[…] Don’t you know […]

(Trouble Every Day, 1966, Frank Zappa)

NB: a seguito di regole che comprendiamo e condividiamo solo in parte, non ci azzardiamo a fare una citazione più lunga di questa; comunque, se desiderate farlo, potete trovare il testo completo del brano al link alla fine del racconto.

Mi chiamo Dario.

Dario de Giudici.

Sui social ho un nome diverso; anche i racconti e i romanzi che scrivo sono pubblicati con un nome diverso.

Mi sono laureto in fisica delle particelle e ho collaborato per diversi anni con l’Università di Stanford e il CERN, nei loro laboratori; adesso però mi occupo di altro. Di molte altre cose.

Una di queste riguarda la mia passione per la fantascienza: scrivo racconti e romanzi, me li pubblicano, a qualcuno piacciono.

Da tanto tempo penso a come mettere insieme fisica delle particelle e fantascienza e finalmente, adesso che mancano pochi giorni al Natale dell’anno 2027, sono riuscito a farmi un grande regalo.

Ho avuto un’idea davvero innovativa; in realtà l’ho sognata e, per fortuna, al mio risveglio ho preso appunti prima che il sogno si dileguasse, come sempre succede.

Per tradurla in concretezza servono poche cose di facile reperibilità, assemblabili senza problemi. Non sono ancora del tutto certo che funzioni, ma direi proprio che posso essere ragionevolmente ottimista: certo che spiegare come e perché questa cosa possa funzionare mi metterebbe in grossa difficoltà, perché questa tecnologia è fatta, prevalentemente, della materia di cui sono fatti, appunto, i sogni.

Ora, capisco che vi sembrerà strano, visto che sono uno scienziato, eppure ho dovuto credere, quasi ciecamente, a presupposti del tutto alieni alla mia mentalità. Ho avuto la necessità di fare ricorso all’ Intelligenza Artificiale, cosa che mi fa ribrezzo, per raccogliere tutti i dati e le informazioni che mi servivano. Credo abbia influito il fatto di aver visto un video di una delle scorribande della “nuova polizia americana”, quelle bande di uomini armati, mascherati e violenti che portano lo scompiglio e la morte per le strade. Il loro capo sbucava in piedi da una macchina scoperta con il suo cappotto da generale nazista e salutava a braccio teso, da buon fascista, come se niente fosse. Ho passato una serata orribile, ho dato fondo alla cedrata che avevo in casa, poi ho sognato.

Una delle cose più complicate è stata progettare un qualcosa di molto semplice – e non saprete mai da me cosa – in grado di ricevere dati mandati da una memoria esterna molto particolare, anche se dall’apparenza banale e, a sua volta, ritrasmetterli, sotto forma di particelle, al bersaglio prescelto.

Devo comunque sbrigarmi: l’appuntamento al quale dovrò essere presente si terrà a Los Angeles, venerdì 14 luglio 2028, al LA Memorial Coliseum. E devo fare ancora un sacco di cose: prenotare i voli, l’albergo e, soprattutto, il posto più adatto per quello che ho in mente di fare. A qualunque costo.

Ho volato con la British Airways, normale amministrazione; viaggio noioso, come sempre accade con le tratte lunghe. Praticamente impossibile dormire, il cibo è quello che è. Pazienza.

All’arrivo, martedì 4 luglio, è andata meglio del previsto: avere un cellulare nuovo, praticamente vergine, è stato molto utile; curiosamente non mi hanno chiesto nulla dell’altra tecnologia inserita nel mio bagaglio a mano, una memoria esterna compatta ma capace; se avessero controllato il contenuto, avrei avuto grossi problemi a dare spiegazioni.

Presa una macchina a noleggio penso che mi piacerebbe, prima di raggiungere il mio hotel, fare un salto a vedere l’Oceano Pacifico.

Così mi dirigo verso la Playa del Rey: in realtà sono poche miglia e dovrei arrivarci in una ventina di minuti; dal Sepulveda boulevard mi immetto sulla Imperial highway; poi, poco dopo aver imboccato la Pershing verso il centro di Playa del Rey una pattuglia della polizia mi ferma: mi chiedono dove sto andando e a fare cosa. Spiego che sono appena arrivato dall’Italia per assistere alla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi. Mi domandano dove abito: fornisco il nome e l’indirizzo dell’albergo che ho prenotato.

Con il mio passaporto in mano cominciano a battere ripetutamente e a lungo sulla tastiera del computer. Alla fine, mi ridanno il passaporto e mi dicono di parcheggiare l’auto in un’area riservata.

Arrivano tre poliziotti, che mi ordinano bruscamente – non chiedono, ordinano – di uscire dall’auto. Mi tolgono di nuovo il passaporto, poi il cellulare, il portafoglio, le chiavi dell’auto: senza la minima cortesia, senza un please…

Poi mi ordinano di rovesciare le tasche, vogliono vedere se nascondo qualcosa.

Quindi mi indicano una porta: entro in una grande stanza, dove mi lasciano sedere, senza dirmi niente, per venti minuti. Sono davvero spaventato: senza documenti, senza la possibilità di chiamare qualcuno, senza sapere perché tutto questo sta succedendo. Senza niente.

Arriva un altro poliziotto, con in mano il mio passaporto, che mi porta nel suo ufficio e mi fa delle domande, scrivendo intanto sul suo computer. Cosa? Non lo saprò mai. Mi restituisce il passaporto e mi dice che posso andare.

All’uscita trovo l’auto che ho noleggiato con il cofano del motore aperto, il bagagliaio aperto con dentro la mia valigia, aperta. Tutti i finestrini abbassati, il cassetto del cruscotto aperto con i documenti dell’auto sparpagliati e gli occhiali da sole estratti dall’astuccio.

Mi ridanno le chiavi, il cellulare, il portafoglio. Richiudo il cofano, il bagagliaio, la valigia, metto in ordine il cassetto del cruscotto. Nessuno mi aiuta.

Alla mia domanda su cosa fosse successo non mi rispondono, tantomeno si scusano. Con un cenno mi indicano l’uscita che devo prendere con l’auto.

Non ho più tanta voglia di Oceano, ma cerco di calmarmi e trovo posto, per la macchina, in Campdell Street; in realtà il pezzo da fare a piedi non è così breve, ma il tempo non mi manca. Trovo anche un sedicente ristorante italiano, il Caffè Pinguini – che nome del cazzo – dove arrischio, per 26 dollari, un piatto di rigatoni con crema di gorgonzola; meglio del previsto. Non rischio col vino e mi accontento di una birra. Da lì raggiungo la pedonale/ciclabile della Playa del Rey beach. Da qui, almeno, l’Oceano Pacifico posso vederlo.

Ho prenotato allo Sheraton Grand Los Angeles; non è il miglior albergo della città, meglio non esagerare facendosi notare troppo, ma è un discreto quattro stelle; non troppo lontano, ma nemmeno troppo vicino al Coliseum.

Sarà la mia casa per alcuni giorni.

Ho preso una stanza “Traditional”, pagando una matrimoniale per me solo. Mi sta benissimo così. La stanza è grande, con un letto king size dove posso rotolarmi a mio piacimento; un curioso divano lilla, con un tavolinetto; alle sue spalle una grande porta-finestra con due strati di tendine, azzurre e trasparenti il primo, più pesanti e di un triste marroncino il secondo. Un enorme televisore, che non userò; mentre userò il cassettone, molto ampio e con una comoda sedia, per lavorare.

In questo albergo, in cui tutto è grande, posso nascondermi abbastanza facilmente, non farmi notare. Qualche volta mangerò in uno dei quattro ristoranti, magari evitando il California Pizza Kitchen. Meglio, forse, il Café Balzac, che si vanta di essere un piccolo angolo di Francia nel cuore della Downtown di Los Angeles.

Ho abbastanza tempo per fare il mio lavoro: ho un dettagliato elenco dei materiali e degli attrezzi che mi servono. Tutte cose che dovrebbe essere facile trovare, anche per uno come me che non è che in questa tentacolare città si sappia muovere più di tanto.

La parte più importante, quella che davvero mi ha richiesto un lavoro pazzesco, lungo e difficile e dall’esito incerto fino all’ultimo, è conservata nella memoria esterna nella quale nessuno, per fortuna, ha ficcato il naso. La parte più complessa è collegarla al resto del piccolo aggeggio dall’aria innocua che porterò con me al Coliseum, all’inaugurazione dei Giochi Olimpici. In realtà il risultato finale sembrerà una specie di borsello di quelli che si portano a tracolla, la cosa, apparentemente almeno, più innocua possibile. Se anche mi perquisissero all’entrata, troverebbero il mio portafoglio, il passaporto, qualche moneta e una piccola, innocente, memoria esterna; una pen drive, in pratica.

Ci ho messo un po’ di tempo per imparare a cucire a mano. Ma la necessità aguzza l’ingegno: i collegamenti necessari, e il piccolo, prezioso, oggetto in grado di ricevere i dati dalla memoria esterna, saranno tutti mimetizzati tra il tessuto esterno del borsello e la fodera interna; scucire, riempire, collegare, ricucire, una noia mortale.

Ho tempo abbastanza, al giorno dell’inaugurazione dei Giochi al Coliseum non manca pochissimo, ma abbastanza per me.

Dallo Sheraton Grand Los Angeles al Los Angeles Memorial Coliseum sono circa 10 minuti di automobile, almeno in teoria, passando per l’I-110 in direzione San Pedro e prendendo l’uscita 20B per Exposition Boulevard. Da lì l’Exposition Park è a due passi. Di parcheggi ce ne sono molti e anche a prezzi abbordabili, certo inferiori a quello, decisamente salato, dello Sheraton.

Ho acquistato un posto non troppo vicino, ma neppure troppo lontano, dal punto dal quale Donald Trump inaugurerà i Giochi Olimpici. Non mi serve essere molto vicino, meglio restare il più possibile defilati, senza rischiare più del necessario.

Ci siamo. La cerimonia è iniziata. Io non posso fare a meno di sentire una certa emozione ansiosa farsi strada nella calma che mi sono imposto in tutto questo tempo.

Penso al mio sogno, a quello che mi ha suggerito. Al lunghissimo lavoro di ricostruzione del carattere, delle idee, dei pensieri di José Alberto Mujica Cordano, il guerrigliero tupamaro diventato Presidente. Non chiedetemi come ho fatto, non capireste e, comunque, io non lo direi mai a nessuno, neppure sotto tortura. Ma nella memoria esterna, quella dentro il mio borsello, c’è il suo ghost.

All’ingresso del Coliseum mi hanno guardato più volte con occhio clinico, mi hanno chiesto i documenti due volte; una volta mi hanno fatto aprire la cerniera del borsello, senza chiedermi poi nulla.

Ora sono seduto, tranquillo, come tante donne e tanti uomini vicino a me.

Ed ecco che “Re Donald” appare, col suo sorriso autocompiaciuto e con il suo sguardo volgarmente avido. Comincia uno dei suoi odiosi discorsi, ma io sono pronto. Attivo quello che c’è da attivare, punto quello che c’è da puntare e, intanto, formulo una preghiera laica.

All’improvviso Trump impallidisce vistosamente: si guarda in giro, smarrito, come se non sapesse esattamente dove si trova e perché.

Io lo so cosa è successo: l’anima di Pepe Mujica si sta mescolando alla sua, i suoi pensieri narcisisti si stanno sgretolando, la sua sete di potere e di denaro svanisce. Il suo volto sembra attraversato da una strana metamorfosi, adesso sembra avere un aspetto umano.

Credo che abbia funzionato.

Donald guarda davanti a sé con gli occhi sbarrati.

Il silenzio aleggia su tutto, pesante.

Immagino che cosa vedano i suoi occhi: i cappellini rossi Maga, un pazzoide con le corna da vichingo, un paio di bulli vestiti da SS.

– Che merda è questa? – dice nel microfono, quasi senza accorgersene.

Il suo addetto stampa gli parla nell’orecchio.: – Il discorso, signor Presidente.

– Certo, il mio discorso… – Guarda tutte quelle bandiere americane a stelle e strisce e non capisce cosa ci facciano lì. – Non permetteremo all’imperialismo di conquistare il mondo. Viva la libertà. – I Maga applaudono. – Basta con le guerre, con le spese militari, con le armi. Dobbiamo vivere in pace, usare il nostro tempo per vivere, non per accumulare denaro. – Il popolo di Trump si guarda intorno, incerto. – Darò l’assistenza sanitaria gratuita a tutti i poveri. Gli studi saranno a carico dello stato e tutti avranno il necessario per vivere. Sconfiggeremo la povertà, tassando i ricchi.

Un mormorio scende nel Coliseum.

Qualcuno dice: – Il Presidente è impazzito, adesso è peggio di Biden.

Poi il Presidente alza il pugno chiuso e intona: – El pueblo unido jamàs serà vencido.

La gente gli volta le spalle e se ne va lentamente, sconfitta. Il Trumpismo è morto.

Ora posso anche alzarmi e tornare allo Sheraton. Non mi interessa più stare qui, ho ben altro da fare. Prossima tappa, Budapest.

P.S.: un ringraziamento particolare a Gerardo Pavone, un italiano con anche la cittadinanza statunitense, da cui abbiamo “rubato” la vicenda con la polizia, che a lui è successa veramente nell’era trumpiana. E, ovviamente, a Dario de Judicibus, lo scrittore di fantascienza che ci ha autorizzato a farlo diventare protagonista di un racconto, sia pure con un trasparente nickname.

Il link per leggere il testo della canzone Trouble Every Day, 1966, di Frank Zappa