1.
Capitano
Il mio nome è Capitano, e così si chiamò mio padre, e suo padre prima di lui. Sono nato in mezzo al deserto, ai tempi in cui la gente ancora si leccava le ferite dopo la Guerra, quella in cui gli uomini cercarono di imbrigliare il Tempo, e il Tempo tirò un colpo di coda e mise tutti in ginocchio.
Mia madre fu il mio primo amore, e poi venne la luce del sole sulle dune, e il pugnale di mio padre, e una ragazzetta dal naso sporco e dagli irresistibili occhi neri.
A vent’anni dimenticai tutto, per amare una fortezza stregata: avrei dato l’anima per conquistarla. E come tutte le cose, quando l’ebbi avuta, mi accorsi che dovevo correggere il tiro e amai la ragazza che l’abitava.
Finì male: la fortezza era un maledetto residuo bellico, pieno di trappole temporali di ogni genere. Quando smise di oscillare tra passato e presente, venne congelata in chissà quale limbo privo di spessore e di durata, un non-luogo-a-procedere, irraggiungibile come i sogni.
Adesso ho accumulato tempo sulle ossa, ferite nell’anima, e lotte perdute. Ma non ho perso la voglia di sfidare gli dèi, chiunque essi siano.
Che si vinca o si perda, non è poi così importante, finché siamo noi a inventare le regole del gioco.
Siamo sparsi per mezzo mondo, noi quattro disgraziati che assaltammo la fortezza, la magica fortezza stregata dove il Tempo era solo un’opinione: Archimede, Mimosa, Tenera e io. Quattro scalcinati moschettieri in cerca di un regno. E io ne avevo incontrato la regina, la dolce, dolce regina incantata… neri come l’ebano i suoi capelli, rosse come il sangue le sue labbra, bianca come la neve la sua pelle… e siamo stati insieme per un poco; poi la mia Biancaneve si è disfatta a contatto con la realtà, proprio come si sbriciolano le favole, nel breve istante in cui i bambini diventano uomini. E per non respirarne la polvere, sono quasi impazzito.
Archimede ha fatto soldi, sfruttando tutta la tecnologia che abbiamo trovato nella fortezza, e si è trasferito nella capitale. Vende scienza ai militari, e in cambio ha una lussuosa vita protetta, come è giusto che accada alle specie in via di estinzione: bravini e ordinati come lui non ne nascono più.
Irina ha sposato Archimede con una fastosa cerimonia alla quale non sono stato invitato. E del resto è comprensibile: l’ho praticamente violentata, Irina, la prima volta che è venuta a letto con me. Anche se c’era un motivo per il mio comportamento: se non si fosse sentita almeno un poco colpevole nei suoi confronti, miss marmellata di rose, col cavolo che avrebbe lasciato libero Archimede di partire con noi. E io sono sempre stato convinto che il fine giustifica i mezzi: sura centosedici, detta del Capitano: «Il vincitore ha sempre ragione».
Mimosa fa il travestito nei viali della favolosa Europa: sordide e fastose città cariche di storia, di fallimenti, di nostalgia e di psichiatri. Ma, del resto, quelli prosperano ovunque (siamo talmente carichi di sensi di colpa, da quando abbiamo scatenato la Guerra, che a distanza di quasi due generazioni abbiamo ancora bisogno di stampelle).
È itinerante, Mimosa: va dove lo porta la sua inquietudine. Spesso è in corsia a smaltire botte, e dal momento che sa leggere nella mente degli altri, il fatto che non riesca a evitare di essere pestato la dice lunga sulla sua necessità di espiare e sui suoi sensi di colpa. Mi scrive lunghe lettere ironiche che non riescono a nascondere la sua disperazione.
«Hai colpito il mio sudicio cuore ammaccato» dice nell’ultima che ho ricevuto «anche se hai lasciato la mia intelligenza intatta. E non poteva essere che così: io vengo ferito solo dalla testa in giù. Sono sempre stato un lucido cervello assolutamente invulnerabile, accoppiato a un grosso e disgraziato corpo che è tutto un tallone d’Achille; e ho sempre curato il mio esigente tallone, cercando di dargli ciò che voleva, come si vizia un figlio troppo amato: allegramente».
Eppure, povero Mimosa, nonostante le sue affermazioni in proposito, sulla sua allegria non avrei mai giurato, neppure in tempi migliori.
«E Roma è decadente in maniera perfetta» dice «tanto da farmi sentire a casa mia. Queste pietre sembrano lo specchio di qualche fattucchiera maestra in stregonerie: ci si riflette una storia talmente lunga, che a volte provoca sgomento, anche se, come sai, non è facile sgomentare me. Il Colosseo è pieno di gatti, e fa una strana impressione vederne tanti, tutti insieme: una volta, quando gli animali erano numerosi, forse questo era uno spettacolo consueto, ma adesso fa semplicemente pensare a come siamo riusciti a spopolare il mondo».
Nell’altra lettera, invece, parlava di Firenze: «Troppa bellezza tutta insieme» scriveva «e nel constatare la purezza delle sue linee di pietra, noi di carne e di sangue non possiamo che sentirci inadeguati, anche se le concrezioni cresciute sul suo tessuto, in effetti, ridimensionano un poco la situazione: le sue strade sono sporche esattamente quanto le nostre, e le baracche spuntano come i funghi, tra gli antichi palazzi, e puzzano di rancido e di spazzatura proprio come il quartiere nel quale ti incontrai la prima volta, bello e naif da incantare. Ma sì, lascia che te lo dica, adesso che la lontananza fisica mi impedisce di ascoltare i tuoi beffardi pensieri…».
Diavolo, quando tornerà, se mai tornerà, non so davvero come potrò stare serio, guardandolo, e come potrò tenere a bada i miei “beffardi pensieri”.
E comunque, attraverso le sue lettere folli e sconclusionate, ho sempre un’idea, sia pure vaga, del luogo in cui si trova Mimosa, proprio come so dov’è Archimede, ma Tenera… Tenera non so dove mangia o dove dorme, che il cielo la protegga, ovunque si trovi. Chissà se è cresciuta, il mio pezzetto di quasi sorella, la mia tenerissima ragazzina d’acciaio che leggeva, come Mimosa, nella mente disgraziata degli uomini e lo teneva rigorosamente segreto, lei che voleva diventare grande in pace, senza interferenze da parte di nessuno, come una giovane isola lambita da onde tempestose, onde delle quali aveva deciso di ignorare l’esistenza, aspettando di essere forte abbastanza per affrontarle.
– Le donne – mi aveva detto una volta – hanno sempre cercato di creare felicità intorno a loro: è questo che vi aspettate da noi, anche se non intendete mai pagarne il costo. Ecco: io voglio capire cos’è, prima di decidere se è il caso di dispensarla agli altri. Come posso sapere se è giusto procurarla, dal momento che non la conosco?
– Perché non la conosci, Tenera?
– Perché crescere significa aumentare il livello di autocoscienza, e non credo che sia la strada giusta per essere felici… – Poi aveva scrollato le spalle esili: – In ogni caso, forse posso imparare a conoscere la felicità, ma non posso afferrarla, se non ho mani abbastanza forti. Ho l’impressione che sia scivolosa come l’acqua, e che riuscire a tenerla richieda un’abilità tutta da costruire.
– Scivolosa o meno, penso in ogni caso che ne abbiamo diritto – avevo risposto. Ed ero perplesso, perché non mi ero mai accorto del modo in cui, sul serio, le donne cercano di appianare le cose. Le vedevo come fonti di gioia in un altro senso.
Non ci affatichiamo mai a pensare, se non ci siamo costretti, ma il punto di vista di Tenera sul quasi inafferrabile concetto di felicità mi interessava.
– Ti cercherò, quando sarò sicura di saperne sostenere il peso – mi aveva detto la ragazzina, l’ultima volta che ci eravamo visti.
Intorno il mondo è pazzo come al solito, e io mi sento solo, stasera, e conto i sogni nei quali ho creduto, e non riesco a riderne.
Azione, ci vuole: il grande rimedio di chi si accorge di essere sterco di cane nel giardino di qualcun altro. È troppo ripulito e ordinato, apparentemente, questo universo di sconfitti, e nasconde troppa angoscia. Chissà se prima della Guerra le disperazioni degli uomini erano altrettanto grandi? A volte ho l’impressione che la consapevolezza della morte scatenata dalla Guerra abbia coagulato in un unico crogiolo le singole disperazioni, e che la somma delle parti in qualche modo sia risultata molto più grossa di quello che potevamo aspettarci.
«Non unire il tuo dolore a quello altrui» dice la settima beatitudine «o nutrirai un mostro e sarai del tutto incapace di gestirlo».
Eppure è quello che abbiamo fatto, e adesso il mostro scorrazza sulla Terra, dando pane e scopo a una legione di psichiatri che scavano tra i problemi, rendendoli spesso più assillanti a mano a mano che ne mettono in luce tutti i lati, alla faccia del diritto alla felicità.
Assolutamente rintanati, bisogna stare: chi ha detto che l’uomo è un animale sociale? Tutte le volte che mette il naso fuori, raccoglie solo fregature. E maligni problemi a forma di prisma, dalle cui sfaccettature viene filtrata la realtà.
«Ricordati» recita il primo comandamento «non avrai altro dio all’infuori di te».
Chissà quale accidente provoca invece l’insana voglia di sacrificio che spinge la gente a dimenticarsene.
Ma non ho voglia di pensarci. Sono Capitano, io: il mio nome è Capitano, e rovescerò tutto e lo scuoterò come quando sbatto e rivolto la sudicia coperta nella quale dormo. E quando ne avrò visto l’altro lato, allora forse maledirò la mia curiosità di scimmia o la mia irrequietezza di uomo.
Ma dove sarà Tenera, dove sarà?








