Di che cosa parla la fantascienza?

Non del futuro. Non della scienza. Parla della paura.

Lo fa in modo curioso: fingendo di parlare di razzi, alieni e robot e mantenendosi sempre sul terreno della razionalità. Non dimentichiamo che la paura esercita su di noi repulsione ma anche una fortissima attrazione e questo spiega l’inesauribile curiosità delle persone verso la cronaca nera.

Ma la razionalità basta per tenere a bada la paura?

Neanche per sogno e questo lo sanno tutti i grandi scrittori del genere che dovrebbero ringraziare la paura, farle un monumento, perché è di questa misteriosa sostanza che sono composte le loro storie migliori.

Per restringere il campo, basterebbe scorrere rapidamente la storia del cinema di fantascienza: cos’è se non un sismografo delle ansie e delle ossessioni del proprio tempo?

Lo spettro del comunismo 

Ecco la città verticale alimentata da un esercito di schiavi rinchiusi nei livelli inferiori di Metropolis (Fritz Lang, 1927). La disumanizzazione, la vita al servizio della macchina produttiva di proprietà esclusiva dell’élite capitalista fanno risuonare nelle orecchie le trombe della teoria marxista. Solo dieci anni prima quelle stesse trombe avevano segnato il crollo dell’Impero Russo e la nascita dell’Unione Sovietica: il primo Paese comunista della storia. Lang offre agli spettatori uno spauracchio fatto di ferro, cemento e vetro, così lontano dalla realtà in cui vivevano la maggior parte degli spettatori. Eppure là, presente nelle loro teste, c’era una promessa o forse una minaccia, la confusione, la paura per un futuro che poteva essere, realmente e in tempi rapidi, molto diverso dal loro presente e passato ma soprattutto terrificante.

Apocalisse atomica 

Negli anni 50, nei mari del Giappone sopravvissuto alle atomiche, alla carestia, ai bombardamenti a tappeto e alla condanna unanime di tutte le nazioni del pianeta, scorrazza una mostruosità prodotta dalle radiazioni. Cos’è Godzilla (Ishirō Honda, 1954): un drago? Un dinosauro nucleare? Non si sa, ma chi lo incontra non ha tempo di chiederselo, si dà alla fuga urlando, impazzisce dalla paura mentre lui calpesta con le sue zampe gli edifici appena ricostruiti attorno alla baia di Tokyo. È anche in grado di sparare un raggio atomico dalla bocca capace di ridurre in cenere il cemento, come una specie di fallout concentrato. È la natura che ristabilisce chi comanda sulla Terra e non è di sicuro l’uomo. Bisogna immaginare quei disgraziati, appena scampati all’annientamento totale della Seconda Guerra Mondiale, seduti su scomodi seggiolini di legno, gli occhi sgranati per il terrore mentre osservano l’incubo ripetersi di nuovo. È crudeltà? No, è fantascienza.

Ultimatum e presa di coscienza 

Qualche anno prima della calata di Godzilla in Giappone è toccato agli occidentali sudare freddo. Quando l’alieno Klaatu (Ultimatum alla terra, Robert Wise, 1951), figura cristologica potentissima, lancia il suo ultimatum è “il tempio” il suo principale nemico: la politica mondiale. Agli uomini un avvertimento: le civiltà che vivono vicine alla vostra sanno che siete violenti e pericolosi, o la smettete di farvi la guerra, o verrete annientati. In piena Guerra Fredda, quando la contrapposizione di blocchi è prima di tutto una questione esistenziale e filosofica, si tratta di una richiesta assolutamente irricevibile. L’umanità, dimostrandosi come da tradizione meschina e dallo sguardo corto, rischia l’estinzione per aver scatenato la furia del robot “guardia del corpo” di Klaatu. Nella finzione cinematografica sarà l’amore a salvarci, ma nella vita reale cosa succederebbe?

La piramide alimentare 

Negli anni 70 arriva la crisi petrolifera e le società occidentali toccano con mano quanto sia fragile il loro benessere. C’è fame di energia, ma in generale c’è fame perché la popolazione mondiale, al netto delle tradizionali carneficine chiamate guerre, è cresciuta a dismisura. Alcuni Paesi arrivano a contare quasi un miliardo di abitanti, un primato storico per la nostra specie.

Si comincia a parlare di sovrappopolazione, la fame nel mondo non è mai stata un problema così grave e sentito. Naturalmente la fantascienza non si lascia sfuggire l’occasione… La Soylent Corporation ha una soluzione pragmatica quanto agghiacciante per risolvere il problema alimentare: il Soylent Green (2022: i sopravvissuti, Richard Fleischer, 1973), concentrato di cadaveri umani spacciato per sottoprodotto del plancton. Rivoltante, ma solo se sai di cosa si tratta realmente. E la maggior parte delle persone non lo sa. Quindi cosa fa più paura: sapere di essere diventati dei cannibali o sapere di essere tenuti allo scuro di tutto per interessi commerciali?

Il colore della televisione sintonizzata su un canale morto 

Gli anni 80 di questa lunga carrellata di orrore e fantascienza sono la decade del Giappone: l’ascesa economica di una nazione che si credeva finita e invece ha ritrovato lo spirito belligerante di un tempo. Ora però il campo di battaglia si è spostato nel mondo della tecnologia di massa. È la vendetta delle zaibatsu: grandi conglomerati industriali, legati a famiglie storiche, smantellati ufficialmente dagli americani dopo la guerra e in realtà sopravvissuti con mille escamotage. Le zaibatsu sono le corporation che gestiscono il cyberspazio, la realtà virtuale nella quale si muovono hacker e netrunner negli universi immaginari del cyberpunk. La realtà si sdoppia, si moltiplica, diventa virtuale e svincolata da qualsiasi cosa sia anche lontanamente materiale. Anche gli esseri umani devono cambiare, i loro corpi sono merce di scarso valore, parti di ricambio, rattoppi.

E le loro anime?

Agglomerati di codice binario.  

Adattarsi o morire. Tertium non datur. È la realtà crudele che vediamo in Blade Runner (Ridley Scott, 1982). È la nostra paura di non riuscire più a riconoscere ciò che è vero da ciò che è artificiale. Dobbiamo dubitare di tutto, soprattutto di noi stessi.

Intelligenze a confronto 

Due paure dominano l’ultimo ventennio del XXI secolo: intelligenza artificiale e crisi climatica, due tematiche che vanno a braccetto. Quando Spike Jonze decide di raccontare con Her (2013) la storia di un uomo solo e incapace di integrarsi che si innamora di un’intelligenza artificiale, la cosa ci ha turbato. Abbiamo imparato a dubitare di noi stessi, ora dobbiamo temere anche le nostre fragilità. Già, perché sono quelli i punti deboli che le intelligenze artificiali colpiranno per primi quando, finalmente, decideranno di sbarazzarsi di noi. Ma forse non sarà nemmeno necessario combatterci, forse faremo tutto da soli privilegiando loro a discapito dell’unico pianeta abitabile che conosciamo.

Quando la Natura ci presenterà il conto, e la crisi climatica sarà una sentenza di estinzione già emessa, allora l’umanità tenterà di nuovo con la scienza di ingannare il destino. Ma l’esperimento di bioingegneria fallirà e l’unico modo per sopravvivere a una nuova glaciazione sarà viaggiare su treni che non arriveranno mai da nessuna parte (Snowpiercer, Bong Joon-ho, 2013).

Paure di ieri e di domani 

Guardandole così, in questa lunga carrellata, potremmo illuderci che molte di queste paure siano state superate. Non è così. Le paure cambiano forma, ma raramente scompaiono.

La fantascienza lo sa bene. Da 100 anni continua a rimetterle in scena con nuovi travestimenti: alieni, robot, corporazioni, intelligenze artificiali. La fantascienza non ha fatto altro che cambiare maschera alle stesse grandi paure: la rivoluzione, la guerra, la tecnologia fuori controllo, il collasso delle risorse. Infine, la più inquietante di tutte: il dubbio su cosa significhi essere umani.

Forse la vera paura, oggi, non è quella di distruggerci.

È smettere di preoccuparcene.

Perché la paura, in fondo, è anche ciò che ci ha permesso di sopravvivere fino a qui. E la fantascienza, da un secolo, non fa altro che ricordarcelo.