Come di consuetudine a Ottobre Urania esce con il romanzo vincitore dell’omonimo Premio, quello di quest’anno è Fenomeno Norimberga di Andrea Micalone, che accettato di farsi intervistare.
Complimenti per la vittoria del più prestigioso premio letterario della fantascienza italiana, il tuo romanzo prende spunto dall'evento reale del 14 aprile 1561, quando gli abitanti di Norimberga assistettero a un presunto scontro di "sfere, dischi e tubi volanti" nei cieli della città tedesca (immortalato nella famosa xilografia di Hans Glaser), vuoi aprire l’intervista con un “teaser no spoiler” e qualche nota biografica?
Il romanzo parte dal misterioso fenomeno celeste di Norimberga, un evento tanto enigmatico quanto affascinante. Sin dalla prima volta che ne sentii parlare, nell’ormai lontano 2014, decisi che avrei voluto e dovuto scrivere un romanzo che lo raccontasse. Ma questa è soltanto una delle linee narrative della storia. Vi troviamo poi anche la vicenda di un giornalista che, nel 2038, deve intervistare un misterioso magnate che nessuno ha mai visto in volto, e anche la storia di Aurora, una editor che trova il marito morto strangolato in camera da letto; ben presto lei comprende di essere l’unica colpevole possibile (c’è però un problema: lei sa di non aver commesso il delitto). E poi ci muoviamo avanti e indietro nel tempo, dalla fine del Cretaceo sino ad arrivare a Paracelso e alla storia di Gavrilo Princip, passando per la leggenda giapponese della Utsurobune. Ci sono insomma innumerevoli linee narrative (virtualmente vi è l’intera storia dell’umanità), e tutte vanno a convergere verso un punto fondamentale. Per quanto riguarda invece il sottoscritto, scrivo da quando ho imparato a scrivere. Mi diverte farlo, e a un certo punto della mia vita ho compreso che questa era in realtà l’unica cosa che volessi fare per davvero. Ho pubblicato parecchi racconti per bambini e ragazzi, di fantascienza e non solo, e prima di approdare ai grandi editori ho avuto anche alcune esperienze con l’autopubblicazione. Ricevere il Premio Urania, però, è oggettivamente un balzo enorme che mi ha riempito di gioia. Preparatevi dunque, perché non vi libererete facilmente di me e della mia ossessione per la scrittura.
Insomma, non si arriva al Premio Urania senza essersi allenati, com’è stato il tuo percorso? Che tipo di lavori hai pubblicato e in quale modalità?
Come dicevo, scrivo da sempre. Per me la scrittura è una gioia e una passione che va avanti sin da quando ero bambino. A un certo punto, però, intorno al 2008 (con la maggiore età) ho capito che non era più un semplice hobby. Sì, sconvolsi parenti e amici quando alcuni anni dopo lasciai persino la facoltà di matematica, giacché capii che questa attività (la scrittura, ma anche la matematica) o la si svolge a tempo pieno, oppure rimane appunto un semplice passatempo (che è una scelta legittima, ma non fa per me). Nel 2012 arrivai finalista al Premio Urania con il romanzo “Hodoeporicon”, e quel passaggio mi aiutò a comprendere come lavorare in modo professionale. Mi fece insomma toccare con mano la realtà: sognare era possibile. È stato poi già dal 2014 che iniziai a provare la strada dell’autopubblicazione, mettendo online proprio “Hodoeporicon” e una saga di romanzi fantasy. Quei testi erano acerbi, lo ammetto tranquillamente, ma mi hanno permesso di arrivare ai primi lettori, e ottenere così risposte e critiche (talvolta ben argomentate) che mi hanno fatto maturare. L’autopubblicazione, quantomeno in Italia, la consiglierei infatti proprio a chi sta muovendo i primi passi e deve ancora capire come funzionano la scrittura e il mondo editoriale. Dal mondo “self” escono talvolta anche cose carine: non tutto è da buttare al rogo. È però vero che è un mondo che vive immerso in una profonda artigianalità, e che spesso affoga nella melassa dell’inesperienza, pertanto è naturale che ci sia molto scetticismo al riguardo da parte dei lettori. Poi nel 2016 mi posizionai terzo al Premio Battello a Vapore con un romanzo per bambini, e quello snodo fu fondamentale per arrivare alla pubblicazione reale con i veri editori. Lì imparai a scrivere sul serio, e dal 2018 in poi ho pubblicato infatti parecchie cose (le trovate tutte in libreria, se ancora disponibili; alcuni romanzi sono quasi esauriti).
Nel 2013 eri già andato in finale per il Premio Urania con Hodoeporicon, mi racconti un po' le vicende di quel libro nelle sue varie edizioni?
All’inizio ero un perfetto principiante, come tutti. Ero convinto che per scrivere occorresse attendere le muse, l’ispirazione e sciocchezze simili. Poi nel 2012 decisi di partecipare al Premio Urania. Avevo appena visto il film di Nolan “Memento”, e volevo scrivere un romanzo che avesse la stessa struttura a ritroso, ma che consistesse in un vero e proprio viaggio nel tempo, e non soltanto in una questione di montaggio. Avevo però soltanto nove mesi di tempo, e mi parevano del tutto insufficienti. Proprio questo poco tempo, però, mi fece comprendere che per scrivere bene c’è in realtà una sola e unica regola: scrivere tutti i giorni (da tradursi anche come: esercitarsi sempre). In questo modo produssi realmente il romanzo e mi accorsi infine di averlo fatto in un modo quasi professionale. Fu un’illuminazione. E difatti, secondo me non per caso, arrivai finalista al premio. Ma appunto non vinsi, perché ero ancora troppo immaturo sotto altri e innumerevoli punti di vista. La storia che avevo scritto aveva sì spunti interessanti, ma presentava molti problemi stilistici e narrativi. Proposi comunque il romanzo a molte case editrici, e ovviamente fu rifiutato. Allora pensai di tentare la strada dell’autopubblicazione. Rividi in modo approfondito tutto quanto e procedetti. Il risultato anche stavolta mi sorprese. Moltissime persone lo lessero, e oltre a molte critiche sciocche, ricevetti anche critiche invece giuste e fondate, che mi furono assai utili per procedere poi con gli scritti successivi.
Torniamo a Fenomeno Norimberga che fonde la fiction storica, la proto ufologia e la fantascienza speculativa. Sempre senza spoiler, com’è stato il processo dalla prima idea alla stesura definitiva?
In realtà la primissima idea di questo romanzo nacque quasi subito dopo Hodoeporicon. Già nel 2014 iniziai a scriverne una prima versione, ma era assai debole. Era fondata soltanto sui colpi di scena e non procedeva in modo limpido. Nel corso degli anni spesso ritentai, costruendo racconti attorno al fenomeno di Norimberga, ma c’era sempre qualcosa che non funzionava. Poi, qualche anno fa, iniziai a scrivere tutt’altro: uno pseudo-thriller onirico alla Lynch, con protagonista una donna. Era appunto “Lui” (titolo originario con cui ho vinto il Premio giacché era rimasto anche nella versione definitiva), la parte di Aurora. Mi pareva molto interessante, ma decisamente indigesto per il mercato editoriale italiano. Allora ci fu l’illuminazione: dovevo unire queste due strade. Fondendo il fenomeno di Norimberga a Lui, all’improvviso compresi che dovevo andare oltre le due storie, e unificarle nel flusso generale della storia umana. Ma ciò che soprattutto capii è che dovevo innalzare anche la mia ambizione, e che ciò che era mancato sino a quel momento era stata soprattutto una ragione profonda celata dietro alla vicenda che stavo raccontando: una colonna portante che facesse da fondamenta a tutto. Quale? La storia umana, e i miei interessi, e direi anche ogni essere umano in generale, portano con sé un quesito enorme: perché esiste il Male? Perché soffriamo su questa terra? Questa domanda è diventata appunto il cardine fondamentale di tutto, ma bisogna arrivare al finale per comprendere la (mia) risposta.
Mi incuriosisce molto la scelta del periodo storico che di sicuro cambia la modalità del “primo contatto” trattandosi dell’epoca del Rinascimento (anche se poi si scopre che le cose sono molto più complicate di così, ma non facciamo spoiler), dove l’Uomo si sentiva (forse) padrone del creato.
È difficile parlarne senza rivelare troppo ai lettori. Posso comunque dire che, appunto, nel 1561 la scienza non era ancora un elemento radicato nella società, pertanto qualsiasi evento prodigioso era visto come una manifestazione divina oppure diabolica. Noi oggi consideriamo simili ottiche come retrograde, giustamente, e siamo perciò portati a vedere in un fenomeno come quello di Norimberga o eventi atmosferici, oppure la presenza di extraterrestri (e quindi adesso, ancor più di allora, l’uomo si sente per davvero padrone del Creato, e il romanzo appunto è in realtà una analisi anche di questo tema). Una delle sfide è stata proprio superare anche la mentalità di oggi e riportare l’enigma su un piano più alto, morale, e far comprendere come gli uomini del tempo, seppur non potessero comprendere cosa stesse avvenendo, paradossalmente si ponevano domande talvolta più giuste delle nostre. E quindi la chiusura del romanzo, infine, trova una strada propria su questi temi, una strada alternativa che spero sorprenda tutti, non tanto per il colpo di scena in sé, ma per la componente di significato che porta.
Quanto ti ha impegnato la ricostruzione storica e come l’hai affrontata?
La parte di Norimberga l’ho scritta e riscritta tante volte, nel corso di dieci anni, e a ogni riscrittura ho scoperto nuove prospettive e nuovi dettagli che mi sono stati utili. Soprattutto la chiesa di San Sebaldo ha determinato molti elementi del romanzo, estetici e non solo. Ad esempio la visione dell’Apocalisse che si trova su uno dei suoi portali d’ingresso è stata molto importante: mi si è rivelata come una sorta di scenario anticipatorio del romanzo. Poi vi sono molti altri momenti storici nella vicenda, ma sono più brevi, e quindi li ho affrontati più facilmente. Ad esempio il capitolo di Gavrilo Princip si svolge tutto nella serata che precede il famoso attentato, e quindi era temporalmente molto localizzato e concentrato su un evento di cui vi sono innumerevoli descrizioni e studi.
Direi che il tuo romanzo si inserisce a pieno titolo nella tradizione dei Premio Urania ricevuti da Evangelisti e da Costantini. Sei d’accordo?
Sono pienamente d’accordo. Ho letto soprattutto Evangelisti mentre lo scrivevo, prendendolo a esempio. Ma in realtà vi sono anche molte altre letture che si sono innestate nel testo, soprattutto il mio amore per i classici russi, Dostoevskij su tutti. Sarebbe bello se i lettori percepissero anche questa presenza, anche se è ben celata e presente più nelle tematiche che nello stile vero e proprio.
Senza cercare “ricette perfette” per romanzi pubblicabili, non pensi che la capacità degli autori italiani di sfruttare l'enorme archivio storico europeo come palcoscenico per narrazioni sci-fi di respiro internazionale possa essere una “via italiana” per la fantascienza?
Assolutamente sì. Troppo spesso si cerca di imitare la via anglosassone dei romanzi di genere, e questo può portare in direzioni poco genuine. Noi abbiamo un oceano di tradizioni e storia dai quali attingere, e miscelare il fervido passato europeo a idee fantascientifiche o fantastiche spesso porta una linfa molto nuova. C’è comunque anche da dire, banalmente, che uno scrittore deve soprattutto raccontare ciò che ha più a cuore, e che l’idea più banale del mondo può esplodere di bellezza se finisce sotto la giusta penna. I temi e le storie di per sé non sono belli o interessanti, lo diventano invece tramite il modo in cui li si racconta. A me, da lettore, interessa innanzitutto leggere opere emozionanti e belle; l’innovazione di per sé non è un valore.
Non tutti i lettori di fantascienza sono uguali, basta fare un giro in uno dei tanti gruppi di Facebook che li raccoglie, a chi consiglieresti la lettura del tuo romanzo?
La consiglierei ai lettori di fantascienza in generale (senza scendere nei sottogeneri), perché credo che da lettore io per primo mi appassionerei a questa storia. Del resto una delle prime regole che utilizzo quando scrivo è: ciò che trovo noioso va cestinato. Questo romanzo sembra sì guardare, almeno in principio, in direzione di Evangelisti, ma in realtà più si procede, e più prende strade decisamente diverse. Il fenomeno di Norimberga è solo una parte, e non la più importante, del testo. E poi consiglierei il romanzo ai lettori in generale, quelli che invece la fantascienza non la sopportano proprio. E lo farei per le stesse ragioni. Io sono convinto che un libro deve essere innanzitutto ben scritto, al di là della trama, e deve provare a toccare le corde più profonde di noi. Questo libro è il mio personale tentativo di fare ciò. Se poi non piacerà ne agli uni ne agli altri, allora sarà stata soltanto colpa mia.
Per concludere, progetti futuri?
Questo romanzo l’ho finito di scrivere nel 2024. È passato un mare di tempo da allora e, come dicevo, io scrivo in continuazione. Già molta altra roba bolle in pentola, di vari generi, non soltanto fantastici o fantascientifici. Ma per scaramanzia io non parlo mai con chiarezza di cosa arriverà, neanche ai parenti più stretti. La mia compagna ha letto questo romanzo ora, assieme a voi. Soltanto mia figlia sapeva sin dal principio che Fenomeno Norimberga avrebbe partecipato al Premio Urania, ma quando siamo andati a spedirlo lei aveva circa un anno, perciò non credo che abbia capito molto di quel che stavamo facendo (però ha portato bene: è stata promossa a mascotte ufficiale). Insomma, non dirò cosa sto scrivendo ora e cosa è già in ballo, ma lo ripeto: non vi libererete facilmente di me.

















