Nel saggio Nostalgia for the Present (South Atlantic Quarterly, 38, 2, 1989, 517-537) Fredric Jameson prende le mosse dal romanzo di Philip Dick del 1959 Time out of Joint (L’uomo dei giochi a premio, Urania 491, Mondadori, 1968) ambientato in una piccola cittadina californiana degli anni Cinquanta. Jameson cita alcuni degli elementi che servono a caratterizzare il periodo, e precisa che tale elenco non è una lista di fatti storici (benché gli elementi in sé non siano inventati, e dunque siano, in un certo senso, “autentici”) ma che si tratta di “stereotipi” culturali, come dire che sono idee su fatti e realtà di tipo storico.
Si noti che non si tratta di dover ricostruire il periodo (per chi ha letto il romanzo, il verbo “ricostruire” ha qui un significato particolare) dato che Dick scrive negli stessi anni in cui ambienta (o così pare) la storia. Il punto è che già allora gli elementi che caratterizzano l’epoca sono più idee che fatti, perché si tratta o del ritratto conformistico che viene fornito in televisione, o del quadro un po’ distopico che viene dipinto (alla lettera, in questo caso) da artisti come Edward Hopper (si pensi al suo Office in a Small City del 1953, ad esempio).
Sembra dunque (dice Jameson) che la realtà possa essere descritta solo nel modo in cui racconta se stessa. Il romanzo storico parla del passato, mentre il romanzo di fantascienza parla del futuro, ma la storicità in quanto tale non è una rappresentazione né del passato né del futuro, bensì una percezione del presente come storia, ovvero una relazione con il presente che lo de-familiarizza e ci permette di guardarlo in prospettiva.
Nel romanzo di Dick gli anni Cinquanta vengono “osservati” tramite la ricostruzione che ne viene fatta nel 1997, cioè appunto da una prospettiva storica. Questo futuro, rispetto al quale gli anni Cinquanta sono il passato, non viene a sua volta rappresentato in termini di anticipazione, ma al solo scopo di rendere la lettura del presente simile a una ricostruzione a posteriori.
Questo meccanismo narrativo disarticola il tempo, portandolo “fuor di sesto” (out of Joint). Il registro fantascientifico permette a Dick di rappresentare la sua stessa nostalgia per il passato, che però di fatto è il presente (da qui, il titolo del saggio di Jameson). La magia del tempo fa poi in modo che il presente che Dick trasforma in passato sia per noi davvero il passato, compreso quello che per Dick, mentre scriveva, era invece il futuro, e per noi è semplicemente una sorta di ucronia.
Jameson prosegue analizzando due film, entrambi del 1986, cioè Something Wild di Jonathan Demme, e Blue Velvet di David Lynch. Si tratta di due thriller sui generis che Jameson definisce “gotici” (per via della tensione). Secondo lui creano una connessione tra gli anni Ottanta e gli anni Cinquanta/Sessanta, e costituiscono dunque in qualche modo uno sguardo sul passato.
Entrambi i film, sia pure in modo diverso, portano alla luce un mondo violento che si agita al di sotto della cortina fumogena del perbenismo generalizzato. Ciò che qui interessa è che, anche in questo caso, lo sguardo è sul presente, benché sia intriso di “nostalgia”, per via del fatto che si tratta di uno sguardo dotato di profondità storica.
Vale per questi due film ciò che Jameson dice del romanzo di Dick, cioè che essi offrono ancora uno scorcio sul passato (gli anni Ottanta, visti nella loro connessione con i periodi precedenti) al nostro sguardo di spettatori degli anni Duemila, laddove per Jameson (che scrive il saggio alla fine degli anni Ottanta) si tratta ancora di uno sguardo che viene lanciato dal presente.
Proprio nel 1981 è ambientato un altro romanzo di Dick, Dr. Bloodmoney, or How We Got Along After the Bomb, del 1965 (Cronache del dopobomba, Urania 409, Mondadori, 1965). Come per Time out of Joint, il punto di vista si trova nel futuro di Dick (ma non nel nostro) ed è rivolto a un passato che corrisponde di fatto al suo presente.
Gli anni Ottanta descritti nel romanzo sono infatti in realtà gli anni Sessanta della guerra fredda. Vi si descrive un mondo che ha subito un’irradiazione nucleare causata da un esperimento fallito. Sette anni dopo, la situazione è stata resa ancora peggiore da una guerra atomica. Qui Dick racconta un evento che non c’è stato, ma che lui temeva potesse accadere.
Per noi si tratta ancora di ucronia, mentre per lui era il racconto di una paura angosciosa che serpeggiava in quel periodo, quella della catastrofe nucleare, che viene descritta come se si fosse verificata, al fine evidente di esorcizzarla. Ma il romanzo non ha solo questa funzione di esorcismo, è anche un modo che Dick ha per dire (innanzi tutto a se stesso) che l’umanità se la sarebbe cavata in qualche modo, perfino nel caso in cui la guerra atomica fosse esplosa.
Di fatto gli aspetti più interessanti del romanzo sono da trovare nella descrizione che Dick fa di un mondo che è il suo di quel periodo, e quanto c’è di invenzione rispetto alla realtà serve più che altro come una lente d’ingrandimento per rendere la descrizione paradossalmente più fedele. Anche questa è dunque una finestra sulla Storia, proprio in quanto è una lettura del presente, come afferma Jameson, e come sanno coloro che leggono fantascienza.
In Secondary Elaborations (Postmodernism, Duke University Press, 1991) Jameson spiega che la differenza tra modernismo e post-modernismo consiste nel fatto che la percezione del nuovo nel modernismo derivava dalla circostanza che nella prima metà del Novecento il vecchio e il nuovo erano entrambi presenti. Nel post-modernismo il nuovo non è più percepito come tale, in quanto non c’è più il concetto del vecchio.
In effetti, in epoca moderna, il passato sopravvive in ciò che ne rimane (monumenti, chiese, edifici e altro). Nel post-modernismo, il processo di modernizzazione ha ormai distrutto l’idea stessa di vecchio, perciò le tracce del passato diventano simulacri, cioè rappresentazioni di ciò che non esiste più. A sua volta, l’idea di nuovo non deriva più dal contrasto con ciò che è vecchio, ma rappresenta ciò che sopravvive del modernismo: solo una traccia storica (mentre tutto il resto è semplicemente contemporaneo).
In questo quadro teorico ci sembra di poter dire che la fantascienza rappresenti un elemento controcorrente. Essa infatti si basa per sua natura su una novità, come si vede anche nei due citati romanzi di Dick. Non è che la fantascienza abbia bisogno del futuro, come spesso si è detto, ha però bisogno di qualcosa di nuovo rispetto a prima. Questo prima è ovviamente il passato ancora esistente. Perciò la fantascienza introduce ciò che non c’è ancora, rispetto a ciò che invece c’è già.
Questa operazione può essere fatta proiettandosi nel futuro, e trasformando in passato il nostro presente, ma questo non è indispensabile. L’importante è che si trovi il modo di introdurre il nuovo. Per questo la fantascienza costruisce delle finestre su un altrove, che è poi sempre il nostro presente.












