Sulla Terra erano conosciuti come gli uccelli dell'amore, anche se erano umanoidi e per i nove giorni della loro permanenza, conquistarono il cuore degli umani. Erano originari del misterioso pianeta Dirbanu, che non aveva mai avuto contatti con la Terra, ma quando il governo seppe della presenza di due dei loro abitanti sul nostro pianeta ne reclamarono l’estradizione. Così due umani, Rootes e Grunty, furono incaricati di riportare indietro i due alieni. Rootes è il capitano, un donnaiolo arrogante e loquace, mentre Grunty, che più che parlare grugnisce, è un poeta. I due amici sono rinomati negli ambienti spaziali per la loro efficienza e la capacità di lavorare in sintonia, rifiutando categoricamente di viaggiare con altri colleghi. Grunty si rende conto che gli “uccelli dell’amore” sono telepatici e hanno percepito la sua vera natura. L’uomo decide così di ucciderli, per proteggere il suo segreto, ma alla fine i due alieni riescono a convincerlo a liberarli a bordo di una capsula di salvataggio. Rootes è arrabbiato, ma giunti sul pianeta Dirbanu i due umani affermano che i due “uccelli dell’amore” sono morti per cause naturali. Alla fine della storia, il lettore intuisce che Grunty è gay ed è segretamente innamorato di Rootes e anche i due “uccelli dell’amore” erano entrambi dello stesso sesso e per questo erano una vergogna che il governo del pianeta Dirbanu voleva cancellare.

È questa la trama del racconto Un mondo davvero perduto (The World Well Lost, 1953) di Theodore Sturgeon, uno dei primi in cui una sessualità diversa da quella etero, e in particolare l’omosessualità, viene presentata in una storia di fantascienza in modo positivo.

La sociologa Teresa de Lauretis osservava, nel pioneristico articolo SF in USA: linguaggio e corpo (Alfabeta, anno I, n. 3/4, luglio-agosto 1979, p. 12-13), come fosse in atto una sfasatura tra il cinema di fantascienza, che allora si reggeva su pellicole quali Guerre Stellari e Incontri ravvicinati del Terzo Tipo, e una parte della fantascienza scritta, ovvero come ci fosse un divario fra una narrazione fatta di formule usurate e commercializzate da un lato e uno sperimentalismo sia in termini di temi sia in quelli del linguaggio dall’altro. In particolare per la de Lauretis, nell’ultimo decennio degli anni Settanta “[…] si è venuta delineando una particolare pratica del linguaggio, un’esigenza di riflessione critica esplicitamente diretta a sovvertire i canoni di lettura e di comprensibilità che costituiscono il genere fantascientifico, ossia una tendenza a problematizzare il nesso fiction/realtà e quindi a elaborarne diversamente le condizioni di possibilità”.

E più avanti, definisce meglio quali sono le problematiche che la science fiction sta mettendo in evidenza: “Le problematiche di questa fantascienza, proposte con maggiore o minore coscienza della loro complessità, e con soluzioni narrative o linguistiche più o meno riuscite, sono il rapporto tecno-ecologico tra individui e ambiente, l’organizzazione del lavoro, le modalità della comunicazione, i rapporti di potere e, con particolare insistenza negli ultimi anni, la sessualità”.

Il riferimento della sociologa è indubbiamente rivolto alla fantascienza femminista, che nell’America degli anni Settanta, stava dimostrando con i fatti, cioè con romanzi e racconti, che non solo era possibile una fantascienza che mettesse da parte l’imperante patriarcato, ma proponesse anche una diversa modalità di intendere la sessualità. Pensiamo a romanzi, oggi considerati classici, come La mano sinistra delle tenebre (The Left Hand of Darkness, 1969) di Ursula K. Le Guin o a The Female Man (1975) di Joanna Russ che decostruiscono l’identità sessuale, mettendo in crisi la dualità maschio/femmina a favore di una identità fluida o, per usare un termine coniato dal sociologo e filosofo polacco Zygmunt Bauman, identità liquida, in cui l’essere umano non ha più punti di riferimento fissi, ma deve continuamente reinventarsi, mettere in discussione la propria identità.

Uno dei principali scrittori che stava rivoluzionando sotto questo punto di vista è certamente Samuel R. Delany, i cui racconti e romanzi si prestano a molteplici letture. Tuttavia il lettore non può non restare affascinato dalla sua prosa e dalla sua vivida immaginazione. Ne è un bellissimo esempio Si, e Gomorra (Aye, and Gomorrah, 1967). Nel racconto, pubblicato nella mitica antologia Dangerous Visions curata da Harlan Ellison, si narra di come i viaggi spaziali siano possibili solo ad esseri umani castrati. La loro esistenza ha dato vita a una fauna di persone che li desiderano sessualmente: i frelk: esiste una sottocultura, con luoghi di incontro ben precisi. Gli spaziali, come vengono chiamati, sono esseri che non possono essere paragonati neanche agli androgini.

Sotto la metafora – ma non tanto velata – Delany racconta l’omosessualità, la sua cultura e gli aspetti sociali a essa legata. Al centro del racconto vi è fortemente la tematica del corpo e del rapporto che ognuno ha con se stesso. Una tematica cara a Delany che è afro-americano, omosessuale dichiarato e, come scrittore, certamente uno dei pionieri della fantascienza queer.

Oggi, questo racconto, così come quello di Sturgeon, possiamo definirlo con il termine “fantascienza queer”, dove queer è un concetto usato per descrivere persone la cui identità di genere o il cui orientamento sessuale non si conformano alle norme tradizionali dell'eterosessualità.

Come ci spiega Lorenzo Bernini nel suo saggio Apocalissi queer. Elementi di teoria antisociale (Edizioni ETS, 2013): “In inglese “queer” è un epiteto dispregiativo che viene rivolto agli uomini omossessuali. Deriva dal tedesco “quer”, che a sua volta deriva dal verbo latino “torquere” e che significa “trasversale”, “diagonale”, “obliquo”.

In ambito accademico, il merito di aver per la prima volta formulato una teoria queer relativa alla letteratura si deve a Teresa de Lauretis che nel febbraio 1990, all’Università di Santa Cruz (California), tenne una conferenza intitolata, appunto, “Queer Theory: Lesbian and Gay Sexualities”. La de Lauretis ha sottolineato in questa conferenza come perfino nella fantascienza, una delle forme della letteratura più audaci per la sociologa, quando si parla di omosessualità lo si fa sempre dal punto di vista maschile.

Un punto di vista che è stato ribadito anche da Wendy Pearson, una delle studiose più attive nella ricerca nel campo della fantascienza queer, sottolineando come non solo sia l’omosessualità maschile a essere rappresentata nella maggior parte dei casi nella storia della science fiction, ma anche come siano mancati anche studi critici sul fenomeno della fantascienza queer.

Oggi, le cose sono cambiate e c’è una maggiore attenzione e apertura a queste tematiche anche nella fantascienza, grazie proprio a studiose come la de Lauretis e la Pearson, ma anche a numerosi scrittori e scrittrici che hanno costruito opere dove al loro interno ci sono personaggi e/o situazioni legate a tematiche gay, lesbiche, bisessuali o transgender, confermando come la fantascienza, per dirla con le parole di Teresa de Lauretis, sia un terreno di sperimentazioni tematiche e linguistiche, un veicolo ideale per una visione alternativa alla predominante rappresentazione della sessualità all’interno del dualismo uomo/donna.