicolo blindato o un piccolo carro armato. Era un Armored Trooper Votomos, un mezzo corazzato destinato alla fanteria, acronimo di “Vertical One-man Tank for Offense & Maneuver”: un carro verticale monoposto destinato all’attacco ma rimanendo mobile. Una declinazione visiva che ai lettori di fantascienza ricorderà immediatamente il concetto originario di tuta potenziata (powered armor) introdotto da Robert A. Heinlein in Fanteria dello spazio. Non il nome di un singolo robot speciale, ma della denominazione di una categoria di mezzi.
Nel linguaggio dei soldati della serie, però, “Votoms” finisce anche per assumere un significato ironico e dispregiativo, associato alla bassissima sopravvivenza degli uomini che li pilotano. Il gioco linguistico (la traslitterazione è la medesima dell’offensivo “Bottoms”) è perfettamente coerente con la poetica di Takahashi, il creatore dell’opera: una macchina costruita per essere efficiente, manovrabile e prodotta in serie, ma anche abbastanza sacrificabile come i suoi equipaggi.
Ryōsuke Takahashi: guerra, industria e Real Robot
Ryōsuke Takahashi, nato a Tokyo l'11 gennaio 1943, appartiene a quella generazione di autori giapponesi cresciuta all'ombra diretta della guerra. Suo padre, soldato, morì durante il conflitto senza che il figlio potesse conoscerlo; la madre, attiva nel movimento sindacale di sinistra, contribuì a formare quella sensibilità sociale e politica che avrebbe caratterizzato la sua produzione.
Dopo un'esperienza nel settore automobilistico, Takahashi entrò nella Mushi Production di Osamu Tezuka, percorso che lo porta a incrociare Yoshiyuki Tomino, futuro padre di Mobile Suit Gundam. Ma proprio dalla comune matrice professionale nasceranno due concezioni profondamente differenti della guerra e delle macchine da combattimento antropomorfe che noi spesso chiamiamo impropriamente robot. Tomino utilizza il conflitto come scenario per una storia di formazione, nella quale l'elemento umano può ancora aprire una prospettiva di cambiamento, Takahashi sceglie un approccio più vicino al reportage bellico: la guerra è una macchina politica, economica e industriale dove l'individuo viene progressivamente schiacciato. La prima opera che mostra quest’ultima concezione è Taiyō no Kiba Dougram, del 1981: nei 75 episodi il conflitto viene raccontato attraverso logistica, diplomazia, interessi economici e conseguenze sociali. Il robot non è il protagonista della guerra: ne è uno strumento. Con VOTOMS, Takahashi porta questa idea all'estremo; gli Scopedog (un modello base di VOTOMS) sono mezzi prodotti in serie, relativamente economici, concepiti per essere utilizzati, danneggiati e sostituiti. La macchina non è una proiezione dell’eroe, ma una componente della logistica militare, soggetta alla stessa usura, al consumo e alla sostituibilità degli uomini che la utilizzano, tanto che il pilota può abbandonarla sul campo e passare a un altro mezzo.
Votomos: Chirico Cuvie, l’uomo che non riesce a morire
La serie originale, trasmessa in Giappone tra il 1º aprile 1983 e il 23 marzo 1984 per 52 episodi, nasce infatti all’interno della Guerra dei Cento Anni, il conflitto che divide l’immaginaria galassia di Astragius tra le potenze di Gilgamesh e Balarant. Un conflitto che dura da così tanto tempo da essere diventato una condizione permanente dell’esistenza, trasformandosi in un sistema economico e sociale fondato sulla produzione, il consumo e la sostituzione continua di uomini e macchine.
All’inizio incontriamo Chirico Cuvie, soldato di Gilgamesh e pilota di Armored Trooper, coinvolto negli ultimi giorni della guerra in una missione segreta sul pianeta Lido: insinuarsi in una installazione appartenente al suo stesso esercito.
Nella base scopre una misteriosa capsula contenente una donna, che scoprirà chiamarsi Fyana, legata al progetto Soshu, la “Perfect Soldier”: un essere umano modificato per diventare un’arma superiore. Chirico ha visto ciò che non doveva vedere e da quel momento diventa un uomo da eliminare.
È qui che Votomos rivela una delle sue caratteristiche peculiari: un lungo viaggio attraverso diversi generi cinematografici, ciascuno legato a un diverso ambiente e a una diversa fase della vicenda.
Il noir caratterizza il primo ciclo che si svolge a Uoodo: una città decadente, criminale, sporca, popolata da reduci e persone che hanno trasformato la guerra in un’attività quotidiana. Qui Chirico incontra Gout, Vanilla e Cocona, personaggi che sembrano usciti da un film hard-boiled. È a Uoodo che facciamo la conoscenza del Battling, combattimento clandestino tra Armored Trooper che trasforma la macchina bellica in spettacolo e fonte di guadagno, offrendo ai reduci una nuova, brutale forma di sopravvivenza.
Qundo si giunge al pianeta Kummen, diventa impossibile non pensare ad Apocalypse Now: giungle, paludi, mercenari, guerriglia e soldati logorati dalla guerra. Takahashi non copia Coppola, ne trasforma il linguaggio in fantascienza bellica giapponese: il Vietnam del film diventa un conflitto interplanetario, la giungla il territorio del Sacro Regno di Kummen e il soldato americano il pilota di uno Scopedog. La macchina bellica, però, rimane la stessa.
Nel terzo ciclo, Sunsa, il paesaggio cambia ancora: il verde della giungla lascia il posto al deserto e alla devastazione. È quasi un western fantascientifico. Chirico è un uomo braccato che attraversa un mondo nel quale la guerra sembra essersi trasformata in una condizione esistenziale.
A Quent, Votomos abbandona il semplice war movie ed entra nella fantascienza filosofica. Il pianeta dei Quentiani conduce Chirico verso il mistero delle sue origini e la rivelazione dell’“individuo dalla sopravvivenza anomala”, l’Ino-Survivor. La fuga dalla polizia militare diventa così anche una ricerca della propria identità, tra guerra, manipolazione biologica e destino umano.
Qui sta forse l’intuizione più radicale di Takahashi: il vero “super-robot” di Votomos non è lo Scopedog, ma Chirico, l’uomo che non riesce a morire. Non possiede superpoteri: semplicemente, sopravvive dove gli altri muoiono, diventando per questo l’oggetto dell’interesse di poteri militari e scientifici. Fyana è il soldato artificialmente perfezionato; Chirico, invece, rappresenta l’essere umano la cui capacità di sopravvivere sembra appartenere alla sua stessa natura.
Nel finale, questa intuizione arriva alle estreme conseguenze: Chirico scopre che dietro il potere che muove gli eventi si cela una macchina capace di conservare memoria e coscienza. Rifiutando di entrarne a far parte e distruggendola, afferma ancora una volta la propria individualità dopo essere stato utilizzato e manipolato come un oggetto.
Da Apocalypse Now di Francis Ford Coppola, rilettura di Cuore di tenebra, Takahashi riprende la guerra come esperienza capace di dissolvere ogni riferimento morale e trascinare l’uomo verso la follia. Kummen ne è l’esempio più evidente: la giungla diventa un mondo alieno dove gli Scopedog affondano nel fango, le munizioni finiscono e i mezzi vengono riparati e sostituiti. La tecnologia è futuristica, ma la guerra resta terribilmente concreta. A questa dimensione si aggiunge il cinema di Sam Peckinpah, in particolare Junior Bonner (L’ultimo Buscadero): il Battling trasforma il rodeo in una guerra clandestina, dove reduci e veterani continuano a combattere per denaro e sopravvivenza. Lo Scopedog diventa il cavallo del cowboy, il pilota il pistolero e l’arena una frontiera senza futuro. Fango, polvere, metallo, olio e pezzi sostituiti sul campo completano l’estetica di una fantascienza popolata non da eroi, ma da uomini che hanno perso la guerra e non sanno più come uscirne.
Dopo Chirico: un universo difficile da replicare
Il successo della serie del 1983 rese inevitabile l’espansione dell’universo. Ma ciò che accadde dopo è interessante proprio perché dimostra quanto fosse difficile replicare la forza dell’originale. Ripercorriamo velocemente: Il primo grande seguito è The Last Red Shoulder, del 1985, collocato tra gli archi di Uoodo e Kummen. Torna sul passato di Chirico e soprattutto sulla terribile esperienza dei Red Shoulder, l’unità d’élite comandata da Yoran Pailsen. Big Battle, del 1986, amplia invece l’avventura con una nuova storia ambientata dopo gli eventi di Quent. Nel 1988 arriva Red Shoulder Document – Roots of Ambition, un prequel che va ancora più indietro nella storia, mostra e approfondendisce la formazione dei Red Shoulder e le origini della straordinaria capacità di sopravvivenza di Chirico. Nello stesso periodo nasce Mellowlink, uno spin-off particolarmente interessante perché abbandona Chirico e racconta un’altra vicenda militare mantenendo però intatto il carattere hard-boiled dell’universo. Nel 1994 Shining Heresy compie invece un salto in avanti di 32 anni rispetto alla serie televisiva e riporta Chirico in un universo nel quale la guerra continua e la sua stessa esistenza è ormai diventata una leggenda.
Nel (nostro) nuovo millennio l’universo continua a espandersi con Pailsen Files, che torna ancora una volta agli ultimi giorni della Guerra dei Cento Anni per raccontare il progetto legato agli individui dalla sopravvivenza anomala, e con Phantom Arc, che costituisce una continuazione della vicenda di Chirico. A queste produzioni si aggiungono poi altri progetti, tra cui Case; Irvine, Votomos Finder e Chirico’s Return, a conferma della vitalità di un universo che, a distanza di decenni, continua a tornare sui propri personaggi, sui propri conflitti e soprattutto sulle conseguenze della Guerra dei Cento Anni.
Molte opere successive tornano al passato, come se Votomos non riuscisse a liberarsi dal trauma originario che ha trasformato Chirico. È anche la differenza rispetto all’originale del 1983: il suo mistero non aveva bisogno di essere spiegato. I prequel rischiano così di trasformare ciò che era suggerito in una mitologia compiuta, perdendo parte di quell’aura di non conosciuto o non raccontato che ne costituiva il fascino.
La Strega Grigia. Oshii incontra Takahashi
È proprio qui che diventa interessante il ritorno nel novembre 2026 al cinema. Votomos: Die Graue Hexe (La strega Grigia) non riprende la storia di Chirico, ma è ambientato negli ultimi giorni della Guerra dei Cento Anni, prima degli eventi della serie del 1983. La protagonista, Maki Staufenberg, viene inviata su Valkyria II per indagare su Ash Vamps, soldatessa di un’unità punitiva soprannominata “la Strega” perché unica superstite delle missioni. Maki decide di affrontarla direttamente, ritrovandosi in un’operazione quasi suicida. Il parallelo con Chirico è evidente: ancora una volta un soldato sembra avere un rapporto anomalo con la morte e lo Scopedog torna a essere ciò che Takahashi aveva immaginato, non un giocattolo fantastico, ma una macchina industriale che porta gli uomini dentro una guerra dalla sopravvivenza improbabile.
La differenza è che dietro la macchina da presa c’è Mamoru Oshii. Oshii è un autore che ha passato gran parte della propria carriera a interrogarsi sul rapporto tra uomo, tecnologia e identità. Da Beautiful Dreamer a L’uovo dell’angelo, fino a Ghost in the Shell, il suo cinema ha progressivamente rallentato l’azione per lasciare spazio alla domanda filosofica. Takahashi, invece, parte dalla materia: dal fango, dalla meccanica, dal peso delle armi, dai corpi dei soldati. Sembra quasi che i due autori arrivino alla stessa domanda da direzioni opposte. Oshii parte dalla filosofia per tornare alla materia; Takahashi parte dalla materia per arrivare alla filosofia. Per questo l’incontro tra i due non appare affatto casuale.
Il nuovo film è prodotto da Sunrise con la collaborazione di Production I.G., la colonna sonora è affidata a Kenji Kawai, collaboratore storico di Oshii. E soprattutto c’è un elemento che rende il progetto particolarmente interessante per i fan della serie originale: Ryōsuke Takahashi è direttamente coinvolto come autore e supervisore del nuovo progetto, mentre Oshii ha dichiarato di essere stato a lungo un grande fan dell’opera originale.
Non è quindi soltanto il ritorno di un marchio, ma il ritorno di un mondo nelle mani di due autori che, in modi diversi, hanno contribuito a definire la fantascienza adulta giapponese.
Quarant’anni dopo: l’attualità di Votomos e l’anomalia del Belpaese
È forse nel 2026 che Votomos appare più sorprendentemente attuale. Non perché abbia previsto le tecnologie del futuro, ma perché ha raccontato la guerra come sistema industriale, fondato su produzione, logistica, manutenzione e sostituzione continua di uomini e mezzi. Lo Scopedog è efficace proprio perché non è prezioso: può essere prodotto in serie, danneggiato, riparato e sostituito. Una logica che, nelle guerre contemporanee, appare ancora concreta, così come resta attuale la fragilità dell’uomo dentro la macchina bellica.
Anche Chirico è parte di questa visione: un reduce che non riesce a lasciarsi alle spalle la guerra. Uoodo, con i suoi veterani e il Battling, mostra una società incapace di tornare alla normalità, dove la violenza diventa spettacolo e mezzo di sopravvivenza. Per questo Votomos non ha bisogno di essere aggiornato per risultare moderno: basta osservare ciò che raccontava già nel 1983.
C’è poi una curiosa anomalia italiana. Il nostro Paese ha consacrato i Super Robot di Gō Nagai, da Mazinga a Jeeg e Goldrake, mentre opere più complesse come Gundam, Patlabor e soprattutto Votomos hanno avuto una diffusione molto meno capillare. Per decenni Votomos è rimasto quasi clandestino, scoperto attraverso modellini, riviste e videocassette importate. E forse non poteva essere altrimenti: non è una serie sui robot, ma sulla guerra, nella quale il robot è semplicemente il mezzo per raccontarla.
A più di quarant’anni di distanza, quello Scopedog in scala 1/35 continua così a significare qualcosa. E oggi, mentre Die Graue Hexe si prepara a riportare Votomos sul grande schermo, resta anche una piccola speranza per noi appassionati italiani: che questa volta la Strega Grigia possa arrivare davvero nelle nostre sale, permettendoci di vedere finalmente al cinema un universo che per decenni abbiamo potuto conoscere quasi soltanto attraverso modellini, riviste e supporti d’importazione.
Nel 2026, mentre il film di Mamoru Oshii riporta Votomos al cinema, quella macchina conserva la sua forza proprio perché non è diventata nostalgica: sotto il metallo, il fango e l’olio motore c’è ancora la stessa idea di guerra, fatta di uomini e macchine consumabili. E dentro ogni macchina, ancora una volta, c’è un uomo.
Una cosa estremamente umana.

















