Claut (PN), Friuli-Venezia Giulia, trentanovesimo giorno dall’inizio della pioggia
Zanon abbassò il binocolo e si passò una mano sotto il basco nero, retaggio di nove anni trascorsi da ufficiale nel Secondo Reggimento Genio Guastatori di stanza a Trento. Un ricordo e una condanna. Conosceva a menadito valli e montagne di quella zona, molto meno il cielo infido che le incappucciava; le nubi subdole, nere come il suo copricapo, che avevano dato la stura al diluvio e all’apocalisse che ne era seguita.
Accigliato, esaminò il capello che gli era rimasto fra le dita, una pagliuzza argento alla luce del tramonto, prosaico grigio durante il resto della giornata. Comunque un segno: quello che stava cercando nel cielo era grande e sfuggente come quel capello.
Scrollò la mano, arretrò dal ciglio della scarpata e si accovacciò nell’erba a gambe incrociate. Lì, nel piccolo campo base allestito poco distante dal sentiero, c’era tutta la sua attrezzatura, compresa una canadese due posti MilTech d’alta quota.
Infilò le dita in una delle tasche laterali dello zaino e ne trasse una busta di plastica trasparente. Le foto custodite all’interno avevano un ordine casuale ogni volta diverso. Zanon le guardava spesso nel corso delle sue soste, sfogliandole adagio, una dopo l’altra: smorfie buffe, sguardi impertinenti. Brufoli e apparecchi ortodontici in quantità. Maschietti e femminucce, poco più che bambini, 10-12 anni al massimo… Di ciascuno, soltanto un volto e, sul retro, nome e cognome, a volte mezza riga vergata a mano.
Due classi, ventidue scolari in tutto, di una piccola scuola di montagna. Inghiottite da un’onda d’acqua e fango che non aveva dato scampo a nessuno.
Svanite nel nulla.
Zanon si lasciò cadere tra le gambe il mazzo di foto e rovesciò il capo all’indietro.
Un ago in un pagliaio, un capello nella volta azzurra del cielo infinito.
Avevano chiamato lui per ritrovarli, uomo esperto e quadrato, solida formazione militare, profondo conoscitore del territorio. Ma anche per un’altra ragione…
– Papà!
Non era solo.
– Papà, guarda. – La ragazza si lasciò cadere in ginocchio davanti a lui. – Dimmi che sono tutti buonissimi.
Zanon ricordò che l’aveva supplicato di portare un cestino di vimini, ma lui era stato irremovibile. Recuperò la busta, la sigillò e la rimise al suo posto nello zaino. – Porcini – sorrise compiacente. – Loro sono buoni, e tu sei bravissima. – Una frase buttata lì che poteva valere, tale e quale, per una scolaresca con la sua insegnante.
– Indovina.
– Che cosa?
La ragazza sollevò il sacchetto di cellophane ad altezza occhi. – Lo so che la trasparenza inganna, ma quanti sono? – Era pieno per tre quarti e nonostante fosse sigillato da un nodo emanava un intenso profumo selvatico.
Zanon scosse la testa. – Lascia stare, Aurora, non è il mom…
– Ti arrendi?
Che stupidaggine da dire a un ex militare. – Quaranta.
– Ventidue!
* * *
Un tonfo sordo. Fangoso.
Il fagotto, fuori vista, doveva aver toccato terra lungo il pendio alla sua destra, un ampio canalone ricoperto d’erba alta che d’estate fungeva da pascolo in quota e nella stagione invernale da pista da sci. Dopo l’impatto, però, a causa della pendenza, il “proiettile di stracci” era rotolato a valle per un centinaio di metri, forse di più, spingendosi nel bosco, dove – travolti arbusti e vegetazione secca – un enorme tronco non ne aveva fermato la corsa, all’ombra e fuori vista.
Il vecchio, sobbalzando per lo spavento, aveva ritratto dal fogliame il bastone da funghi e si era tappato subito il naso per l’odore.
Era andata senz’altro così. O almeno, questo stava raccontando agli uomini della Forestale, dopo avere sfruttato l’unica tacca di campo per chiamare col cellulare la stazione giù in paese.
– Sicuro di avere sentito il botto della caduta?
Il vecchio si fece ripetere la domanda. Le sue orecchie non erano più quelle di un ragazzino, ma questo non significava che fosse sordo del tutto. – Certo che sono sicuro, mi sono girato e l’ho visto venir giù come un sasso. – Stese il braccio a indicare il canalone verde smeraldo. – Era sempre più veloce, e si è fermato lì dove lo vedete. Ma il tonfo contro il tronco… – si strinse nelle spalle – non posso dire di averlo sentito.
– Però…?
Il tizio in divisa era corto di comprendonio? – Però dal sottobosco si è sollevato un muro di foglie secche…
– Un muro?
– Una nuvola, un vortice, che diamine! – Le sue mani ricamavano a mezz’aria, come quelle di tutti i vecchi.
– E lei non si è mosso di un millimetro, è sempre rimasto fermo, giusto?
– Ero impietrito, quella cosa non era tutta intera. E poi non ho avuto il tempo di reagire, giovanotto.
– Nessuna fune che frustava l’aria? O un uomo con una balestra in mano?
– Non crede che gliel’avrei detto subito? – gli occhi si erano fatti arcigni. Osservò la forma disarticolata mezza coperta di foglie. In seguito all’impatto col terreno prima e con la base dell’albero poi, non era rimasto granché di riconoscibile in quel povero corpo. Braccia e gambe erano disseminati in pezzi un po’ ovunque. – È un bambino della scuola crollata nel diluvio, ci scommetto quello che vuole.
– Questo non sta a noi dirlo.
– E invece ci sta eccome! – Superato lo spavento della macabra scoperta, l’anziano cercatore di funghi era passato dall’indignazione all’orgoglio. – Io sono vecchio, e nessuno mi terrà la bocca chiusa, intesi giovanotto?
* * *
Aurora era una ragazza solare, e adorava giocare con le parole. Un fiuto e un talento unici per i suoi quindici anni. Se l’aveva portata con sé, trascinandola in quell’impresa disperata, era solo per la sua abilità di scovare termini che, mescolati a dovere, ribaltassero le frasi senza farle perdere di senso compiuto. Quasi a dire, la logica della mia folle ricerca, cara ragazza, la devi trovare e rinfrescare tu, giorno dopo giorno.
Eh sì – come l’apparenza – la trasparenza inganna. Zanon ci rimuginò sopra pescando una manciata di funghi che aveva provveduto a ripulire sommariamente dal terriccio. Aprì le dita, li lasciò cadere nella padella e, prima di aggiungerne altri, rivolse un’occhiata alla luna piena nel cielo ormai scuro. Forse non avrebbe mai ritrovato i ventidue scolari volati lassù, ma tenendosi stretta sua figlia avrebbe dato un senso allo stare insieme con lei.
– Perché un sacco di persone, prima di te, hanno rifiutato questo lavoro?
Lavoro? Zanon sollevò gli occhi dal fuoco, ne avevano parlato altre volte, mai però in modo del tutto sincero… – Vuoi sapere il motivo vero?
Lei annuì.
Lui indicò col mento la balestra appoggiata allo zaino. – Perché nessuno vuole infilzare un bambino con un dardo. –Inclinò il capo contemplando, mentre se ne ritraeva, il fumo che saliva dalla padella. – Anche se si tratta solo di un cadavere da restituire alla terra, lo considerano una specie di… atto barbaro. E nessuno vuole addosso questo marchio d’infamia.
– Ma sono le loro stesse famiglie che lo chiedono. Vogliono un corpo su cui piangere.
– Non è così semplice, ragazza mia. Le persone non sono riconoscenti per natura. Vogliono che trovi i loro ragazzi, magari in uno stormo, o come viaggiatori solitari… ma alla riconsegna delle spoglie mi accuseranno di avere fatto scempio dei loro corpi.
La ragazza allungò il piatto per ricevere la propria porzione di funghi. – Ma non c’è altro modo di tirarli giù. Ammesso che siano ancora in zona.
Toccò a Zanon servirsi. – Da’ retta a me, questo non cambierà le cose. – Infilzò un boccone ma lo tenne a mezz’aria, contro la luce della luna, trafitto dai rebbi della forchetta. – Quanto a essere ancora nei paraggi, sono quasi sicuro che non riusciranno a salire abbastanza in quota per oltrepassare le Alpi e sconfinare in Austria. Sono sopra questi boschi, chissà dove. Ma sono qui, li sento. È per questo che ho accettato l’incarico.
Si era alzato un venticello tagliente che agitava le fiamme, così come i giochi di luce sui loro volti.
– E tu li proverai?
– Provare cosa?
– I funghi. Sono buonissimi. Trovali.
Zanon ignorò l’ennesimo giochetto di parole. – Dovrebbe essere quasi ora, vado ad accendere la radio. – In quota i cellulari non avevano campo e per comunicare con la valle dovevano accordarsi su un orario e tornare ai cari, vecchi sistemi.
– Dirai quello che hai detto a me, che li senti?
– Solo se sarà davvero così. La volta scorsa la comunicazione gracchiava e ho dovuto ripetere ogni parola dieci volte . – Le strizzò l’occhio.
Lei gli buttò le braccia al collo. – Bravo papi, stai imparando.











