Questa estate 2026 non si è infiammata solo di caldo africano, ma anche di polemica fantascientifica, suscitata da un primo articolo di Mauro Covacich su La Lettura de "Il Corriere della Sera" che, pur ammettendo i propri limiti di competenza, è stato un perfetto agent provocateur (colpevole di aver indicato la fantascienza come genere che “prevede il futuro” e sbaglia a farlo) suscitando qualche settimana di discussione. Alla fine, il 12 Luglio, Nicoletta Vallorani, sul medesimo periodico, ha pubblicato il suo contributo in merito alla discussione. Questo articolo prende le mosse dal passaggio finale del suo ottimo articolo.

“Ci sarebbe moltissimo da dire su tutto questo, ma per ora mi basta gettare i semi che, a quanto vedo, stanno già germogliando nella crescente consapevolezza di un dato: impegnarsi è fantascienza, per una volta in senso costruttivo. A ben guardare questo genere poco recensito e ancor meno premiato sta servendo a dar voce a molte comunità marginali, espandendosi dalle afriche postcoloniali, alla Cina del dopo Mao, e persino al Medio Oriente tormentato di questi anni. Sono storie illuminanti. Nessuna di esse predice il futuro credo però che abbiamo guadagnato qualcosa di più prezioso, un'arena nella quale esercitare qualche sublime atto di libertà.”

Nicoletta Vallorani, La Lettura, 12 Luglio 2026

Nel brano citato, Nicoletta Vallorani coglie un cambio di paradigma fondamentale: la fantascienza non è più soltanto il monopolio dell'Euro-America tecnocratica o della nostalgia della corsa allo spazio. Dal globale al locale, il genere si è trasformato in uno strumento d'indagine politica, sociale ed esistenziale per chi vive o ha vissuto in prima persona le fratture della storia recente.

Analizziamo i tre nuclei geografici e culturali citati da Vallorani, attraverso nove autori e autrici fondamentali.

Le Afriche Postcoloniali 

Per comprendere il contributo dell’Africanfuturism alla letteratura speculativa contemporanea, occorre radicare il discorso nell’opera di Nnedi Okorafor. L’autrice nigeriano-statunitense rifiuta decisamente le categorie tradizionali dell’Afrofuturismo anglosassone, spesso orientate verso la diaspora e le estetiche urbane occidentali. Nelle sue opere, come il celebre romanzo Lagoon (2014) o la trilogia di Binti (2015-2018), il contatto con l’elemento alieno non avviene nelle metropoli globali del Nord del mondo, ma a Lagos o nelle comunità rurali africane. La tecnologia per Okorafor non è mai fredda materia sintetica, ma un’estensione organica e biotecnologica che si fonde con la cosmologia Igbo e la spiritualità locale. Il primo contatto alieno in Lagoon non innesca la tipica risposta militare statunitense da blockbuster fantascientifico, ma provoca una mutazione sistemica ed ecologica che coinvolge fauna marittima, infrastrutture urbane ed entità del folklore, trasformando l’invasione in una potente allegoria delle ferite lasciate dall’invasione dell’industria estrattiva petrolifera e dal colonialismo.

Spostandoci su una cifra stilistica più intima e venata di realismo magico, Lesley Nneka Arimah incarna la vena afrosurrealista della speculazione nigeriana. Nel suo racconto chiave What It Means When a Man Falls from the Sky (2017), l’autrice immagina un mondo segnato da devastanti catastrofi climatiche in cui gli scienziati sono riusciti a formulare un’equazione matematica capace di rimuovere il dolore emotivo dalle persone. Arimah usa il genere fantascientifico come una lente attraverso la quale analizzare le stratificazioni di classe e il peso patriarcale che grava sulle donne. La sua prosa, asciutta ed elegante, trasforma la tecnologia in una presenza di tipo psicologico, in cui il costo dell’innovazione scientifica viene pagato direttamente dal corpo e dalla salute mentale dei soggetti più vulnerabili.

Infine, sul versante dell’ecofantascienza militante, la regista e autrice keniota Wanuri Kahiu ha impresso un segno indelebile con il cortometraggio di culto Pumzi (2009). In un’Africa postapocalittica e recintata, dove la superficie terrestre è diventata un deserto inospitale e l’acqua è razionata in modo totalitario da una corporazione oppressiva, la narrazione affronta il tema della memoria ecologica. Kahiu delinea una fantascienza minimale ma visivamente dirompente, dove l’atto stesso di piantare un seme al di fuori dei confini stabiliti dal regime diventa la forma suprema di disobbedienza civile. Il lavoro di Kahiu dimostra come la narrativa speculativa africana sappia guardare il futuro fuori dal mito dell’industrializzazione illimitata, collocando la salvezza non nella conquista spaziale, ma nella riconciliazione con la terra.

La Cina del Dopo Mao 

Il fenomeno della fantascienza cinese contemporanea trova nel lavoro di Liu Cixin la sua espressione più imponente e monumentale. Con la trilogia de Il Problema dei Tre Corpi (2006-2010), Liu riporta in auge la Hard Sci-Fi classica, ma la riarticola attraverso una visione culturale indiscutibilmente cinese. Le premesse dell’intera saga si radicano direttamente negli orrori e nelle spaccature ideologiche della Rivoluzione Culturale, dove il trauma e il tradimento spingono una scienziata a perdere ogni fiducia nell’umanità e a contattare una civiltà aliena ostile. Attraverso concetti teorici complessi come la legge della “Foresta Oscura” (l’idea secondo cui l’universo è un’arena spietata in cui ogni civiltà intelligente deve eliminare le altre per garantire la propria sopravvivenza), la scrittura di Liu Cixin combina una prosa a tratti filosofica con un’immaginazione cosmica che valica i millenni, riflettendo le ansie geopolitiche di una nazione divenuta superpotenza globale.

Se Liu Cixin guarda alle stelle e ai tempi lunghi dell’universo, Hao Jingfang si concentra sulla dimensione sociologica e architetturale dell’infrastruttura umana. Nel suo celebre racconto lungo Pechino Piegata (Folding Beijing, 2012), l’autrice costruisce una parabola sull’alienazione e sulla disuguaglianza sociale. La capitale cinese del futuro è stata riprogettata per piegarsi su sé stessa e ruotare ogni ventiquattr’ore, dividendo la popolazione in tre classi sociali che abitano la città in tempi distinti e privi di contatti reciproci. La classe operaia, destinata a gestire i rifiuti, vive nelle ore notturne all’interno di uno spazio ridotto, mentre le élite godono della luce del sole e di ambienti ampi. Con uno stile malinconico e calibrato, la prosa di Jingfang trasforma il rigore della pianificazione urbana in una condanna della stratificazione economica, mostrando come la tecnologia possa diventare lo strumento supremo per rendere inevitabile, ed invisibile ai più, l'emarginazione. L’impatto materiale e ambientale dello sviluppo industriale cinese trova invece il suo autore in Chen Qiufan, esponente di spicco del cosiddetto “Realismo Cyberpunk”. Nel romanzo Marea Tossica (The Waste Tide, 2013), Chen ambienta la narrazione sull'isola fittizia di Silicon Isle, chiaramente ispirata alle vere discariche di rifiuti elettronici del delta del Fiume delle Perle. Qui, migliaia di lavoratori migranti spaccano e fondono componenti hardware provenienti dal Nord del mondo, intossicandosi giorno dopo giorno. Chen fonde il cyberpunk classico alla Gibson con il folklore rurale e le dinamiche del neoliberismo selvaggio: i circuiti integrati si innestano nella carne e gli spiriti della tradizione cinese dialogano con le intelligenze artificiali. La sua narrazione, cupa con tratti di dettagliato body horror, smaschera l'illusione di un mondo digitale "pulito", ricordando al lettore che l'era dell'informazione poggia su una base materiale fatta di tossicità, sfruttamento e macerie.

Il Medio Oriente Tormentato 

Nella fascia mediorientale, la speculazione letteraria assume spesso le forme della satira politica e del surrealismo distopico, ponendosi come uno dei pochi strumenti capaci di eludere la censura e di elaborare i traumi bellici recenti. Ahmed Khaled Towfik, considerato una figura di riferimento per la letteratura di genere in Egitto, ha anticipato molte delle tensioni sociali della regione con il suo romanzo Utopia (2008). Ambientato in un futuro non troppo lontano, il testo descrive un Egitto irrimediabilmente spaccato in due: da un lato la costa nord, trasformata in una comunità chiusa, ultralussuosa e ipersorvegliata per ricchi ed élite; dall’altro il resto del paese, abbandonato alla miseria, all’anarchia e alla violenza. Con una scrittura cruda e diretta, Towfik non racconta una minaccia fantascientifica astratta, ma esaspera le logiche del neoliberismo feroce e del classismo egiziano, lasciando presagire l'esplosione sociale che si sarebbe poi verificata con le rivolte di Piazza Tahrir.

In Iraq, la rielaborazione del trauma della guerra e dell’occupazione ha trovato in Ahmed Saadawi un interprete originale. Il suo romanzo Frankenstein a Baghdad (2013) riprende esplicitamente il mito di Mary Shelley per calarlo nella realtà devastata della capitale irachena all'indomani dell'invasione del 2003. Un robivecchi di nome Hadi raccoglie pezzo per pezzo i resti umani delle vittime delle bombe abbandonati per le strade e li cuce insieme per creare un corpo unico, affinché possa ricevere una degna sepoltura. Tuttavia, la creatura prende vita e inizia una catena di vendette per conto dei morti di cui è composta. Saadawi utilizza la chiave del fantastico e dell'horror speculativo per costruire una metafora potentissima della violenza irachena: il “SenzaNome” è letteralmente l'incarnazione della guerra civile, un mostro fatto della carne di tutte le fazioni in conflitto, in cui la ricerca della giustizia trapassa inevitabilmente nella carneficina perpetua.

Infine, la dimensione kafkiana del controllo statale è al centro dell'opera di Basma Abdel Aziz, scrittrice, psichiatra e attivista egiziana. Il suo romanzo La Coda (The Queue, 2016) si svolge in una città non meglio identificata dopo il fallimento di una grande manifestazione popolare nota come “la Disgrazia”. Il potere autoritario viene esercitato attraverso una struttura enigmatica e inaccessibile chiamata “la Porta”, davanti alla quale i cittadini sono costretti a mettersi in una fila infinita per richiedere certificati, cure mediche o autorizzazioni di vita quotidiana. Con uno stile sobrio e opprimente, Abdel Aziz descrive come la burocrazia possa diventare un'arma di distruzione di massa. La fantascienza qui non fa uso di navi spaziali o intelligenze artificiali, ma si concentra sulla manipolazione del tempo e del corpo dei cittadini, trasformando l'attesa perenne nel metodo definitivo con cui i regimi totalitari annullano la capacità di reazione dell'individuo.

Mettendo queste opere a confronto con il canone angloamericano classico, la frattura è evidente. La fantascienza occidentale, ad esempio Philip K. Dick e le sue trasposizioni cinematografiche tra cui il Blade Runner di Ridley Scott come citato da Vallorani, ha storicamente ruotato attorno all'angoscia dell'identità individuale nel capitalismo maturo: cosa definisce l'umano di fronte all'androide? Quanto la realtà è simulata dal capitale e dai media?

Al contrario, gli autori delle periferie globali spostano il baricentro dall'ansia solipsistica dell'individuo alla sopravvivenza collettiva. Il punto di partenza non è la paura che la società crolli, ma la consapevolezza che il collasso — culturale, coloniale, bellico o totale — è già avvenuto nel passato recente. La narrativa speculativa diventa così uno spazio di ricostruzione.

Un secondo elemento di rottura riguarda il superamento definitivo del tropo dell'Eroe Solitario o del Salvatore Bianco. Nelle strutture narrative tradizionali dell'Occidente, la crisi sistemica si risolve tramite l'azione del singolo prescelto che abbatte il sistema o salva la galassia. Nelle opere di Okorafor, Saadawi o Jingfang, la risoluzione non è mai individuale né muscolare: è quasi sempre ecologica, comunitaria o rituale. La salvezza non passa attraverso la dominazione della tecnologia o della natura, ma attraverso la ricomposizione dei legami sociali, la responsabilità verso la terra e l'accettazione della complessità storica.

Ritornando alle parole di Nicoletta Vallorani, appare evidente quanto la frase “impegnarsi è fantascienza, per una volta in senso costruttivo” riassuma il senso profondo di questa rivoluzione letteraria. Per decenni, l'immaginario occidentale ci ha abituati a considerare la fantascienza come un catalogo di meraviglie ingegneristiche o come la promessa di una conquista spaziale: i “bastioni di Orione” evocati da Ridley Scott in Blade Runner rappresentavano il vertice di un'estetica anglocentrica e Hollywoodiana che guardava alle stelle mentre il resto del mondo rimaneva invisibile, ridotto a semplice sfondo esotico o campo di battaglia geopolitico.

Oggi, quel monopolio è tramontato. L'arena reclamata dagli scrittori africani, cinesi e mediorientali dimostra che il valore supremo della speculative fiction non risiede nella capacità di indovinare con precisione quali tecnologie utilizzeremo domani. Nessuna di queste storie predice il futuro in senso letterale; il loro valore risiede piuttosto nel fornirci strumenti critici e chiavi di lettura per comprendere la complessità del presente.

Sfruttando la libertà del fantastico, queste voci provano a decostruire le narrazioni egemoniche, dimostrando che l'impegno politico e morale non è di certo una zavorra per la letteratura di genere, ma forse il suo più potente motore. La fantascienza mondiale non è più una stanza riservata ad un certo tipo di narratore ma un'arena affollata, polifonica e animata dove, finalmente, ogni cultura ha il diritto di immaginare la fine del proprio mondo e di progettare il suo nuovo inizio, un luogo che senza negare i problemi del presente vuole aiutare il “gregge ad alzare la testa” non solo per “guardare le stelle” ma per agire e/o reagire consapevolmente e trovare soluzioni comunitarie e condivise da contrapporre alle narrazioni egemoniche correnti.

È comprensibile, quindi, che una fantascienza così intesa, per quanto si possa (forse) considerare un genere con una platea non enormemente diffusa, rischi di essere molto più destabilizzante e pericolosa rispetto a quella “che vuole prevedere il futuro e sbaglia nel farlo”.