- Un ingegnere in ritardo
- Il topos dell’imbranato
- La differenza di Barclay
- L’eterno gioco dello specchio
- L’imbranato al potere
- Il ritorno a casa
Signor Broccoli. È così che lo chiamano tutti a bordo dell’Enterprise-D. Alle sue spalle, naturalmente. Il soprannome è nato quasi per gioco, una di quelle cattiverie leggere che si possono dire in un episodio di Star Trek, ed è piaciuto a tutti. Il diretto interessato, Reginald Barclay, lo scopre quando scappa al capitano Picard. Ironia della sorte, proprio lui che aveva condannato l’uso del soprannome. Reginald incassa in silenzio, sguardo basso. È abituato.
Il personaggio di Barclay è entrato in Star Trek: The Next Generation nel 1990 (Hollow Pursuits) dalla porta di servizio, quella da cui passano i personaggi destinati a durare un episodio. Non è un eroe, non spicca per niente. Eppure resta, torna, attraversa due serie e un film. E diventa, senza che nessuno se lo aspettasse, uno dei personaggi più amati dell’intero universo trekkiano.
Perché?
Un ingegnere in ritardo
Barclay è un bravo ingegnere, su questo nessuno ha dubbi. Il problema è un altro: arriva tardi ai turni, balbetta quando deve parlare con un superiore, suda, si confonde, evita i colleghi. In una nave piena di persone eccezionali, sicure di sé e perfettamente integrate, lui è la nota stonata. Geordi La Forge vorrebbe liberarsene. Riker lo considera un problema da risolvere. È una condizione difficile da capire per chi non soffre di ansia sociale e non sa cosa sia un attacco di panico: ve lo dice uno che la conosce di persona.
Ma Barclay ha un rifugio: il ponte ologrammi. Lì dentro si è costruito un mondo in cui tutto funziona come dovrebbe. Lì lui è coraggioso, spiritoso, rispettato. I colleghi che lo ignorano diventano comparse che lo ammirano, e quelli che lo mettono in difficoltà diventano caricature da sconfiggere con un colpo di spada. Insomma, vive nelle sue fantasie.
Vi ricorda qualcosa?
Il topos dell’imbranato
Barclay non nasce dal nulla. Gli anni Ottanta e i primi Novanta sono il grande momento di una figura che la fantascienza aveva sempre tenuto ai margini: l’introverso, il ragazzo goffo, quello che sta meglio davanti a uno schermo che in mezzo alla gente.
Non è un caso. Sono gli anni in cui il computer entra nelle case, e con lui una nuova idea di competenza: per salvare il mondo non serve più essere forti, basta saper usare una tastiera. L’introverso, che fino a quel momento era stato tutt’al più la spalla comica, può finalmente diventare protagonista. O perlomeno ambire a un ruolo fisso e ricorrente.
La differenza di Barclay
La timidezza, in questo topos, è di solito una fase, un ostacolo da superare: il racconto trasforma il personaggio in qualcun altro. Non è il caso di Barclay.
Barclay resta Barclay. Continua a balbettare, continua ad avere paura (del teletrasporto, per esempio, a cui la serie dedica un episodio intero, Realm of Fear). Continua a rifugiarsi negli ologrammi. Quello che cambia non è lui, è il modo in cui impara a sfruttare le proprie debolezze.
Anni dopo, in Star Trek: Voyager (Pathfinder), lo ritroviamo a terra, al quartier generale della flotta stellare. La Voyager è dispersa dall’altra parte della galassia e tutti hanno rinunciato a contattarla. Tutti tranne lui. Barclay ne è ossessionato, al punto da ricostruirsi l’astronave e l’equipaggio sul ponte ologrammi, esattamente come faceva sull’Enterprise-D. Ed è proprio questa ossessione, la stessa che una volta gli era valsa le sedute con la consigliera Troi, a permettergli di trovare la soluzione che sfuggiva a tutti.
Il punto è questo: non guarisce dalla goffaggine e dalla timidezza perché non c’è nulla da guarire. Trova il posto in cui il suo modo di essere diventa una risorsa.
L’eterno gioco dello specchio
In un famoso sketch del 1986 del Saturday Night Live, William Shatner partecipava a una finta convention di Star Trek. La platea era gremita di uomini di ogni età, vestiti in modo buffo, impacciati, goffi. Tempestato di domande un po’ troppo specifiche dai fan, Shatner a un certo punto invitava tutti a farsi una vita, perché avevano trasformato uno spettacolo televisivo in una colossale perdita di tempo.
Chi erano quei trekkie se non tanti Reginald Barclay?
Reginald Barclay è un uomo che conosce a memoria ogni dettaglio dell’astronave e del suo equipaggio, che ricostruisce gli ambienti della nave nel suo tempo libero, che si sente più a suo agio nella finzione che nella vita reale. È il fan di Star Trek, messo dentro Star Trek.
Ed è qui che la serie fa una scelta opposta rispetto al Saturday Night Live: invece di ridere del trekkie che vive nella cantina dei genitori, lo prende sul serio. Lo affida alla consigliera Troi, gli dà in Geordi un collega che impara ad avere pazienza, gli concede episodi interi in cui il suo disagio viene raccontato senza scherno. Gli dice, in sostanza: non c’è niente di sbagliato in te, devi solo trovare il tuo posto. Un approccio che sarebbe stato ripreso in seguito da moltissime serie televisive come The Big Bang Theory, per esempio.
Per una generazione di spettatori che si riconosceva in quell’ingegnere goffo e un po’ troppo appassionato, è stato un messaggio potente.
L’imbranato al potere
Negli ultimi anni l’imbranato è uscito dagli schermi ed è entrato nella realtà, ma con un ruolo diverso. Il ragazzo goffo che stava meglio davanti a una tastiera che in mezzo alla gente ha smesso di essere la spalla comica: è diventato l’uomo più ricco della stanza. È il fondatore partito dal garage, il genio che ha costruito qualcosa capace di entrare nella vita di tutti. E che, troppo spesso, sembra non porsi il problema dell’eticità di quel che fa.
Il racconto è lo stesso degli anni Ottanta, il riscatto del nerd. Solo che questa volta il riscatto si è trasformato in rivincita, e la rivincita in sete di potere. L’imbranato si prende il suo posto e decide anche quello degli altri.
Star Trek, curiosamente, aveva già immaginato anche questo. In un episodio della quarta stagione di The Next Generation (The Nth Degree), Barclay entra in contatto con una sonda aliena che ne moltiplica l’intelligenza fino a livelli inimmaginabili. Il timido ingegnere diventa la mente più brillante della nave, si collega direttamente al computer di bordo e ne prende il controllo. Per qualche ora l’Enterprise-D è sua. L’equipaggio teme il peggio, e lo spettatore con loro: è il classico incubo dell’intelligenza fuori controllo.
Invece Barclay porta la nave a un incontro pacifico con una civiltà sconosciuta, e poi restituisce tutto.
Il ritorno a casa
Quel “signor Broccoli” detto a mezza bocca, la risata trattenuta, lo sguardo basso di chi ci è abituato. L’uomo che a bordo dell’Enterprise-D nessuno voleva in squadra è lo stesso che, anni dopo, riapre la strada di casa a un’astronave dispersa dall’altra parte della galassia. Non perché sia cambiato, ma perché ha potuto essere sé stesso: un eroe che non è un eroe, ma che fa comunque cose eroiche.
Cosa rende allora Barclay diverso dagli imbranati che oggi ci fanno paura?
La sua bussola morale, quella che né la goffaggine né la timidezza, e nemmeno un’intelligenza sovrumana, sono mai riuscite a spostare. Il signor Broccoli, nonostante tutto, farà sempre la cosa giusta.












