Ada’s Day, o meglio Ada Lovelace Day (ALD) è una ricorrenza annuale fondata nel 2009, che si festeggia il secondo martedì del mese di ottobre che quest’anno è stato il 13. La celebrazione si tiene il secondo martedì di ottobre e si svolge un po’ in tutto il mondo, anche se non è riconosciuta come una ricorrenza ufficiale. Poco male, visto che anche altre date hanno subito la medesima sorte. La giornata mondiale della matematica, per esempio, ha recentemente incorporato il Pi Greco Day, cancellando quest’ultima ricorrenza che era molto sentita – soprattutto nelle scuole.

La giornata è dedicata alla pioniera dell’informatica Ada Lovelace, con l’intento di celebrare e sostenere i successi delle donne specializzate in discipline scientifico-tecnologiche come matematica, fisica, astronomia e cibernetica, riunite nell’acronimo STEM: gli inglesi, si sa, amano molto gli acronimi. L'evento è nato su iniziativa della giornalista, attivista e scrittrice britannica Suw Charman-Anderson.

Ma non è un puro e semplice festeggiamento: fin dall’inizio si sono organizzate online e offline attività di divulgazione e formazione, per ispirare e incoraggiare le giovani negli studi tecnico-scientifici. Dopo un periodo di crisi, anche per via della pandemia da Covid 19 che impediva le riunioni, nel 2024 l’Ada Lovelace Day è tornato dal vivo in Londra, ma la scarsità di fondi ha creato parecchi problemi, nonostante la partecipazione del pubblico e l’apprezzamento di istituzioni e comunità del settore. La sua ideatrice ha così annunciato per il 2025 l’interruzione dei festeggiamenti Live dell’Ada Lovelace Day e la minimizzazione delle attività ufficiali, per insufficienza di fondi. Sostiene che ciò è dovuto a un regresso, da parte di molte compagnie industriali e università, nell’atteggiamento verso le donne che fanno ricerca scientifica, per cui hanno tolto il loro sostegno. Tuttavia continuano molti altri eventi indipendenti, quali conferenze e attività educative organizzate da varie associazioni e istituzioni culturali nel mondo.

L’iniziativa è partita per confutare una vecchia “querelle” tra scienziati e uomini di cultura, che è la seguente:

Per quale motivo così poche donne ancora scelgono di impegnarsi nelle materie scientifiche che più richiedono l’uso della matematica? Si tratta di un fatto costituzionale, legato a differenze tra il cervello maschile e quello femminile, o non è piuttosto dovuto a condizionamenti sociali, che impediscono alle donne di accedere liberante a certi ruoli e rendono più difficili i loro progressi?

Oggi per noi è facile rispondere: la seconda che hai detto! Ma nel passato, anche recente, le convinzioni della gente erano ben altre. Io stesso, per esempio, ho un paio di cari amici, entrambi insegnanti di fisica e matematica alle superiori, che sostengono di non aver mai trovato nella loro carriera ragazze interessate alla matematica e alle scienze esatte, non quanto i loro compagni maschi. Sarà perché hanno una decina di anni più di me e forse ai loro tempi la situazione era diversa. Isaac Asimov ripeteva “Ideas die hard”: le idee sbagliate sono dure a morire.

Un buon esempio di questo modo di ragionare ci viene dal mondo degli scacchi. Anche se non sei propriamente uno scienziato, non puoi diventare un maestro di scacchi se non possiedi una mente matematica. Eppure siamo abituati da sempre a vedere solo grandi scacchisti di sesso maschile, nonostante alcuni dei più grandi scacchisti siano donne. Quale miglior prova che non esistono differenze tra un cervello maschile e uno femminile? Prendete il caso di Judith Polgàr. Se la si vede in fotografia, si nota solo una bella ragazza con i capelli ramati e gli occhi chiari, con la bellezza tipica delle ungheresi. Poi si va a leggere la sua biografia e si apprende che discende da una famiglia ebrea, perseguitata dai nazisti in tempo di guerra. E infine si scopre che è considerata la più grande scacchista di tutti i tempi, diventata Gran Maestro a soli 15 anni (battendo il record di precocità che apparteneva a Bobby Fischer) e stracciando letteralmente alcuni campioni del mondo in tornei open.

Una differenza con i maschi però c’è: non è ossessionata dal gioco come molti  altri campioni. Si è ritirata a vita privata, si è sposata e si occupa di allevare ed educare le figlie, cosa che ritiene “più difficile che giocare a scacchi”. Tutto il contrario di Beth Harmon, la campionessa del romanzo di Walter Tevis La regina degli scacchi (The Queen’s gambit, 1983) che vede nel gioco l’unico modo per affermarsi e dimenticare il suo passato, mentre si autodistrugge con l’alcool.

È vero che, in genere, nel passato pochissime donne riuscivano ad accedere a studi teorici di alto livello ed accadeva solo se erano di altissimo rango o di reddito molto elevato. Vediamone insieme qualcuna delle più note.

1) Ada Lovelace (1815 – 1852) è stata una nobildonna e matematica britannica; fu la sola figlia legittima del poeta Lord Byron e di Anne Isabella Milbanke, anche lei matematica. Non conobbe il padre, che lasciò la famiglia quando Ada non aveva ancora un anno di vita. Notoriamente Byron credeva nell’amore libero e disprezzava il matrimonio (pare che abbia tentato di insidiare anche la giovane Mary, amante del suo fraterno amico Percy Shelley). La madre di Ada, terrorizzata dall'idea che potesse appassionarsi alla poesia e dedicarsi al libertinaggio come il padre, all’età di 17 anni le fece studiare filosofia e la fece istruire in matematica e scienze da William King e Mary Somerville. Era costei un’altra illustre matematica, che aveva tradotto in inglese i lavori di Laplace e aveva scritto dei testi utilizzati all’Università di Cambridge.

Nel giugno del 1829, a causa del morbillo, la povera Ada rimase paralizzata e fu costretta a restare a letto per quasi un anno. Tornò a camminare con l'aiuto di grucce solo nel 1831. A soli trentasei anni fu poi colpita da un cancro uterino, con un quadro clinico probabilmente aggravato dai salassi ai quali il medico la sottoponeva (allora il salasso lo si usava per curare qualunque cosa). La sua malattia durò alcuni mesi, nei quali subì il controllo della madre, dai rigidi principi religiosi, che tenne lontano da lei amici e confidenti e la obbligò a lunghe sedute di preghiere e digiuni. Dal 30 agosto del suo ultimo anno di vita (1852) Ada perse il contatto anche con suo marito. Spinta dalla madre, che riteneva la confessione un modo di liberarsi anche dal male fisico, dovette confessargli qualcosa che lo spinse ad abbandonarla: non è nota la natura di tale confidenza, ma si ipotizza che potesse trattarsi di adulteri.

Ada è nota soprattutto per il suo contributo alla macchina analitica ideata da Charles Babbage, che fu suo carissimo amico ma senza alcuna implicazione sentimentale. Scrisse per lui una sorta di algoritmo, per cui è considerata la prima creatrice di un programma per computer, ma la sua effettiva importanza in questo campo è tuttora oggetto di controversia tra gli studiosi di storia e di matematica. Secondo alcuni oggi viene sopravvalutata perché donna, ma secondo altri è stata sottovalutata proprio per lo stesso motivo.

Oltre alla sua collaborazione con Babbage per la programmazione della sua  “macchina differenziale”, si ricorda di lei l’Algoritmo di Lovelace per i numeri di Bernoulli e la sua traduzione in lingua inglese di numerosi testi matematici, come quelli di Luigi Federigo Menabrea.

A lei è stato dedicato il nome di un linguaggio di programmazione, battezzato per l’appunto ADA.

Alla sua figura è ispirato il film del 1997 Conceiving Ada con Tilda Swinton, diretto da Lynn Hershman Leeson,. Inoltre è presente tra i protagonisti del romanzo steampunk La macchina della realtà (The Difference Engine, 1990) di Bruce Sterling e William Gibson.

2) Non bisogna pensare che il suo sia un caso isolato: tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo molte altre donne hanno mostrato spiccate doti matematiche. Prendiamo il caso di Sofia Vasilyevna Kovalevskaya (1850 – 1891). Di origine russa, fu costretta all’esilio per le sue idee politiche radicali. Lasciata la Russia zarista, si trasferì nella più tollerante Svezia, dove fu la prima donna ad essere nominata professore di matematica da una università europea (Stoccolma 1884). Nonostante la brevità della sua vita, riuscì a dare apporti fondamentali nell'ambito dell'analisi matematica. La sua biografia è stata pubblicata da Asterios con il titolo emblematico di Una ragazza nichilista (2005).

3) Un altro bell’esempio è la dottoressa Maryam Mirzakhani, americana di origine iraniana (1977-2017) morta purtroppo di cancro a soli 40 anni. Divenuta  professoressa di matematica alla Stanford University dal 2008, ha dato importanti contributi in geometria iperbolica, teoria ergodica e geometria simplettica.

4) Tra le matematiche di origine asiatica, ricordo qui Hee Oh (classe 1969). Specializzata in sistemi dinamici e geometria, è diventata la prima donna ad ottenere una cattedra a tempo indeterminato nel dipartimento di matematica della prestigiosa Yale University. Sembra che possa essere servita di ispirazione per il personaggio della ragazza vietnamita esperta di computer, che John Varley ha utilizzato nel romanzo breve Press ENTER (1989)

Margaret Hamilton, la direttrice dello sviluppo del software delle missioni Apollo (Fonte NASA)
Margaret Hamilton, la direttrice dello sviluppo del software delle missioni Apollo (Fonte NASA)

5) Altro fulgido esempio è la dottoressa Margaret Hamilton (1936 – 2026), esperta di computer e creatrice di software. È scomparsa di recente, alla bella età di 92 anni, e viene ricordata soprattutto per aver programmato i computer del progetto Apollo. Circola una sua foto in cui, orgogliosamente sdraiata sulla cuccetta della capsula spaziale, lancia il programma per la navicella Apollo 11, destinata ad andare sulla Luna. Molti scienziati, dentro e fuori la NASA l’hanno ricordata, ma in generale la sua morte è passata sotto silenzio, come la sua carriera.

6) Sempre ai lanci spaziali è collegata la fama di tre scienziate e docenti di matematica, che partivano con un doppio handicap: oltre ad essere femmine, erano afro – americane (o di colore, come si usa dire oggi). I loro nomi sono Dorothy Vaughan, Mary Jackson, Katherine Johnson. Se oggi non sono più figure nascoste nell’ombra è grazie al libro Il diritto di contare (Hidden Figures, 2017) di Margot Lee Shetterly, pubblicato da Harper & Collins e poi trasformato in film. Senza queste tre donne, i primi lanci spaziali americani probabilmente non sarebbero partiti, visto che i calcoli non erano ancora fatti dai computer ma da intere equipe di esseri umani, che potevano commettere errori.

7) La bellissima attrice Hedi Lamarr è una austriaca di origine ebraica, come tanti altri rifugiatasi negli USA. Durante la Seconda Guerra Mondiale, decise di aiutare il paese che la ospitava ed ebbe la geniale idea di un sistema che potesse contrastare i tentativi del nemico di intercettare i siluri alleati. Consapevole che una donna non sarebbe stata presa molto sul serio, si fece aiutare da George Antheil, un suo amico compositore di musiche per film, che come Lamarr combinava la professione artistica con quella scientifica. Nel giugno 1941 i due presentarono all'ufficio brevetti il Secret Communication System, un sistema basato su 88 frequenze, lo stesso numero dei tasti del pianoforte. Il sistema era basato su rulli di carta perforati: ruotando in sincronia, i rulli trasmettevano a frequenze sempre diverse, evitando così ogni tipo di intercettazione. Il segnale, saltando da una frequenza all'altra sarebbe stato impossibile da intercettare (non dimentichiamo che la Germania era molto più avanti degli Alleati nello sviluppo dei radar). Era nato il frequency hopping spread spectrum, il sistema a spettro prolungato che si rivelò la base per successivi studi nel settore della tecnologia, che porteranno alla creazione del segnale a spettro espanso: è una tecnologia usata oggi nella telefonia mobile, nel bluetooth, nel sistema GPS e nel Wi-Fi. Grazie alla sua genialità, Hedy Lamarr frantumò lo stereotipo che vorrebbe la bellezza nemica dell'intelligenza, dando un grande contributo allo sviluppo della tecnologia del futuro. Ma da questo colpo di genio non trasse alcun beneficio, dato che il brevetto rimase comunque nelle mani del governo americano, che per moltissimo tempo rifiutò di ammettere di chi era stata l’invenzione e tenne nascosto il brevetto. Una volta sfiorita la bellezza, l’attrice non ha saputo costruirsi una vita ordinata ed è morta in povertà a 85 anni, il 19 gennaio del 2000.

A parziale risarcimento postumo per il suo rivoluzionario brevetto, nel 2014 gli USA l’hanno inserita nella National Inventors Hall of Fame, mentre l’Austria se l’è cavata con un francobollo commemorativo, che riproduce il suo viso da giovane accanto al suo brevetto. In compenso, Johnny Depp e Jeff Beck le hanno dedicato una canzone. Alla fine, non verrà ricordata per aver girato film come Sansone e Dalila o per essere stata uno dei primi nudi della cinematografia tedesca, ma proprio per la sua invenzione.

La divulgatrice e scienziata Gabriella Greison le ha dedicato la copertina e una parte del suo libro Sei donne che hanno cambiato il mondo. Le grandi scienziate della fisica del XX secolo (Bollati Boringhieri, 2017). Le altre che vi troverete descritte sono: Marie Curie (1867-1934), la donna che ha vinto due volte il premio Nobel, Lise Meitner (1878-1968), Emmy Noether (1882-1935), Mileva Marić (1875-1948) e Rosalind Franklin (1920-1958), colei che ha intuito l’esistenza di DNA e RNA prima che ci arrivassero Watson e Crick. Per molti sono dei nomi sconosciuti o quasi, ma per la Greison sono: “Sei stelle luminose nel buio del secolo breve. La loro luce si è spenta, com’è destino tra gli esseri umani. Ma la loro traccia è indelebile, lungo il cammino del progresso, non solo scientifico, dell’umanità”.

8) Naturalmente ci sono molte altre figure che si potrebbero citare qui, incluse alcune famose scienziate italiane, come Rita Levi Montalcini oppure Margherita Hack. In particolare, la Hack ha dato contributi fondamentali alla ricerca astrofisica, concentrandosi in particolare sulla spettroscopia stellare e sullo studio delle stelle cefeidi e dei sistemi binari. La sua affascinante autobiografia si intitola Nove vite come i gatti. I miei primi novant'anni laici e ribelli (2013). Un titolo che è tutto un programma, scritto con Federico Taddia poco prima della sua scomparsa. La scienziata ci parla dell'adolescenza in tempo di guerra, dei suoi trascorsi di atleta vincitrice dei Littoriali, dei suoi genitori, raro esempio di libertà e coerenza anche durante il fascismo, della sua scoperta casuale dell'astrofisica, da cui rimase affascinata, di Otto Struve che l’ha invitata ad Harvard e del marito Aldo De Rosa, da lei definito “l’enciclopedia vivente”. Questa donna incredibile, nonostante le difficoltà incontrate all’inizio nell’ambiente universitario fiorentino, tutto composto di maschi, si è conquistata il proprio successo passo dopo passo, senza mai dimenticarsi dei maestri che hanno contribuito a renderla quello che è.

Si è laureata in fisica nel 1945, con una tesi sull’astrofisica stellare. È stata ordinario di Astronomia all’Università di Trieste dal 1964 e ha diretto l’Osservatorio Astronomico di Trieste dal 1964 al 1987, portandolo a rinomanza internazionale. Non ha vinto il Nobel, ma ha ricevuto tutti i riconoscimenti possibili. Membro delle più prestigiose Società di Fisica e di Astronomia, ha lavorato presso numerosi osservatori americani ed europei ed è stata per lungo tempo membro dei gruppi di lavoro dell'ESA e della NASA. Troverete un suo monumento nei giardini di fronte all’università di Milano.

9) Prima di concludere, varrebbe la pena di ricordare qualche scrittrice di fantascienza che abbia dimostrato passione  e interesse per le scienze esatte. Purtroppo me ne vengono in mente pochissime. Sembra che la maggior parte delle autrici si accosti alla science fiction partendo da una formazione culturale che riguarda la storia, la letteratura, l’antropologia culturale o tutt’al più la biologia. Qualche eccezione c’è e sono certo che ne scopriremo altre nel prossimo futuro, mano a mano che la parità di genere si espande anche al campo delle hard sciences. Per ora mi limito a ricordare qualche nome. Per esempio Katherine Mac Lean, descritta dalla Encycopedia of Science Fiction come colei che era “all’avanguardia tra quegli scrittori di fantascienza che cercano di applicare alle scienze soft i meccanismi delle scienze dure”. Oppure Nancy Kress, vedova dell’astronomo e scrittore Charles Sheffield, che ha spesso utilizzato la sua cultura nel campo della biologia e della medicina come base per la sua narrativa, come in Tra tutte quelle stelle (Out of All Them Bright Stars, Fantasy & Science Fiction, 1985).

Più interessante è il caso di Joan D. Vinge, autrice di opere di fantascienza spaziale dove la matematica ha spesso un ruolo essenziale. È il caso del romanzo La cintura del paradiso (The Outcast of Heaven Belt, Analog, 1978) e dei racconti Occhi d'ambra (Eyes of Amber, Analog, 1977) e L'universo sotto i miei occhi (View from a Height, Analog, 1978). Sono racconti ricchi di pathos, che curano l’approfondimento psicologico dei personaggi, ma utilizzano concetti della fisica come il ritardo delle comunicazioni radio tra Terra e spazio, oppure lo spostamento dello spettro luminoso quando ci si muove a velocità vicine a quella della luce, o ancora la distribuzione del tempo su scala logaritmica quando si viaggia nello spazio profondo. Purtroppo Joan, dopo che si è separata dal marito Vernor Vinge (che è a sua volta un matematico e uno scrittore), ha scelto di scrivere opere dal contenuto più “facile”, mescolando elementi di fantasy e di space opera, come il suo ciclo sulla Regina delle Nevi.

Sempre in questo ambito, mi preme segnalare il romanzo Orbital (2023, Enne Enne Edizioni) di Samatha Harvey. L’autrice insegna letteratura e scrittura creativa, non è certo una scienziata: ma questo non ha nessuna importanza. Il suo romanzo, che non è propriamente fantascienza, è ambientato sulla Stazione Spaziale Internazionale ed è un canto d’amore alla forza creativa della scienza, alla bellezza dell’universo e del nostro pianeta visto dall’alto. È una storia di formazione, che descrive pensieri, sensazioni, riflessioni degli uomini e donne che vivono lassù, mentre ci rappresenta i dettagli della loro vita quotidiana, con la massima accuratezza dal punto di vista scientifico.

9) Chiudo riassumendo i libri che ho consigliato in questo articolo:

1.     Sei donne che hanno cambiato il mondo. Le grandi scienziate della fisica del XX secolo (2017) di Gabriella Greison, ed. Bollati Boringhieri

2.      Una ragazza nichilista (2005) ed. Asterios

3.     Il diritto di contare (Hidden Figures, 2017) di Margot Lee Shetterly, ed. Harper & Collins

4.     Nove vite come i gatti. I miei primi novant'anni laici e ribelli (2013) di Margherita Hack e F. Taddia, ed. Rizzoli

5.      Orbital (2023) di Samatha Harvey, Enne Enne Edizioni

6.      La macchina della realtà (The Difference Engine, 1990) romanzo di Bruce Sterling e William Gibson, ed. Mondadori

7.     La cintura del paradiso (The Outcast of Heaven’s Belt, 1978) di Joan . Vinge, ed. Nord

8.     Press Enter (1984) di John Varley, ed. Armenia e Mondadori

9.     La regina degli scacchi (The Queen’s gambit, 1983) di Walter Tevis, ed Mondadori